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INTERVISTE

La ricchezza italiana è fondata sul lavoro! Intervista a Luigi Angeletti, Segretario generale UIL.

di Antonio Passaro

Angeletti, quest’anno la Festa dei lavoratori ha avuto un importante prologo istituzionale. Il 30 aprile, i Sindacati confederali sono stati ricevuti dal Capo dello Stato. L’occasione è stata offerta dalla concomitanza del Primo Maggio con i festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia….noi andiamo in stampa, proprio mentre esci dal Quirinale….”a caldo”, qual è la tua considerazione?

Questa cerimonia è stata l’occasione per rimarcare il valore del lavoro e per ricordare a noi tutti quanto esso sia fondamentale per il nostro Paese. Noi non abbiamo altre risorse e la nostra ricchezza è fondata sul lavoro. Peraltro, i Padri costituenti vollero sancire questa verità compendiandola proprio nel primo comma del primo articolo della Carta che – è bene ribadirlo – recita: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”.

Nel suo discorso, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha fatto anche un forte richiamo all’unità sindacale. Cosa pensi delle riflessioni in merito all’opportunità di una maggiore coesione sociale e politica?

Il richiamo del Presidente non è solo doveroso ma anche fondato. Noi cerchiamo di svolgere la nostra funzione pensando ovviamente all’interesse dei lavoratori e del Paese. Siamo consapevoli che bisognerebbe avere maggiore unità e maggiore capacità di individuare obiettivi comuni. Ci sono alcuni punti su cui è più facile trovare convergenze anche se restano distanze su come realizzarle. Certamente non ho mai pensato che esistesse una prospettiva di separazione permanente delle organizzazioni sindacali: sarebbe anche contro il buon senso. Ma è altrettanto evidente che serve uno sforzo: gratis non si ottiene nulla.

Insomma, la strada resta oggettivamente impervia…

Noi stiamo facendo del nostro meglio per cercare di ridurre il conflitto tra le organizzazioni sindacali. Può succedere, come è normale che sia, che si abbiano posizioni differenti ma il primo passo da compiere sarebbe quello di smettere di delegittimarci a vicenda. Detto questo, poi, io sono convinto che con lo scontro non si risolvono i nostri problemi né quelli che abbiamo con le nostre naturali controparti. Così come penso che l’unità sindacale non sia quella dei sindacalisti ma sia l’unità delle persone che lavorano. E questo è ciò per cui lavoriamo.

Il lavoro è una ricchezza per il nostro Paese. Ma, purtroppo, a molti è ancora “impedito” di dare il proprio contributo in questa direzione: la disoccupazione – quella giovanile, soprattutto, e nel Sud, in particolare – non diminuisce in modo significativo. Quale può essere una possibile soluzione?

Abbiamo più volte ribadito, anche da queste pagine, che la buona occupazione è una conseguenza dei processi economici. Se non si realizzano investimenti produttivi, se non si punta su ricerca e innovazione, su infrastrutture e formazione, non si determina quel ciclo positivo per la ripresa e lo sviluppo da cui, poi, deriva la crescita occupazionale. Tuttavia, alcuni provvedimenti possono certamente aiutare a invertire in modo significativo l’attuale trend. Iniziamo col detassare chi assume i giovani, soprattutto in certe aree del Paese. Questa può essere una strada: non produrrebbe miracoli ma sarebbe un segnale. Noi dobbiamo fare tutto ciò che è possibile perché in Italia si producano posti di lavoro.

Anche in questo mese di Aprile, l’attenzione è concentrata su alcune importanti vicende aziendali. Ancora una volta, svetta – per così dire - una questione legata al mondo Fiat. Si tratta della ex Bertone. Per riattivare lo stabilimento di Grugliasco – i cui dipendenti sono da anni in cassa integrazione - e produrre lì la Maserati si è giunti ad un’intesa che la Fiom non intende sottoscrivere. Cosa succede in quella realtà?

Sono le Rsu che devono dare una risposta conclusiva: l’azienda sta ancora aspettando, ma i tempi sono ristrettissimi. Noi abbiamo avuto un incontro con l’Amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, al quale abbiamo chiesto che, in presenza di una risposta negativa, la produzione della Maserati resti comunque nel nostro Paese. Si tratterebbe, in questo caso, di scegliere un altro sito: noi siamo disponibili a discutere sul dove, come e quando. Marchionne ci ha detto che è nelle condizioni di produrla in molti posti: attende una risposta e poi sceglierà. La situazione, comunque, è in rapida evoluzione e i nodi si potrebbero sciogliere già nei primi giorni di maggio. Vedremo.

Sì, vedremo: approfondiremo la questione nel prossimo numero. L’altra vicenda aziendale del mese è quella dell’opa su Parmalat. In breve, qual è il tuo giudizio?

Avrei preferito che Parmalat restasse di proprietà nazionale. Non credo che questa prospettiva sia più proponibile. Sul breve periodo, la vicenda non desta alcuna preoccupazione; ma, sul lungo, nutro qualche perplessità.

Lo stop, seppure momentaneo, del governo al nucleare ha suscitato molte polemiche. Quanto ha pesato su questa decisione, la recente tragedia giapponese?

Il governo si comporta come la maggioranza degli italiani: vive e sceglie sulla base di emozioni. Venti anni fa, quando abbiamo abbandonato il nucleare, lo abbiamo fatto sull’onda di un’emozione: la paura generata dall’incidente di Chernobyl. Oggi è accaduto qualcosa di simile. Lo tsunami in Giappone ha determinato i guasti al reattore di una delle centrali nipponiche e su tutti noi è tornata ad aleggiare la preoccupazione. Io credo che la decisione del governo sia coerente con questo clima.

Anche sull’esplosione del problema immigrazione, conseguenza delle rivolte che hanno infiammato il Nord Africa, c’è grande discussione e molta emotività…

Sì è vero. Il dibattito di questi giorni sugli immigrati mi sembra centrato male perché anche quella parte dell’opinione pubblica e delle forze politiche che parla genericamente di accoglienza non si rende conto che propone una soluzione assolutamente astratta. Considerata la difficoltà del momento, le scelte fatte mi sono apparse razionali. La questione, comunque, è molto complessa e andrebbe affrontata in una dimensione europea.

Lavoro Italiano, aprile 2011

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