Marzo - Aprile 2005
D) Angeletti, la tua partecipazione
all’assemblea nazionale della Uilcom ha rappresentato un momento
importante per la nostra Organizzazione. La categoria è
impegnata su più fronti e risente del contesto economico e
sociale complessivo che vive il Paese. Qual è la tua opinione
sul nostro settore?
R) Non vi è alcun dubbio che la vostra sia
una categoria strategica, nel senso che dallo sviluppo dei
settori di vostra competenza dipende una parte importante del
futuro del Paese.
La comunicazione, in senso lato, è il tratto
caratteristico della società in cui siamo immersi. I mondi della
telefonia e della televisione hanno letteralmente trasformato la
storia del secolo scorso e ora sono destinati ad essere il
volano della ripresa. Ricerca e innovazione, le chiavi per
vincere la sfida della competitività, trovano infatti terreno
fertile in queste realtà.
Peraltro, la comunicazione è anche una
precondizione della conoscenza. Nella società del III millennio
è ampiamente diffuso il convincimento che ciò che più conterà
nei processi economici sarà proprio la conoscenza e ciò che farà
la differenza sarà la ‘produzione’ di beni immateriali. A
rendere più forte e sviluppato il nostro Paese saranno, anche e
soprattutto, il sapere, le nuove tecnologie, la formazione
professionale e il grado di apprendimento di lavoratori e
cittadini.
Dunque, una categoria che rappresenta molti
lavoratori che vivono in un tale contesto è certamente destinata
ad avere un ruolo sempre più importante.
D) Sviluppo e competitività sono i temi
dominanti di questi ultimi tempi. Il dibattito politico ed
economico si è incentrato su questi punti. E il confronto con il
Governo, piuttosto limitato, ha prodotto un decreto legge e un
disegno di legge che non hanno soddisfatto particolarmente il
Sindacato. In una tua dichiarazione hai affermato che i
provvedimenti sulla competitività sono come un bicchiere d’acqua
nel deserto: bagna le labbra ma non disseta. Quali sono, allora,
le cose accettabili e quali quelle non sostenibili?
R) La strada per rendere competitivo il
nostro sistema è ancora lunga. I provvedimenti del Governo sono
insufficienti anche se, per alcuni aspetti, rappresentano un
primo passo avanti, in particolare in merito alla
semplificazione amministrativa e alle norme che dovrebbero
sbloccare la costruzione delle infrastrutture. Noi stessi
abbiamo sollecitato questa nuova regolamentazione affinché si
eviti, come spesso è accaduto, che le opere finanziate restino
poi sulla carta.
Per quel che riguarda il capitolo del welfare
e degli ammortizzatori sociali, apprezziamo l’accoglimento di
alcune nostre richieste ma resta comunque inapplicato nella sua
interezza il Patto per l’Italia, e questo per noi è una cosa
grave. Così come non è stato introdotto un fondo di garanzia per
l’accesso ai mutui a favore dei lavoratori precari.
Ma soprattutto non ci sono idee sulle
politiche industriali e sono insufficienti le risorse per
generare una vera svolta, un’autentica scossa nel campo della
ricerca e degli investimenti in infrastrutture, indispensabili
per il rilancio del Mezzogiorno e dell’intero Paese, come tutti
avevano auspicato sia tra le parti sociali sia nello stesso
Governo.
D) Nel dibattito politico, alla
discussione sulla competitività si è sovrapposta quella sui dazi
prendendo spunto, in particolare, dalla crisi del settore
tessile. Il problema attiene comunque al tema della
competitività nel suo insieme. Qual è il parere della Uil a tal
proposito?
R) Quella dell’introduzione dei dazi non mi
sembra una soluzione percorribile, non è opportuna e
difficilmente può risolvere i problemi di competitività. Sarebbe
più efficace realizzare un forte impegno nell’applicazione delle
attuali normative europee che possono prevedere un controllo
delle quantità importate quando vengono superate determinate
soglie. Peraltro, su questo specifico punto sarebbe meglio se
chi governa chiedesse alle imprese la loro opinione. Si
scoprirebbe che nessun imprenditore italiano sarebbe favorevole
all'introduzione dei dazi, perche' prima o poi sarebbero imposti
anche alle merci che noi esportiamo.
D) Ma quel è la ricetta per puntare allo
sviluppo del Paese?
R) Noi abbiamo indicato alcune soluzioni
possibili, proponendo interventi governativi ben mirati nella
direzione della formazione, degli incentivi all’innovazione e
del taglio delle tasse sul lavoro. Occorre innanzitutto avviare
una grande campagna di investimenti pubblici in infrastrutture
materiali e immateriali perché questa politica produrrebbe, di
per sé, una fase di espansione. In tal modo si favorirebbe,
indirettamente, anche la stessa produzione industriale
attraverso un sistema di infrastrutture che assicuri alle
imprese di poter contare, a costi bassi, su acqua, energia e vie
di comunicazione. Bisogna prendere atto che il nostro sistema
industriale va in affanno perché l’efficacia di un’impresa
dipende anche dall’efficacia dei servizi che dovrebbero
sostenerla. E’ dunque il territorio nel suo insieme che deve
essere all’altezza della sfida della competitività.
Peraltro, finchè nel Sud ci sarà la meta'
delle infrastrutture che ci sono nel resto d'Europa e
mancheranno strade, ferrovie, energia elettrica e persino
l'acqua e finchè continueremo ad importare il 13% dell'energia
che ci costa il 30% in piu', e' davvero difficile parlare di
sviluppo. Prima bisogna risolvere questi problemi, non ci sono
scorciatoie: bisogna smettere di pensare che si possa non avere
energia elettrica, ferrovie, infrastrutture e fare gli sconti
fiscali in maniera compensativa. Così non funziona.
D) La Uil è contro la riduzione delle
tasse?
R) No, bisogna intendersi bene su questo
punto. Noi siamo contrari, in questa fase, ad una riduzione
generalizzata delle tasse. Siamo invece favorevoli, anzi siamo
propugnatori di una riduzione delle tasse sul lavoro: bisogna
ridurre il cuneo fiscale in modo da accrescere la disponibilità
economica dei lavoratori dipendenti.
E’ sotto gli occhi di tutti, infatti, che una
parte del nostro Paese si è impoverita. Una crescita dei prezzi
avvenuta senza alcuna motivazione economica ma solo per ragioni
di carattere speculativo ha determinato un’ingiusta
redistribuzione della ricchezza a svantaggio dei redditi da
lavoro dipendente e dei pensionati. Bisogna allora realizzare
politiche nuove che facciano contestualmente crescere l’economia
e i salari.
Una politica economica che si ponga questo
obiettivo deve basarsi sull’espansione della domanda interna e
deve perciò consentire ai cittadini di avere più soldi a
disposizione: occorre alimentare i consumi ridistribuendo la
ricchezza. E per ridistribuire la ricchezza – obiettivo che non
può essere disgiunto né concettualmente né temporalmente da
quello della crescita- si deve far ricorso ad una politica
salariale e ad una politica fiscale che siano coerenti e
conseguenti. Devono perciò crescere i salari reali e devono
essere ridotte le tasse ai lavoratori dipendenti e ai pensionati
che hanno una propensione marginale al consumo più alta.
D) Hai parlato di crescita salariale ed è
evidente che, se su questo versante si vogliono ottenere
risultati, occorre porre mano anche al sistema contrattuale.
Come ci si deve muovere lungo questa strada?
R) Uno studio di un centro di ricerca europeo
ha messo in evidenza che il tasso di crescita della produttività
nel nostro Paese è troppo basso. Le connessioni di questo dato
con la competitività e la crescita sono chiare. E’ tempo allora
di prevedere che, ad un dato livello, ad incrementi di
produttività corrispondano sempre incrementi salariali. Questo
meccanismo determinerebbe una convenienza complessiva del
sistema e costituirebbe un altro importante tassello nel mosaico
della competitività e dello sviluppo.
In ogni caso, l’obiettivo è quello di far
crescere il salario reale dei lavoratori. Ciò si può ottenere
consolidando il contratto nazionale, per garantire a tutti la
salvaguardia del salario reale, e diffondendo la contrattazione
di secondo livello nel modo più capillare possibile, per
ridistribuire la ricchezza lì dove essa è prodotta. Nessuno
stravolgimento, dunque: il modello contrattuale va semplicemente
rivisitato inserendolo in una logica di sviluppo e non più di
risanamento.
D) Angeletti, un’ultima domanda. C’è un
problema salariale ma c’è anche un problema occupazionale per i
più giovani. E c’è infine una questione di flessibilità e
precarietà. Come affrontare queste nuove condizioni?
R) Deve essere chiaro, innanzitutto che il
futuro di un paese, nel secolo appena cominciato, dipenderà dal
patrimonio culturale e dalle capacità professionali dei singoli
lavoratori: il lavoro in quanto espressione di conoscenza avrà
più valore del capitale. In questo contesto, l’affermarsi della
flessibilità è un dato oggettivo poiché oggi il mercato non è
più condizionato dai produttori bensì dai consumatori: non si
vende più ciò che si produce ma si produce ciò che si vende.
Per dirla con un slogan conclusivo, noi siamo
per un ‘no’ netto alla precarietà e alle sue espressioni che si
celano nel sommerso e, invece, per un ‘sì’ alle flessibilità,
governate però dalla contrattazione e assistite da forme di
tutela collettiva. Le esperienze e le soluzioni che vanno in
quest’ultima direzione possono essere accettate. In questo
quadro ci sono, soprattutto per milioni di giovani, esigenze
diverse da quelle dei loro padri e aspettative dominate
dall’incertezza del futuro a cui occorre dare risposte concrete
per consentire un’organizzazione della vita individuale, ma
anche di coppia, adeguata alla nuova realtà. Tutti elementi di
novità, insomma, che, lo ripeto, fanno intravedere la necessità
della costruzione di un nuovo welfare per i nuovi lavori. Un
welfare da approntare, inevitabilmente, con il coinvolgimento
del livello politico e istituzionale perché possa divenire punto
di riferimento stabile per le nuove categoria di lavoratori.
Al tempo stesso, devono comunque essere
incoraggiati anche tutti i tentativi di limitare nel tempo e
nelle sue dimensioni, per quanto fisiologicamente possibile, lo
stesso fenomeno della flessibilità. Non possiamo illuderci,
infatti, che questa possa essere la risposta ai problemi
occupazionali. Noi abbiamo bisogno di buoni posti di lavoro e
perchè ciò si realizzi necessitano molti investimenti e
investimenti pubblici. Torniamo insomma al punto di partenza del
nostro ragionamento sulla competitività: per evitare che i
contratti a tempo indeterminato diventino un’eccezione è
necessario far leva sulla capacità del sistema paese di creare
sviluppo. Tutte le altre strade sono scorciatoie che non portano
lontano.
Contatto UILCOM,
Marzo - Aprile 2005