| INTERVISTE
Critiche alla bozza di Finanziaria: non promette sviluppo al
Sud,
non sostiene la competitività, non aiuta le famiglie
"E’ meglio andare subito al voto"
Sindacati uniti: il governo ha perduto la capacità di amministrare il
Paese
Nel giorno
delle dimissioni del ministro dell’Economia, Domenico
Siniscalco, i tre leader di Cgil, Cisl, Uil, Epifani, Pezzotta e
Angeletti, sono ospiti de Il Messaggero per partecipare a
un forum
che spazia dalla Finanziaria al nuovo modello contrattuale
passando per la sfida della competitività e dello sviluppo.
La
Finanziaria non c’è ancora, il ministro non c’è più, l’Fmi
lancia l’allarme debito e competitività. La situazione è grave.
ANGELETTI. "Se
nel giro di poche ore l’esecutivo non sostituisce il ministro
dell’Economia e non vara una manovra seria, è molto più utile
che prenda atto di non avere più la forza di governare, passi la
mano e si vada a votare".
PEZZOTTA. "Le dimissioni di Siniscalco non sono soltanto la
conseguenza di una crisi della maggioranza, ma il segno che a
palazzo Chigi hanno perso progressivamente la capacità di
governare. Si sono ridotte le tasse e si è galleggiato pensando
che la politica sia solo cattura del consenso e non governo.
Manca un’idea di politica e un’idea di Paese. Certe crisi si
risolvono politicamente e non galleggiando. Questo governo deve
fare tre cose: sviluppo del Mezzogiorno, tutela dei redditi e
politica industriale. Se non ce la fa, meglio andare subito alle
elezioni"
EPIFANI. "Siamo a dieci giorni dalla scadenza per la
presentazione della nuova manovra e non c’è nessuno straccio o
idea mentre si dimette il ministro competente. E’ l’epilogo di
una situazione che si trascina da tempo, derivata da un governo
sempre più autoreferenziale, sempre più distante dai problemi
del Paese. Io fui tra i pochi, dopo le elezioni regionali, a
chiedere se no convenisse andare al voto immediatamente perchè
si trattava di un voto che conteneva un giudizio così politico
che avrebbe finito per determinare problemi all’esecutivo
nell’ultimo anno di legislatura. Pensavo così allora, tanto più
oggi ne sono convinto. Restare nel marasma, in presenza di un
debito che tende ad aumentare e l’incapacità di risolvere i
problemi, be’ mi sembra che la cosa migliore sarebbe andare al
voto immediatamente".
Condividete
l’impianto della Finanziaria?
EPIFANI.
"Difficile dare un’opinione su delle bozze, peraltro neppure
condivise all’interno del governo. Però è certo che abbiamo un
deficit sostanzialmente attorno al 5%, e quello tendenziale
supera il 6% mentre abbiamo la necessità di mettere insieme una
manovra che ripristini un obiettivo di saldo senza ammazzare
quei segnali timidissimi, quasi imperscrutabili di dinamismo
della nostra economia. Ma se intervieni per tagliare la spesa,
non sostieni i redditi, non hai politiche che favoriscano le
imprese e i consumi, rallenterai certi andamenti che già sono
sostanzialmente fermi. Nelle bozze figuravano tagli
assolutamente indiscriminati alla sanità, ai trasferimenti agli
enti locali, al lavoro pubblico per complessivi 8 miliardi.
Contemporaneamente c’erano 200 milioni per le famiglie e un
piccola cosa su Irap e investimenti".
Ma ci sono e
dove sono i margini per fare dei tagli? Per esempio, la sanità
non si può toccare?
EPIFANI.
"Razionalizzare si può e nella sanità e negli enti locali".
PEZZOTTA. "Non è con una curetta che si può guarire il male.
Serve una politica totalmente diversa. Si è abbassata la
pressione fiscale per i ceti più alti pensando che avrebbe
generato una ripresa. Si sono dati soldi a chi già li aveva
pensando che li avrebbe spesi. Ma quelli che li hanno non hanno
bisogno di alimentare i consumi. Sono state risorse sprecate che
avrebbero dovuto essere orientate sul lato dell’offerta. Per
esempio, si è fatto poco per l’innovazione e per il sostegno al
made in Italy".
ANGELETTI. "Voglio essere chiaro: se il Pil non cresce, non
scenderemo mai sotto la soglia del 3%".
E il
sindacato non ha nulla da rimproverarsi se il Pil non cresce?
ANGELETTI. "E’
l’unica cosa di cui non dobbiamo rimproverarci. Il Paese ha due
problemi: il calo della domanda interna e dei consumi e la
caduta di produttività. La politica dovrebbe risolvere
contemporaneamente questi problemi. Secondo me bisognerebbe
ridurre il cuneo fiscale che significherebbe far crescere le
disponibilità di milioni di persone e ridistribuire il reddito.
Per quanto riguarda la produttività, una parte della nostra
industria manifatturiera è abbastanza produttiva mentre i
servizi alla produzione, quasi sempre in regime di monopolio,
non fanno altro che aumentare i costi delle imprese. Credo sia
venuta l’ora di sciogliere questo nodo".
Nel ’93 fu
firmato, con il governo Ciampi, lo storico accordo sulla
politica dei redditi che segnò l’inizio del risanamento e diede
spazio alla produttività aziendale. Però di produttività si
parla poco.
EPIFANI. "Ci
sono stati anni in cui la produttività è cresciuta, e anni in
cui si è fermata. Ma c’è una costante: nella divisione del
grande reddito, tutta la produttività che si è generata, un po’
di più all’inizio e poco all’ultimo, è andata all’impresa e al
fisco, non al lavoro. La quota dei rediti da lavoro è scesa e
quindi vuol dire che i lavoratori stanno peggio e non puoi farli
ancora pagare. I sacrifici? Sono stati fatti e si stanno
facendo. I lavoratori e i pensionati li hanno fatti".
ANGELETTI. "Penso invece che dobbiamo fare un’autocritica: dal
1997-98 dovevamo cambiare il modello contrattuale che era stato
da premio Nobel e che aveva permesso di disinflazionare il
Paese. Nessuno avrebbe mai potuto pensare ad un tasso di
inflazione vicino a quello della Germania. Quando l’obiettivo
era stato raggiunto, avremmo dovuto cambiare modello
contrattuale. La filosofia dell’accordo del ’93 era stata:
difendiamo i redditi riducendo l’inflazione; nel ’98 avrebbe
dovuto essere: aumentiamo la produttività per aumentare i
salari".
Di
produttività si parlava nel protocollo del ’93 e si parlava nel
documento che va sotto il nome di ”Patto per l’Italia”. Perchè
il discorso non è andato avanti?
PEZZOTTA. "Be’
si sa, perchè non eravamo d’accordo tra noi tre. E ancora ci
sono difficoltà su due punti: uno è la durata del contratto
perchè il biennio, se rimane il biennio, è chiaro che non si fa
contrattazione decentrata. Secondo punto è la questione,
appunto, della produttività. Noi pensiamo che la parte più
consistente di essa debba andare a livello decentrato, ma in
modo chiaro. Per questo chiediamo che vi sia una forma di
esigibilità della contrattazione di secondo livello che può
essere o a livello aziendale o territoriale".
Voi lo ri
firmereste il Patto per l’Italia?
PEZZOTTA. "Io
sì, il governo aveva con quello strumento l’opportunità di
affrontare le questioni più cruciali per il Paese".
ANGELETTI."I disastri di questo governo dipendono anche dal non
averlo rispettato".
EPIFANI. "Io, giorno dopo giorno, sono sempre più contento di
non averlo firmato. La premessa di quell’intesa era sbagliata e
gli obiettivi non esistevano...".
PEZZOTTA. "Erano gli stessi della Finanziaria dell’anno prima
con il centrosinistra...".
EPIFANI. "Ma il Patto per l’Italia si basava su un’idea di
sviluppo in un Paese che si stava fermando e di conseguenza
erano sbagliate le politiche...".
PEZZOTTA. "Le stesse che avevamo accettato un anno prima con il
centrosinistra".
C’è un
problema di rappresentanza all’interno del sindacato?
PEZZOTTA. "Le
differenze tra di noi sono profonde, costitutive. Io rispondo
prima di tutti ai miei iscritti che sono i miei azionisti. Di
certo siamo contrari a qualsiasi intervento legislativo che
regoli la rappresentanza. Siccome so che c’è qualcuno si sta
preparando, è bene che lo sappia, qualsiasi tentativo avrà una
fortissima reazione della Cisl".
EPIFANI. "Anche in questo caso i tempi cambiano. Cinque anni fa
i tre segretari generali di Cgil, Cisl, Uil inviarono una
lettera in Parlamento chiedendo che una legge andasse fatta. E’
agli atti. Detto questo, quando si firma un contratto e riguarda
i lavoratori, ci deve essere il giudizio dei sindacati, ma anche
di tutti i lavoratori".
ANGELETTI. "Non esistono le condizioni per risolvere tramite una
legge la rappresentatività dei sindacati. Il sindacato fa tre
cose: prepara le piattaforme, fa gli scioperi e fa gli accordi.
Se c’è una legge che regolamenta questi tre aspetti prima o poi
regolamenterà anche gli altri due".
(pagina a
cura di Luciano Costantini)
Ma i tre leader divisi sui contratti
Partita aperta anche sulla riforma dei contratti.
PEZZOTTA. "Come
Catone il vecchio, sto proponendo continuamente una riforma del
sistema, poi come Catone il Vecchio aspetto che arrivi il giorno
in cui Cartagine cederà. Chiarisco che ci sono responsabilità
mie e pure delle mie controparti. Agli imprenditori il modello
attuale fa comodo. Invece il sindacato ha bisogno di un modello
che da un lato aiuti a tutelare il potere di acquisto dei salari
attraverso il contratto nazionale, dall’altro c’è bisogno di un
sistema decentrato che stia sul fiato alle imprese anche per
stimolarne l’innovazione. Perchè se nessuno le stimola, vanno ad
investire in altre parti".
EPIFANI. "Vero, sul secondo livello c’è stata poca attenzione,
ma ricordo che il Patto del ’93 gli lasciava tutto lo spazio.
Direi che non c’è stata la spinta decisiva a renderlo
esigibile".
ANGELETTI. "Certo perchè ogni due anni, praticamente sempre, si
pensa ai contratti nazionali".
PEZZOTTA. "Ha ragione Angeletti, se ogni due anni faccio un
rinnovo contrattuale e ci metto tutta la produttività, è chiaro
che non rimane nulla alla contrattazione decentrata. E il non
legare una parte di salario ai risultati di impresa, inibisce la
capacità dei lavoratori di chiedere all’imprenditore: ”perchè
non fai questo investimento, invece di quell’altro”?".
Lei,
Pezzotta, dice che prima o poi Cartagine cederà. Allude
evidentemente alla Cgil.
PEZZOTTA. "Non
è questione di tempo, ma di opportunità. Se gli imprenditori
mettono sul tappeto una loro proposta è solo colpa nostra che
non siamo arrivati prima. Vuol dire che saremo costretti a
discutere sulla proposta di altri".
Perchè non
siete riusciti a mettere insieme una proposta unitaria?
EPIFANI. "Siamo
d’accordo sul fatto che il contratto nazionale resti
l’architettura delle relazioni industriali, sul cambiare i
parametri dell’inflazione programmata, sul forzare il secondo
livello. Non condividiamo però il fatto che il contratto
nazionale possa prevedere che una quota di produttività possa
essere destinata al secondo livello. C’è una costante nelle
posizioni di Confindustria, dal ’93 ad oggi, in cui sul problema
della generalizzazione del secondo livello, si dichiara
indisponibile. Era pronta a far saltare l’intesa del luglio ’93
non per via della funzione del contratto nazionale, ma per il
timore di una generalizzazione del secondo livello di
contrattazione. Esattamente la questione su cui anche oggi la
maggioranza di Confindustria non è disponibile".
ANGELETTI. "Noi abbiamo bisogno di un modello contrattuale che
faccia contemporaneamente una equa ripartizione della
produttività e che incentivi l’incremento di produttività. Il
modello contrattuale deve essere uno strumento utile alle parti.
Il nostro sistema economico ha avuto uno schock competitivo
perchè la produttività non cresce, cioè produce ogni anno la
stessa quantità di soldi mentre dovrebbe produrne di più".
EPIFANI. "Chiarisco che, pur avendo sul tema opinioni diverse,
stiamo lavorando. Non mi sfugge che le politiche contrattuali o
si fanno unitariamente oppure c’è una impasse. Se vuoi impostare
nuove regole, le devi cercare condivise anche con le
controparti. Quindi è un processo complesso: in parte è vero
quello che dice Pezzotta, in parte quello che dico io, in parte
quello che dicono le imprese".
C’è una
divisione anche nel mondo delle imprese?
PEZZOTTA. "Non
c’è più un modello di relazioni sindacali come quello che
avevamo. Abbiamo bisogno di ristabilire il dialogo con le nostre
controparti, cominciando da Confindustria, per avere un
orientamento, un quadro dove muoverci. E dentro c’è la questione
contrattuale che è essenziale non solo per la tutela del
reddito, ma anche per i processi di innovazione del Paese".
L’obiettivo
immediato è riaprire il dialogo con Confindustria?
ANGELETTI.
"Premetto che tra noi sindacalisti le differenze sono chiare.
Evidentemente c’è un problema di volontà politica di arrivare a
un’intesa: o la discussione si conclude rapidamente o è inutile
farla perchè non sappiamo di cosa discutere. Poi aggiungo, se le
imprese capiscono che senza le regole non ci sono regole, be’
evidentemente si applicheranno quelle che ci sono, che per gli
industriali sono molto convenienti. Quando capiranno che in
mancanza di norme certe, vincerà chi è più forte, a quel punto
si affretteranno a dire: ”sì, forse è meglio stabilire nuove
regole”.
Il Messaggero, 23
settembre 2005
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