Alcuni dei nodi più importanti del nostro essere e del nostro agire sindacale sono stati affrontati nel corso di questo incontro organizzato dalla Feneal.
Si discusso infatti, di una delle questioni più rilevanti e delicate per un’organizzazione come la nostra: il rapporto tra sindacato e politica. Un tema che fino ad ora non è stato sviluppato in maniera esaustiva e non ha prodotto risposte convincenti forse anche, a causa della crisi dell’intero sistema politico italiano e del conseguente profondo cambiamento avvenuto proprio nel rapporto tra politica e sindacato.
Al momento della nascita, l’uomo, consapevole della sua vulnerabilità, attraverso un processo che gli studiosi definiscono simbiotico, si lega in maniera profonda alla figura materna, dalla quale apprenderà le basi del vivere quotidiano, formando il suo carattere. Non appena però prenderà coscienza di sé e sarà in grado di affrontare da solo il mondo esterno, se ne separerà.
Se questa “simbiosi” avviene in maniera distorta o manca di verificarsi, si andrà sempre alla ricerca di un legame che possa sopperire alla mancanza vissuta da bambini, ed ogni rapporto ne soffrirà.
I sindacati sono nati in simbiosi con i partiti, sono la nostra madre. Senza di essi non saremmo mai esistiti. Abbiamo anche noi, come i bambini, vissuto una lunga fase infantile, nella quale, i partiti sono stati il nostro primo riferimento. Siamo però cresciuti, e ancor prima della loro fine abbiamo tagliato quel cordone ombelicale che ci legava ad essi, sopravvivendo, dunque, a chi ci ha generato.
La Uil non è un sindacato della politica, ma agisce in essa, dimostrando che il suo essere ormai adulta non l’ha allontanata dal fine ultimo di rappresentare una parte della società e dei suoi interessi. Non spetta però a noi indicare la strada. È fondamentale perciò ricostruire un sistema di rapporti tra il sindacato e la politica che faccia i conti con la realtà e con il nostro futuro.
Siamo un sindacato confederale, e come tale abbiamo la profonda convinzione che sia la società nella quale viviamo a dover dare delle risposte ai cittadini, difendendone la dignità e la libertà. Perché davvero ciò si realizzi occorre, però, un sistema politico in grado di guidare l’intera società.
Non abbiamo l’interesse a vestire i panni della politica e ci sentiamo infastiditi quando qualcuno tenta di estendere il nostro ruolo oltre quel limite che consideriamo il più giusto.
Siamo sempre stati avversari del pansindacalismo e dell’idea che esso potesse sopravanzare, annichilendo la politica. Questo non è un segno di modernità. È piuttosto segno di una vera patologia. Non esiste alcuna società al mondo senza una forma anche minima di politica.
È il riformismo il metodo politico che riteniamo più utile per il paese. Forse si tratta di un termine desueto e oramai consunto, ma è di questo modo di intendere l’agire della politica che il nostro Paese ha bisogno. Tuttavia non sono certo che il nostro futuro prossimo sia impostato sulle guide dei principi riformisti. Questo mio pessimismo si basa su due considerazioni che chiamano in causa la storia della nostra nazione e la qualità dei nostri politici.
In Italia il riformismo ha sempre vissuto una condizione di minoranza, determinata da ragioni storiche, economiche e sociali.
Molti gravi errori sono stati compiuti dai cosiddetti grandi riformisti del passato, soprattutto nel campo delle riforme elettorali e istituzionali, nel quale si sarebbe dovuto concentrare il massimo dell’impegno e dell’acume della classe politica. È sufficiente ripercorrere un po’ della nostra storia più recente per comprendere come il riformismo non abbia mai giocato un ruolo da protagonista nel panorama politico italiano. Si pensi, ad esempio, al cinismo con il quale, negli anni passati, ci si è occupati della cosiddetta “legge truffa”, a come e quanto è stata osteggiata la proposta di riforma elettorale su modello tedesco avanzata da Craxi, che oggi invece si chiede a gran voce, oppure alle forti critiche mosse verso il precedente governo verso le proposte riguardanti il superamento del bicameralismo perfetto o il rafforzamento del premier, riforme che avrebbero permesso al governo attuale di gestire le situazioni più complesse in maniera più serena.
Un riformista che persegue una politica seria in grado di rispondere concretamente alle esigenze della maggioranza non può utilizzare dosi così elevate di cinismo, perché la maggioranza dei cittadini non crede in questa filosofia, non si sente realmente rappresentata e si chiude nel suo guscio privato, allontanandosi dal governo e dalla cosa pubblica.
Abbiamo molto discusso sul tema del costo crescente della politica. Il sindaco di Venezia, Massimo Cacciari, in un suo recente intervento sul tema, ha spiegato in maniera precisa, il motivo per cui in Italia la politica ha un costo così alto. La politica è l’arte di creare consenso. Quando manca una buona politica e si fatica a creare consenso, si finisce per comprarlo. E così si cade in un circolo vizioso che porta all’affannosa ricerca di deputati, senatori, consiglieri comunali e così via. Più l’offerta politica si dimostra inadeguata ed incapace di ottenere consenso, più si ricercano modi discutibili per ottenerlo, più aumenta la distanza tra cittadini e le Istituzioni.
Il nostro sistema politico non funziona perché si continua a discutere di contenitori, tralasciando i contenuti. È una non – politica.
Siamo interessati alla politica, perché di essa non possiamo fare a meno. Abbiamo bisogno di conoscere le lenti attraverso le quali il potere politico guarda la società, e di sapere quale sia il punto di vista attraverso cui discutere di riformismo e di organizzazione della politica. Questo per portare a termine il nostro compito e realizzare i nostri obiettivi di rappresentanza e tutela dei lavoratori e dei cittadini.
Potremmo ora porci una questione fondamentale. Cos’è una politica riformista e perché è così difficile attuarla? Il riformismo è lo sforzo intellettuale, politico, morale di coniugare i due più importanti valori condivisi da tutti i cittadini: la libertà e la giustizia sociale.
La scarsa presa della politica riformista e le difficoltà delle sue classi dirigenti, deriva proprio dalla incapacità di riuscire a fondere questi valori nelle scelte politiche.
Non siamo più e non potremo mai più essere delle organizzazioni che si occupano solo di giustizia sociale, sebbene sia questo che si evince dal nostro atto di nascita. Sono in molti a considerarci ancora solo come giustizieri sociali, vendicatori dell’iniquità e delle ingiustizie. Questo però, non è il nostro unico dovere, né in qualità di sindacalisti, né tanto meno in qualità di aderenti ad una politica riformista.
È necessario che in Europa ben oltre la soglia del 2000, la sinistra indichi la giusta via da seguire per la crescita e la sviluppo, segnando il passo con quelle politiche economiche che permettono di aumentare e ridistribuire la ricchezza. Quando però tenta di mettere in pratica idee e soluzioni riformiste in grado di migliorare davvero la nostra realtà, viene messa ai margini, bollata come soggetto che va contro la storia e la realtà.
È necessario pertanto unire le forze di chi desidera più opportunità e più valore riconosciuto al proprio lavoro, con quelle di chi vuole giustamente e semplicemente essere protetto. È evidente quanto questi fattori siano differenti ma non antagonisti. Unirli è il cuore e l’essenza stessa del riformismo. In Italia questo non avviene, e di conseguenza, assistiamo alla presenza di un bipolarismo sghembo e un sistema politico fragile. Siamo disponibili a sostenere una buona politica riformista, ci riserviamo però di valutarla sulla base della qualità delle scelte messe in atto.
Vorrei, a questo punto, dedicare un piccolo spazio al tema della laicità. È noto per tutti che la Uil è una organizzazione laica, da antiche connotazioni anticlericali. Suggerirei però, di guardare alla realtà con più attenzione, riflettendo su tutto ciò che è profondamente cambiato.
La Chiesta cattolica ha ormai preso atto che l’Italia non ha più un partito cattolico, né tanto meno un partito “dei cattolici”. Da parte nostra, invece, resiste la convinzione che lo Stato Pontificio opprima e soverchi lo Stato Italiano. Non è più così. L’unica vera arma di cui dispone la Chiesa è la comunicazione e la diffusione dei valori su cui si fonda la religione cattolica. Abbiamo il dovere di rispettare questa voce, ma confonderla con un’ingerenza da parte della Chiesa nello Stato italiano, è un banale errore di prospettiva, una visione miope della realtà che a volte può sfociare in atti di totalitarismo intellettuale, inaccettabili per tutti.
Sono convito che lo Stato non sia uno strumento attraverso il quale imporre la religione, ma allo stesso tempo non deve essere utilizzato come mezzo per offendere il valore dei cattolici in Italia.
Tenere conto di ciò è fondamentale per un riformista: chiunque, anche una minoranza ha il diritto di esprimere le proprie opinioni e manifestare i propri pensieri. Ciò che ci differenzia dai liberali è la convinzione che la libertà sia patrimonio di tutti e non solo di coloro che hanno le possibilità di potersela garantire in maniera autonoma.
Lo Stato deve essere in grado di assicurare a tutti le stesse opportunità. Questa è la sfida che lanciamo e che vorremmo fosse raccolta dal nostro sistema politico. Perché ciò accada ci impegneremo, dando il meglio di noi stessi, con la forza ed il coraggio che hanno fatto grande la nostra storia.
Grazie a tutti.
Roma, 14 marzo 2007