| INTERVISTE
Dieci domande sull'Europa:
intervista a Luigi Angeletti
Aprile 2004
D) Quale significato va dato alla conclusione, dopo un lungo
percorso, del Trattato che adotta una Costituzione per l’Europa,
alla luce della storia del nostro continente e della sua
integrazione?
R) Si tratta di
una tappa fondamentale, forse la più importante dopo l'atto di
nascita della Comunità Europea del 1957. Sebbene non si tratti
ancora di una vera e propria Costituzione, sono state poste le
condizioni base per progredire in questa direzione.
Basti pensare,
per misurare il cammino percorso, che, agli inizi dei lavori
della Convenzione, nessuno osava parlare di "Costituzione".
Per comprendere
appieno la portata del risultato raggiunto, bisogna tener conto
della complessità e della unicità del processo di integrazione
europea, che con il nuovo Trattato costituzionale, segna una
svolta, recuperando lo spirito dei padri fondatori.
Anche se si
riferisce alla questione del confine orientale dell’Europa è
emblematico quel che sostiene in un saggio, pubblicato su “Civitas”,
Jean-Dominique Durand, dell’Università di Lione: “L’Europa
non è un fatto naturale, come gli altri continenti. Addirittura
in questo senso non esiste, non è nemmeno “un’espressione
geografica” come era l’Italia nel 1815 per un Metternich
impegnato a ricostruire la sua Europa. E’ la minuscola
propaggine occidentale dell’Asia sterminata. Eppure esiste in
virtù di un atto di volontà , come unione di popoli che hanno
scelto un certo modo di vita, fondato su una certa visione della
persona umana”.
D) E quale è il senso di questo evento per i rapporti
dell’Europa col Resto del Mondo e per la storia stessa del
mondo?
In particolare,
come valutare il compimento di questa tappa dell’integrazione
europea rispetto alla relazione del nostro continente con gli
Usa?
R) E' presto
ancora per dirlo. Molto dipenderà dall'attivazione delle nuove
politiche previste dal Trattato per rafforzare il ruolo
dell'Europa in campo internazionale e nei rapporti con il resto
del mondo.
E' una impresa lunga, difficile, ma necessaria. In questa
chiave va visto anche il rapporto con gli USA, un rapporto
naturale che va rafforzato in una ottica multipolare del mondo.
Ma per fare questo , l'Europa deve avere una politica comune e
gli strumenti per realizzarla; non si può limitare a dire si o
no alle proposte degli altri. Deve esprimere una visione del
mondo all'altezza della sua tradizione culturale e sociale, fare
proposte chiare, a partire da una riforma più democratica
dell'ONU.
D) Che giudizio va dato, da un generale punto di vista politico
e culturale oltre che nella dimensione giuridica, del trattato e
delle sue varie componenti?
R) L'operazione
messa in atto dalla Convenzione è stata imponente: da un lato
mettere ordine, razionalizzare e coordinare i trattati
preesistenti; dall'altro, dare avvio ad una riforma
istituzionale che creasse il primo embrione di una Europa
politica. Possiamo ritenere che la prima operazione è ben
riuscita, la seconda un po’ meno.
Infatti il
meccanismo istituzionale previsto è ancora farraginoso e
complesso; permane un certo deficit democratico, come ad
esempio, il voto all'unanimità su molte materie: una decisione
inaccettabile; diverse politiche restano a totale appannaggio
degli stati nazionali e così via. Nell'insieme, tenuto conto
della complessità giuridica e politica dell'operazione, la
valutazione che va data è sostanzialmente positiva. Le nuove
proposte sono permeate dalla cultura giuridica, politica e
sociale degli europei; in particolare per quanto riguarda i
diritti fondamentali della persona.
D) Le parti più discusse del nuovo ordinamento sono state quelle
sulla configurazione delle istituzioni, le loro competenze, i
loro rapporti. Quale la valutazione dei risultati raggiunti?
R) Rappresenta
il punto centrale del dibattito che c'è stato nella Convenzione
e tra i governi. E' sulla questione istituzionale che non c'è
stato il salto di qualità sperato; il passaggio definitivo verso
un "soggetto politico" completo, con procedure decisionali
chiare attraverso una ridistribuzione dei poteri tra Consiglio,
Parlamento e Commissione. E' come se fosse mancato il coraggio,
la lungimiranza necessaria per superare gli egoismi nazionali a
favore dell'Unione. Sono questi i punti sui quali bisognerà
ritornare in seguito per far avanzare il processo di
integrazione.
D) Quanto il trattato e tutta la politica europea garantiscono e
quanto mettono in difficoltà quel modello sociale europeo la cui
idea viene difesa in Europa e che costituisce una sua differenza
dagli Stati Uniti?
R) In realtà
non esiste un "modello sociale europeo"; esistono diversi
modelli sociali che hanno alla base la stessa ispirazione e
politiche simili. Purtroppo non siamo ancora ad un modello
europeo di politica sociale come chiesto da tempo dal sindacato,
perché alcuni Stati vi si oppongono. Il nuovo Trattato
costituzionale ha comunque compiuto passi in avanti
considerevoli in questa direzione, con l'inclusione nel testo
della Carta di Nizza (Carta dei diritti fondamentali), che,
prevede tra l'altro, il diritto di associazione a livello
europeo, il diritto alle azioni sovranazionali (diritto di
sciopero) e quello alla negoziazione. Un passo avanti
considerevole, ma occorreranno delle politiche comuni per
facilitare il raggiungimento di un modello sociale europeo, più
idoneo a tener conto degli interessi dei lavoratori europei e
consentire, contemporaneamente, una politica di sviluppo e di
crescita dell'Unione.
D) La pace, obiettivo tanto sentito dai popoli europei, può
dirsi garantita adeguatamente dai principi e dagli strumenti
previsti? O questi sacrificano troppo alla preoccupazione della
difesa e della sicurezza, dipendendo ancora accentuatamente
dalle dottrine proposte dalla presidenza Usa?
R) La nuova
Costituzione dell'Unione, come le Costituzioni della gran parte
dei paesi europei, è ispirata ai principi di libertà e di
giustizia che sono i presupposti per garantire qualunque
processo di pace, un bene prezioso per ogni essere umano.
L'Europa che nascerà dalla nuova Costituzione, riuscirà sempre
meglio a difendere questi principi se sarà in grado di elaborare
e sostenere una politica estera comune, parlando con una sola
voce. L'Europa deve passare da una politica nominale di principi
ad una politica sostanziale che le consenta di incidere sugli
equilibri del mondo e di essere interlocutore credibile per
risolvere le crisi che interessano le varie aree.
D) L’altro grande valore internazionale, quello della
cooperazione mondiale per una maggiore giustizia distributiva, è
sufficientemente presente nel trattato?
R) A livello di
principi sì. Già attualmente l'Unione è molto presente
nell'attività di cooperazione internazionale, un'attività molto
importante. Sarà necessario però definire una nuova strategia
negli organismi internazionali (G8, OMC, OIL, ecc.) che riducono
le distorsioni presenti negli attuali meccanismi commerciali e
di sviluppo a livello mondiale, attraverso regole in grado di
governare la globalizzazione per evitare gli effetti distorcenti
che questa produce.
D) Come fare, in ciascun paese, perché vi sia nell’ultima e
decisiva fase della ratifica un adeguato coinvolgimento
popolare?
Come è consigliabile che si muovano coloro che sono a sostegno
del trattato per favorire l’esito positivo del processo di
ratifica anche in quei paesi dove esso è a rischio?
R) La ratifica
del Trattato, sia attraverso la discussione nei parlamenti
nazionali che attraverso il referendum, rappresenta la miglior
occasione per informare i cittadini e renderli partecipi delle
decisioni. Occorre fare una vera campagna di informazione sui
contenuti del Trattato per rimuovere le paure senza ragioni che
questo può suscitare. E' necessario, inoltre, che il Trattato
non venga strumentalizzato a fini di politica interna, come
spesso avviene. Coloro che sono favorevoli al Trattato, sia i
governi che le associazioni o i semplici cittadini, dovrebbero
esercitare il ruolo di convincimento anche verso quei paesi a
rischio, dove più forti sono i timori per l'Europa, mediante
incontri diretti o dibattiti attraverso i "media". Ciò che ha
fatto la Spagna può costituire un esempio per tutti i paesi.
D) Quali conseguenze negative, o eventualmente quali effetti
positivi si avrebbero qualora il trattato non giungesse al suo
termine con tutte le ratifiche?
R) Purtroppo la
conseguenza negativa di una mancata ratifica da parte di uno o
più paesi sarebbe la caduta del Trattato. Ciò alimenterebbe le
paure e darebbe spazio agli euro-pessimisti che ritengono la
proposta odierna troppo avanzata richiedendo un ulteriore
arretramento dei suoi contenuti. Dall'altro lato una mancata
ratifica può originare uno "shock" che evidenzia i limiti
politici dello stesso e l'impossibilità di proseguire tutti
insieme verso una Europa politica, per le ragioni evocate dalle
domande e dalle risposte precedenti. Ciò potrebbe portare ad una
scelta più radicale da parte di quei paesi che sono convinti che
una Europa a 25 (o domani ancora più) non si può governare con
le attuali istituzioni.
D) Nel caso di mancata ratifica da parte di qualche paese, come
si dovrebbe andare avanti nell’integrazione? E’accettabile
una trattativa per giungere a modifiche che soddisfino i membri
dissenzienti? Oppure la proposta avanzata di procedere senza
coloro che si fossero tirati indietro è la migliore? O
addirittura si può pensare a un’unione ancora più stretta di
alcuni membri soltanto?
R) La risposta
è semplice e chiara: non si può obbligare nessuno a stare
nell'Unione Europea, ma, allo stesso tempo, nessuno può impedire
a chi vuole di lavorare per costruire un'Europa più forte e
integrata politicamente. In questa logica nessuna trattativa
dovrà essere avviata per ridurre gli spazi dell'Unione o per
arretrare il processo di integrazione, secondo quanto previsto
dal trattato. Comunque, sia nelle discussioni parlamentari che
nei referendum, il quesito da porre non è solo quello di
approvare o meno una proposta di Costituzione ( che in futuro
potrà sempre migliorare) quanto piuttosto se si vuole rimanere o
meno nell'Unione, convinti che questa non può restare solo uno
spazio economico e monetario. Dicevamo all'inizio che siamo ad
una svolta. L'Unione o sarà un soggetto politico o non sarà. E'
arrivato il momento, come abbiamo già fatto per l'Euro, di
consentire ai paesi che lo vogliono, di dar vita ad un primo
nucleo di Unione politica.
Democrazia e Diritto, aprile 2004, Franco Angeli
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