Lucia COPPA:
Per quale ragione la dissoluzione della prima Repubblica, e la conseguente scomparsa dei partiti non ha decretato anche la fine dei sindacati, nati proprio in seno a quegli stessi partiti?
Luigi ANGELETTI:
Si tratta di un quesito al quale, nonostante le molte analisi fatte, nessuno ha risposto in maniera definitiva.
Da lungo tempo, la nostra organizzazione ha discusso ed elaborato il lutto, ed è andata avanti. Un processo, questo, che non è avvenuto solo per la UIL, ma ha coinvolto anche CGIL e CISL, nonostante si sia ripetuto spesso che per le altre confederazioni la scomparsa del sistema partitico abbia causato traumi di minore entità.
Le ragioni che hanno portato il Sindacato a sopravvivere ai partiti possono essere definite quasi auto – celebrative: siamo stati più lungimiranti, abbiamo avuto il grande merito di comprendere prima e meglio di altri soggetti, come si stava evolvendo la società italiana e di intuire prontamente la direzione verso la quale si stava dirigendo. Questo ci ha consentito di recuperare una certa distanza dai partiti, e di muoverci con autonomia ed indipendenza, consentendo al sindacato italiano di affrontare gli anni ’90 e l’ingresso nel nuovo millennio, paradossalmente rafforzato.
Quegli anni sono stati complessi per la storia politica italiana, ed il sindacato si è spesso ritrovato a dover svolgere anche una sorta di supplenza politica. Alle volte CGIL, CISL e UIL sono stati il vero punto di riferimento del paese, seppur con qualche difficoltà.
Dopo un momento di debolezza vissuto proprio all’inizio degli anni ’90, il sistema politico italiano ha lentamente riacquistato la sua forza, anche attraverso un nuovo sistema elettorale e l’introduzione del bipolarismo. Proprio in quegli anni, lo stesso sistema politico ha sostenuto con determinazione l’intenzione di “rimettere in riga” il Sindacato. Ne sono testimonianza le parole d’ordine sottolineate nelle campagne elettorali sulle quali si fondò il consenso del centro – destra, che visse in quegli anni la sua esperienza di governo, che insistevano nell’ evidenziare la necessità di ridimensionare il ruolo del sindacato all’interno del quadro politico italiano.
Vorrei a tal proposito ricordare una teoria molto utilizzata in quel periodo, secondo la quale gli iscritti ai sindacati non si dovevano considerare dei semplici cittadini, poiché al momento del voto assumevano un valore “doppio” dato dal loro essere contemporaneamente cittadini e iscritti al sindacato. Una volta eletto il Parlamento e formato il Governo, secondo questa teoria, si riteneva che essi, proprio perché componenti del sindacato, oltre che cittadini, avessero il potere di condizionare le scelte dell’Esecutivo.
Questa anomalia ha dato vita all’idea che fosse necessario frenare la concertazione e ridimensionare il ruolo del Sindacato.
Tutto ciò non è però avvenuto, soprattutto perché il sindacato è riuscito, non senza difficoltà, a dimostrare le sue capacità e la sua forza, interpretando al meglio gli umori, i sentimenti, le ansie ed i timori di quella cospicua fetta di popolazione italiana rappresentata dai lavoratori e dai pensionati.
È stata questa, a mio parere, la vera forza del sindacato, sebbene proprio qui si snoda il problema della nostra autonomia. Il consenso dagli anni ’50 fino a parte degli anni ’80 è stato filtrato dall’appartenenza politica, ma da quel momento in poi il sindacato ha costruito direttamente con le sue parole d’ordine, i suoi programmi, le sue proposte e le sue lotte la sua rappresentanza.
Non si è trattato, però, di un processo semplice, graduale ed omogeneo, in relazione a tutti i partiti ed a tutte le organizzazioni sindacali, ma caratterizzato piuttosto da accelerazioni più o meno forti.
Il nuovo assetto politico e l’affermazione del sistema bipolare ha fatto si che il sindacato si interrogasse su quale fosse il comportamento più corretto da attuare nei confronti di questo nuovo assetto politico, producendo risposte di diversa natura. Ancora oggi resistono minoranze all’interno del sindacato militante, che continua a porsi tali interrogativi. È per questa ragione che ritengo necessario produrre nuovi riferimenti teorici che spieghino quale sia l’approccio migliore ad un nuovo sistema politico al quale, per ragioni storiche, non siamo abituati.
Nel momento in cui il Sindacato ha dovuto porsi tali interrogativi, si è manifestata una concreta differenza tra i militanti ed i semplici iscritti. I primi, hanno, infatti vissuto questo momento di riflessione con particolare intensità rispetto ai secondi, questo perché, come è stato giustamente evidenziato da Franceschini, i militanti avvertono in maniera più profonda il problema dell’appartenenza. Ed anche tra i militanti c’è chi è più sensibile a questo tema, e chi lo è meno o per nulla. È per questa ragione che, alle volte, non riusciamo a rispondere in maniera esauriente a tutte le domande che ci vengono poste su questo argomento. Abbiamo quindi il dovere di interrogarci costantemente sulla politica, avendo però cura di non pensare alla politica come ad un aggiornamento delle cose passate, ma di spingerci oltre, cercando di interpretare la società e di coglierne gli indirizzi futuri, le sfide ed i problemi con i quali saremo chiamati a confrontarci e le modalità con le quali vorremmo che la politica li affrontasse.
Non è però così semplice, resta il problema dell’identità, una questione fondamentale, che ha attraversato nel tempo tutte le storie politiche della sinistra, dal comunismo alle istanze laburiste.
Nell’intervento precedente, Migliavacca ha proposto un’immagine del rapporto tra sindacato e politica che potrei definire tradizionalista, ponendo l’accento sul coinvolgimento dei sindacati nella cosa pubblica. Credo sia, invece, più opportuno pensare al rapporto tra sindacato e politica secondo un’accezione dialettica.
Ho sempre ritenuto che il sindacato non debba impattare su un partito riformista. È il confronto la giusta prospettiva attraverso la quale guardare il rapporto tra il sindacato e la politica. Non si ha bisogno di un partito che ceda alle richieste esposte dalle parti sociali, solo per convenienza o quieto vivere. Quello di cui si ha bisogno è un interlocutore che sia in grado di dire lealmente, sinceramente cosa condivide delle proposte attuate e cosa invece disapprova, motivando le scelte che opererà nel concreto.
Prendiamo ad esempio il caso delle pensioni e della riforma del sistema previdenziale. Il Sindacato ha delle posizioni chiare che possono essere condivise o meno dal Governo. Credo che sia fondamentale, però che non ci si limiti a dichiarare l’inesattezza delle nostre idee, ma che si spieghino le ragioni che portano a queste conclusioni, e si contestino concretamente.
Sarebbe ancor più dannoso, tuttavia, se si accogliessero le nostre proposte per opportunismo, o peggio, senza una radicata convinzione della loro giustezza. Non si farebbe il bene né del sindacato, né del partito democratico, né del paese.
Il partito democratico può diventare un’opportunità concreta per il nostro paese, se sarà in grado di declinare valori assoluti come la libertà e la giustizia sociale, senza mai scollegarli l’uno dall’altro, ma radicandoli nei principi e nelle scelte, guardando sempre alla realtà ed alla società che si sta costruendo per il nostro futuro prossimo. E’ con le risposte politiche che metteranno in campo che dovranno convincere ed entusiasmare le persone abbandonando la tendenza a ricorrere troppo spesso al passato.
La politica emoziona se chi la fa comprende ed interpreta davvero i bisogni ed i valori dei cittadini, avendo sempre il coraggio di argomentare le proprie scelte politiche. È di questo entusiasmo che abbiamo bisogno. Non di un nostalgico collage di ricordi.
Lucia COPPA:
Senta, Angeletti, in questo rapporto dialettico che dovrà esserci tra il mondo sindacale e il nuovo partito democratico, nella costruzione ciascuno dei percorsi che gli competono, l'evoluzione del partito democratico può aiutare l'unità sindacale? Prima della risposta voglio però dire una cosa.
I maligni parlano addirittura di sindacato unico con il partito democratico e quelli ancora più maligni dicono che questo favorirà la nascita di un quarto sindacato, un sindacato nuovo che in pratica raccoglierà tutti i malumori, i mal di pancia, tutta la dissidenza che c'è intorno al mondo sindacale.
Luigi ANGELETTI:
E da anni, da quando faccio il sindacalista, che si notano delle tensioni con determinate persone: volendo fare una stima approssimativa, c’è un 20-30 % dei lavoratori che ha un’idea del sindacato come forza antagonista, che ritiene che il ruolo del sindacato sia simile a quello di un “Robin Hood”, e che non debba cioè occuparsi di fare accordi, strategie, e vedere che cosa si può migliorare, ma sia tenuto semplicemente a protestare.
E’ vero che le politiche che mettiamo in atto spesso facilitano questo tipo di rappresentazione dei sindacati non dico come avversari, ma quasi, da parte di questi lavoratori. E’ un po’ la storia dei Cobas, iniziata negli anni ’70, subito dopo la fine del contratto del ’69.
Nel ’73 io ero in fabbrica e ricordo che, nonostante fosse stato firmato il contratto, c’era chi voleva continuare a scioperare perché avevano licenziato delle persone. Questo modo di pensare purtroppo è sempre esistito. Ho un ricordo personale di quando in passato, in alcune fabbriche, i Cobas dopo aver vinto una prima volta le elezioni con discreto successo, alla volta successiva vedevano quel consenso svaporare. La stragrande maggioranza delle persone vuole dei sindacati che gli risolvano effettivamente i problemi, non che li rappresentino solamente.
Escludo quindi che esista la possibilità di organizzare un altro sindacato,; in passato personalità autorevoli ci avevano anche seriamente provato, ma si capì subito che non c’era prospettiva.
Quella dell’ unità sindacale è un tematica più complessa. Il meccanismo per cui si associa il Partito Democratico all’unita di CGIL, CISL e UIL è lo specchio di una teoria che non esiste più nella realtà. Nello scorso decennio ci fu un periodo di due anni in cui l’ unità delle tre confederazioni era parsa più vicina e fattibile, ma non si realizzò per motivi comunque estranei al sistema politico.
C’era l’idea che l’unità sindacale fosse un potente strumento per far avanzare certe politiche, per renderle più solide. Voglio essere sincero, non credo ad un processo di unità sindacale come derivato da un’operazione politica, tanto meno pratica: non funzionerebbe e non credo che sarebbero molti quelli disposti a ragionare secondo questa logica.
Il sindacato in Italia è diventato una parte importante della società, ha una sua legittimità e dinamiche proprie. Non nego che possa commettere degli sbagli, ma avendo come obiettivo la tutela degli interessi delle persone che rappresenta è attento a correggersi quando sbaglia. Persegue questo obiettivo mediante il dialogo nelle assemblee e soprattutto attraverso lo strumento del voto, che è quello che più si adatta alla sua natura.
Lo scopo primario del sindacato è quello di rappresentare le persone, ascoltare le loro preoccupazioni e le loro ansie, e trovare soluzioni e risposte.
Roma, 12 aprile 2007