| INTERVISTE
Intervista al
Segretario Generale Luigi Angeletti
La mia UIL non fa
sconti
Gli errori
commessi dal Governo Berlusconi e quelli che potrebbe fare il
Centrosinistra. "Bisogna investire sulle persone, non su idee di
lavoro ormai vecchie e superate".
di Silvano Guidi
- Parlerà di lavoro, la "vera ricchezza del Paese", nei prossimi
giorni, sotto l’immensa cupola del Palazzo dei congressi dell’Eur
a Roma, dove la platea dei 1.056 delegati Uil ne sancirà una
plebiscitaria riconferma a segretario generale. Luigi Angeletti,
sabino di Greccio, in provincia di Rieti, classe 1949, è un
leader sindacale atipico, addirittura un "antileader" come hanno
scritto Antonio Messia e Antonio Passaro in un libro di prossima
pubblicazione che ne tratteggia storia e carriera, iniziata da
semplice delegato in un’azienda metalmeccanica romana. Atipico
perché è sincero fino all’autocritica, non ama il linguaggio
contorto del sindacalese, non la retorica delle lotte d’antan,
non la visione stereotipata della società. Angeletti incarna
piuttosto, e non è usuale in un sindacalista, un certo spirito
libero che ne fa un comunicatore diretto, cultore di espressioni
colorite idonee a catturare subito l’attenzione
dell’interlocutore. Così, quando l’inviato di Famiglia Cristiana
si appresta a far partire il registratore, l’antileader dà
subito un saggio della sua abilità nello spiazzare chi gli sta
di fronte ed esordisce così: "Pensi a un Paese che produca solo
petrolio o vacche". Ci provo, ma non rispondo per prudenza e lui
chiarisce il gioco di cause ed effetti che ha lucido nella
mente. "Quel Paese farà politiche e infrastrutture utili a
valorizzare quanto possiede: seguirà l’andamento del prezzo del
greggio o di quello della carne e del latte; costruirà oleodotti
e raffinerie, oppure impianti per la macellazione o la
lavorazione del cuoio; strade per farci correre autocisterne o
camion-frigoriferi. In sintesi: avrà un’idea del suo business e
si comporterà di conseguenza".
Lei parla di
un Paese senza nome, ma sono sicuro che mira all’Italia, dove
forse le cose vanno diversamente...
"È vero. Per
troppi anni da noi il lavoro si è identificato con l’attività
industriale: tute blu, operai, sindacati, padroni. Fabbriche e
imprenditori erano sinonimo di ricchezza con conseguenti
politiche economiche e fiscali indirizzate in quell’unica
direzione".
Oggi è
diverso...
"Siamo immersi
nel lavoro immateriale; milioni di persone un tempo considerate
lavoratori perché muovevano le mani all’interno di stabilimenti
non esistono più e al loro posto troviamo chi disegna vestiti,
chi va in giro per il mondo a catturare tendenze, chi crea
tessuti".
Non avendo il
petrolio...
"Ovvio.
Archiviate, però, le idee fordiste che facevano perno sulla
fabbrica, dobbiamo ragionare intorno alle nuove idee di lavoro.
Per una parte significativa del Paese le attività immateriali
sono considerate una sorta di non lavoro".
Se lo dice
lei...
"Il che produce
una dissociazione fra ricchezza del Paese e lavoro, e l’idea
perversa che la ricchezza, scollegata dal lavoro, percorra
strade meno tradizionali e prevedibili. La conseguenza ultima di
questa visione è disastrosa: se ci si convince che la ricchezza
prescinda dal lavoro, la politica farà scelte in cui il lavoro e
i lavoratori avranno ruoli marginali".
Adesso, però,
c’è un Governo di Centrosinistra e quindi si sentirà più
tutelato...
"Nel nuovo
esecutivo vedo persone che pensano che il Centrodestra abbia
favorito vecchi vizi italici, quali lo sperpero del denaro
pubblico, e di conseguenza auspicano una politica riparatoria
contraria, di sacrifici, di attenzione ai conti in ordine e al
rientro nei parametri europei. Questo atteggiamento di fondo è
abbinato all’idea che posti di lavoro, qualità dell’occupazione
e redditi dipendano dallo Stato, per cui il Governo dovrà
svolgere un ruolo attivo, legiferando in materia. Devo dire
sinceramente che sono idee deludenti, vecchie di almeno un
secolo".
E il passato
Governo?
"Il vero errore
del Centrodestra è stato l’aver avuto una visione, non
sbagliata, ma purtroppo parziale del Paese, visione da cui sono
scaturite azioni inadeguate, con l’effetto di aver mancato
clamorosamente la crescita economica".
Può essere più
chiaro?
"Berlusconi
credeva che il Paese fosse davvero capitalista, che quattro
milioni di imprenditori rappresentassero il "nostro petrolio",
che gli industriali, aiutati e liberati dai vincoli frenanti
della sinistra e dei sindacati, avrebbero rimesso davvero in
moto l’Italia".
E invece?
"I calcoli erano
sbagliati, perché solo una parte di quei quattro milioni erano
veri imprenditori, gli altri vivevano di rendite, di protezioni,
di mercati chiusi e assenza di concorrenza. Non potevano
contribuire all’aumento di produttività, e così è stato".
Il
Centrodestra ha prodotto parecchie riforme e oggi si coglie
nell’esecutivo Prodi una frenesia controriformista per cambiare
o annullare quanto fatto da Berlusconi. Questo modo di agire è
utile per il Paese?
"No, è dannoso".
Però proprio
così sembra che vogliano procedere.
"Non credo che lo
faranno. Forse non ne hanno nemmeno la forza".
Nel mirino c’è
in particolare la legge Biagi. Un autorevole giuslavorista come
il professor Ichino afferma e dimostra come non sia questa norma
a creare lavoro precario; perché allora alcuni esponenti
sindacali raccontano falsità al Paese?
"Lei non troverà
nessuna mia dichiarazione o di qualunque altro esponente della
Uil contro la legge Biagi. La considero uno strumento che
produce effetti positivi. Prima di quella legge c’erano due
milioni e mezzo di lavoratori in Italia, pari a più del 10 per
cento della forza occupata, che erano dipendenti di fatto, ma in
pratica considerati autonomi e quindi privi di qualsiasi forma
di protezione e tutela".
Lei sta
parlando dei co.co.co. che, per l’appunto, con l’entrata in
vigore della legge Biagi...
"Si stanno
gradualmente riducendo ed è un fatto molto positivo".
Perché allora
parte del sindacato continua a sostenere l’equazione legge Biagi
uguale precarietà?
"Per l’antiberlusconismo
come motivazione dominante: tutto ciò che è stato fatto dal
Centrodestra è sbagliato. A questo annebbiamento della ragione
si aggiunge anche l’idea, scorretta, che la precarietà sia
figlia e conseguenza di leggi, mentre è prodotta da situazioni
economiche, da tipologia, solidità e dimensione delle imprese".
Il taglio del
cuneo fiscale è stato uno dei punti forti della campagna
elettorale di Romano Prodi. Adesso tutto appare insicuro, tanto
che lo stesso Epifani della Cgil definisce quel taglio
"strumento non giusto"...
"Quando sento
dire: "ci sono altre priorità", è altissima la probabilità che
non si faccia nulla. La riduzione del cuneo vive in questo limbo
di incertezza".
Lei teme?
"È nelle migliori
tradizioni della sinistra anteporre il rigore alla politica
espansiva. Io preferisco la seconda e considero il primo un
tragico errore. Ulteriori sacrifici metterebbero il Paese in
ginocchio definitivamente".
Le sue idee e
quelle di Epifani non sembrano coincidere...
"Direi che sono
molto diverse. La Cgil è prigioniera di un’idea statalista del
ruolo del sindacato: redditi, uguaglianza e opportunità, per
Epifani, dipendono dallo Stato. Tutto deve essere regolato da
leggi, anche la democrazia sindacale, come se noi fossimo degli
handicappati. Uil e Cisl pensano, invece, che i problemi
concreti delle persone siano gestibili con moderne relazioni
sociali e industriali fra sindacati, Governo e imprenditori".
Famiglia Cristiana,
numero 26 del 25 Giugno 2006
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