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INTERVENTI
Convegno internazionale “La
società europea,
la partecipazione dei lavoratori e la governance
delle imprese”
Auditorium Via Rieti,
Roma, 14-15 giugno 2004
La
prima considerazione che volevo fare, su un tema che considero
strategico è relativa al fatto che in Italia la
partecipazione dei lavoratori alla vita, alle decisioni delle
imprese non ha avuto grandi successi malgrado le norme
presenti come è noto nella nostra Costituzione precisamente
all’articolo 46 che richiama appunto la partecipazione dei
lavoratori alla gestione delle imprese. La verità è che noi
abbiamo dovuto fare i conti con una cultura di impresa miope e
arretrata, e sul nostro versante con un modo di intendere i
rapporti tra lavoratore e impresa di tipo ottocentesco.
Partiamo
da noi: il sindacato ha avuto per lunghi tratti della sua
storia, almeno di quella che ho vissuto come militante e come
dirigente sindacale, un approccio culturale che tradotto con
uno slogan si fondava sulla cosiddetta lotta di classe. In
tale contesto il problema del superamento dell’alienazione
del lavoratore rispetto al suo lavoro e soprattutto alla
prospettiva del suo lavoro doveva essere risolto per via
politica, con un cambiamento politico della struttura sociale.
Questa cultura, questa percezione della realtà ha imperato
nelle nostre organizzazioni sindacali per decenni, quando il
sindacato era particolarmente forte, nella società e nelle
imprese. Quindi in una condizione tale da poter utilizzare
questa sua forza sociale, economica e politica per imprimere
dei cambiamenti, diciamo così, permanenti e strutturali.
Il
sindacato ha ovviamente negli ultimi anni superato questa
visione, abbiamo cominciato a capire che i cambiamenti erano
importanti non tanto e non solo dal punto di vista politico
quanto piuttosto dal punto di vista sociale ed economico, e
che quindi questi cambiamenti dovevano passare attraverso una
modificazione degli assetti sociali sul terreno specifico
dell’iniziativa sindacale.
La
cultura dell’impresa è ancora, secondo me, molto arretrata,
perché in una parte significativa del sistema imprenditoriale
c’è una concezione della proprietà dell’impresa di tipo
feudale. Cioè, dell’assimilazione della proprietà come
bene privatissimo, rispetto all’idea dell’impresa
creatrice di ricchezza. L’impresa, in quanto fondamentale
strumento di creazione della ricchezza, quindi del benessere
di una società, è una cosa pubblica. Il suo funzionamento,
la sua qualità, il raggiungimento degli obiettivi non è una
questione esclusivamente privata o riservata al proprietario
di quel bene.
Questo
è un problema che, per reciproche colpe e per
l’arretratezza culturale e ideologica presente nella nostra
società, non è stato pienamente risolto, al punto tale che
la Confindustria, fino a qualche giorno fa, ha sempre
considerato il tema della partecipazione un tema non
discutibile. Non le forme, le modalità, gli adattamenti ma il
concetto stesso, la sua vera essenza riformatrice non è stata
mai vero oggetto di discussione.
Sono
d’accordo anch’io con Savino quando dice che abbiamo
cominciato a leggere le cose in modo diverso che da un punto
di vista culturale, ancora prima che politico e sociale,
rappresentano una discontinuità rispetto al tema della
partecipazione. Quando il Presidente della Confindustria
sostiene la tesi che c’è una differenza tra la proprietà e
la gestione dell’impresa, riconosce questa realtà. Quindi
c’è da augurarsi, e forse non occasionalmente, che una
modernizzazione del sistema industriale, nel senso del
rapporto impresa – lavoratore, possa essere alle porte.
Stiamo discutendo di una direttiva, di un’indicazione che ci
viene dall’Europa, e questo conferma che siamo indietro,
mentre su altri terreni siamo magari anche più bravi e più
avanzati dei nostri amici europei. Il nostro processo di
modernizzazione potrebbe avere qualche chances in più proprio
nella partecipazione.
Io
sono convinto della necessità di questo processo, nonostante
la storia non esaltante che abbiamo alle spalle. Voglio usare
anche un’altra categoria, essenzialmente di carattere
economico oltre quelle di carattere sociale e politico
esplicitate prima, per evidenziare la bontà e gli effetti di
modernizzazione che può avere la partecipazione, sia in
termini generali che dentro la singola impresa. È secondo me
un luogo comune definire il nostro sistema economico italiano
particolarmente vulnerabile rispetto a Paesi come la Germania
o la Francia che hanno strutture economiche, condizioni macro
economiche analoghe alle nostre.
Credo
piuttosto che siamo particolarmente vulnerabili perché
abbiamo una quota eccessiva di lavoro a basso contenuto
tecnologico, e soprattutto a basso valore aggiunto. Quindi
un’alta quota di lavoro esecutivo, cioè di un lavoro
organizzabile in maniera prescrittiva.
Nei
processi di lavoro organizzati in maniera prescrittivi il
datore di lavoro o l’impresa con le sue articolazioni
aziendali è in grado di riuscire a raggiungere l’obiettivo
di produrre quel bene o quel servizio con rigide prescrizioni
sui comportamenti, sulle quantità, la qualità, la
misurazione del lavoro. In quel contesto il tema della
partecipazione è obiettivamente poco sentito.
La
produttività del lavoro, quello ad alto contenuto di valore
aggiunto, è per forza di cose molto meno legata, appunto,
alla prescrittività e alle regole, alla gerarchia come valore
di riferimento. La partecipazione è fondata sulla
disponibilità del singolo lavoratore ad aggiungere nel suo
lavoro buona volontà, un pizzico di capacità in più, di
esprimere meglio la sua professionalità: detta in
“sindacalese”, vivere un po’ meglio la sua condizione di
lavoro.
Questa
questione così importante è stata affrontata in diversi
modi, ad esempio con la privatizzazione o la
individualizzazione del rapporto di lavoro. E’ iniziata con
i manager: le stock options che cosa sono se non un modo per
legare i dirigenti alle sorti dell’impresa, e quindi evitare
che nella mente delle persone si formi una separazione tra il
loro posto di lavoro e le sorti dell’impresa? Altre forme di
coinvolgimento dei lavoratori a livello individuale sono
diffusissime in molti Paesi non solo anglosassoni, ma anche in
Paesi come la Francia, che non hanno una cultura anglosassone
e non hanno nemmeno delle grandi organizzazioni sindacali. Se
voi andate a guardare il sistema di relazioni industriali che
esiste in Francia, in aziende ovviamente significative dal
punto di vista della quantità dei lavoratori, vi accorgerete
che esistono, non in termini strutturali come in Germania,
forme di coinvolgimento e di partecipazione dei lavoratori,
anche se le forme con le quali si realizza la partecipazione
sono una delle cause, o la conseguenza, dello scarso potere
delle organizzazioni sindacali.
Quindi
il tema della partecipazione non è obiettivamente eludibile
per un’organizzazione sindacale, perché il coinvolgimento
dei lavoratori al proprio lavoro e al modo in cui questo viene
organizzato, ha ricadute sulla organizzazione della società.
Come si organizza la società è una questione decisiva per la
sopravvivenza delle imprese nei Paesi più ricchi del pianeta.
Ovviamente questo si può fare in molti modi, non ci si può
illudere di tornare ad una organizzazione del lavoro di stampo
taylorista, dove paradossalmente l’alienazione era fattore
di aumento della produttività dell’impresa.
Per
noi si pone la questione fondamentale di come si realizza la
partecipazione. Perché se il sindacato non è un soggetto,
uno strumento importante per il raggiungimento di questo fine,
il sindacato in Italia declinerà, sarà importante solo per
quella fascia di lavoratori che sono deboli sul mercato del
lavoro. Di contro sarà interessante ma non decisivo per
quella quota di lavoratori che hanno invece sufficiente
formazione, conoscenze professionali e sono abbastanza forti
sul mercato del lavoro. Possiamo diventare un po’ più bravi
nel fare una contrattazione salariale che arrivi sui posti di
lavoro, che sia un po’ più presente, viva, visibile e
concreta nei luoghi di lavoro, una contrattazione che non si
limiti a tutelare le condizioni minime. Possiamo sicuramente,
perchè siamo delle persone capaci di migliorare. Non ho dubbi
che i dirigenti di Cgil, Cisl e Uil riescano ad adattarsi,
sicuramente però noi perderemo quella che Savino giustamente
chiamava la nostra soggettività politica, o un’autonoma
soggettività politica. La capacità di essere delle
organizzazioni in grado di immaginare, di pensare modelli
sociali, modelli organizzativi del lavoro, politiche sociali e
politiche del lavoro in maniera relativamente autonoma e di
avere la forza e la volontà di trovare e indicare soluzioni
alle nostre controparti, siano esse le imprese, sia esso il
potere politico.
Ovviamente
la stessa cosa vale per la partecipazione, diciamo così, alle
scelte di politica economica e sociale fatte dagli esecutivi.
La concertazione non è altro che la esplicitazione al massimo
livello di questa soggettività politica dei sindacati. Noi
siamo diversi, e io penso che vogliamo rimanere diversi sia
dai sindacati di stampo anglosassone che da altri. Ad esempio,
i sindacati tedeschi discutono della riforma delle pensioni
non con il Governo ma con il presidente dell’Spd. Cioè sono
dei sindacati politicamente non neutrali: politicamente
subordinati. Non sono un interlocutore dell’istituzione
pubblica, del potere esecutivo: sono gli interlocutori di una
parte di esso. E questa non è la nostra storia. Aggiungo, non
è neanche la nostra ambizione.
Noi
stiamo affrontando una nuova fase della concertazione e
speriamo che essa abbia nuova linfa, che conosca una nuova
giovinezza attraverso una discussione ed un confronto con le
parti sociali per cercare di delineare una politica economica
che finalmente faccia uscire il Paese dalle difficoltà in cui
si trova e che rappresenti un forte contributo alla crescita
economica e alla crescita della ricchezza, oltre che alla sua
ripartizione tra i lavoratori. Perché invece se rimanesse una
questione tra le parti sociali non potrebbe essere chiamata
concertazione: al massimo si potrebbe chiamare, con una
battuta che adesso va di moda, “un’alleanza tra
volonterosi”.
Io
credo che la partecipazione, come il lavoro subordinato, i
lavoratori subordinati, non siano solo oggetti di decisioni
economiche, da parte dell’impresa, ma devono diventare
soggetti attivi. E’ una questione strategica per un
sindacato che cerca un livello di protagonismo forte.
Penso
che i lavoratori italiani, che ancora si iscrivono numerosi
alle organizzazioni sindacali, meritino un sindacato di alto
livello politico capace di guardare avanti con coraggio. Un
sindacato che si impegni sempre per coniugare liberà e
democrazia economica, pari opportunità e giustizia sociale.
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