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INTERVISTE

“Occorre un patto con le imprese per uscire dalla crisi”. Intervista al Segretario Generale della Uil Luigi Angeletti.

di Antonio Passaro

Angeletti, il 2008 finisce all’insegna della crisi. C’è chi ha fatto notare che si è trattato di un anno bisestile: superstizioni. Ma tant’è. Per noi contano i dati e questi sono inequivocabili: siamo in recessione. Ne abbiamo già parlato nelle scorse settimane, vogliamo tuttavia ritornare sull’analisi delle caratteristiche di questa crisi?

Sì. Abbiamo già avuto occasione di sottolineare che non sappiamo quanto questa crisi durerà né quanto peserà. E’ realistico sostenere che non colpirà tutti allo stesso modo, né i Paesi né le singole persone. Potremmo anche essere costretti a fare i conti con un fatto nuovo di cui già si vedono chiaramente le prime avvisaglie: non ci sarà solo la recessione ma anche una riduzione dei prezzi e, a differenza di quanto si possa superficialmente pensare, non sarà un fatto positivo. Il giorno in cui l’Istat dovesse registrare un segno negativo dell’inflazione dovremmo seriamente preoccuparci: a quel punto saremmo anche in deflazione e questo vorrebbe dire la perdita del posto di lavoro per milioni di persone.

E i problemi occupazionali sono già all’ordine del giorno. Ci puoi spiegare cosa esattamente sta succedendo?

Un’azienda può comprimere i suoi costi, ma non li può abbassare oltre un certo limite. Ci sono livelli di costo insopprimibili: bisogna pagare i propri dipendenti e allora l’unica flessibilità è data dai posti di lavoro. In passato c’era la svalutazione della lira che, di fatto, si traduceva in una riduzione dei salari rispetto a quelli degli altri Paesi. Oggi, per fortuna, non si può più fare ricorso a questo come ad altri stratagemmi ma l’unica cosa flessibile resta l’occupazione. Ecco perché la nostra paura è la deflazione che ha come conseguenza l’aumento della disoccupazione. E poiché finiranno per pagare, per tutti, coloro che perderanno il posto di lavoro, dobbiamo domandarci che cosa possiamo fare per costoro e anche che cosa possiamo fare affinché in questa condizione si venga a trovare il minor numero possibile di lavoratori.

E cosa si può fare?

Servono ammortizzatori sociali nuovi: dobbiamo estendere le tutele. Bisogna inventare un sistema nuovo di ammortizzatori sociali, un sistema di protezione soprattutto per coloro che non possono ancora fruirne e che lavorano nelle piccole imprese. Insomma, non basta solo un aumento dell’indennità di disoccupazione ma ci vuole un sistema che funzioni ovunque. Quando l’azienda va in crisi il lavoratore non deve essere licenziato ma sospeso: non è più dipendente di quella azienda, prende un sussidio ed è accompagnato dalla formazione professionale, ma così il “patrimonio lavoro” potrà essere preservato per il giorno in cui la crisi cesserà.

Mi sembra che, per certi aspetti, questa soluzione è la traduzione pratica del principio dell’esaltazione del lavoro su cui si è fondata la politica sindacale della Uil negli ultimi anni…

Io penso che quando usciremo da questa crisi ne usciremo grazie al capitale umano. Ci salverà il lavoro, la capacità di fare e fare bene. Proprio come è successo nel secondo dopoguerra: ci salverà il saper fare.

Vorrei tornare al nuovo modello di assistenza che prefiguravi. Forse presuppone anche una gestione nuova. Non è così?

Io penso che non serva avere più risorse se non si inventano strumenti e modalità per indirizzare queste risorse verso chi ne ha effettivamente bisogno. Così come credo che lo Stato non sia nelle condizioni di gestire un sistema simile, perché in Italia le imprese sono centinaia di migliaia. Occorrono relazioni industriali che consentano di gestire fenomeni come questi: lo Stato non può controllare se effettivamente un datore di lavoro mette in cassa integrazione tre persone su dieci o se le fa lavorare dichiarando il contrario. Ecco perché bisogna affidarsi ad un sistema di enti bilaterali che sono gli unici a poter evitare abusi o concorrenza sleale tra le imprese. Insomma: bisognerà estendere la cassa integrazione in deroga e studiare modalità nell’erogazione che passino per gli enti bilaterali così sarà possibile controllare l’andamento della situazione ed evitare che qualche impresa possa approfittarne. Potenziare gli enti bilaterali, estenderli e finanziarli: questo deve essere l’obiettivo comune.

Hai parlato di obiettivo comune. Facendo allora un ragionamento di carattere più generale si può dire che serve un patto con le imprese per salvare l’Italia?

Io sono convinto che occorra fare un patto con le imprese per uscire dalla crisi. Se abbiamo gli stessi obiettivi, è possibile fare un’alleanza di scopo con le imprese basata sulla crescita della produttività. Se non risolviamo tale questione, non cresciamo. Anzi: se non puntiamo sulla produttività, il nostro Paese è destinato al tracollo. Non abbiamo alleati né amici. Molti Paesi sono nostri competitori e, se l’Italia declina, nessuno si straccerà le vesti. L’unica via d’uscita è lavorare di più e meglio. Molte imprese sostengono che la competitività sia basata sugli investimenti e anche sulle risorse umane: perciò, questo è il momento di fare un patto. La stragrande maggioranza delle imprese è disponibile ad investire perché ha compreso che questa è la strada per vincere la sfida della competitività. Noi non dobbiamo perdere l’occasione e dobbiamo concentrare i nostri sforzi per far sì che sia incentivato l’aumento della produttività.

E queste alleanze servono anche per “imporre” al Governo l’attuazione di buone politiche…

E’ così. E dobbiamo dimostrare all’opinione pubblica che noi abbiamo un’idea migliore di quella del Governo spiegandone le ragioni e sottolineando le differenze tra le politiche buone e quelle sbagliate. Non possiamo essere contrari a tutto ciò che fa il Governo, per principio, altrimenti il Sindacato perde credibilità. Oggi il terreno di scontro è quello del consenso ed è l’unico terreno su cui si può contrattare con il potere pubblico. Noi dobbiamo mostrare al Governo che se vuole consenso deve avvicinarsi alle posizioni di chi rappresenta i lavoratori.

E a proposito di consenso e di buone politiche, la Uil ha di recente proposto un emendamento al decreto anticrisi in materia fiscale. Ce ne puoi parlare?

Abbiamo inviato una lettera ai presidenti dei Gruppi parlamentari invitandoli a far proprio un emendamento per l’istituzione di un fondo ad hoc, in cui far confluire tutte le risorse recuperate dalla lotta all’evasione fiscale, da utilizzare esclusivamente per la riduzione delle tasse sui redditi da lavoro dipendente e da pensione. La riduzione delle tasse ai lavoratori dipendenti e ai pensionati è un’operazione indispensabile non solo per motivi di equità ma anche e soprattutto per ragioni economiche. Noi pensiamo che sia giunto il momento di affrontare la questione in modo strutturale e non congiunturale. E se esiste un problema di risorse, il primo bacino che bisogna esplorare è quello dell’evasione.

Si torna a parlare di pensioni e di equiparazione tra uomini e donne rispetto all’età per la pensione di vecchiaia. Cosa ne pensi?

Non sono d’accordo sulla necessità di questo passo. Se poi l’innalzamento dell’età pensionabile per le donne è su base volontaria e magari incentivato, allora non c’è alcun problema. Ciò detto, vale la pena ricordare che il Capo del governo ha comunque detto che le pensioni non sono un problema: io la penso come lui!

Un’ultima domanda. A proposito di crisi, uno dei settori più tartassati è quello dell’industria automobilistica: la Fiat è in grande difficoltà e ha fatto ricorso ad una massiccia dose di cassa integrazione. Anche in questo caso “ricicciano” vecchie proposte come quella della rottamazione. Qual è la tua opinione?

Vorrei premettere che se un italiano su due comprasse un’auto Fiat, ci troveremmo nella condizione di dover assumere e non di far ricorso alla cassa integrazione. Ciò detto, quando si parla di rottamazione bisogna capire di cosa si parla. Oggi, a differenza del passato, due autovetture su tre vengono importate: su due milioni e duecentomila vetture acquistate dagli italiani, i due terzi sono prodotte in altri Paesi. La rottamazione, dunque, servirebbe a soccorrere aziende automobilistiche tedesche o francesi. Sarebbe più utile, invece, un intervento sul mercato a livello europeo. E sarebbe anche preferibile finanziare la ricerca e lo sviluppo per la produzione di autovetture sempre più ecologiche che riducano le emissioni e consumino di meno.

Lavoro Italiano, dicembre 2008

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