| INTERVISTE
"Guai a parlare di disincentivi: pronti a
scendere in piazza"
Di
Antonio Signorini
da Roma - La
Uil è disposta a discutere di pensioni. Ma non vuole sentire
parlare di disincentivi per scoraggiare i lavoratori a lasciare
prima dei 60 anni. Un'ipotesi simile, ricorda il segretario
generale Luigi Angeletti, fu avanzata ai sindacati dal primo
governo Berlusconi. E Cgil, Cisl e Uil non ebbero dubbi nello
scendere in piazza per scongiurarla.
In generale una
finanziaria da 30 miliardi di euro va bene?
"Non bisogna
disquisire sull'entità dei tagli, ma capire che cosa, dove e
come si riduce. Faccio un esempio. Se si parla di tagliare gli
stipendi dei dipendenti pubblici non sono d'accordo. E non mi
interessa se i tagli si fanno nel 2007 o se sono spalmati in due
anni. Sono contrario e basta. Se invece si tratta di discutere
di una riforma che porti maggiore efficienza nella pubblica
amministrazione allora va bene, ne possiamo e ne dobbiamo
discutere. Abbiamo bisogno di buoni politici al governo, i
ragionieri lasciamoli a Bruxelles".
Quindi lei non
è del tutto contrario ai tagli alla spesa pubblica?
"Nella spesa
pubblica ci sono aree di sprechi e rendite che, una volta
superati, consentirebbero di risanare i conti. Gli enti locali
protestano perché i tagli ai trasferimenti dello Stato mettono a
rischio i servizi pubblici locali, ma perché non tagliano
consulenze e auto blu?".
È d'accordo
anche con i cinque miliardi di tagli sulle pensioni?
"Intanto
sarebbe meglio smettere di fare ogni giorno un'ipotesi diversa.
Così si crea un allarme infondato e si spingono le persone a
lasciare il lavoro prima del tempo.
Cioè si
favoriscono comportamenti opposti a quelli che servono".
E da dove può
iniziare una discussione sulle pensioni?
"Io parto dalla
convinzione che è sbagliato pensare che si possano applicare gli
stessi limiti di età a tutti i lavoratori sapendo che fanno cose
diverse. Nessuno salirebbe mai in un treno con un macchinista di
70 anni. Un professore universitario di quell'età, invece, non
ha problemi. Bisogna lasciare liberi i lavoratori e ricorrere,
semmai, agli incentivi".
Nella proposta
del ministero del Welfare si propongono anche disincentivi per
chi si ritira prima dei 60 anni. Anche così va bene?
"Nel '94
Berlusconi, che era presidente del Consiglio, e il ministro del
Tesoro Lamberto Dini ci proposero disincentivi e noi sindacati
facemmo una grande manifestazione per fermare questa riforma. Fu
bloccata. Per noi l'unico disincentivo deve essere l'assenza
degli incentivi".
Così, però, non
ci sono risparmi.
"Intanto la
ragione dei risparmi è tutta da dimostrare visto che l'Inps ha i
conti in attivo. Il problema è che il rapporto tra i contributi
e la prestazione non è uguale per tutti i lavoratori.
Ci sono
categorie come i professori universitari e i parlamentari che
hanno pensioni molto maggiori rispetto ai contributi versati. Se
vogliono fare una politica equa partano da qui".
Anche secondo
lei si stanno scontrando una linea più morbida del ministero del
Welfare e quella più rigida dell'Economia?
"Invece di
continuare in questa inventiva quotidiana dovrebbero fare sul
serio la concertazione".
Non pensa che
sarebbe meglio non toccare la riforma Maroni?
"Io sono per
eliminare lo scalone, ma non peggiorando la riforma".
Si torna a
parlare di pubblico impiego, di moratoria degli aumenti o di
integrativi bloccati. Contrari anche a questo?
"Sono tutte
soluzioni irrazionali che non corrispondono alla realtà dei
fatti. Bisognerebbe vedere qual è la nostra situazione in
rapporto a Eurolandia. Noi abbiamo un numero di dipendenti
pubblici più basso rispetto a quello dell'Europa, quindi mi pare
che il problema non possa essere questo. Sicuramente i servizi
che offre la nostra pubblica amministrazione sono troppo
costosi. Bisogna puntare sull'efficienza".
Quindi non fare
dei risparmi sul costo del lavoro pubblico?
"Io posso
capire che il governo dica che gli insegnanti italiani hanno
mediamente un numero di studenti più basso del resto d'Europa,
che dica che lavorano due ore in meno. Ma se poi prospettano la
moratoria sui contratti, vuole dire che c'è incongruità tra il
problema e la soluzione".
Il
Giornale, 2 settembre 2006
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