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INTERVISTE

Intervista a Luigi Angeletti

Marzo - Aprile 2005

D) Angeletti, la tua partecipazione all’assemblea nazionale della Uilcom ha rappresentato un momento importante per la nostra Organizzazione. La categoria è impegnata su più fronti e risente del contesto economico e sociale complessivo che vive il Paese. Qual è la tua opinione sul nostro settore?

R) Non vi è alcun dubbio che la vostra sia una categoria strategica, nel senso che dallo sviluppo dei settori di vostra competenza dipende una parte importante del futuro del Paese.

La comunicazione, in senso lato, è il tratto caratteristico della società in cui siamo immersi. I mondi della telefonia e della televisione hanno letteralmente trasformato la storia del secolo scorso e ora sono destinati ad essere il volano della ripresa. Ricerca e innovazione, le chiavi per vincere la sfida della competitività, trovano infatti terreno fertile in queste realtà.

Peraltro, la comunicazione è anche una precondizione della conoscenza. Nella società del III millennio è ampiamente diffuso il convincimento che ciò che più conterà nei processi economici sarà proprio la conoscenza e ciò che farà la differenza sarà la ‘produzione’ di beni immateriali. A rendere più forte e sviluppato il nostro Paese saranno, anche e soprattutto, il sapere, le nuove tecnologie, la formazione professionale e il grado di apprendimento di lavoratori e cittadini.

Dunque, una categoria che rappresenta molti lavoratori che vivono in un tale contesto è certamente destinata ad avere un ruolo sempre più importante.

D) Sviluppo e competitività sono i temi dominanti di questi ultimi tempi. Il dibattito politico ed economico si è incentrato su questi punti. E il confronto con il Governo, piuttosto limitato, ha prodotto un decreto legge e un disegno di legge che non hanno soddisfatto particolarmente il Sindacato. In una tua dichiarazione hai affermato che i provvedimenti sulla competitività sono come un bicchiere d’acqua nel deserto: bagna le labbra ma non disseta. Quali sono, allora, le cose accettabili e quali quelle non sostenibili?

R) La strada per rendere competitivo il nostro sistema è ancora lunga. I provvedimenti del Governo sono insufficienti anche se, per alcuni aspetti, rappresentano un primo passo avanti, in particolare in merito alla semplificazione amministrativa e alle norme che dovrebbero sbloccare la costruzione delle infrastrutture. Noi stessi abbiamo sollecitato questa nuova regolamentazione affinché si eviti, come spesso è accaduto, che le opere finanziate restino poi sulla carta.

Per quel che riguarda il capitolo del welfare e degli ammortizzatori sociali, apprezziamo l’accoglimento di alcune nostre richieste ma resta comunque inapplicato nella sua interezza il Patto per l’Italia, e questo per noi è una cosa grave. Così come non è stato introdotto un fondo di garanzia per l’accesso ai mutui a favore dei lavoratori precari.

Ma soprattutto non ci sono idee sulle politiche industriali e sono insufficienti le risorse per generare una vera svolta, un’autentica scossa nel campo della ricerca e degli investimenti in infrastrutture, indispensabili per il rilancio del Mezzogiorno e dell’intero Paese, come tutti avevano auspicato sia tra le parti sociali sia nello stesso Governo.

D) Nel dibattito politico, alla discussione sulla competitività si è sovrapposta quella sui dazi prendendo spunto, in particolare, dalla crisi del settore tessile. Il problema attiene comunque al tema della competitività nel suo insieme. Qual è il parere della Uil a tal proposito?

R) Quella dell’introduzione dei dazi non mi sembra una soluzione percorribile, non è opportuna e difficilmente può risolvere i problemi di competitività. Sarebbe più efficace realizzare un forte impegno nell’applicazione delle attuali normative europee che possono prevedere un controllo delle quantità importate quando vengono superate determinate soglie. Peraltro, su questo specifico punto sarebbe meglio se chi governa chiedesse alle imprese la loro opinione. Si scoprirebbe che nessun imprenditore italiano sarebbe favorevole all'introduzione dei dazi, perche' prima o poi sarebbero imposti anche alle merci che noi esportiamo.

D) Ma quel è la ricetta per puntare allo sviluppo del Paese?

R) Noi abbiamo indicato alcune soluzioni possibili, proponendo interventi governativi ben mirati nella direzione della formazione, degli incentivi all’innovazione e del taglio delle tasse sul lavoro. Occorre innanzitutto avviare una grande campagna di investimenti pubblici in infrastrutture materiali e immateriali perché questa politica produrrebbe, di per sé, una fase di espansione. In tal modo si favorirebbe, indirettamente, anche la stessa produzione industriale attraverso un sistema di infrastrutture che assicuri alle imprese di poter contare, a costi bassi, su acqua, energia e vie di comunicazione. Bisogna prendere atto che il nostro sistema industriale va in affanno perché l’efficacia di un’impresa dipende anche dall’efficacia dei servizi che dovrebbero sostenerla. E’ dunque il territorio nel suo insieme che deve essere all’altezza della sfida della competitività.

Peraltro, finchè nel Sud ci sarà la meta' delle infrastrutture che ci sono nel resto d'Europa e mancheranno strade, ferrovie, energia elettrica e persino l'acqua e finchè continueremo ad importare il 13% dell'energia che ci costa il 30% in piu', e' davvero difficile parlare di sviluppo. Prima bisogna risolvere questi problemi, non ci sono scorciatoie: bisogna smettere di pensare che si possa non avere energia elettrica, ferrovie, infrastrutture e fare gli sconti fiscali in maniera compensativa. Così non funziona.

D) La Uil è contro la riduzione delle tasse?

R) No, bisogna intendersi bene su questo punto. Noi siamo contrari, in questa fase, ad una riduzione generalizzata delle tasse. Siamo invece favorevoli, anzi siamo propugnatori di una riduzione delle tasse sul lavoro: bisogna ridurre il cuneo fiscale in modo da accrescere la disponibilità economica dei lavoratori dipendenti.

E’ sotto gli occhi di tutti, infatti, che una parte del nostro Paese si è impoverita. Una crescita dei prezzi avvenuta senza alcuna motivazione economica ma solo per ragioni di carattere speculativo ha determinato un’ingiusta redistribuzione della ricchezza a svantaggio dei redditi da lavoro dipendente e dei pensionati. Bisogna allora realizzare politiche nuove che facciano contestualmente crescere l’economia e i salari.

Una politica economica che si ponga questo obiettivo deve basarsi sull’espansione della domanda interna e deve perciò consentire ai cittadini di avere più soldi a disposizione: occorre alimentare i consumi ridistribuendo la ricchezza. E per ridistribuire la ricchezza – obiettivo che non può essere disgiunto né concettualmente né temporalmente da quello della crescita- si deve far ricorso ad una politica salariale e ad una politica fiscale che siano coerenti e conseguenti. Devono perciò crescere i salari reali e devono essere ridotte le tasse ai lavoratori dipendenti e ai pensionati che hanno una propensione marginale al consumo più alta.

D) Hai parlato di crescita salariale ed è evidente che, se su questo versante si vogliono ottenere risultati, occorre porre mano anche al sistema contrattuale. Come ci si deve muovere lungo questa strada?

R) Uno studio di un centro di ricerca europeo ha messo in evidenza che il tasso di crescita della produttività nel nostro Paese è troppo basso. Le connessioni di questo dato con la competitività e la crescita sono chiare. E’ tempo allora di prevedere che, ad un dato livello, ad incrementi di produttività corrispondano sempre incrementi salariali. Questo meccanismo determinerebbe una convenienza complessiva del sistema e costituirebbe un altro importante tassello nel mosaico della competitività e dello sviluppo.

In ogni caso, l’obiettivo è quello di far crescere il salario reale dei lavoratori. Ciò si può ottenere consolidando il contratto nazionale, per garantire a tutti la salvaguardia del salario reale, e diffondendo la contrattazione di secondo livello nel modo più capillare possibile, per ridistribuire la ricchezza lì dove essa è prodotta. Nessuno stravolgimento, dunque: il modello contrattuale va semplicemente rivisitato inserendolo in una logica di sviluppo e non più di risanamento.

D) Angeletti, un’ultima domanda. C’è un problema salariale ma c’è anche un problema occupazionale per i più giovani. E c’è infine una questione di flessibilità e precarietà. Come affrontare queste nuove condizioni?

R) Deve essere chiaro, innanzitutto che il futuro di un paese, nel secolo appena cominciato, dipenderà dal patrimonio culturale e dalle capacità professionali dei singoli lavoratori: il lavoro in quanto espressione di conoscenza avrà più valore del capitale. In questo contesto, l’affermarsi della flessibilità è un dato oggettivo poiché oggi il mercato non è più condizionato dai produttori bensì dai consumatori: non si vende più ciò che si produce ma si produce ciò che si vende.

Per dirla con un slogan conclusivo, noi siamo per un ‘no’ netto alla precarietà e alle sue espressioni che si celano nel sommerso e, invece, per un ‘sì’ alle flessibilità, governate però dalla contrattazione e assistite da forme di tutela collettiva. Le esperienze e le soluzioni che vanno in quest’ultima direzione possono essere accettate. In questo quadro ci sono, soprattutto per milioni di giovani, esigenze diverse da quelle dei loro padri e aspettative dominate dall’incertezza del futuro a cui occorre dare risposte concrete per consentire un’organizzazione della vita individuale, ma anche di coppia, adeguata alla nuova realtà. Tutti elementi di novità, insomma, che, lo ripeto, fanno intravedere la necessità della costruzione di un nuovo welfare per i nuovi lavori. Un welfare da approntare, inevitabilmente, con il coinvolgimento del livello politico e istituzionale perché possa divenire punto di riferimento stabile per le nuove categoria di lavoratori.

Al tempo stesso, devono comunque essere incoraggiati anche tutti i tentativi di limitare nel tempo e nelle sue dimensioni, per quanto fisiologicamente possibile, lo stesso fenomeno della flessibilità. Non possiamo illuderci, infatti, che questa possa essere la risposta ai problemi occupazionali. Noi abbiamo bisogno di buoni posti di lavoro e perchè ciò si realizzi necessitano molti investimenti e investimenti pubblici. Torniamo insomma al punto di partenza del nostro ragionamento sulla competitività: per evitare che i contratti a tempo indeterminato diventino un’eccezione è necessario far leva sulla capacità del sistema paese di creare sviluppo. Tutte le altre strade sono scorciatoie che non portano lontano.

Contatto UILCOM, Marzo - Aprile 2005

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