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INTERVISTE

"Macché prendere o lasciare? L’azienda è fallita"

Angeletti (Uil): "Non dobbiamo dettare noi le condizioni,
ma è cruciale il presidio del mercato"

Luigi Angeletti

di ROBERTA AMORUSO

ROMA - Senza accordo con i sindacati c’è il fallimento? Il numero uno della Uil, Luigi Angeletti, non raccoglie la provocazione e non ci sta proprio a discutere di "prendere o lasciare". Del resto, "l’Alitalia è già di fatto fallita, altrimenti non ci sarebbe il commissario. Il ruolo del sindacato? "E’quello di esprimere delle opinioni. Ma sarà interessante anche sentire i lavoratori, non soltanto i sindacalisti". Insomma, "l’idea che siamo noi a dover contrattare le condizioni di vendita è quantomeno bizzarra", sbotta il segretario nazionale. Il piano? "Ci interessa capire quanta parte dei 100 milioni di passeggeri del mercato italiano sarà trasportata dalla nuova Alitalia. Solo dopo si parlerà di esuberi. Fino ad allora, non parlo più di numeri". Nel frattempo, per la prima volta sembrano esserci le premesse per un futuro positivo per la compagnia. Angeletti ci crede: "Ci sono degli azionisti privati disposti a investire risorse proprie. E soprattutto, c’è un amministratore delegato che non risponderà a nessun presidente del consiglio".

Colaninno ha detto che non sarà un normale confronto sindacale. Cosa si aspetta dalla trattativa, visto che si parla di nuovi contratti e almeno 5.000 esuberi?

"Deve essere un confronto aperto. Ma d’ora in poi la trattativa si fa sui tavoli, non sulla base delle dichiarazioni".

Non può ignorare però che il futuro presidente di Alitalia si è rivolto a voi dicendo che l’alternativa all’accordo è la bancarotta. Suona come il solito prendere o lasciare.

"Questo è un problema loro. Noi non siamo nè i venditori nè i futuri acquirenti. A noi spetta esprimere delle opinioni sulla base di ciò che riteniamo utile per le persone che rappresentiamo. Non contrattiamo le condizioni".

Può dire allora quali saranno i punti cruciali del confronto?

"Se ne parlerà quando sarà presentato il piano. Ma più in generale ci aspettiamo di capire, al di là delle indiscrezioni, in che modo la compagnia intende presidiare il mercato (con quali rotte e quali aerei) e non come vuole fare politica".

Condivide quindi le preoccupazioni dei piloti sulla concentrazione del gruppo sulle rotte di breve e medio raggio?

"Naturalmente sì. Le rotte intercontinentali sono quelle più redditizie e meno soggette alla competizione. Come fa a farne a meno una compagnia? Stiamo vendendo l’azienda o la ricchezza del mercato italiano?

I piloti rischiano di essere il fronte più duro. Come farete a mantenere una certa compattezza?

"Cercheremo di affrontare anche questo problema in maniera soddisfacente. Ma le divisioni sono fisiologiche.

Crede nel ricollocamento dei dipendenti presso aziende private?

"Non penso che sarà un problema".

Dove ha sbagliato finora il sindacato?

"Ha pensato per troppo tempo di risolvere i problemi con la politica".

Una critica alla strategia del governo Prodi?

"Stava per vendere il mercato italiano e pensava di poter delegare la decisione ai sindacati".

Ora cos’è cambiato?

"Chi investirà non vorrà certo buttare denaro. E la politica, da parte sua, non potrà più dettare le strategie all’azienda".

Il Messaggero, 2 settembre 2008

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