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INTERVISTE
I
lavoratori italiani alle prese con il trattamento
di fine rapporto
Luigi
Angeletti, Segretario nazionale della Uil: «Per i giovani
l’importante è dotarsi di una pensione di scorta».
È tra gli
ideatori e fondatori di Cometa, forse il più importante dei
fondi pensione che esistano in Europa; ed è anche il
segretario generale della Uil. Così, mescolando le due
esperienze, quella di cacciatore pro tempore di contributi per
la previdenza complementare e quella di profondo conoscitore
degli umori dei lavoratori, Luigi Angeletti fotografa
l’attuale stato dell’arte su Tfr, pensioni di scorta,
vecchi amori per la liquidazione duri a morire e nuove scelte
previdenziali che generano incertezze e diffidenze. «Spiegare
ai metalmeccanici, che pure sono una delle categorie più
preparate e sindacalizzate del Paese, quanto sia necessario,
utile e saggio iscriversi a un fondo pensionistico
complementare, ha richiesto più di mille assemblee e tanta
fatica quanta mai ne ho dovuto sostenere per far approvare un
rinnovo contrattuale», comunica, ancora esausto, il leader
della Uil. «Alla fine le adesioni sono arrivate in quantità
soddisfacente e 380 mila dipendenti hanno sottoscritto il
fondo Cometa, grazie comunque al convergere di circostanze
favorevoli: sensibilità di quei lavoratori, pressioni dei
delegati sindacali, atteggiamento incoraggiante da parte delle
imprese». Per decenni il mondo del lavoro dipendente è
convissuto con questa forma, tutta italiana, di trattamento
retributivo che include un "risparmio forzoso", vale
a dire un importo che matura mese dopo mese, viene
quantificato a fine anno, lievita stagione dopo stagione, e
resta in prestito al datore di lavoro che lo utilizza come
forma di autofinanziamento a basso costo. Con il passare degli
anni il deposito "virtuale" aumenta, alimentando
sogni e prospettive di impiego finanziario tanto più
consistenti quanto maggiore è il tempo passato in azienda.
Poi arriva per il lavoratore il momento dell’uscita e quel
risparmio si materializza concretamente: è la famosa
liquidazione o, in termini più tecnici, il Trattamento di
fine rapporto (in sigla Tfr). La liquidazione piace e non sono
pochi coloro che intendono farla sopravvivere, a dispetto di
tutte le sollecitazioni contrarie. «Lo so bene», confessa
Angeletti. «È l’anima conservatrice del lavoratore
dipendente che tende a prendere il sopravvento: i soldi della
liquidazione sono sicuri e il loro ammontare è facile da
prevedere anche con anticipo rispetto alla riscossione. La
somma poi è sempre disponibile, in parte, per casi di
emergenza. Perché rinunciarci? Perché dirottare
l’accantonamento verso i fondi pensione? E se lo facessi,
chi gestirà i miei soldi? Alla fine della nuova ipotetica
gestione ne avrò di più o di meno rispetto al Tfr? «Dubbi,
dubbi e ancora dubbi. Gioca un diffuso senso di sfiducia che
cresce in rapporto alla latitanza di informazioni. Si può
dire che i lavoratori si fidano della loro azienda perché la
conoscono, e non si fidano dei fondi pensione perché sono
entità misteriose». L’argomento è di calda attualità, in
quanto il ministro del Welfare Maroni si sta preparando a
stilare i decreti di attuazione della riforma previdenziale,
decreti che dovranno indicare con estrema chiarezza forme e
modalità di nuovo utilizzo del Tfr. Un sondaggio Demoskopea
per conto del settimanale economico Milano Finanza ha messo in
luce che il 52 per cento degli intervistati ignora la
possibilità di dirottare il Tfr verso forme di previdenza
complementare, che tra gli informati decisionisti prevale
l’intenzione di lasciare il Tfr in azienda e che ciò che
spaventa di più della previdenza complementare è la
possibile perdita di valore del capitale versato. «La ricerca
descrive in modo veritiero atteggiamenti e lacune conoscitive
degli italiani», ammette Luigi Angeletti. «Oggi quasi tutte
le categorie di lavoratori hanno a disposizione fondi
negoziali, costituiti cioè da accordi fra rappresentanze
sindacali e associazioni di imprese. Tecnicamente è
possibile, per la gran parte dei dipendenti, spostare il
Trattamento di fine rapporto, che maturerà a partire da
quando saranno operativi i decreti attuativi, su questi fondi,
che sono mediamente vantaggiosi, perché investono in maniera
accorta, anche se i rendimenti oscillano a seconda delle
scelte dei gestori e delle congiunture economiche. Ma il
lavoratore può decidere anche destinazioni diverse: per
esempio in direzione di un fondo "aperto",
scegliendo tra quelli gestiti direttamente da banche,
assicurazioni e società di intermediazione mobiliare; oppure
verso piani di investimento previdenziale (pip), che sono
polizze assicurative con finalità pensionistiche.
L’importante è dotarsi di una pensione di scorta, perché
quella pubblica, destinata ai giovani che ricadono sotto il
calcolo contributivo, fornirà a malapena il 50 per cento
dell’ultima retribuzione, contro un valore molto più alto,
quasi l’80 per cento, andato ai loro genitori».
Silvano
Guidi
Famiglia
Cristiana, 18 gennaio 2005
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