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INTERVENTI
Congresso CGIL: l'intervento del Segretario
Generale
della UIL
Luigi Angeletti
Ringrazio
Guglielmo e la Cgil per l’opportunità offertami di intervenire,
opportunità che la volontà di utilizzare appieno.
È difficile
attuare una selezione delle tematiche e dei problemi che
dovremmo affrontare come Organizzazioni sindacali, come
lavoratori. Tuttavia, confido nella vostra amicizia, per poter
esprimere al meglio la nostra opinione su due questioni che
riteniamo particolarmente rilevanti per il nostro lavoro, e sono
secondo me, la causa principale dei guai e dei disastri della
società italiana.
Durante questi
anni di governo del centrodestra, e a partire dal 2002, nel
nostro Paese si è realizzata la più grande redistribuzione della
ricchezza della storia repubblicana. Un fenomeno dalle
proporzioni gigantesche, non solo in base alla quantità, ma
anche alla velocità con la quale si è realizzata. In soli tre
anni, secondo le nostre stime, il 3% del Pil si è trasferito
dalle tasche del lavoro dipendente e dei pensionati alle imprese
ed al lavoro autonomo.
È ovvio che,
tutto ciò, non è avvenuto per caso. Né, tanto meno, si può
accettare di buon grado che questa sia stata una conseguenza
dell’agire del mercato, in un Paese, come il nostro, in cui gli
operai, i lavoratori, sono il motore del mercato stesso e in cui
gli altri redditi hanno dei sistemi di protezione in violazione
di norme di mercato. È una favoletta alla quale è impossibile
credere. Tutto ciò, è stato, invece, il frutto di un’idea dello
sviluppo del Paese fondata sui rapporti di forza, e di un
capitalismo feudale. L’idea che, nel XXI secolo le imprese
siano, non solo il motore dell’economia, ma anche il motore
della storia, ha relegato il lavoro a ricoprire un ruolo
ritenuto irrilevante e subalterno nel processo di sviluppo e di
crescita del Paese, maturando un’idea dell’economia che,
coniugata ad un capitalismo bonsai e feudale come il nostro, ha
prodotto il risultato che abbiamo sotto gli occhi, la più lunga
fase di stagnazione economica che la nostra storia repubblicana
abbia mai conosciuto, come veniva, giustamente, ricordato da
Guglielmo nella sua introduzione. Questo è il disastro al quale
abbiamo assistito e al quale ora abbiamo il dovere di porre
rimedio. Una redistribuzione della ricchezza che ha conosciuto
quelle connotazioni sociali, ha prodotto degli effetti
devastanti anche e soprattutto dal punto di vista sociale. Si è
diffusa un’idea errata a riguardo delle modalità con cui
accumulare denaro e ricchezza: molti italiani sono persuasi che,
per far soldi, sia inutile investire su sé stessi, sul proprio
lavoro, sulla conoscenza, sul proprio impegno quotidiano nella
produzione di beni e servizi, tutto ciò che è, insomma, alla
base del successo di una società. Molti sono convinti che, per
produrre ricchezza, sia sufficiente speculare sul mercato
finanziario o immobiliare, perché, questa appare come la via più
comoda da seguire per raggiungere l’obiettivo. Perché mai un
imprenditore dovrebbe investire soldi in un’azienda e investire
in essa denaro, sudore, fatica, quando, invece sarebbe più
semplice acquistare un immobile per poi rivenderlo ad una cifra
superiore a quella d’acquisto, raddoppiando così il capitale
investito? Una parte consistente degli italiani sceglie quest'altra
comoda strada.
È questo ciò
che è avvenuto ed è questo che ha prodotto un disastro sociale.
E aggiungo a tal proposito che, in un Paese a economia di
mercato, quando la ricchezza si concentra nelle mani di pochi ,
o su una percentuale irrilevante della popolazione, si produce
un disastro economico: si riduce la base materiale della
crescita, si riduce la domanda interna, contribuendo oltre che
alla perdita di competitività, anche alla depressione del nostro
apparato economico. È esattamente quello che è avvenuto. La
inefficace e ingiusta redistribuzione della ricchezza, care
compagne e cari compagni, non è solo una questione di giustizia
sociale, ma è la componente più evidente di un modo antico di
pensare allo sviluppo di una società. Proprio queste ragioni mi
inducono a considerare il problema della redistribuzione della
ricchezza la questione principale che noi, in quanto
rappresentanti dei lavoratori dipendenti, dobbiamo affrontare.
È importante diffondere un nuovo modo di pensare allo sviluppo,
alla società del futuro. Se una società è in grado di
rassicurare i giovani cittadini sul futuro, di dimostrare loro
che la ricchezza è in grado di espandersi, che il domani potrà
offrire sempre più opportunità, avrà futuro. Ma se invece, la
società non fa che trasmettere l’immagine di un domani incerto,
insicuro, povero di opportunità, ricchezza e integrazione, tutto
ciò avrà delle conseguenze rilevanti a livello etico e politico.
Non è possibile costruire un grande Paese se mancano la speranza
e la fiducia nel futuro.
Non credo
esista un aggettivo per qualificare la pericolosità di idee come
questa che minano lo Stato sociale dall’interno. Dobbiamo
batterci per sciogliere questo nodo, per risolvere questo
problema. Non credo sia sufficiente la contemplazione dei
disastri verificatisi in conseguenza all’errata distribuzione
della ricchezza. A noi, occorrono forza, volontà e coraggio per
affrontare questo grave problema e dare risposte e soluzioni
concrete.
L’attuale
Governo non ha voluto utilizzare, cari amici e compagni, ciò che
si dimostra come leva principale dello sviluppo, la leva
fiscale, e quando lo ha fatto l’ha utilizzata al contrario, e
cioè, cercando di concentrare sempre più potere e ricchezza tra
le mani dei più ricchi.
Se far leva
sulla politica fiscale era una soluzione che non poteva
concretizzarsi quindici, venti anni fa, quando le condizioni
strutturali del Paese erano del tutto differenti, e si avevano a
disposizione altri tipi di interventi e manovre d’azione, per
influire sulle condizioni materiali, sui redditi dei cittadini
che noi rappresentiamo, ora quella fiscale, si manifesta come la
più efficace e vera, l’unica soluzione con la quale è possibile
misurarci.
Anche Guglielmo
ha, giustamente, parlato di patto fiscale, dell’utilità di
concepirne uno nuovo. Credo che questo sia una delle politiche
più importanti che la Cgil si propone di perseguire immaginando
che, anche la Cisl e la Uil, convenendo con la stessa idea le
siano accanto. Mi riesce difficile, a tal proposito, esimermi da
una risposta concreta alle parole di Guglielmo. Mi permetto,
perciò, di fare una riflessione a riguardo: siamo un sindacato
che considera come una delle missioni principali del suo
operato, stipulare degli accordi, dei patti, che mai, però,
sfociano in matrimoni. Il patto, per sua natura, presuppone uno
scambio tra le parti, ed io penso che, in questo caso specifico,
non ci sia nulla da scambiare. Rifletterò sugli elementi di
scambio per pura cortesia, perché, ripeto, penso che lavoratori
e pensionati non abbiano nulla da scambiare. Devono, invece,
essere risarciti. Dobbiamo essere risarciti perché l’Italia è,
purtroppo, un Paese dilaniato dall’evasione fiscale. Ciò
comporta che, secondo fonti prudenti dell'agenzia delle entrate,
ogni anno 200 miliardi di euro di ricchezza evadano il fisco.
Quindi, paradossalmente, i datori di lavoro finiscano per pagare
meno tasse dei propri dipendenti, usufruendo inoltre degli aiuti
e dei benefici dello Stato sociale. Il nostro è un Paese in cui
le tasse gravano fortemente, per un terzo, su un salario di
1000 euro, guadagnato e lavorato anche il sabato e la domenica,
mentre sono limitate al 12,5% per chi guadagna 1 milione di
euro giocando in borsa o comprando immobili. Tirando le somme
di ciò, cosa abbiamo da scambiare? Noi dobbiamo essere
risarciti.
Considero del
tutto centrale, su questo tema , la questione della riduzione
delle tasse sul lavoro. Il candidato dell’Unione, come sapete,
nelle sue proposte si è mosso proprio verso questa direzione,
indicando come obiettivo una riduzione del costo del lavoro di
cinque punti percentuali.
Come tutti,
leggo i giornali, e da essi apprendo come alcuni opinionisti di
testate autorevoli, ritengono che i sindacati si dimostrano
favorevoli alla proposta di ridurre di cinque punti le tasse
sulle imprese, poiché, indirettamente questa manovra,
favorirebbe i lavoratori. Da sindacalista ho compreso la logica
che sostiene questa opinione, una logica che istaura un circuito
attraverso il quale riducendo le tasse sulle imprese di cinque
punti, esse saranno più generose nel momento delle trattative
per il rinnovo dei contratti, e questo vorrà dire concreti
aumenti salariali. Io propongo invece di rovesciare questa
logica, e far sì che, riducendo di cinque punti le tasse sul
lavoro, saremo noi ad essere più generosi e responsabili nelle
trattative, facendo sì che, indirettamente, ci guadagnino le
imprese. Mi sembra questo l’approccio migliore con il quale
affrontare la situazione. Può apparire ovvio detto da un
sindacalista, ma la politica economica migliore per il Paese è
solo quella che valorizza il lavoro. È di questo che dobbiamo
seriamente renderci conto. Fino ad ora non si è riflettuto
abbastanza su un dato fondamentale. L’aumento della
competitività del nostro Paese, la sua reale possibilità di
rinascita, si fonda sul lavoro, nelle sue qualità. Un lavoro in
grado di essere competitivo non perché “costa meno”, illusione,
questa, tragica; ma perché è davvero migliore, perché sa
produrre beni e servizi, sia materiali che immateriali nel
miglior modo possibile. La tutela e la salvaguardia in Italia
della scuola pubblica, nazional e repubblicana, è un valore,
sia etico sia sostanziale. Investire sulla scuola, sulla
formazione delle giovani menti, rappresenta il futuro
dell’Italia. Non sono queste argomentazioni che appartengono
alla sfera della filosofia, ma a quella concreta ed attuale.
Prospettiamo sul serio un nodello di società diverso e vincente
basato sul lavoro e sulle persone.
È questo il
motivo per cui la politica economica deve essere, secondo noi,
coerente con questa idea di società che vogliamo lanciare nel
futuro. E la politica fiscale deve poter sostenere la politica
economica.
Sono
sinceramente convinto che si possa essere ottimisti: non abbiamo
di fronte a noi nessun destino già scritto, nessun declino
inevitabile. Ovviamente però, dobbiamo saper puntare e
scommettere sull’unico grande valore che abbiamo, il lavoro, la
sua quantità, la sua qualità, la sua capacità di mantenere unita
la società, di dare un senso alla vita di tutti i cittadini e di
dare il senso alla prospettiva di questo Paese.
È questa la
ragione per cui ci dimostriamo così accaniti e tenaci quando
affrontiamo questi problemi e discutiamo dell’unico strumento in
nostro possesso per far fronte ad essi. Per noi sindacalisti,
non si tratta unicamente di un problema di giustizia sociale, è
qualcosa di più profondo: si tratta di avere un Paese che sia
davvero in grado di camminare e di ricominciare a correre.
Abbiamo,
certamente, bisogno di riflettere sul nostro compito primario:
la politica contrattuale. Voglio spiegare qui, in breve, perché
ritengo quello della politica contrattuale un nodo importante:
la politica contrattuale è la riforma di un modello contrattuale
che, a mio parere, non esiste più. In questi anni abbiamo
convissuto con il prevalere di correnti di pensiero ostili alla
stessa idea del sindacato sia culturalmente sia, alle volte,
politicamente. Il nostro grande nemico non è stato unicamente il
liberismo, o il “turbo capitalismo”, senza dubbio un nemico
importante, micidiale, ma incapace di distruggere la nostra
storia. Ed è questo il punto fondamentale. Il sindacato deve
ora difendere sé stesso, la sua storia, la sua realtà, dal
pericolo di rinchiudersi, anche se inconsapevolmente, in una
riserva a protezione dei dipendenti pubblici e dei lavoratori
delle grandi imprese. È necessaria una politica contrattuale in
grado di tutelare non solo questa riserva che, seppur sterminata
diminuirà gradualmente, ma anche tutti coloro che sono fuori dal
recinto. Non c’è nulla di più decisivo per un sindacato, sul
piano morale e su quello concreto, di utilizzare tutta la sua
forza, la sua intelligenza il suo coraggio di agire per non
abbandonare chi si trova al di là di quella riserva. E non sono
sufficienti le parole, i buoni propositi, i trattati e le
considerazioni sulla loro condizione. C’è un forte bisogno di
qualcuno, di qualcosa che sia davvero in grado di cambiare la
loro realtà, il loro mondo fatto di emarginazione, di creare
opportunità, dare loro modo di sentirsi parte di quella
comunità. Chi se non il sindacato in questo paese ha l’onore e
l'onere di sobbarcarsi questo compito?
Conoscendo la
realtà della nostra economia, la sua struttura, la vita
quotidiana delle nostre imprese e dei nostri lavoratori, risulta
evidente che per far ciò abbiamo, in primo luogo, bisogno di un
contratto nazionale di lavoro in grado di difendere il potere
d’acquisto, l’invarianza del salario reale. Questo vuol dire che
gli aumenti salariali devono essere uguali all’inflazione reale,
non al lordo, in modo che le tasse non gravino pesantemente sul
potere d’acquisto delle famiglie e dei lavoratori. Tra le
nostre dichiarazioni, il nostro lavoro e la realtà esiste un
nesso sul quale dobbiamo riflettere. Per questa ragione abbiamo
bisogno dei contratti nazionali, in modo che questo principio
sia applicato ed abbia valore su tutto il territorio nazionale,
da Bolzano a Caltanissetta, e abbia valore per i lavoratori di
tutte le aziende, da quelle più forti a quelle più deboli.
Un sindacato
deve, però, rivolgere anche l’attenzione alla produttività, e al
modo con il quale questa viene ripartita.
Un sindacato
che non si ponga questo obiettivo è un sindacato che ha deciso
di rinunciare ad una parte consistente del suo ruolo. Perché la
produttività riparta non c’è che una soluzione: la
contrattazione di secondo livello. Questo è il modello
contrattuale con il quale preferiremmo misurarci. Abbiamo idee
ben chiare su questo argomento: il modello del ’93 non c’è più.
Noi non abbiamo l’intenzione di rianimarlo, di resuscitarlo.
Nessuno ce lo chieda: noi non crediamo che sia un modello più
adeguato per i nostri lavoratori, per la nostra società, per la
nostra realtà. È stato sicuramente ottimo per quel tempo in cui
vi era la necessità di disinflazionare l’economia. Adesso non è
null’altro che una macchina micidiale che garantisce la perdita,
più o meno modesta, di potere d’acquisto. Questo non ci sta
bene. Noi vogliamo stipularne uno nuovo, vogliamo elaborare un
nuovo accordo con le nostre controparti. Servono nuove regole,
perché aiutano i più deboli, perché qualsiasi regola è migliore
di una realtà senza regole. C’è da chiedersi, però, se esistono
le condizioni per studiare insieme una nuova regola. Noi siamo
d’accordo, ma siamo anche ben consapevoli del fatto che, perché
ciò avvenga, bisognerebbe avere un’opinione comune, sulla quale
basare il confronto ed avviare la discussione con le nostre
controparti, con chi, insomma, deve sottoscrivere quella regola.
Attualmente non c’è questa possibilità. E se non ci sono le
condizioni per avviare un confronto che porti ad un accordo,
lasceremo perdere. Ho molto apprezzato l’onestà politica con la
quale, prima, Guglielmo ha esposto la posizione della Cgil,
cercherò di imitare la sua chiarezza. Abbiamo discusso per un
intero anno, in assoluta buona fede, con trasparenza. Siamo ben
consapevoli, perciò, del significato delle parole pronunciate
prima da Carla Cantone, delle quali ho letto anche le sfumature.
Non la pensiamo allo stesso modo. Le nostre opinioni sono
differenti. Non c’è alcun motivo di continuare a discutere, se ,
oramai, sono chiare tutte le nostre posizioni, se abbiamo già
esplicitato, in assoluta buona fede, la nostra indisponibilità
nel modificarle. Dobbiamo solo prenderne atto. Non ci sarà,
dunque, nessuna trattativa: si tratta di un’equazione a due
incognite, un nodo, che per usare una metafora matematica, non
ha soluzioni. Non ci resta che lasciar perdere, senza traumi;
accantonare la possibilità di un accordo per quando il tempo, le
valutazioni, le condizioni saranno cambiate e tali da
consentirlo. È sempre meglio giungere ad un accordo, ma quando
ciò non risulta possibile, è inutile insistere. Lo stesso
contratto dei metalmeccanici ha dimostrato che, sebbene con
fatica, alla fine il contratto è stato ugualmente negoziato e
firmato, ed è stato un buon contratto, che non ha avuto nulla a
che vedere neanche nella piattaforma con l'accordo del 23
Luglio. La cosa più importante , cari amici e compagni, è aver
ben chiaro nella mente l’obiettivo da raggiungere.
Non siamo oggi
in condizione di trovare degli strumenti efficaci per
raggiungere l'obiettivo che ci siamo prefissi; è necessario
pero, convenire su quale sia l’obiettivo centrale, e cioè che il
nostro paese, i nostri lavoratori, hanno diritto ad avere un
sindacato che tuteli e difenda sul serio e senza remore il loro
reddito, le loro prospettive, il loro futuro. Un sindacato,
insomma, che faccia al meglio il suo dovere. È di questo che
hanno bisogno i cittadini ed i lavoratori, che guardano a noi
esattamente con questi occhi.
Cinque anni di
governo ostile hanno fatto sì che le iscrizioni al sindacato
aumentassero. La Uil non ha mai avuto tanti iscritti come
adesso.
Cgil, Cisl e
Uil hanno il massimo del consenso, un consenso molto più esteso
di quello ottenuto negli anni passati. Questo perché le persone
comprendono i nostri sforzi, stimano il nostro lavoro, sono
soddisfatti del nostro impegno. Sentono di non essere soli,
sentono che c’è un sindacato che fa della loro tutela il suo
obiettivo principale. A volte riesce a raggiungere ottimi
risultati, altre volte no. Resta, però, la sensazione di fiducia
nei nostri confronti, la consapevolezza di poter contare su di
noi.
Alla Cgil devo
riconoscere il merito di aver sottolineato con grande
sensibilità un aspetto molto importante della vita del
sindacato: il diritto dei lavoratori di votare sui contratti.
Ho sempre
pensato, anche in tempi in cui questa mia opinione non
raccoglieva grandi consensi, che far votare tutti i lavoratori
fosse sì più faticoso per i sindacalisti, ma, nel lungo periodo,
decisamente più vantaggioso.
Nella mia
esperienza non ho mai firmato un contratto nazionale di lavoro
senza un referendum, ma si tratta di altri tempi. Sono convinto
che questo sia un problema da affrontare e risolvere. In attesa
di una legge, che potrà anche non esserci, propongo di lanciarci
in una grande sfida: quella di ridare il diritto di voto a tutti
quei lavoratori che, oggi, non ce l’hanno. Facciamo in modo di
restituire il voto a tutte quelle categorie che oggi non
esercitano questo diritto nell’elezione delle RSU. Sarebbe,
questo, un grande passo in avanti. La prova concreta che, in
fondo, Cgil, Cisl e Uil sono delle organizzazioni sindacali che
vogliono misurarsi sul serio con le persone che rappresentano e
che vogliono continuare a rappresentare in maniera
significativa. In questo modo, negli anni a venire, Cgil, Cisl e
Uil, potranno essere sempre più un potente strumento di difesa e
tutela degli interessi dei lavoratori, capace di generare
partecipazione democratica, della quale un Paese come l’Italia
ha fortemente bisogno.
Ho sentito, in
questi giorni congressuali, rincuoranti appelli alla
confederalità; ed io, avendo vissuto personalmente, nei miei
anni di militanza sindacale, la dimensione della realtà di
categoria, ritengo che, se c’è stata la sensazione di una nuova
grandezza, oltre che di una nuova speranza per il futuro che
vogliamo costruire, questo è dovuto all’idea di sindacato,
all’idea di organizzazione fatta di uomini e di donne che vi
aderiscono liberamente, consapevoli che lì le proprie idee
possono trovare spazio, che le proprie opinioni ascoltate, che
la possibilità di poter esprimere le proprie passioni, i propri
bisogni, la propria intelligenza, la propria voglia di influire
sulla propria vita, sia una reale possibilità. Questa nostra
connotazione è il segreto del nostro successo. Perciò dobbiamo
valorizzarla quanto più è possibile; dobbiamo lavorare ogni
giorno con la coscienza di agire in modo che i cittadini possano
continuare a vederci come un’organizzazione autonoma, che non
prende idee e direttive dall’esterno, ma che ha, invece, dentro
di sé, per le persone che rappresenta e per la storia che ha
alle spalle, tutto ciò che occorre per essere sempre in prima
linea nell’agire sociale, economico, politico.
In Italia, i
sindacati ed i lavoratori che essi rappresentano sono la
principale risorsa umana, sociale e politica per crescere.
Perché essi, insieme, rappresentano la risorsa più importante
per una nazione: il lavoro.
Grazie
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