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INTERVENTI
Conferenza
CGIL
Chianciano,
13-14 maggio 2004
Negli
ultimi mesi abbiamo realizzato interventi sicuramente utili
per le persone che rappresentiamo. Credo che siamo riusciti ad
intraprendere una strada positiva nella ridefinizione dei
nostri rapporti, ribadendo la funzione e l’utilità del
sindacato nel nostro paese. Abbiamo evitato di proseguire
nella situazione, per certi versi imbarazzante e politicamente
dannosa, di leggere la realtà del nostro paese attraverso una
rappresentazione abbastanza deformata. Siamo arrivati ad
alcune considerazioni comuni in quanto, leggendo la realtà,
abbiamo individuato il perché il nostro paese sta
attraversando uno dei periodi di stagnazione economica più
lungo. Il nostro sistema capitalistico, i nostri imprenditori
sono stati abituati a vivere ed a prosperare grazie agli
aiuti, alle protezioni avute dal sistema politico. Nel momento
in cui si sono trovati a confrontarsi, a competere senza più
la rete di queste protezioni, purtroppo si sono rivelati
assolutamente inadatti, troppo deboli nei confronti della
competizione che si apriva sui mercati internazionali. Questo
è un paese che ha un grande problema e noi facendone parte
conviviamo con lo stesso problema. E cioè il tentativo
ricorrente di cercare delle fughe dalla realtà, di cercare
scorciatoie. In tutti questi anni questo paese è stato
prigioniero di un’illusione, secondo la quale: le nostre
imprese, il nostro sistema imprenditoriale avrebbe delle
grandi potenzialità, se fosse finalmente liberato dalle
troppe tasse e dai troppi vincoli. Liberiamolo da questi
condizionamenti ed avremo un nuovo miracolo economico, questa
storiella è stata ripetuta fino alla nausea. Questa è stata
l’illusione, così forte che ha impedito a questo paese di
fare i conti con la propria realtà con quelle scelte
faticose, che bisogna fare per rilanciare il nostro sistema
economico e per farlo uscire dalla crisi. Scelte che abbiamo
in maniera sufficientemente dettagliata esposto
nell’assemblea dell’Eur. Il rischio per noi è quello di
pensare
che ci possono essere delle scorciatoie. Le
scorciatoie, cari compagni e care compagne, contengono
pericoli che si ripercuotono contro gli interessi che noi
rappresentiamo. Il rifiuto delle illusioni è stato elemento
fondamentale del nostro essere dei protagonisti della vita
politica, economica e sociale di questo paese. Non delle
organizzazioni capaci di denunciare solo i limiti ed i
difetti, ma una forza capace di cambiare lo stato delle cose.
Perché questo è il nostro obiettivo oltre ad essere il
nostro impegno e la nostra ragione di essere. Io credo che
molti dei nodi che ancora dobbiamo sciogliere e dei problemi
che dobbiamo affrontare e risolvere dipendano dalla capacità
di vedere la realtà come si presenta. Noi abbiamo adesso un
problema di come questo paese può riprendere a crescere, di
come garantire posti di lavoro, buoni posti di lavoro e
redditi migliori per i cittadini. Fuori da questo c’è un
avviarsi rapidamente ad una vera fase di declino sociale,
economico e poi anche politico. Perché fino a quando
l’economia non va molto bene in tutto il continente, le
differenze si notano meno. Ma quando ci sarà una ripresa
dell’economia anche in Europa, allora le differenze si
noteranno in tutta la loro drammaticità. Questa è la ragione
di fondo del perché il sindacato è oggi tornato ad essere un
protagonista, aver cercato di rimettere al centro della
discussione la realtà e le politiche economiche da fare. Noi
ci auguriamo una cosa molto semplice e cioè che l’epoca
delle illusioni sia veramente finita e che anche la nuova
leadership della Confindustria non si illuda più che basti
semplicemente avere dei vantaggi, per costruire un futuro di
progresso e di sviluppo per le loro imprese. Noi dobbiamo
affrontare anche un’altra conseguenza determinata da questa
politica economica. In tutti questi anni c’è stata una
gigantesca ripartizione del reddito tra quelle che una volta
avremmo definito le classi sociali del nostro paese. C’è da
dire però che non è assolutamente vero che tutti gli
italiani si sono impoveriti. Una parte degli italiani si è
impoverita e sono coloro che vivono di reddito da lavoro
dipendente o i pensionati. Questi si sono impoveriti, perché
non hanno avuto la possibilità di lucrare sugli aumenti dei
prezzi. E’ ora che spieghiamo anche ai rappresentanti del
governo che esiste questa banale verità: solo i lavoratori
dipendenti si sono impoveriti. Voglio ora affrontare due
argomenti sui quali credo che occorrerà riflettere e sui
quali forse non abbiamo idee comuni. Il primo riguarda la
contrattazione e i sistemi contrattuali e quindi di come la
nostra politica contrattuale diviene la questione centrale di
ogni manovra di politica economica che riguarda il fisco e le
tasse. Io credo che il sistema fiscale sia il
più potente strumento, per non dire l’unico con il
quale l’autorità pubblica, il potere politico può
ripartire il reddito in una società. Su questo anche che il
sindacato deve evitare di inseguire le illusioni che ci
vengono rappresentate. In Italia c’è un problema centrale,
un fenomeno scandaloso dal punto di vista morale e
penalizzante dal punto di vista economico cioè il fatto che
una parte cospicua della ricchezza è sottratta
all’imposizione fiscale. Secondo la nostra opinione bisogna
porre le questioni in questi termini, dobbiamo rivolgere una
domanda al Governo e ai cittadini di questo paese ed alle
forze politiche, sull’iniquità di questo sistema. Un
sistema nel quale l’Irpef pagata dai lavoratori dipendenti
è parte preponderante delle entrate fiscali. E se il Governo
fosse, sul serio, coerente con le sue affermazioni, cioè che
la riduzione delle tasse dovrebbe servire a rilanciare i
consumi, gli investimenti, e di conseguenza l’economia,
allora le tasse, se si vuole essere coerenti, bisogna ridurle
soprattutto ai redditi medio-bassi. Bisogna ridurre le tasse a
loro, perché è questa parte di cittadini che sicuramente
avrebbe un beneficio dalla riduzione delle tasse in termini di
maggiori consumi. Non si possono ridurre le tasse a chi
guadagna 200.000 euro. Noi dobbiamo fare una discussione molto
seria sulle tasse, perché le tasse sono uno strumento potente
di redistribuzione del reddito e noi dobbiamo usarle e
batterci perché vengano utilizzate per riequilibrare questa
differenza di reddito che si è creata e che nella relazione
veniva così chiaramente denunciata. Questa è una posizione
comprensibile, razionale e non illusoria. Senza fare la parte
degli esattori, noi dobbiamo fare la parte di coloro che
rappresentano milioni di persone e che hanno oggi un grave e
drammatico problema, riequilibrare la redistribuzione dei
redditi nel nostro paese anche attraverso una vera giustizia
fiscale. L’altro argomento riguarda il fatto che la politica
contrattuale, cari amici e compagni, non può essere oggetto
di un dibattito in sindacalese, funzionale all’opinione che
noi abbiamo del ruolo del sindacato e del ruolo dei
sindacalisti. La politica contrattuale è una cosa importante
in un paese ricco e democratico come è l’Italia. E’ una
leva, uno strumento di politica economica, è una leva di
giustizia sociale, non è semplicemente un problema di ruolo
del sindacato. Dobbiamo partire da questo presupposto, la
politica contrattuale deve essere funzionale e coerente alla
politica economica che elaboriamo. Se dentro la nostra testa
abbiamo l’idea che il problema principale del nostro paese
è lo sviluppo economico, l’aumento delle capacità di
produrre ricchezza e di una sua più equa e giusta
redistribuzione. Di conseguenza la politica contrattuale non
può essere analoga a quella che abbiamo fatto negli anni
’90. Negli anni ’90 noi abbiamo fatto una politica
contrattuale che aveva un obiettivo esplicito ridurre
l’inflazione, creare le condizione per l’entrata
dell’Italia nell’Euro. Questi obiettivi sono stati
raggiunti e quel modello contrattuale basato sull’inflazione
programmata, ha funzionato. Oggi però dobbiamo discutere del
fatto che i contratti nazionali debbono servire a garantire
l’invarianza del salario reale e l’inflazione da prendere
a riferimento è quella reale, quella ragionevolmente
prevedibile. Per quale motivo dobbiamo continuare in questo
stanco esercizio. Un sindacato che non esercita la funzione di
autorità salariale è un sindacato che ha dimezzato la sua
influenza, è marginale. L’autorità salariale la si
esercita se noi riusciamo a fare non tanto e non solo i
contratti nazionali, quanto piuttosto estendendo la
contrattazione di secondo livello da quel terzo che oggi ne
fruisce ad una platea di lavoratori sempre più ampia. Questo
è il nostro modello di sistema contrattuale, e come vedete
non c’entra nulla il ruolo delle confederazioni, delle
categorie, dei sindacalisti, non c’entra assolutamente
nulla. Io credo che se noi cominciassimo a fare una
discussione sui problemi senza nasconderci le diverse
opinioni, i diversi obiettivi, forse potremmo fare delle cose
positive e quanto meno sapere fino a che punto e su che cosa
non siamo d’accordo. L’ultima questione che volevo
affrontare è quella della rappresentanza e della
rappresentatività e della democrazia nel sindacato. La mia
franca opinione è che in Italia a pochissimi interessa sapere
quanti siamo. A moltissimi interessa sapere cosa facciamo. La
Uil non ha nessun problema nel costruire delle regole per
misurare la rappresentatività. Veniamo alla sostanza del
dissenso politico. Noi pensiamo che in nessun paese
democratico, in nessuna società libera come noi la
immaginiamo, ci possa essere una legge che stabilisca ciò che
il sindacato possa o non possa fare. Perché ciò che il
sindacato può negoziare o non negoziare, come lo deve
negoziare ed il giudizio su ciò che sottoscrive, non può che
avere dei referenti precisi, se vogliamo essere sul serio
coerenti. I referenti sono persone che volontariamente si
iscrivono al sindacato, finanziano il sindacato, e gli danno
il titolo e la parola per poter parlare, e la forza per
contare. I lavoratori iscritti al sindacato per me sono
diversi da quelli che non sono iscritti al sindacato, sono un
poco diversi, sono anche un po’ migliori, e quindi credo che
abbiamo il dovere di dire che forse hanno qualche diritto in
più. Questa è la vera questione irrisolta. Vedete cari
compagni, l’idea che lo stato possa decidere e giudicare
come io debba svolgere il mio compito di rappresentanza nella
sua più ampia accezione è un’idea che a me non piace.
Guardando un po’ cosa succede nel mondo, solo i regimi, quei
pochi che per fortuna sono rimasti nel mondo, hanno delle
leggi sul sindacato. Ecco, credo che questo sia un limite
invalicabile. Esiste una questione di misurazione delle
adesioni, mettiamoci d’accordo, su come si misurano i
consensi delle organizzazioni sindacali, probabilmente questo
risolve la curiosità di pochi italiani, risolve però molti
dei problemi, tra Cgil – Cisl e Uil, ma non può risolvere
il problema dei dissensi politici di strategia o di tattica su
questo o su quell’altro accordo. Non possiamo immaginare,
cari amici, che lo stato possa fare da arbitro tra Cgil, Cisl
e Uil, questa è una visione del mondo che io non condivido.
Noi stiamo vivendo una stagione importante. Quando diciamo che
il paese è ad un bivio, che il paese è, come dire,
disorientato, non sa dove andrà e non sa nemmeno chi ce lo
porterà, anche il sindacato subisce questa situazione. Il
nostro compito come gruppo dirigente, è di assumerci delle
responsabilità, abbiamo il dovere di guidare delle persone,
di indicare la strada, e di dirgli qual è il tipo di strada
che vogliamo fare e dove vogliamo arrivare. Non basta solo
camminare, camminare è una cosa importante, segnala che siamo
vivi, non che siamo in grado di guidare il cambiamento. Spesso
ci mettiamo d’accordo sulle cose da fare più perché ci
accomuna la paura di ciò che sta accadendo piuttosto che la
volontà di fare qualcosa di positivo, e questo è il limite,
la condizione nella quale viviamo. Ci siamo messi d’accordo
due – tre volte su vicende serie, ma quello che ci ha messo
d’accordo è stato il timore delle possibili conseguenze
negative che quelle vicende avrebbero avuto sui lavoratori,
sulle imprese e sul sindacato. Adesso ci rimane da fare una
valutazione molto fredda sulla quale si misurerà la nostra
capacità di essere anche nei mesi e negli anni futuri
all’altezza della storia che Cgil – Cisl e Uil hanno alle
spalle ed è sicuramente una storia gloriosa. Dobbiamo avviare
una discussione franca, magari senza retro pensieri. Senza
immaginare che la Cgil pensi a delle strategie o delle
tattiche che magari non dice e viceversa. Quello che noi
abbiamo ereditato è un sindacato confederale che in un paese
ad economia di mercato non può che essere riformista a
prescindere dalla volontà e dalla vocazione di ogni singolo
suo componente. A prescindere dall’ideologia e dalle idee
diverse, a prescindere dalle storie e dalle culture politiche
che sono presenti dentro i sindacati. Un sindacato confederale
è un sindacato di per sé riformista, che si pone
l’obiettivo di cambiare la realtà e le condizioni concrete
delle persone che rappresenta, di cambiarla, di migliorarla,
mettendo in campo la forza, l’intelligenza, la
determinazione per modificare la realtà delle cose. Questo
per me è riformismo. Io credo che sia questo il compito
assegnatoci. Questa è la discussione di cui abbiamo bisogno,
se saremo capaci di farla con trasparenza con nitidezza,
magari con asprezza ma sempre nella chiarezza delle posizioni
noi potremo seriamente costruire un percorso comune. La nostra
ambizione è quella di non attendere passivamente che qualcuno
ci salvi, non attendere passivamente che qualcun altro ci
risolva i problemi e ci dia un contributo per raggiungere gli
obiettivi. La nostra ambizione è di essere per la nostra
parte dei protagonisti. Se tutti quanti come io mi auguro
saremo all’altezza di questa sfida potremo fare non dei
brevi o momentanei percorsi assieme, ma potremo sul serio
indicare una via comune da percorrere.
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