| INTERVISTE
Intervista a Luigi Angeletti,
Segretario Generale UIL
A cura di Antonio
Passaro
D)
Angeletti, alla ripresa dei lavori, dopo la breve pausa estiva, si
comincia a parlare di Congresso. Quello che sarà celebrato dal 25 al 28
giugno 2006 sarà il quattordicesimo appuntamento congressuale per la Uil.
Quali saranno le linee guida e le novità?
R) Proprio nel mese di settembre abbiamo avviato la discussione sui temi
congressuali. Sarà un cammino lungo che ci porterà sino all’inizio della
prossima estate quando completeremo il percorso con il Congresso
nazionale. Le linee guida e gli elementi di novità scaturiranno dalle tesi
che saranno varate ad ottobre dal Comitato centrale e dal dibattito
congressuale. Credo però che la valorizzazione del lavoro in un’ottica di
crescita economica debba essere una delle chiavi di lettura su cui fermare
la nostra attenzione. Il Paese ha bisogno di un patto per lo sviluppo e la
leva da azionare non può che essere quella del lavoro. La Uil può condurre
questa battaglia forte dei suoi valori laici e riformisti che, quando
applicati, hanno sempre generato crescita e benessere.
D) Effettivamente l’idea del lavoro è, per così dire, passata in
secondo piano. Ma cos’è successo in questi ultimi anni su questo specifico
fronte?
R) La realtà è che la stessa idea del lavoro è stata svalutata
ideologicamente, prima, e concretamente, poi. Nel mondo occidentale si è
ritenuto che la creazione della ricchezza fosse disgiunta dal lavoro e
tutta l’attenzione si è concentrata sulle questioni finanziarie. Si è
pensato, insomma, che il lavoro non fosse la fonte della ricchezza ma solo
una vicenda da annoverare e affrontare sul fronte del sociale. Questo è
stato l’errore e questo, oggi, è il vero problema che dobbiamo risolvere.
D) La svalutazione del lavoro è una delle cause dell’impoverimento
di molta parte della popolazione?
R) Certamente. L’Italia, a differenza, ad esempio, della Germania e della
Francia, ha fondato la propria ricchezza sul lavoro e, dunque, ha subito
le conseguenze peggiori dall’affermazione di quelle teorie. Noi non
abbiamo i livelli tecnologici della Germania né la tradizionale efficienza
dell’Amministrazione francese e ci siamo, quindi, sempre affidati al
lavoro che ci ha consentito di uscire dalla povertà. Oggi dobbiamo porre
rimedio agli effetti devastanti prodotti dalla svalutazione del lavoro. E’
un compito arduo perché quell’idea ha contagiato molti ed è stata
pervasiva, ma dobbiamo proseguire su questa strada.
D) Quell’idea distorta ha determinato un’ingiusta distribuzione
della ricchezza. Possiamo quantificare il danno per i lavoratori
dipendenti e per i pensionati?
R) I redditi da lavoro e da pensioni si sono ridotti per un valore pari al
7% del Pil. Questo vuol dire che si sono spostati oltre 80 miliardi di
euro a vantaggio di altri redditi. Tuttavia credo che sia limitativo
affrontare questo tema solo sul fronte della giustizia sociale. Dobbiamo
rovesciare la logica e dobbiamo spiegare che la redistribuzione del
reddito a svantaggio del lavoro dipendente e delle pensioni è una
catastrofe anche dal punto di vista economico.
D) Sarebbe come dire: ‘ingiustizia sociale è inefficacia economica’?
R) Si, è così. Nel nostro paese su 22 milioni di lavoratori, circa 16
milioni sono occupati in aziende che producono, distribuiscono e
commercializzano beni e servizi di largo consumo. Di queste imprese molte
sono in grande difficolta’ semplicemente perche’ c’e’ stata una perdita
del potere di acquisto di quegli stessi lavoratori che hanno ridotto i
loro consumi. La redistribuzione della ricchezza dunque non è solo
un’esigenza sociale ma anche economica. Ecco perché noi chiediamo, da
molti mesi ormai, una politica contrattuale che faccia crescere il salario
reale dei lavoratori e una politica fiscale che riduca le tasse sul lavoro
attraverso una detassazione degli incrementi contrattuali. Insomma, più
risorse a chi lavora per far ripartire la domanda interna e per far
crescere l’economia. Questo è il ciclo che bisogna attivare.
D) E a chi continua a chiedere o a prospettare sacrifici cosa
diciamo?
R) Chi prospetta sacrifici per rilanciare il Paese non sa di cosa sta
parlando. Ma se chiediamo sacrifici ai nostri lavoratori e pensionati a
chi vendiamo i beni e i servizi prodotti dai nostri stessi lavoratori?
Comprimere la domanda e non ridistribuire reddito significa fermare
l’economia. Questo Paese si arricchisce e cresce se comprende che il
lavoro non può essere svalutato. E purtroppo, oggi, il nostro sistema
penalizza il lavoro. Faccio un semplicissimo esempio: un lavoratore che,
in un anno, guadagna mille euro per straordinari, vede andar via un terzo
di questo reddito in tasse; la stessa persona pagherà, invece, solo il
12,5% se quei mille euro li guadagna in borsa. Mi pare che ogni commento
sia superfluo.
D) Angeletti, settembre è il mese della legge Finanziaria. Fino a
pochi giorni fa, come tu stesso hai detto, era un oggetto introvabile poi
è arrivata la convocazione. Quali indicazioni avete avuto dall’incontro e
qual è il tuo primo giudizio, a caldo?
R) Dall’incontro abbiamo avuto ben poche indicazioni e diventa
indispensabile, per esprimere un giudizio compiuto, leggere il testo che
al momento non ci è stato ancora fornito. Credo, tuttavia, che non ci sia
granchè da aspettarsi da questa Finanziaria: le risorse sono troppo
limitate e c’è il rischio che non siano utilizzate a dovere. Noi
continuiamo a pensare che, per rilanciare l’economia, servano misure
selettive, mirate e concentrate. Abbiamo proposto al Governo di puntare su
una politica economica che dia impulso alla ricerca e favorisca la
costruzione di infrastrutture. Soprattutto, però, per dare impulso
immediato alla domanda interna, c’è bisogno di una rivalutazione delle
pensioni e di una politica fiscale che detassi gli aumenti salariali per i
prossimi quattro anni. Dalla lotta all’evasione fiscale e agli sprechi
possono giungere le risorse necessarie.
Lavoro
Italiano, ottobre 2005
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