Roma, 7 novembre 2007
Ringrazio tutti voi, ed in particolare Raffaele per l’ invito e per questa preziosa ed importante occasione di discussione sui problemi che il Sindacato deve affrontare.
Nelle scorse settimane, quando abbiamo contato i voti della consultazione dei lavoratori sul protocollo del 23 luglio, molti osservatori per nulla disattenti né disinteressati, si sono stupiti del risultato che abbiamo raggiunto, mandando giù un boccone per loro amaro.
E’ da molto tempo oramai che si tenta di costruire e di diffondere nel luogo comune una rappresentazione negativa del sindacato confederale. In molti, infatti, hanno cercato di minare la credibilità del sindacato, e di erodere la fiducia che ci lega a lavoratori e cittadini, creando dubbi sulla nostra capacità di interpretare la realtà, di tutelare i lavoratori, di rispondere in maniera pronta ed efficace alle sfide che la società ci propone quotidianamente.
L’obiettivo di coloro che ci dipingono in così fosche tinte, non è semplicemente quello di creare disinformazione, bensì, fatto ancora più grave, di ridurre la capacità del sindacato di influenzare le scelte sociali, della politica economica e dell’economia.
Le scorse settimane abbiamo dunque vinto una sfida storica. Abbiamo nuovamente dimostrato, fugando ogni dubbio o incertezza, di essere organizzazioni con radici solide. Dirò di più. Cgil, Cisl e Uil sono realmente le uniche organizzazioni sociali, che posso vantare concretamente di avere le proprie fondamenta nella fiducia e nella coscienza di milioni di cittadini, di lavoratori e pensionati.
Spero che il risultato raggiunto serva da lezione, almeno per un po’ di tempo.
Credo sia opportuno, però, spiegare a tutti i nostri critici, contro le tesi da loro proposte, le ragioni della validità e della forza di un modello di successo come quello del sindacato italiano.
Si è confermato in questi ultimi tempi, un paradigma tutto nuovo entro il quale si è costituito un diverso legame tra il sistema politico e la società civile. In un contesto di instabilità e di confuso cambiamento, in cui il sistema politico si è destrutturato e ha tentato a fatica di riorganizzarsi, i cittadini hanno sentito con forza l’urgenza di tutele, di avere un punto di riferimento solido che li seguisse nella loro quotidianità. Va riconosciuto a Cgil, Cisl e Uil proprio il grande merito di aver pensato ai problemi del paese senza vincoli strutturali, e di aver avuto la capacità di distinguere tra il buono ed il meno buono per la società italiana, senza attendere le indicazioni della classe dirigente.
Così come abbiamo lanciato il forte messaggio che i governi, anche quelli che posso apparire più vicini, non si giudicano per le affinità teoriche che hanno nei confronti di Cgil, Cisl e Uil, e neanche per le campagne elettorali che propongono. I governi si giudicano per ciò che concretamente fanno. Gli accordi non nascono a priori. Se il governo attua scelte positive, che favoriscono il bene comune, questi si firmano. Altrimenti si contrastano.
E’ stata una lezione importante, della quale dobbiamo far tesoro, seguendo gli insegnamenti che ne abbiamo tratto anche nelle due grandi sfide che abbiamo ancora da affrontare.
In parte, ho già parlato della prima delle due prossime sfide. Più il sistema politico si compone di partiti deboli, più le organizzazioni sindacali e sociali hanno il dovere di essere pronte e presenti in tutti quei luoghi in cui milioni di cittadini, di lavoratori, di pensionati possono realmente prendere parte alle decisioni. È una responsabilità tutta nuova, l’affermazione del valore più importante e significativo della democrazia: essere partecipi di ogni decisione, sempre, al di là del voto. Questo vuol dire essere concretamente parte della società, ed esercitare quotidianamente una vera influenza sulle scelte e sulle decisioni di politica economica, non affidando il ruolo di rappresentanza dell’opinione pubblica esclusivamente agli editoriali dei quotidiani.
Una vera democrazia si fonda, infatti, proprio sulla partecipazione. Più i partiti si dimostrano impenetrabili da questo punto di vista, più aumenta la responsabilità dei sindacati di essere strumento di democrazia.
Si è aperta, però, ai nostri occhi una nuova grande sfida: fare in modo che il nostro mandato di rappresentanza, la nostra forza non resti solo una sterile condizione, ma si traduca in azione concreta perché risolva il vero problema che tormenta lavoratori e pensionati: la bassa crescita dei salari e del paese.
È necessario mettere in atto strategie e parole d’ordine semplici e dirette. Bisogna che il Paese torni ad essere competitivo con il resto d’Europa, che sviluppi una crescita economica significativa. Quando non c’è crescita economica, aumentano le differenze sociali.
Nonostante tutti gli sforzi, quando un paese resta incastrato in un’economia improduttiva, e non si sviluppa ricchezza, né la si distribuisce in maniera sana ed equa, le differenze sociali aumentano, la lotta per la ridistribuzione della ricchezza si fa più feroce e le persone più deboli inevitabilmente finiscono per soccombere. Non esistono parole che possano nascondere questa realtà. Cgil, Cisl e Uil hanno ora il dovere di agire in modo tale che la politica del sindacato sia un valido e concreto contributo alla crescita dell’economia del nostro paese. Dobbiamo riportare all’ordine del giorno del nostro agire principi grandi ed importanti, come merito e produttività, che nell’ultimo periodo sono rimasti troppo spesso nell’ombra. È questo che i lavoratori ed i cittadini che rappresentiamo ci chiedono davvero. Rappresentiamo il valore del loro lavoro. Il nostro paese è grande grazie al lavoro di milioni di persone. Non c’è alcun motivo di nascondere questa verità, attraverso una mitologia dell’uguaglianza. Al contrario. Quando è riconosciuto il merito nella qualità e nel valore del lavoro, le disuguaglianze diminuiscono.
Il nostro paese è viziato da una profonda ingiustizia, in termini di distribuzione del reddito, figlia di una visione distorta degli assetti sociali ed economici, ed ingigantita da un sistema fiscale ignobile.
L’Italia è purtroppo, l’unico Paese al mondo in cui gli imprenditori risultano più poveri dei propri dipendenti, e pagano meno tasse. È una drammatica anomalia per un paese come il nostro. Una situazione tipica di un sistema feudale, in cui le tasse venivano pagate esclusivamente dai contadini.
Questa assurda concezione, purtroppo, resiste ancora. Come ha spiegato Raffaele con la sua relazione, l’Italia è ancora un paese in cui può accadere che le iniziative in apparenza tese a ridurre le tasse ai più poveri, in realtà si trasformino in un vantaggio per gli evasori fiscali. Quelli che definiamo “finiti poveri”. Bisogna che si prenda atto di questa realtà, e si intervenga per cambiarla.
Il modo migliore di riformare il sistema fiscale e di attuare una seria politica di ridistribuzione della ricchezza, è quello che riduce le tasse solo al lavoro dipendente. Solo i lavoratori dipendenti, infatti, non evadono, e questo accade non per nobiltà etica o morale, ma perché i lavoratori dipendenti pagano le tasse ancora prima di percepire il salario. Questa è la realtà.
Ben vengano, dunque, le politiche di ridistribuzione, ma è importante che seguano la strada della riduzione delle tasse sul lavoro dipendente, con tutte le tecniche e le modalità disponibili. Per noi, la soluzione migliore, risiede nella detassazione degli aumenti contrattuali almeno per un certo periodo di tempo, scaduto il quale, si potrà provvedere alla riduzione del carico fiscale attraverso le detrazioni.
È fondamentale, poi, diminuire anche le tasse attraverso la contrattazione di secondo livello. Su quei soldi, oggi, si pagano imposte tre volte superiori rispetto a quelle pagate sulle rendite finanziarie. Questo non è accettabile. Siamo un paese che si dice fondato sul lavoro. In Italia le tasse sono pagate solo da chi lavora, su ciò che si lavora.
Cari amici, possiamo constatare ogni giorno quanto la questione sia, ormai, diffusa e sentita, anche oltre il suo aspetto concreto e immediato che attiene alla distribuzione del reddito. Una situazione così difficoltosa, nuoce alla legittimità democratica delle istituzioni. Il distacco dalla politica, dalle istituzioni, dallo stesso Stato, è esasperato da un comune sentire di malessere e sfiducia.
I costi della politica sono oggi continuamente nel mirino, proprio perché non esistono più mediazioni, e si ha la tangibile sensazione che siano i proventi delle tasse a sostenere tali spese.
Ecco perchè la leva fiscale è così importante se vogliamo davvero costruire una vera coesione sociale, salvaguardare le istituzioni democratiche, rafforzarle e soprattutto renderle meno lontane ed estranee da milioni di cittadini. Questo è un terreno sul quale il sindacato per troppo tempo è stato assente. Abbiamo sempre considerato le tasse come un male necessario. Nonostante si tratti di una teoria realistica, siamo incorsi nel grave errore di considerare tollerabili le distorsioni del nostro sistema fiscale.
Parlare di reddito ci espone ad una considerazione apparentemente paradossale: in Italia abbiamo i salari più bassi d’Europa. Recentemente Presidente del Consiglio e il Governatore della Banca d’Italia hanno dovuto prendere atto di questa realtà, così come anche il Presidente della Confindustria. Non sembra paradossale? Nonostante ciò, non si fanno i contratti del pubblico impiego, che dipendono direttamente dalle decisioni del Governo, e non si stanziano neanche le somme per farli. Non possiamo accontentarci di promesse.
Abbiamo un problema di credibilità. Dobbiamo affrontare con decisione la questione della rivalutazione dei salari sia sul versante della riduzione delle tasse, sia sul versante dei rinnovi contrattuali.
Abbiamo bisogno di un governo stabile. A mio parere, il rischio di una vera crisi politica, oggi non è reale. Non sono certo che il Governo sia seriamente a rischio, malgrado la maggioranza risicata al Senato, e questo, a mio parere, perché né le correnti della sinistra radicale, né le correnti centriste, hanno un’alternativa migliore.
La lotta politica la si fa in maniera decisa per cambiare scelte di politica economica che non ci convincono. E questa lotta politica dobbiamo attuarla noi. Non regge per noi l’alibi di minare la stabilità del governo. Abbiamo strumenti di lotta che i lavoratori ci riconoscono, e non ci perdoneranno se non li useremo per tentare di cambiare una situazione non più tollerabile.
La nostra più grande sfida è a far sì che il sindacato continui ad essere in grado di affrontare i problemi e di risolverli, di dare delle risposte.
È arrivato il momento di affrontare il problema della riforma del modello contrattuale.
L’attuale sistema ha ormai perso la funzione storica per la quale era nato. Quello stipulato nel luglio del ’93 è stato un ottimo modello, un autentico capolavoro, ma funzionale alla risoluzione dei problemi di quel periodo, quando i tassi di inflazione erano superiori a quelli attuali e quando avevamo come obiettivo quello di salvaguardare il potere d’acquisto dei salari. Oggi l’Italia ha bisogno di crescita e sviluppo dell’economia. Quel modello contrattuale è oggettivamente inadeguato ed incapace di guidare il paese al traguardo. Al contrario, siamo già testimoni degli effetti negativi che ha generato in questi ultimi anni. Sarebbe stato opportuno riformare il sistema contrattuale già prima del 2000. Ammetto però di non riuscire a comprendere alcune delle preoccupazioni che gravitano attorno alla questione. Non credo che Cgil, Cisl e Uil possano subire modelli dannosi. Siamo invece nelle condizioni di produrre un nuovo modello contrattuale che sia realmente vantaggioso per la crescita dell’economia, per l’aumento del valore delle retribuzioni e per la valorizzazione del lavoro.
Dobbiamo spogliarci del timore delle ideologie. Riconosco che la platea alla quale mi rivolgo oggi non manca affatto di coraggio. Credo però sia opportuno fugare ogni minima preoccupazione. Senza presunzione, siamo abbastanza capaci e consapevoli del nostro operato per temere le novità.
Il Paese ha bisogno di sindacati forti, che sappiano cambiare lo stato delle cose, andando al di là dei discorsi e delle parole. Abbiamo il dovere di affrontare i problemi della quotidianità senza remore, oltrepassando statiche ideologie, e dimostrando di saper intervenire concretamente laddove la realtà sociale ce lo richiede. I nostri iscritti, i lavoratori che rappresentiamo ci chiedono soluzioni razionali, moderne, non solo parole. Dimostriamo loro le nostre capacità. Rimuoviamo quel po’ di ideologia del Novecento che ancora ci tormenta e ci frena. Così continueremo a vincere, insieme.
Per Cgil, Cisl e Uil, credo che non esista miglior collante della vittoria. Più vinciamo, più siamo uniti. Più siamo uniti più vinciamo. Non spezziamo questo circolo virtuoso. Grazie.