Roma, 24 settembre 2007
Non mi dilungherò nell’analisi delle problematiche fiscali italiane e delle relative proposte in tal senso, mi limiterò semplicemente a fare alcune considerazioni a conclusione dell’intervento di Proietti.
Perché questo titolo? Sembrerebbe ambizioso, quasi retorico ed esagerato ma lo riteniamo di fondamentale importanza. Secondo noi infatti il tema più rilevante nel rapporto Governo-cittadini riguarda il democratico patto fiscale che si instaura tra due soggetti. La politica fiscale e le tasse rappresentano la sostanza di questo patto. La questione si acuisce in particolar modo in Italia, dove non solo il fisco è l’unico strumento rimasto nelle mani del Governo per ridistribuire la ricchezza, per attuare politiche economiche di sviluppo e di crescita, ma è necessario liberare l’Italia dagli strumenti con i quali si è fatta la politica fino ad ora e cioè il debito pubblico e le svalutazioni.
Quindi non è eccessivo affermare che lo scambio tra le istituzioni democratiche e i cittadini passa in primo luogo per la politica fiscale, perché se è vero che sono molte le questioni che assillano gli italiani e dividono le forze politiche: la sicurezza, la giustizia, la politica estera; la vera preoccupazione riguarda il fisco, quindi le tasse che vengono prelevate, più o meno giustamente, e soprattutto la redistribuzione attraverso i servizi di queste.
Una tesi sostenuta da molti, per attuare una buona politica fiscale riguarda la riduzione delle tasse, ma io credo sia necessario ridurre anche la spesa pubblica, senza dimenticare che sul nostro Paese grava una diffusa patologia. L’Italia, infatti, è caratterizzata da un’elevatissima percentuale di evasione fiscale. Pertanto oltre a ridurre le tasse e la spesa pubblica è necessario ridurre anche l’evasione fiscale.
Se prima la svalutazione della lira ed il debito pubblico erano strumenti utilizzati per redistruire la ricchezza e ridurre i costi a scapito degli investimenti nella ricerca e nelle infrastrutture, ora rimane solo il fisco lo strumento in mano al Governo, per attuare una buona politica economica.
Il vero problema in Italia è rappresentato dall’eccessivo carico delle tasse per alcune categorie, ma soprattutto il fatto che alcune categorie si sono arricchite a discapito di altre.
Noi pensiamo che il sindacato abbia un’idea nobile, ma vecchia, dei suoi rapporti con il fisco. Nobile perché il sindacato è sempre stato schierato dalla parte di coloro che dicevano: visto che i soldi per le tasse servono per pagare i servizi e fare giustizia sociale, le tasse bisogna pagarle, e che quindi ridurre le tasse fosse un’idea di destra. Questo è un sentire comune della sinistra. La sinistra afferma che le tasse vanno pagate per redistribuirle. Questa è la funzione vera, sociale, la vera differenza tra la destra e la sinistra. La destra afferma: riduciamo le tasse perché ovviamente si riducono le tasse a chi le paga, che sono normalmente le persone più ricche.
Ma in un paese come il nostro, nel quale tutti conoscono le modalità del prelievo, possiamo affermare che sono poche le categorie che non evadono le tasse.
Questo è un Paese dove il 50% della ricchezza viene distribuito a favore del lavoro dipendente ed il 50% va da altri redditi. Per quanto attiene al prelievo fiscale il 75% proviene dal lavoro dipendente, il resto dagli altri. Mi sembra opportuno pensare quindi che la categoria professionale che su cui grava maggiormente il prelievo fiscale sia quella dei lavoratori dipendenti.
Il sindacato, quindi, che rappresenta questa categoria, si pone l’obiettivo prioritario di ridurre le tasse sul lavoro dipendente.
Ritengo che le rivoluzioni non portino ad una soluzione decisiva, ma credo sia necessario intervenire per gradi per redistribuire la ricchezza, aumentare la produttività e creare le condizioni adatte per lo sviluppo e la crescita del Paese.
Per una buona politica economia, per un sistema meno costoso e più efficace è necessario diminuire le tasse sul lavoro dipendente, in particolar modo, ridurre le tasse sugli aumenti contrattuali almeno per un certo periodo. Questa, secondo noi, è la soluzione più conveniente perchè non è concentrata in un solo bilancio ma diluita negli anni, pertanto graduale e popolare per il Governo che deciderà di attuarla. Una soluzione, però, decisamente difficile per il Governo poiché l’evasione fiscale è molto diffusa, quasi intrinseca al nostro modo di pensare e di avere rapporti con lo Stato, pertanto impopolare per chi decide di adottarla.
Ecco perché la politica, non affronta questo tema nella pratica quotidiana, preferendo discutere quindi nei convegni che mettere in campo azioni concrete.
Sull’altro annoso problema, quello della spesa pubblica, penso che questa possa essere ridotta in maniera significativa e misurabile in milioni di euro, senza illuderci però che questa sia un’operazione semplice e che basti fare dei tagli generici per risolvere il problema. Bisogna soprattutto ridurre la spesa del funzionamento delle burocrazie e di altri istituti, quali il Parlamento, la Provincia, la Regione, il che presuppone saper amministrare, fare scelte quotidiane di riorganizzazione, di risparmio e di riduzione degli sprechi. Per fare ciò, è necessario quindi modificare le norme e non gli stanziamenti.
L’eliminazione delle Province, tanto auspicata in questo periodo, non è una soluzione ai tagli che il Governo deve attuare, probabilmente sarebbe più realistico limitare l’azione delle Province ad alcune determinate funzioni. Si deve evitare la sovrapposizione dei poteri, dei vincoli e il raddoppio delle competenze.
Questo è il modo corretto, la soluzione migliore ma al contempo la più complicata, perché potrebbe rendere poco stabile ed equilibrato il rapporto tra la politica e i dirigenti.
Per ripetere una battuta che abbiamo fatto al ministro dell’economia l’anno scorso quando ci aveva proposto di ridurre non ricordo più di quanto la spesa pubblica, gli abbiamo detto: se lei ci spiega che bisogna tagliare di un punto del PIL la spesa sanitaria, questo allarma noi e allarma gli italiani. Se lei ci dice che ci sono tre ospedali da chiudere, noi ne troviamo pure un quarto, perché magari in quegli ospedali andarsi a far curare è la cosa più pericolosa che si possa fare. Quindi, smettiamola di trovare alibi, perché spesso quello che hanno da dire a loro discolpa è che i sindacati si oppongono.
É evidente che il taglio della spesa pubblica sia un’operazione difficile e complicata attuabile soltanto con grande coraggio politico. Inoltre è un’operazione che richiede una grande dose di equilibrio nei rapporti con i cittadini, i quali non devono allarmarsi per i tagli effettuati in determinati settori, quali la scuola o la sanità, ma devono essere informati e messi nelle condizioni di poter comprendere le logiche che sottendono ogni riduzione della spesa pubblica. Questo non allarmerebbe né i cittadini, né i Sindacati, la cui opposizione sarebbe assolutamente razionale.
Secondo me la strada da perseguire è quella di far sì che questo paese aumenti la sua capacità di produrre ricchezza, non dando peso a nessun programma che abbia come scopo quello di tagliare la spesa pubblica, nell’ipotesi che questa possa risolvere i problemi dell’intero Paese.
L’unica vera possibilità che abbiamo è quella di tornare a crescere e produrre ricchezza, di aumentare l’efficienza e la produttività del nostro sistema economico, compresa la pubblica amministrazione. Questa è una sfida che il Sindacato saprebbe raccogliere. La politica fiscale deve avere esattamente questa funzione. Produttività, crescita e sviluppo sono le parole chiave per una buona politica economica. Sono queste le priorità del Governo e dei Sindacati. Dobbiamo lavorare insieme e puntare verso questo obiettivo. La riduzione delle tasse può avvenire attraverso differenti modalità. Se l’interesse dell’intero Paese è rilanciare l’economia italiana attraverso crescita e sviluppo è necessario ridurre le tasse soltanto alle imprese che investono e fare in modo che i salari dei lavoratori crescano insieme alla produttività, alla capacità del singolo. Questo è l’unico alternativa per far sì che la politica fiscale sia finalizzata alla crescita.
Credo realisticamente che gli italiani non abbiano più speranze di miglioramento e di crescita, basta dare uno sguardo ai numeri per verificare questo stato di malessere e questo senso di inesorabile declassamento delle nostre condizioni di vita e della bassa considerazione che ormai ci portiamo dietro.
Questa situazione è veramente insostenibile. Come Sindacato abbiamo il dovere di immettere dei correttivi, invertire la rotta e puntare sulla crescita dell’intero Paese.
L’unico vero patto che bisognerebbe stipulare, sia esso sociale o politico, è caratterizzato da quegli italiani che confidano nella buona politica per ritornare a crescere e ad essere un paese in cui si produce ricchezza, benessere e lavoro.
Questo è il messaggio che vorremmo dare. Come asseriva prima Proietti, il Paese ha bisogno di ottimismo e molto coraggio per poter realizzare questo patto sociale e politico.
A noi non manca né l’uno e né l’altro, per questo faremo la nostra parte.