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INTERVENTI
Consiglio Generale UIL FPL:
relazione di Luigi Angeletti,
Segretario Generale UIL
Quello a cui
abbiamo assistito durante il rinnovo dei contratti pubblici, ha
dimostrato lo stato di confusione politica nella quale ci
troviamo. Negli ultimi mesi, infatti, si è aperta una
discussione impropria sul contratto dei pubblici dipendenti,
come se il rinnovo fosse una scelta di politica economica
decisiva per le sorti del Paese. Si è aperto un grande
dibattito, una discussione sempre latente ma che spesso
riemerge: chi è il lavoratore del pubblico impiego? Qual è la
spesa dello stato? Qual è il rapporto tra le tasse che si pagano
e i risultati? Accanto ai noti stereotipi, sono troppi, non
lavorano, perchè dobbiamo tassare i cittadini per dare soldi a
questi lavoratori, la cosa che più mi ha colpito è che in questa
discussione gli esponenti di centrosinistra non hanno
praticamente detto nulla. Ogni tanto dicevano che bisognava fare
i contratti, ma si sono ben guardati dal dire è giusto, non è
giusto, i soldi sono troppi o troppo pochi, assolutamente nulla.
La cosa non mi ha stupito anche se è oggettivamente
sorprendente. Il male principale di questo Paese è l’assenza di
una classe politica capace di indicare una strada credibile, non
dei viottoli che ci fanno percorrere due, trecento metri per
ritrovarci in mezzo alla palude. Abbiamo bisogno di un progetto
credibile per un grande Paese come l’Italia. Qual è il motivo
per il quale non abbiamo una classe politica adeguata alle
dimensioni e all’importanza del nostro Paese? In Italia
l’attuale classe politica è venuta fuori trovando il potere per
strada, non ha sconfitto la vecchia classe dirigente, quindi non
essendoci stata una dura selezione non è detto che siano emersi
proprio i migliori. Io credo che ci siano delle riflessioni da
fare in maniera serena su questo tema. In Europa, e in maniera
più acuta in Italia, la tradizionale divisione tra destra e
sinistra e quindi tra le politiche socio economiche di destra e
di sinistra sono state spiazzate dalla velocità dei cambiamenti.
La sinistra è sempre stata oggettivamente, parlo della sinistra
socialdemocratica dei paesi occidentali, quella che si è
preoccupata di ripartire nella maniera più equa possibile la
ricchezza, la destra di produrre la ricchezza. La sinistra oggi
fa i conti con che cosa significa produrre ricchezza, qual è la
teoria, le strade da seguire per far sì che si produca
ricchezza. Sicuramente c’è il problema della competizione,
dell’individualismo, della meritocrazia che confliggono con
molte delle teorie ideologiche tipiche della sinistra. La
sinistra ha cercato di risolvere questo problema con
l’acquisizione veloce di categorie politiche alle quali non era
abituata, che aveva storicamente combattuto, quelle che con un
neologismo vengono definite “mercatismo”, cioè le regole del
mercato fatte ideologia, tramutate in ideologia. La sinistra ha
sempre questa tentazione, trasformare tutto in principi
inviolabili e non discutibili. La destra ha seguito un altro
processo, per battere la sinistra dal punto di vista elettorale
ha prodotto un pensiero per realizzare l’alleanza dei ceti
ricchi con la parte più povera delle popolazioni, cioè con tutta
quella parte della popolazione che nella raffigurazione della
destra in Italia ma anche negli altri paesi veniva esclusa
dall’alleanza tra i sindacati e la Confindustria. Penso a tutto
il dibattito che c’è stato in Germania, in Francia, sulla
società chiusa. Anche in Italia si è discusso della società che
escludeva, non includeva. La destra è diventata populista, ha
cercato di dire la sinistra tutela gli inclusi, i sindacati
difendono solo i propri iscritti, trascurano i disoccupati, non
si interessano del lavoro nero, fanno finta di non vedere.
Questo processo politico della destra non è il frutto di una
elaborazione, è pura tattica: come si fa a vincere, quali
alleanze sociali bisogna fare per ottenere il 50 per cento più
uno dei voti e quindi andare al governo. Queste tattiche, a
destra come a sinistra, hanno prodotto uno stallo nel quale noi
ci stiamo letteralmente invischiando, perché la velocità con la
quale cambia il mondo è troppo alta rispetto alla capacità di
elaborazione della nostra classe politica. E’ come quando c’è
una carenza di ossigeno perché uno ha fatto un grande sforzo per
cui arriva poco ossigeno al cervello e quindi questo funziona
male, oppure con una battuta che ho sentito fare da uno
psichiatra si è “allentata la coerenza delle connessioni
cerebrali”. Il punto è come uscire da una situazione di
difficoltà economica che ci crea non solo perdita di ricchezza,
ma anche ansia e preoccupazione. Siamo tutti preoccupati, non di
quello che oggi possiamo fare, ma di quello che domani non
potremo più fare o avere. Il vero blocco che abbiamo è quello
che non riusciamo a capire, perché nessuno lo spiega, come
uscire da questa difficoltà in cui si trovano le popolazioni
europee. Non basta dire bisogna fare l’Europa perché difendiamo
la pace e la democrazia, perché per fortuna siamo tutti convinti
che né la prima né la seconda siano in discussione. Abbiamo
invece l’ansia di pensare che il nostro standard di vita venga
messo in discussione, su quale risposta dare ai cittadini e alle
loro domande. Questo dramma che viviamo lo si evince dalla
politica che conta, cioè dalla politica che dovrebbe fare
l’Europa. Il fatto che si discuta di una stupidaggine, come
l’idea di ritornare alla lira è un fenomeno preoccupante.
L’unica cosa bella che ho letto in questi giorni, l’ha detta un
commissario europeo “noi non andiamo a discutere di
stupidaggini”. Il fatto però che sia oggetto di discussione
testimonia il profondo livello di incertezza che ha la nostra
classe dirigente. Cosa fa uno quando è incerto? Raccoglie tutte
le stupidaggini, quindi per differenza si sente intelligente. In
Europa sta avvenendo una cosa molto semplice: noi abbiamo
allargato la nostra frontiera inglobando cento milioni di
europei poveri, molto più poveri di noi. E’ stata fatta una
stima di quanto alla Germania, e indirettamente a noi, sia
costato inglobare 17 milioni di tedeschi dell’est, è una cifra
spaventosa, quasi un anno del nostro PIL. Viviamo queste
problematiche, dobbiamo fare i conti contemporaneamente con
l’avanzata di paesi come la Cina e l’India e, malgrado il fatto
che la ricchezza complessiva aumenta e quindi non è
semplicemente un trasferimento, c’è sicuramente anche un
trasferimento di lavoro e quindi di ricchezza. E come deve
essere gestito un fenomeno di questo genere? Nell’unico modo
possibile, occorrono risorse finanziarie per pagare
l’allargamento e investire, per reggere la competizione a
livello globale. Abbiamo bisogno di fare adesso, e non fra dieci
anni, investimenti nella ricerca, nelle infrastrutture, nella
formazione delle persone in Europa, quindi occorrono altri soldi
e bisogna sconfiggere l’idea, non so più se definirla di destra
o di sinistra, “mercatista” secondo la quale questi soldi devono
essere presi facendo le riforme. Bisogna fare le riforme in
Europa. L’Europa non è competitiva perché abbiamo la Banca
centrale che ci sta strangolando, quella Commissione pensa solo
a garantire il trattato di Maastricht fatto 12 anni fa, prima
che cadesse il muro di Berlino.
Questa è la
situazione che viviamo, ma dobbiamo dirlo con chiarezza questa è
una strada da rifiutare perché è pazzesca. Non esistono risorse
finanziarie da sottrarre alle tasche dei cittadini europei della
vecchia Europa, per darle alla nuova Europa, né sotto forma di
riduzione dello stato sociale, né attraverso la riduzione del
numero dei dipendenti pubblici, né sotto forma di immiserimento
delle pensioni o qualunque altra riforma che inventano per
trovare risorse. Questa è una politica che non ci porta da
nessuna parte, questo è il “mercatismo” cioè l’idea folle che le
regole del mercato da sole garantiscono sviluppo.Quindi l’unica
politica economica che vedono è deficit pubblico zero e zero
inflazione, esattamente la politica economica che è stata fatta
negli anni 30 e che ha portato alla grande crisi.
Come si è
usciti da quella crisi? Seguendo l’idea di un grande genio
dell’economia come Keynes, nei momenti in cui l’economia non
funziona, in cui le regole del mercato non bastano a garantire
crescita e sviluppo, ci vuole un intervento pubblico. In
sostanza che l’intelligenza e le risorse collettive vengano
impiegate per fare crescita. Quando ci dicono che bisogna fare
sacrifici e ci diranno che bisogna fare sacrifici, dovremo
ridere, non perché non vogliamo fare sacrifici per eccesso di
egoismo, ma perché quella politica ci porterebbe sotto un treno,
non farebbe che aggravare le ragioni della crisi. Un continente
come il nostro ha bisogno di investire risorse adesso, perché
non si può competere con paesi che pagano dieci volte di meno i
lavoratori, se non facendo grandi investimenti, capaci di
realizzare un vero e proprio salto. Noi abbiamo bisogno in
Europa di strade, di ferrovie, di centrali elettriche, di
ospedali, di mandare la gente a scuola, di mandarcene milioni,
di avere centinaia di migliaia di persone che siano in grado di
essere impiegate nella ricerca. Queste cose costano, ci vogliono
risorse ora. Ecco perché non è l’ora di fare sacrifici. E’ l’ora
di fare una politica keynesiana, la stessa politica che un
governo di destra e liberale come quello di Bush ha fatto per
superare la crisi dell’11 settembre. Noi che siamo il continente
dove è nata la socialdemocrazia, facciamo la politica di
Friedman, una politica monetarista, l’esatto contrario, si può
essere sciocchi fino a questo punto?
In Italia
esiste la stessa situazione, il governo deve essere criticato
non perché vuole ridurre le tasse, ma perché non le ha ridotte,
guardate che la riduzione delle tasse è una cosa inevitabile e
tutti coloro che pensano il contrario, e sono tantissimi, anzi
nel sindacato sono la maggioranza – sono rimaste con la mente un
po’ indietro, pensano che le tasse servono a finanziare lo stato
sociale. La riduzione delle tasse è inevitabile perché senza una
drastica riduzione delle tasse che non può essere finanziata con
la riduzione dello stato sociale, ma che deve essere finanziata
con lo sviluppo, non si può recuperare competitività. La vera
battaglia è a chi ridurre le tasse. Questo è il vero nodo. Noi
viviamo il massimo del paradosso: tutti coloro che producono
ricchezza, cioè la gente che lavora, paga più tasse di tutti. Un
terzo del nostro reddito va alle tasse, se io guadagno mille
euro attraverso i dividendi delle azioni, pago il 12 per cento,
se quei mille euro li guadagno perché lavoro, ne pago il 33. Una
follia. In Italia bisogna ridurre le tasse sul lavoro, e subito,
spostare il peso finanziario delle tasse in primo luogo sugli
evasori fiscali e in secondo luogo su tutti coloro che hanno
redditi non da lavoro. Insomma l’esatto contrario di ciò che
avviene oggi. Avvengono delle cose scandalose: 4 milioni di
lavoratori autonomi pagano per avere la pensione il 19 per
cento, noi il 33, noi paghiamo le tasse perché non possiamo fare
altrimenti, loro hanno un sistema che è una specie di accordo.
Le tasse in Italia si pagano attraverso una trattativa, il
Ministero delle Finanze fa una trattativa con le associazioni
dei lavoratori autonomi e trattano quanti soldi devono pagare
attraverso i cosiddetti studi di settore, che dovrebbero dire
quanto mediamente guadagna quel lavoratore, quell’imprenditore
che svolge quell’attività, che lavora in quel determinato posto,
fanno una vera trattativa, sono 4 anni che questa trattativa non
si fa, nel senso che i redditi rimangono uguali. Quando io
dichiaro: perché non applichiamo per un periodo la stessa
tecnica, cioè tutti gli aumenti salariali a tasse zero? Allora
non va bene, gli autonomi pagano tasse su un reddito fermo a 4
anni fa. Vi rendete conto di quanto scandalosa è la situazione
dal punto di vista fiscale. Giustamente qualcuno osserva: si, ma
sono 30 anni che parliamo di evasione fiscale, dove sta la
differenza? E’ molto semplice, qualcuno ha deciso al posto
nostro che si poteva tollerare questa situazione di evasione
fiscale, di lavoro nero, differenza di contributi per cui
trasferiamo 6 mila miliardi di vecchie lire o 3 miliardi di euro
all’agricoltura attraverso il sistema previdenziale, tutte
queste cose, ce le siamo potute permettere perché venivano
pagate attraverso l’aumento del debito pubblico e la
svalutazione della nostra lira. La svalutazione è un’operazione
rozza, ma era una operazione di trasferimento di ricchezza
all’interno dello stesso paese. Oggi i debiti non li possiamo
fare, la svalutazione per fortuna non si può più fare e quindi
quel vecchio e tragico compromesso delle nostre classi
dirigenti, basato appunto su quei meccanismi, non è più
sopportabile e quindi l’evasione fiscale oggi non ce la possiamo
permettere perché la pagheremmo in posti di lavoro, ne avremo di
meno e peggio pagati. Perché in un’economia dove c’è una moneta
fissa la flessibilità è sui posti di lavoro. Noi abbiamo di
fronte due questioni fondamentali: lo sviluppo e il modello
contrattuale. Per quale motivo dobbiamo cambiare il modello
contrattuale? Ne ho sentite di tutti i colori, ma nessuno di
quelli che non sono d’accordo ha dato delle argomentazioni
fondate. Il vecchio modello contrattuale si basa su un cardine:
l’inflazione programmata. In passato ha funzionato egregiamente
per un motivo molto semplice, perché l’inflazione scendeva,
scendevano i prezzi e quindi noi guadagnavamo sulla diminuzione
dei prezzi, perché in una fase in cui i prezzi diminuiscono anno
su anno il lavoratore a stipendio fisso guadagna sul fatto che i
prezzi scendono. I contratti fatti con l’inflazione programmata
sono la programmazione della perdita del salario reale. Per
questo la Confindustria non è d’accordo, per questo la CGIL non
è d’accordo, lì la riforma non si fa, perché per fare una
riforma bisogna avere una controparte con cui discutere. La
Confindustria non ha nessun interesse a questa riforma, questo è
il migliore dei loro mondi possibili ed il nostro peggiore dei
mondi possibili. La CGIL non vuole farlo per due motivi, il meno
serio è che sono divisi, quello più serio è che non hanno
un’idea dentro la testa e questo per noi è un problema.
Francamente,
malgrado tutta la mia faziosità e lo sforzo che faccio per
vincerla, non riesco a ricordare un accordo negli ultimi dieci
anni al quale la CGIL sia arrivata volontariamente, l’abbiamo
sempre dovuta trascinare, quando non ci siamo riusciti li
abbiamo fatti da soli. Nel ’93 hanno fatto dare le dimissioni al
Segretario Generale che aveva firmato contro la volontà della
maggioranza della CGIL. Nel 1993 era stata trascinata, adesso lo
difende. Sono proprio conservatori. Hanno proprio paura di
sforzarsi a capire come si deve gestire un mondo diverso. Noi
abbiamo bisogno di fare questa riforma per difendere i redditi
da lavoro dipendente e abbiamo il dovere di difenderli, perché
l’Italia è uno dei paesi dove il rapporto tra lavoro dipendente
e reddito di impresa è sbilanciato a favore del reddito di
impresa. Bisogna ogni tanto leggere le statistiche, perché i
numeri più di molte parole rappresentano la verità. Nessuno
dice, a proposito di verità, che noi abbiamo il più basso numero
di dipendenti pubblici per abitante, e sono quelli peggio
pagati. Solo in Spagna guadagnano meno che in Italia, ma la
Spagna ha un reddito pro capite più basso del nostro e un PIL
che è poco più della metà del nostro. Tutti i paesi che hanno 60
milioni di abitanti come noi, ed hanno un reddito pro capite
mediamente uguale al nostro o poco più, hanno più dipendenti
pubblici pro capite e ovviamente guadagnano di più. Ogni tanto
sentiamo delle persone dire: “in America non esistono dipendenti
pubblici, sono tutti privati, è il regno della libertà, del
liberismo”. Gli americani hanno cinque volte la nostra
popolazione e sei volte il numero dei dipendenti pubblici, hanno
19 milioni di dipendenti pubblici. Vedete i luoghi comuni?
Perché noi abbiamo fatto delle rivoluzioni, in questo paese sono
state fatte delle autentiche rivoluzioni negli ultimi anni.
Abbiamo fatto una riforma delle pensioni che veniva considerata
come acqua fresca, presa alla leggera, bene ha fatto risparmiare
200 mila miliardi di lire solo quella piccola riforma. Pensate a
quanto si è modificato il mercato del lavoro, quanta
flessibilità e quanta precarietà c’è e come questo in realtà
questo sia stato gestito con l’unico scopo e l’unico obiettivo
quello di ridurre il costo del lavoro. Hanno fatto la
flessibilità pagando di meno la gente. L’unica cosa che è
aumentata è stato il numero dei collaboratori e le loro
retribuzioni diventate così scandalose che anche la Corte dei
Conti è dovuta intervenire. Quindi c’è stata una vera operazione
di distribuzione della ricchezza, di potere, nelle mani di
persone che avevano soldi e che hanno potuto accumularne molti
di più. Questi sono i nostri problemi, i nostri mali, quelli che
noi dobbiamo riuscire a risolvere. Noi siamo abbastanza forti,
per affrontare in maniera positiva questi problemi, facciamo una
valutazione realistica e ci accorgiamo che difficilmente esiste
in questo paese una forza così diffusa, numerosa, credibile come
le organizzazioni sindacali, perché se questo non fosse stato
vero ci avrebbero spazzato via, ci hanno provato molte volte e
non ci sono riusciti, non per benevolenza, né perché siamo
particolarmente fortunati. Noi rappresentiamo il lavoro in
questo paese. Occorre che ci sia questa consapevolezza, noi
dobbiamo sforzarci di avere risposte alle domande delle persone,
dei lavoratori. Dobbiamo contemporaneamente crederci e credere
in noi stessi, credere che abbiamo dei buoni cervelli, che li
sappiamo far funzionare, che vediamo e cerchiamo di risolvere i
problemi in maniera laica e di capire qual è la soluzione
migliore e credere che abbiamo la forza per far vincere le
nostre idee. In questo sta la nostra autonomia. Io non sono
angosciato da questo problema, un po’ perché non ho un’eccessiva
fiducia nei confronti della classe politica e questo lo si
capisce e un po’ perché penso di non voler offendere la mia e la
vostra intelligenza. Essere autonomi significa credere in se
stessi, avere la capacità di dare dei giudizi, di capire cosa è
buono, cosa è utile per le persone del nostro paese e cosa è
sbagliato e senza leggere i giornali per farsi dire da
chicchessia cosa dobbiamo fare. La UIL, noi tutti dobbiamo
diffondere questa idea, questa convinzione, questo rispetto per
noi stessi e vedrete che daremo un grande contributo al paese,
che ne ha molto bisogno. La gente ha bisogno di questo, ha
bisogno che ci siano delle forze che gli dicano, guardate questi
sono i problemi e vanno risolti e affrontati così, perché
bisogna dare sicurezza. Per offrire sicurezza ci vuole
credibilità, avere delle buone idee ed essere credibili, con uno
slogan, “bisogna dire quello che si pensa e fare ciò che si
dice”. Io credo che questo debba essere il vero cuore del nostro
dibattito congressuale. Una organizzazione che crede nelle cose
che dice e si batte per esse, si batte con determinazione. Io
sono il Segretario Generale, quindi posso peccare di ottimismo,
però c’è rimasta una residua parte della UIL che è ancora
prigioniera di due sbagli gravi, il primo che spera sempre che
qualche dirigente di partito gli dica qual è la strada giusta da
seguire, e l’altro è quel sentimento minoritario per cui si,
abbiamo delle buon idee ma gli altri non ci seguono, non ci
ascoltano, cosa possiamo farci. Questa è una idea da archiviare.
Noi abbiamo delle buone idee e abbiamo anche la forza per
attuarle e ogni volta che ci proviamo sul serio, ci riusciamo,
con crescente consenso tra i lavoratori. E’ questo l’indice
sicuro dello stato di buona salute della nostra Organizzazione,
è questa la strada che dobbiamo, con sempre maggiore incisività,
percorrere.
Palermo, 7 giugno 2005
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