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INTERVENTI
Conferenza
Nazionale di Organizzazione:
l'intervento conclusivo di Luigi Angeletti, Segretario
Generale UIL
Roma, 3/5
marzo 2004
Cari amici e compagni, gentili ospiti,
la relazione di Carmelo iniziava con tre parole che volevano
rappresentare uno stato d’animo sicuramente prevalente nel
nostro paese: l’incertezza, l’insicurezza e una certa
diffidenza.
L’incertezza sul futuro che serpeggia nell’animo di
ognuno di noi, è reale.
Continueremo ad avere un buon lavoro? O trasmigrerà in
qualche lontano paese come l’India o la Cina? Ne avremo uno
migliore in sostituzione? Avremo sufficienti risorse per
garantire il nostro attuale livello di vita? La finanza
pubblica avrà abbastanza risorse per garantirci un decente
livello di assistenza medica? Avremo una scuola migliore,
capace di fornire ai nostri figli gli strumenti per affrontare
la vita con serenità? Avremo i soldi per pagare le pensioni?
Sono queste le domande che ci rivolgiamo nelle
occasioni pubbliche, le stesse che emergono dagli articoli dei
giornali e che sono oggetto di dibattito politico. Sono queste
effettivamente le domande che le persone, i lavoratori si
pongono sempre più frequentemente domande alle quali non
sempre viene fornita una risposta convincente.
E anche da ciò che deriva la sfiducia verso le classi
dirigenti, verso quelle persone, quelle organizzazioni che
gestiscono il potere, che hanno il potere di prendere delle
decisioni, e la responsabilità di dare risposte. E quando
queste risposte non arrivano, non sono convincenti, non
appaiono credibili, cresce la diffidenza e la sfiducia nei
confronti di quella parte della classe dirigente e delle
istituzioni che nell’immaginario dei cittadini, ma anche
nella realtà, è deputata ad assumersi delle responsabilità,
non deve solo vigilare o dare consigli ma deve indicarci ed
indicare al Paese la strada sulla quale ci dobbiamo
incamminare per far ripartire lo sviluppo.
Questo problema riguarda anche le Organizzazioni Sindacali
che vengono viste esattamente come soggetti che in certe fasi
storiche e su specifici argomenti debbono assumersi
responsabilità e dare risposte.
E’ ovvio che la critica più acuta riguarda legittimamente
la classe politica che è classe dirigente per eccellenza,
quella a cui viene demandato il ruolo e il potere, la
responsabilità di indicare appunto la strada, le scelte da
compiere, l’obiettivo da raggiungere. Credo che non possiamo
non associarci con consapevolezza a questo sentimento: c’è
oggi una classe politica insufficiente, incapace di assumersi
le necessarie responsabilità. La maggioranza ha costruito una
strategia politica, l’ha spiegata, l’ha semplificata in
slogan semplici, ma questa strategia, questa idea del Paese
purtroppo si è rivelata sbagliata. C’era una idea positiva,
dava speranza, tutti più ricchi e anche più liberi. Quel
messaggio arriva, però secondo me, da persone che non
conoscono bene il nostro Paese o quantomeno non lo conoscono
in tutti i suoi aspetti. Conoscono una parte di questo Paese,
l’altra parte gli è sconosciuta, probabilmente per scarsa
frequentazione o forse perché appartengono a quel gruppo di
persone che ha sofferto e soffre sempre poco nei momenti di
crisi. Hanno una certa difficoltà a capirci e a capire i
problemi e le condizioni che molti italiani vivono, non ci
capiscono e non capiscono molte delle nostre preoccupazioni.
Ecco perché le ricette proposte non sono adeguate al nostro
Paese: meno tasse meno vincoli per le imprese è un’idea che
non ha funzionato. Si dovevano invece ridurre i vincoli per
evitare l’eccesso di potere delle grandi corporazioni.
Hanno pensato che riducendo le tasse alle imprese, riducendo
i vincoli posti dal sindacato, abolendo l’articolo 18,
magicamente il Paese avrebbe conosciuto finalmente un nuovo
miracolo economico. Questo film era vecchio e sbagliato, la
realtà era ed è molto diversa. Noi abbiamo una classe
dirigente la cui scarsità di risorse economiche, di capacità
imprenditoriali, non gli consente di misurarsi ad armi pari
con le imprese degli altri paesi, e questo non dipende dal
fatto che in Italia esistono i sindacati. E’ la mancata
selezione degli imprenditori che ha determinato questo
risultato e quindi l’immaginato sviluppo basato sui nuovi
imprenditori, quelli in grado di guidarci alla conquista del
mondo, si è rivelato un sogno. Purtroppo si è rivelato solo
un brutto sogno. Oggi dobbiamo fare i conti con una dura realtà,
cioè con un Paese diverso da quello che ci è stato
rappresentato dove le ricette proposte, le politiche per
cambiare e per innovare capaci di realizzare un nuovo
rinascimento per il Paese si sono rivelate poco più che
aspirazioni. Purtroppo neanche l’opposizione o la minoranza
ha offerto, sui temi dello sviluppo, politiche migliori di
quelle pensate dal governo. Devo dire che in questi due anni,
quelli del “biennio rossiccio” come fu definito da qualche
giornale, ho avuto l’impressione che l’opposizione si sia
sentita letteralmente ipnotizzata da Berlusconi e che quindi
l’unica politica che riusciva ad esprimere era una politica
di reazione alle scelte di Berlusconi, buone o cattive che
fossero, dando l’idea che il destino dell’Italia
dipendesse esclusivamente da Berlusconi, e dai risultati che
il suo governo avrebbe prodotto.
In questo biennio, caratterizzato dai girotondini e da una
certa politica della CGIL, si è avuta l’impressione che la
sinistra, il centro sinistra, coloro che si devono candidare
come nuova maggioranza, si siano comportati come quei pugili
che, colpiti con un diretto al mento, rimangono storditi,
sorpresi. Certo aumenta la rabbia, la loro reazione è più
rabbiosa ma molto meno lucida perché il colpo è stato duro.
Molte delle nostre difficoltà sono figlie di questa realtà.
Penso però, che grandi organizzazioni sindacali che svolgono
ruoli importanti nella società devono fare i conti con la
classe politica che si trovano davanti, indipendentemente dai
limiti che questa classe politica dimostra nello svolgere il
ruolo di governo del paese.
Adesso assistiamo, almeno sul versante della opposizione, ad
una fase che io considero positiva, ad un segno di risveglio
da questa ipnotizzazione provocata dal Presidente del
Consiglio. Cominciano a vedersi consistenti segni di risveglio
nelle persone, nelle forze politiche di sinistra che si
pongono una domanda: cosa proporremmo noi se fossimo al
Governo? Come risolveremmo i problemi di milioni di
concittadini, che oggi non hanno risposte e cercano qualcuno
capace di offrire nuovi orizzonti. Noi li dobbiamo
incoraggiare perché un’opposizione non competitiva tende ad
aiutare la maggioranza a sbagliare. Per usare un vecchio
proverbio “quando il gatto non c’è i topi si
impigriscono”.
Noi abbiamo bisogno di una opposizione competitiva che sia
effettivamente in grado di cambiare l’opinione della
maggioranza dei cittadini, non di rincuorare coloro che si
sono sentiti persi nel 2001: questo non serve, non serve al
sindacato, non serve al Paese. Dobbiamo svolgere un ruolo ed
essere coerentemente riformisti, il che significa essere in
grado di dire qual è la soluzione giusta, indicare una
politica buona. Questo bisogna fare per rispondere ai problemi
e alle ansie dei lavoratori, dei cittadini e dei pensionati, a
quella parte del Paese che noi riteniamo importante,
affermando con i comportamenti e con le nostre scelte questa
importanza. In questi giorni è in discussione in Parlamento
il rifinanziamento delle missioni militari all’estero.
Voglio ricordare che noi abbiamo fatto uno sciopero contro una
guerra che ritenevamo sbagliata e non giustificabile. Avevamo
spiegato che un intervento militare senza l’autorizzazione
dell’ONU era da ritenersi illegittimo e, probabilmente,
politicamente sbagliato.Ma proprio noi che non abbiamo mai
avuto dubbi sui giudizi da dare e non ci siamo confusi con
quelle fantasticherie del “no alla guerra senza se e senza
ma” abbiamo il dovere di dire anche oggi una parola chiara.
I nostri soldati sono lì per aiutare la popolazione e questa
è una verità, non hanno sparato un colpo, difendono delle
persone che come vediamo tutti i giorni ne hanno un grande
bisogno, 17 di loro hanno pagato con la vita questo impegno.
Un paese, una nazione democratica degna di questo nome non
scappa, non si rifugia dietro speculazioni politiche. I
militari italiani non rappresentano una parte, non sono
milizie di partito, i militari italiani sono lì sotto la
nostra bandiera e rappresentano tutti noi. Ecco perché credo
che in Parlamento, compresi quelli che come noi non hanno
condiviso le scelte del Governo e non hanno condiviso
soprattutto la guerra, oggi debbano fare i conti con questa
realtà. Io credo che farebbero bene a votare a favore, almeno
però ci risparmino un voto contrario. Non vorremmo
vergognarci di essere italiani. Vedete, la politica di governo
è stata una politica basata su presupposti che non si sono
rivelati esatti. Ha fondato le sue speranze o le sue illusioni
su un’impresa che non c’è, sulla possibilità di fare un
nuovo rinascimento nel nostro paese aggredendo un’idea, un
ruolo e una funzione che il sindacato italiano confederale ha
svolto sempre con coraggio. Abbiamo fatto tanti errori e
inevitabilmente ne faremo ancora ma sbaglia solo chi agisce,
ma noi non siamo stati né saremo mai un sindacato
corporativo. Noi siamo un sindacato che, pur con i suoi
limiti, è stato sempre guidato dall’idea che i nostri
interessi e gli interessi delle persone che rappresentiamo
sono difendibili, se siamo in grado di fare una politica che
coniughi questi interessi con l’interesse generale del
Paese. Questa è la funzione che non ci vogliono riconoscere,
è esattamente questo il ruolo che vogliono negarci, perché
hanno un’ idea del rapporto tra Stato e cittadini
profondamente sbagliata. Secondo loro lo Stato deve avere
rapporti solo con i singoli cittadini e tutto ciò che invece
rappresenta gli interessi collettivi non deve essere preso in
considerazione. Sono contrari alla concertazione per questo
motivo. Secondo loro gli iscritti ai sindacati sono gente che
conta troppo nel nostro Paese, vanno a votare, si scelgono chi
governa. Poi, in quanto iscritti ai sindacati, cercano di
imporre al Parlamento eletto liberamente dal popolo una
politica economica, una politica fiscale, una politica
industriale, e quindi sono persone che contano due volte. Ecco
perché sono stati convinti da subito che l’esperienza della
concertazione andava liquidata. Io penso che ci sia stato
insieme a questo elemento di tipo ideologico, una idea della
società che considero sbagliata ed ingiusta che si basa su
questo presupposto: in Italia tutti coloro che non vivono di
lavoro dipendente debbono essere in qualche modo privilegiati.
Si riducono le tasse con l’idea che l’evasione fiscale sia
conseguenze delle leggi ed in ciò è stato trasparente il
Presidente del Consiglio, quando ha affermato che l’evasione
fiscale è giustificabile perché le tasse sono troppo elevate
era profondamente sincero. La pensa esattamente così. Quindi
vogliono rappresentare una società nella quale l’evasione
fiscale, l’evasione contributiva, il lavoro sommerso, il
lavoro nero, la speculazione finanziaria si realizzano perché
ci sono troppi vincoli. Ridurre le tasse alle imprese che
fanno investimenti è una scelta di politica economica che
certe volte funziona, certe volte funziona meno, ma ha una sua
logica. Ridurre le tasse sui redditi cioè sui guadagni, sui
profitti elevati significa un’altra cosa, significa fare
un’operazione che un tempo avremmo definito di classe cioè
di tutela di coloro che hanno redditi maggiori, a scapito di
tutti gli altri. Ecco perché noi dobbiamo essere attenti e
non dobbiamo essere generici quando sosteniamo che non è
possibile dire solo che bisogna ridurre le tasse. Ridurre le
tasse è un’operazione politicamente ed economicamente
sbagliata, non ce lo possiamo permettere, le conseguenze sono
devastanti. Se non si risolve il problema dell’evasione
fiscale e della giustizia fiscale noi avremo meno risorse per
il funzionamento dei servizi pubblici, per la scuola, la sanità,
le pensioni.
Abbiamo bisogno di garantire allo stato sociale le risorse
sufficienti per farlo funzionare, è una questione rilevante
non una questione assistenziale. La scuola pubblica laica e
nazionale è un perno fondamentale della nostra Repubblica. Lo
Stato ha cominciato ad essere percepito dai cittadini come
qualcosa di proprio solo da qualche decennio perché per molto
tempo non tutti hanno avuto il diritto di votare e venivano
rappresentati solo i maschi ricchi. Poi abbiamo avuto venti
anni di dittatura fascista
che ha ucciso nella coscienza di milioni di italiani la
concezione della Patria e queste cose non si possono
cancellare. Per questo abbiamo bisogno di una scuola pubblica
laica e nazionale, così come abbiamo bisogno di garantire una
assistenza sanitaria che non sia discriminante per censo o
peggio per luogo di residenza. La battaglia che noi dobbiamo
fare è contro gli ospedali che non funzionano, contro una
assistenza sanitaria al di sotto delle necessità di un Paese
moderno. La battaglia la si fa recuperando questi ritardi,
facendo si che il servizio sanitario sia più efficiente.
Questa è la battaglia che la UIL vuole fare. Dobbiamo
smetterla di cercare scorciatoie! Noi siamo stati
ossessionati, bombardati dall’idea che tutto ciò che era
pubblico era automaticamente uno spreco, era lottizzato e che
quindi l’unica soluzione era quella di liquidarlo. Se si
ragionasse seriamente, in un Paese come il nostro che negli
anni ’50 e ’60 ha conosciuto vasti processi migratori, si
capirebbe che non è valida l’idea della differenza etnica.
Come si può pensare che le regioni formatesi da molto poco
nella nostra storia repubblicana, siano improvvisamente
diventate campioni di efficienza, in grado di svolgere meglio
dello Stato nazionale la funzione di servizio pubblico. Certo,
esiste il problema di essere vicini ai cittadini e dietro
quest’idea c’era il fatto che improvvisamente il
federalismo poteva essere la strada attraverso la quale
risolvere l’inefficienza dello Stato. Però liberandosi di
uno Stato inefficiente e costoso si è rischiato di fare
l’esatto contrario, cioè di replicare, peggiorando,
istituzioni pubbliche locali inefficienti e costose. Un
giudice della Corte Costituzionale ha detto: “per fortuna
non vengono applicate le modifiche della Costituzione perché
se così fosse saremmo nel caos”. Ed ha perfettamente
ragione. Io credo quindi che noi dobbiamo recuperare un’idea
forte di Stato: abbiamo bisogno di istituzioni pubbliche
efficienti, capaci di rispondere alle esigenze dei cittadini
in un rapporto socialmente ed economicamente accettabile tra
quanto offerto ed i costi per sostenerlo. Questa è la
battaglia, non pensare che si possa improvvisamente e
miracolosamente trasformare lo Stato Italiano con un po’ di
federalismo e renderlo un po’ più efficiente di quello che
è. Noi corriamo seri rischi su questa strada, dovremmo invece
impegnarci in una riforma che ricentri le funzioni
amministrative. Abbiamo già sciolto la nostra economia in
Europa e siamo già diventati una economia sussidiaria. Vorrei
evitare di sciogliere anche le nostre istituzioni.
La UIL è convinta che
ci sono valide ragioni per difendere lo stato sociale, anche
se dobbiamo porci l’obiettivo di come cambiare e modificare
lo stato sociale non per renderlo meno costoso perché è già
meno costoso di quanto sia in Europa. Dobbiamo modificare lo
stato sociale perché in molti casi non è più in grado di
svolgere la sua funzione di protezione e di tutela per i
cittadini. Il nostro stato sociale è stato disegnato,
pensato, per una tipologia di persone che lavoravano per 40
anni spesso nella stessa azienda. Questo modello non è più
univoco e quindi ci dobbiamo porre delle questioni molto
semplici. Come proteggiamo, per esempio, parlando di
previdenza, tutti quei cittadini e lavoratori che non
lavoreranno mai in una sola azienda e che spesso non solo
cambieranno posto di lavoro, ma intervalleranno periodi di
lavoro con quelli di non lavoro.
C’è l’esigenza di capire come si adatta il sistema
previdenziale, così come dobbiamo pensare a nuove leggi
capaci di coprire il periodo di non lavoro dal punto di vista
previdenziale per evitare che ci siano milioni di poveri per i
prossimi decenni.
Il nostro sistema previdenziale deve essere modificato in
quelle parti che lo rendono iniquo e che determinano un
meccanismo per il quale i pensionati più poveri finanziano
quelli più ricchi. Ecco perché abbiamo cominciato a spiegare
che occorre separare la previdenza dall’assistenza, che
bisogna fare in modo che i lavoratori autonomi non
percepiscano più di quanto contribuiscono. Quale è stata la
risposta con cui ci siamo dovuti sistematicamente scontrare?
Silenzio su queste verità e bugie come risposta. All’inizio
potevamo pensare che non capissero perché non conoscevano i
meccanismi ma adesso hanno fatto una scelta molto precisa:
vogliono difendere certi interessi contro quelli che noi
rappresentiamo e quando arriviamo alle argomentazioni concrete
si rifugiano nella demagogia sostenendo che il sindacato è
conservatore, non ha una proposta, non sa che cosa fare. Però
non rispondono mai alle nostre osservazioni. Non è vero che
non esiste una proposta. Noi siamo convinti delle nostre
ragioni e della capacità di pensare del sindacato, gli
abbiamo anche fornita una proposta veramente moderna e
aggiungerei molto liberale. La verità è che non conoscono il
mondo delle persone che lavorano e i motivi per i quali la
gente va in pensione. Non sanno forse che una gran parte di
queste persone viene spinta fuori dai posti di lavoro? Non
sanno che le imprese ritengono che a quell’età non si è
molto produttivi ma si è molto costosi e che quindi è molto
meglio cambiare la manodopera con lavoratori di 20 anni pagati
la metà e con contratti molto precari? E’ per questo che li
spingono fuori! Che cosa è accaduto in tutte le grandi
imprese tra quei “giganti” della competizione
internazionale che hanno usato solo questo sistema? E chi è
che ha pagato se non i lavoratori e l’INPS? Ci sono milioni
di persone che fanno un lavoro che non si può fare a 65 anni,
ma questa piccola realtà gli sfugge. In Europa ci sono
persone come noi che fanno il nostro stesso lavoro che pur
avendo una legge che li obbligherebbe ad andare in pensione a
65 anni ci vanno cinque anni prima. Perché neanche alla
Wolkswagen si può lavorare a 64 anni su una linea di
montaggio. L’unica cosa intelligente da fare era cercare di
limitare queste cause e per quelle che non si possono limitare
cercare un’opportunità, una chanche, incentivare le persone
che possono e che vogliono a restare al lavoro. Questa è la
vera soluzione, tutte le altre soluzioni sono pasticci tant’è
che le modificano ogni giorno. Ci sono molti emendamenti della
maggioranza depositati in Parlamento, emendamenti sugli
emendamenti del Governo. Perché è così, perché purtroppo
la realtà è diversa da quella che loro rappresentano e non
sono in condizione di accettare questa realtà. Prendiamo la
vicenda del TFR, hanno capito che obbligare le persone a
versare il loro TFR era come mettere una tassa di dubbia
costituzionalità e che bisognava garantire rendimenti
obbligatori, questa era una strada complicata. Finalmente
hanno accettato la soluzione del silenzio-assenso, che noi
avevamo proposto.
Vedete, noi dobbiamo trarre una lezione politica da ciò che
facciamo: non intendiamo assistere impotenti e protestare
perché il Governo sbaglia. Vogliamo cambiare la politica
economica del Governo perché pensiamo che questo sia il
nostro dovere, noi non possiamo stare a braccia conserte e
fare l’elenco dei danni che le persone che abbiamo il dovere
di rappresentare subiscono. Questo non vogliamo permetterlo.
La CGIL si può illudere di smarrire il senso di sé, pensando
che la funzione di un’Organizzazione Sindacale sia
semplicemente quella di fare l’elenco delle disgrazie e
farne subire ai sui iscritti tutte le conseguenze. Questa è
una strategia che non porta da nessuna parte, così come da
nessuna parte è andata la FIOM. Fare avere aumenti salariali
agli iscritti alla FIOM è un dovere di chi li rappresenta, un
dovere al quale loro sono venuti meno e se non fosse stato per
noi i lavoratori metalmeccanici non avrebbero avuto un aumento
di 160 euro che è una parte consistente del loro reddito. Non
sarebbe servito a nulla il dire e continuare a ripetere che
perdiamo potere d’acquisto. I padroni fanno il loro
mestiere, cioè cercano di darci meno soldi possibile, sta a
noi fare il nostro dovere: garantire i contratti e gli aumenti
salariali.
Quello di cui adesso dobbiamo preoccuparci è
l’impoverimento delle persone che rappresentiamo. Il compito
di una organizzazione riformista è quello di non essere
generico perché spesso essere generici è semplicemente un
modo per mistificare la realtà e quindi di ingannare le
persone. L’Italia nel 2003 è cresciuta dello 0,3%, cioè
praticamente zero, la cosa più preoccupante è che siamo
all’ultimo gradino di una discesa cominciata da tempo. Gran
parte degli italiani sono impoveriti, soprattutto quelli che
non hanno potuto adeguare i loro redditi, le vittime della
speculazione, cioè i lavoratori a reddito fisso ed i
pensionati. C’è però una parte di italiani che non si è
per nulla impoverita, anzi, ha accresciuto il proprio reddito.
E’ avvenuto quello che noi chiamiamo un allungamento della
società, cioè siamo una società sempre meno compatta dal
punto di vista del reddito e delle condizioni materiali di
vita. E’ successo semplicemente che centinaia di migliaia di
persone in questo paese hanno percepito un messaggio:
“cercate di fare i vostri interessi tanto di controlli non
ce ne saranno, di repressione della speculazione non parleremo
e non vi perseguiremo nemmeno facendovi pagare un po’ più
di tasse visto che avete guadagnato più soldi anzi, vi
condoniamo qualcosa”. Hanno ricevuto questo messaggio e ne
hanno approfittato. Questo è ciò che è avvenuto nel nostro
paese. Ci sono persone più ricche e persone più povere e noi
rappresentiamo questi. Perché è avvenuto questo fenomeno? E
perché questa questione non è semplice da risolvere? Perché
in un paese che non cresce, in un paese che non produce più
ricchezza la lotta per ripartire quella ricchezza si fa sempre
più aspra, sempre più dura e il rischio è che coloro che
sono più deboli, che hanno meno potere contrattuale,
soccombano. In Italia non tutti i lavoratori dipendenti hanno
abbastanza forza per difendersi, ci sono milioni di nostri
concittadini che non hanno la forza per difendersi e noi
dobbiamo dare loro questa forza, questo è il nostro compito.
La politica economica del Governo si è rivelata una cosa
sbagliata, non ha funzionato, non c’è stata crescita: ne
dovrebbero prendere atto. Dovrebbero riconoscere che quelle
scelte sono state sbagliate e cominciare ad ascoltare quello
che pensiamo noi. Non ci sono scorciatoie, diventare
competitivi riducendo i costi è un’illusione devastante,
non ci porta da nessuna parte. Voi mi scuserete se adesso mi
citerò. Nel 2000, appena eletto Segretario Generale, ho
cominciato a dire che bisognava smetterla con l’idea di fare
la competizione con l’Albania, con la ex Jugoslavia, con la
Romania perché questa è un’idea sbagliata, illude qualche
imprenditore, ma non funziona. Per essere competitivi e per
accrescere la nostra ricchezza, non possiamo sempre pensare di
essere i più furbi. Gli Stati Uniti d’America spendono sei
volte più di noi nella ricerca, se spendono cifre
straordinarie per finanziare l’Università, per finanziare
una scuola, lo fanno perché sanno perfettamente dove risiede
il dominio economico e come si garantisce la supremazia
economica nel XXI secolo. Nel terzo millennio quello che
funziona ed è vincente è il cervello delle persone. La
società della conoscenza non è uno slogan, se rimane uno
slogan non produrrà nessun effetto e quindi bisogna sapere
che per diventare competitivi bisogna mettere milioni di
cittadini nella condizione di essere competitivi, fornendo
loro tutte le opportunità professionali, culturali, sociali,
per diventare competitivi, per essere migliori degli altri. La
vera risorsa è il lavoro nelle sue più variegate accezioni e
il valore delle imprese non dipende solo dagli investimenti
fissi ma del lavoro che la gente svolge e dalla qualità del
lavoro. Di conseguenza anche la politica nei confronti delle
persone deve essere cambiata. Fare la formazione, incentivare
le persone, farle sentire realizzate e non farle sentire
invece sistematicamente frustrate sui posti di lavoro, è la
chiave di volta, è la politica che fa grande un’impresa,
una nazione. Questo non riescono a capirlo. Un Paese come il
nostro, che ha ancora per gran parte un’economia di
trasformazione, ha bisogno di infrastrutture e trasporti che
funzionino. Nel Sud abbiamo black out tre volte superiori
rispetto al nord, ma come potete pensare che si possa
sviluppare? Per il Mezzogiorno il Governo deve fare politiche
buone, non seguire scorciatoie né miracoli, né illusioni,
perché purtroppo le illusioni durano poco e i sogni finiscono
sempre all’alba.
Ed era quello che noi abbiamo scritto nel patto per
l’Italia. Il Governo, che è stato costretto a scriverlo con
noi ha aderito ad una politica che non lo convinceva. Lo ha
fatto perché non aveva alternative perché doveva uscire
fuori da una situazione politica in cui si era infilato grazie
anche al contributo della Confindustria. Fare un patto per
l’Italia significava fare certe scelte e ovviamente il
Governo non lo ha rispettato, salvo per le cose che era
costretto a fare come la riduzione delle tasse. Noi però
siamo caparbi perché siamo convinti delle nostre ragioni e
perché non ci sono alternative. Abbiamo bisogno di fare una
politica per la crescita capace di creare buoni posti di
lavoro. E se non si fanno queste scelte di politica economica,
saranno sempre posti di lavoro precari e sempre meno pagati
perché quelli buoni si creano nei paesi dove c’è
l’energia elettrica che costa un terzo della nostra, dove
funzionano i trasporti, la pubblica amministrazione, dove
esistono scuole, dove si investe nella ricerca. La UIL vuole
questa politica anche per l’Italia.
Il 10 marzo riusciremo a presentare una piattaforma comune.
Quando la leggerete vedrete che sarà esattamente quella
realizzata il 5 di luglio del 2002, identica. Non abbiamo il
problema di immaginare la politica nei confronti delle altre
due confederazioni, come un problema di geometria politica.
Noi non siamo ossessionati dal misurare le distanze o le
vicinanze, siamo ossessionati solo dall’idea che una buona
politica deve essere anche una politica vincente. Quindi
pensiamo che per aumentare la nostra forza, per dare a questa
politica maggiore chances di successo, più persone,
organizzazioni, cittadini la condividono, più essa ha la
possibilità di realizzarsi.
Noi non
intendiamo sparire. Chi nel Governo, nelle forze politiche,
nella maggioranza e forse anche nell’opposizione, pensava
che in fondo l’anomalia italiana dovesse essere
superata,anche se gradualmente, si è sbagliato. Secondo
questi l’anomalia, che fa del sindacato confederale un
soggetto politico, cioè un soggetto in grado di influire
sulle scelte politiche, doveva essere eliminata. Volevano
toglierci di mezzo, volevano che ci interessassimo solo di
qualche vertenza aziendale, utilizzandoci come infermieri per
guarire i disastri sociali che loro combinano. Noi non
aderiamo a questa visione e vogliamo continuare ad essere una
grande organizzazione che influisce sulle decisioni che, come
dicono tutti i grandi riformisti, cambiano lo stato delle
cose. Non vogliamo limitarci ad essere uno stato d’animo
semplicemente da manifestare. Questo è ciò che noi vogliamo
fare insieme alle altre due organizzazioni e il fatto di poter
dire e di sperare che finalmente tutti e tre insieme
cominciamo a comprendere come si fa una politica sindacale
vincente in questo Paese, come fa il sindacato a cambiare lo
stato delle cose e la condizione delle persone, non può che
farci piacere, ne siamo veramente lieti e lo dico con grande
sincerità. Consideriamo questa evoluzione della CGIL nel
tornare ad essere un sindacato, come la conferma che in fondo
in questo periodo difficile e tormentato della nostra vita,
non abbiamo lavorato invano e alla fine, pur con tante
giravolte, anche la CGIL è tornata sulla buona strada.
Abbiamo però bisogno, cari amici e compagni, di viverla
questa storia e di affermare una buona politica economica e
sociale in questo paese. Abbiamo anche bisogno di vincere una
scommessa di consenso con le persone, di far capire che ci
sono soluzioni e che non è vero che siamo destinati ad un
declino inevitabile ed implacabile contro il quale non si può
nulla se non imprecare e rassegnarsi. Noi non vogliamo
imprecare ma soprattutto non siamo per nulla rassegnati, si può
costruire una buona politica, offrire delle prospettive di
benessere ai nostri figli. Bisogna essere caparbi, bisogna
essere determinati, bisogna avere la forza per farlo e io so
che la UIL possiede questa forza. Quando si svolge una
Conferenza di Organizzazione io penso che la vera riflessione
debba essere questa: non parlare di quanto siamo bravi ma
parlare dei nostri difetti, perché indicare i difetti serve a
superarli. Il maggiore difetto che abbiamo è che siamo un
po’ lenti nel comprendere quanto dobbiamo cambiare. Adriano
Musi ha ricordato chi siamo, da dove veniamo e qual è la
nostra storia. Noi siamo il sindacato della politica dei
redditi e della partecipazione e non siamo ovviamente pentiti
anche perché sarebbe stupido pentirsi visti i buoni risultati
raggiunti. Però noi dobbiamo sapere che la politica dei
redditi o la politica della partecipazione non si può fare da
soli: è un matrimonio e occorrono dei partner in questo caso
anche più d’uno. Non possiamo essere rassegnati, stare in
disparte in attesa che il mondo cambi e diventi migliore.
Dobbiamo agire, abbiamo bisogno di cambiare la politica
contrattuale. Quel modello si è dimostrato un autentico
gioiello, una cosa superba da esportare nel mondo come spiegò
più volte l’attuale Presidente della Repubblica. Il vero
miracolo che l’Italia ha compiuto negli anni 90. Ma quel
modello che serviva a disinflazionare la nostra economia, ha
raggiunto il suo obiettivo, la nostra inflazione nei prossimi
10 anni sarà quella dell’Europa e se la nostra economia
andrà male non è che aumenterà l’inflazione, ma perderemo
posti di lavoro, se andrà bene aumenteremo posti di lavoro.
L’inflazione dipende infatti da quanta moneta gira,
continuare a tenere i tassi di interesse al doppio degli Stati
Uniti condanna l’Europa ad una crescita più bassa, quando
la Banca Centrale europea la smetterà di perseguire questa
politica fondamentalista dal punto di vista monetario sarà
sempre tardi. Mi piacerebbe ogni tanto ascoltare il Presidente
del Consiglio, che forse non se ne intende molto, ma il
Ministro dell’Economia sicuramente si, dirlo chiaramente con
la stessa forza con cui lo stanno dicendo i tedeschi e i
francesi. Perché non è accettabile una politica che
strangola o rende sempre più difficile l’espansione
economica. In Europa esiste un problema che si chiama
disoccupazione, non inflazione. Il Governatore della Banca
Centrale Europea si deve preoccupare di quanti europei sono
senza lavoro. E non siamo riusciti a sentirli una volta su
questo punto. C’è poi la necessità di una politica
contrattuale che deve risolvere due questioni importanti:
garantire il salario reale e ripartire l’aumento di
ricchezza che si realizza attraverso l’aumento di
produttività, cioè con il lavoro. Questo deve essere il
meccanismo. Noi abbiamo bisogno di un contratto nazionale
perché è lo strumento più potente, più efficace, più
sicuro per garantire che i salari aumentino più o meno quanto
aumentano i prezzi. Questo è quello che deve fare il
contratto nazionale. La contrattazione di secondo livello deve
ripartire la ricchezza, cioè deve fare aumentare in termini
reali i salari, non per una sparuta minoranza come avviene
oggi, ma per la stragrande maggioranza dei lavoratori. Per
questo abbiamo bisogno di strumenti contrattuali da affiancare
al contratto nazionale e cioè della contrattazione di secondo
livello aziendale e, là dove non è possibile, di quella
territoriale. La teoria dell’inflazione programmata è
superata e una scommessa che perdiamo quasi sempre e poi dopo
due anni quando c’è la verifica litighiamo un’altra volta
perché ci devono ridare quello che abbiamo perso. Basta con
questo meccanismo.
Noi dobbiamo cambiare il nostro modello contrattuale e
renderlo fungibile, utile a ciò che dobbiamo affrontare. Il
nuovo presidente della Confindustria insieme a Billè che è
stato riconfermato da due settimane e a tutti gli altri
presidenti delle associazioni imprenditoriali, devono sapere
che questo è il primo problema che avranno di fronte. Il
primo obiettivo di qualunque patto è la difesa dei salari.
Non si possono fare patti che mettono in discussione questo,
perché patti così non li facciamo. L’ultima questione su
questo tema riguarda il governo. Il governo è un datore di
lavoro, come gli altri. Quando avremo intavolato una
discussione sui modelli contrattuali con tutte le controparti
ci sarà pure qualcuno in rappresentanza del datore di lavoro
pubblico. Ma non c’è null’altro di cui si debba
impicciare il governo, glielo diciamo perché non vogliamo
ricominciare con sceneggiate che abbiamo visto e che non
portano da nessuna parte. Dobbiamo cambiare modello
contrattuale. Nei prossimi mesi questo sarà il nostro
problema: difendere il potere d’acquisto dei lavoratori e
anche dei pensionati. Difendere il reddito dei pensionati è
un problema di un sindacato degno di tale nome. Nei prossimi
mesi dovremo fare una politica che ha questo baricentro: la
difesa dei redditi dei lavoratori dipendenti e dei pensionati.
Ci dobbiamo porre un’altra riflessione, oltre quella del
cambiamento del sistema contrattuale: quella della
rappresentatività o dellla rappresentanza. Il dibattito
politico sulla rappresentanza viene svolto per due motivi, per
dimostrare o cercare di propagandare che i sindacati
confederali non sono rappresentativi, o per intervenire nella
competizione tra le organizzazioni sindacali. Da quando sono
iscritto nel sindacato ciclicamente sono stato osservatore del
ricorrente dibattito sul declino del sindacato mai
verificatosi. Anzi, dopo la crisi non solo siamo rimasti in
piedi ma siamo diventati più robusti. Noi non abbiamo alcun
problema. I meccanismi attraverso i quali si fanno le tessere
e si fanno le elezioni dei delegati sono trasparenti,
pubblici, non abbiamo né problemi né timori, non ci
preoccupiamo di avere delle regole che ciclicamente
sottopongono le organizzazioni sindacali alla valutazione e
alla misurazione del loro consenso nelle due forme, iscrizione
e voti. Anzi, al contrario di quello che si dice, noi siamo
degli strani animali che quando non sono sottoposti a
sollecitazioni, appaiono tranquilli, pacifici, buonisti,
amanti delle soluzioni non sanguinolente, ma ogni qualvolta
siamo costretti, nostro malgrado, a misurarci, ci riveliamo
tutto il contrario: assolutamente combattivi, competitivi e
vincenti. Quindi non abbiamo di queste preoccupazioni, quello
che vogliamo però evitare che emerga, è la sotterranea idea
che attraverso la discussione sulla rappresentatività in
realtà si voglia fare qualche legge per ridurre il potere
contrattuale dei sindacati, che passi attraverso lo
scioglimento dell’Aran, o attraverso l’idea idiota di
abolire le RSU nella scuola o con tanti altri meccanismi che
certe volte vengono suggeriti anche dalla sinistra con un
unico obiettivo, quello di ridurre il potere del sindacato, di
togliere l’anomalia di un sindacato confederale che non ha
nessuna intenzione di essere annichilito. Le leggi sul
sindacato, sul suo potere contrattuale sono leggi liberticide
che si realizzano solo in paesi dove non c’è libertà. Nei
paesi liberi non ci sono leggi che condizionano il potere
contrattuale del sindacato e questo vale anche per una parte
di nostri pseudo-compagni che pensando di essere di sinistra,
spesso arrivano a conclusioni diametralmente opposte. L’idea
di fare delle leggi che regolamentano il potere del sindacato
è oggettivamente di destra, ma sono coltivate anche da una
parte dei nostri compagni che si autodefiniscono di sinistra
nella illusione che lo Stato possa dare a loro un potere di
veto che noi gli abbiamo fatto perdere nella società e nella
realtà. Noi vogliamo avere delle regole che con trasparenza
misurino quanto contiamo e chi rappresentiamo. Mi dispiace
deludere qualcuno ma abbiamo un solo padrone, gli iscritti
alla UIL ed è a loro che noi dobbiamo rispondere. Questo
dibattito sulla rappresentanza, la rappresentatività, le
regole, le leggi, è, però, anche un dibattito importante per
noi che vogliamo essere un sindacato veramente
rappresentativo, in grado di sapere e di misurare qual è il
consenso tra coloro che vuole rappresentare. Certo è scomodo,
è faticoso, conquistare il consenso, spiegare le cose costa
fatica, ci costa molta fatica e quindi ovviamente si cerca
sempre di evitare o di ridurre il più possibile questa
fatica. Credo che un referendum che consenta agli iscritti
della CGIL di esprimersi su ciò che fanno i dirigenti della
UIL è chiaramente una provocazione, visto che a noi non è
consentito il contrario. Se noi potessimo votare sulle cose
che fa la CGIL, forse gli eviteremmo di fare molti sbagli.
Tuttavia misurare il livello del consenso sulle singole scelte
o sugli accordi che sottoscriviamo per i nostri iscritti e per
tutti i lavoratori anche non iscritti è un problema che ci
riguarda, che non possiamo né dobbiamo eludere perché noi
siamo portatori di buone idee e di una buona politica. Noi
vogliamo rappresentare le persone e vogliamo che esse abbiano
la possibilità di giudicare ciò che pensiamo, ciò che
facciamo e ciò che vogliamo fare, perché siamo convinti che
più ci conoscono, più consensi avremo e più forza avremo
per far passare le nostre idee. Quindi cari amici e compagni
dobbiamo essere messi nella condizione di conoscere il
giudizio di chi rappresentiamo su ciò che facciamo, anche
perché questa è la strada per aumentare i nostri consensi.
Un altro nostro difetto è relativo a un modello
organizzativo pensato, costruito, vissuto e implementato, in
tutti questi decenni, con riferimento ad una tipologia di
lavoro e di lavoratori. E questa tipologia oggi tende a
ridursi mentre cresce uno sterminato esercito di persone che
vive nell’incertezza più profonda e in solitudine l’idea
del futuro. Abbiamo recentemente sottoscritto un importante
contratto per i lavoratori dei call center. Mi ha colpito
l’intervista di una ragazza alla quale il giornalista ha
detto “da oggi avete più diritti”, e in effetti, se si
legge il contratto obiettivamente ci sono molti diritti che
prima non avevano. Ma quella ragazza ha risposto “speriamo,
ma non ci credo”. Questo al di là di tutto rivela un fatto:
quella ragazza si sente sola. Non ha nessuno a cui rivolgersi
che sia in grado di dirgli cosa sia effettivamente cambiato e
come possono essere affrontati e risolti i suoi problemi.
Questo è il punto e allora, cari amici e compagni, l’idea
di stare rinchiusi in una bella riserva, ancora molto ampia,
è un’idea perdente, perché quella riserva è destinata a
restringersi, è solo una questione di tempo. Noi dobbiamo
guardare fuori e dobbiamo guardare al futuro dei nostri
lavoratori e quindi dobbiamo sapere che i nostri modelli, le
nostre strutture organizzative non sono del tutto adeguate a
questi cambiamenti. Dobbiamo quindi capire che non è
possibile aspettare, a braccia conserte, che queste persone
entrino in una fabbrica per poterle contattare, ma dobbiamo
loro fornire dei luoghi dove trovarsi. Per questo dobbiamo
ridiscutere come organizziamo i lavoratori che non sono
inquadrabili in una categoria classica e che non incontriamo
nelle aziende ed è questo un compito delle nostre strutture
confederali, che sono sul territorio. Quando parliamo delle
Commissioni e discutiamo su come utilizziamo e rinnoviamo
queste strutture, quando discutiamo su cosa sono, come devono
essere e cosa faranno i CPO e su quale rapporto deve esserci
con le varie categorie, affrontiamo problemi complicati e non
tradizionali. A quale categoria, per esempio, iscriviamo un
lavoratore interinale che cambia tre categorie nell’arco di
un anno, è un problema difficile, ma per quanto sia difficile
esso deve essere risolto. Alla fine dobbiamo trovare
rapidamente un modo per iscrivere quella persona, per
proteggerla, per dargli delle risposte, per dargli delle
soluzioni. Lo stesso ragionamento vale per tutta quella
crescente parte di lavoratori, che è figlia, diciamo così,
del decentramento produttivo. Tutto questo sta cambiando, e
noi dobbiamo essere in grado di cambiare, per superare i
nostri limiti. Dobbiamo essere un sindacato che sia in grado
di revisionare, di modificare tutte quelle posizioni che
pensavamo fossero immutabili. Cosi come dobbiamo smetterla di
pensare che tutto ciò che è privato è buono, o smettere di
pensare che ci sono cose che possiamo privatizzare
impunemente, senza subire gravi conseguenze per il nostro
Paese e privatizzare le imprese, non per farle diventare più
grandi e più forti, ma semplicemente per liquidarle. Questa
cosa non è più accettabile, e dobbiamo essere in grado di
dire che questa cosa va cambiata, così come dobbiamo essere
capaci di dire che una politica che può essere e deve essere
cambiata.
Dobbiamo realizzare una politica che sia in grado di
risolvere i problemi e di offrire una prospettiva al Paese, ai
lavoratori, ai pensionati, ai cittadini. Ma dobbiamo anche
realizzare un’organizzazione sindacale che non si limiti a
contemplare la realtà, un’organizzazione sindacale che sia
in grado di modificarsi e di rimuovere tutte quelle pigrizie e
quelle difficoltà che è necessario rimuovere, se vogliamo
essere all’altezza delle sfide che abbiamo davanti a noi.
Una grande politica ha bisogno di una grande forza per essere
vincente. Questo è il nostro destino. Noi, cari amici e
compagni, abbiamo un solo destino, non quello della
sopravvivenza né tanto meno quello del declino. Noi abbiamo
un solo destino, che è quello di crescere, di crescere e di
diventare più forti e più importanti, ma questo lo possiamo
fare se siamo in grado di essere un punto di riferimento,
un’organizzazione a
cui milioni di persone possono rivolgersi sapendo che non
saranno lasciati soli. Queste persone devono sapere che non
sono abbandonate, che ci sono sedi nelle quali possono
recarsi, e che ci sono donne e uomini che sanno parlare e
sanno spiegare come si risolvono i loro problemi.
Questo è il nostro futuro. Una Conferenza di Organizzazione
importante e bella come quella che abbiamo fatto serve a
questo, a fare della UIL un’organizzazione sempre più forte
e sempre più importante in questo Paese.
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