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INTERVENTI
Intervento del Segretario
Generale della UIL
Luigi Angeletti al Centenario della CGIL
Vi ringrazio per l'invito. Il dibattito che avete proposto è
senza dubbio di grande interesse.
Ascoltando l’intervento del presidente Mancino, ho maturato
una considerazione che probabilmente non avrebbe visto la luce,
se non avessi avuto la fortuna di prendere la parola dopo lui. È
un pensiero che si concentra sull’aspetto dell'organizzazione
del potere politico espresso prima dal presidente Mancino, e
che, ovviamente, in qualità non solo di cittadini, ma anche di
sindacalisti, coordinatori di organizzazioni sociali, non può
lasciarci indifferenti.
Come è naturale che sia in una realtà come quella del
sindacato, esistono e convivono opinioni molto differenti su
argomenti quali le riforme e gli assetti costituzionali e le
istituzioni politiche e le forze politiche. E proprio a questo
proposito, mi permetto di avanzare la mia considerazione: oggi
l’importanza che assume la governabilità è maggiore rispetto
alla rilevanza di cui si fa carico la pura rappresentatività, a
differenza di ciò che, invece, è accaduto per cinquant’anni.
Questo però, secondo la mia opinione, non significa possedere un
sistema politico meno democratico.
Nel momento in cui l’Italia ha approvato la Costituzione
Europea, non ha segnato la storia del Paese con un puro evento
simbolico, bensì con una grande scelta politica attraverso la
quale si è assegnata il valore storico – politico, di iniziare
un cammino verso la costruzione di una nuova nazione. Con
coscienza di ciò, la nostra legislazione, le nostre istituzioni,
vivono e agiscono sempre osservandosi come parte di questo nuovo
assetto politico e istituzionale rappresentato dall'Europa.
I sistemi politici europei, come quelli di Spagna, Germania,
Francia, Inghilterra, solo per citarne i più estesi e simili a
noi, presentano una moltitudine di aspetti che li differenzia
gli uni dagli altri, come ad esempio la storia o
l’organizzazione politica. Ciononostante sono tutti accomunati
dalla presenza di un potere politico sufficientemente stabile.
Proprio questa stabilità che accomuna e caratterizza i
governi europei potrebbe, paradossalmente, dimostrarsi quasi
come una difficoltà per un’organizzazione sociale, in quanto
più un governo è forte meno si manifesta suscettibile di essere
influenzato. Allo stesso tempo però, governi scarsamente capaci
di amministrare il Paese, di assumere decisioni coerenti con la
loro impostazione, con le loro scelte e con i loro mandati, a
lungo andare, rappresentano comunque un problema per i sindacati
e le organizzazioni sociali in genere. Credo che tutti noi
avvertiamo la necessità di avere governi che offrano certezza,
stabilità e capacità nel tener fede agli impegni sottoscritti
nel patto con gli elettori.
È ovvio che noi , in qualità di organizzazione sociale, non
amiamo sistemi politici prettamente autoreferenziali, convinti,
cioè di interpretare la società in ogni sua manifestazione e
propensi a considerare il mandato elettorale ricevuto, come
esclusivo di ogni altra forma di relazione, di discussione, di
dialogo escludendo, così, punti di vista, opinioni, necessità e
interessi di altri soggetti sociali legittimamente e
democraticamente organizzati all’interno di un Paese.
Risulta evidente come sia complesso e difficile raggiungere
il giusto equilibrio tra la governabilità e
l’autoreferenzialità. Si potrebbe affermare che riuscire a
individuare e raggiungere questo equilibrio sia un problema
tutto istituzionale, o invece delegarlo alla qualità della
classe politica. A questo proposito, io non sono in grado,
onestamente, di affermare con certezza quali dei due fattori sia
il fondamentale. In sostanza non è semplice stabilire se nel
raggiungere questa delicata armonia, la qualità della classe
politica sia preminente sugli aspetti istituzionali o viceversa.
Sono, però, persuaso che la qualità della classe politica
giochi un ruolo importante. Questa, infatti, potrebbe
dimostrarsi capace di non essere autoreferenziale, anche quando,
dal punto di vista istituzionale, risulti impermeabile ad ogni
sollecitazione, ad ogni confronto, ad ogni scontro con parti
organizzate della società. La classe politica può dimostrarsi
in grado di effettuare una scelta che potrebbe mettere a riparo
il governo da situazioni di contrasto con la stessa società, nel
caso in cui, invece, optasse per l’opportunità di ridurre la
governabilità ad atti più o meno autoritari.
È assolutamente fondamentale, secondo me, avere un sistema
politico che sappia essere un punto di riferimento credibile per
le organizzazioni sociali. Ecco perché io credo che, al di là
delle critiche che possiamo avanzare sulle modifiche alla
Costituzione effettuate nella passata legislatura e tanto più in
quella attuale, c'è una realtà oggettiva sulla quale possiamo
convenire: l'organizzazione del potere politico, in Italia, ha
la necessità di essere modificata. Non mi sembra, infatti, che
si sia raggiunto questo livello di sufficiente omogeneità e di
governabilità così come oggi si impone ad un paese come
l'Italia, che ha, dinanzi a sé, molte sfide da affrontare.
C’è un’altra questione che vorrei prendere in esame, e che
meglio si sposa non solo con la mia carica di sindacalista ma
anche con l’incontro organizzato dalla Cgil oggi ed è il
rapporto tra la nostra Costituzione e i diritti sociali nel
nostro paese. Credo che, per valutare se la nostra Costituzione
sia sufficientemente moderna e, quindi, in grado di continuare
ad imporsi come guida per la società in ogni sua determinazione
nei prossimi anni, ricchi di sfide, all’insegna di una
agguerrita competizione, bisognerebbe domandarsi se l’attuale
sistema costituzionale ci consenta di affrontare e vincere tutte
le sfide che ci vedono protagonisti non solo nel presente, ma
anche e soprattutto in un futuro non così lontano.
Io sono convinto che, non solo nella lettera ma soprattutto
nello spirito che permea la nostra Costituzione, ci siano tutti
gli elementi di modernità di cui una società come la nostra ha
bisogno anche nel ventunesimo secolo.
Un’opinione molto diffusa in Europa e nel Mondo tende a
considerare come antagonista il concetto della crescita
economica, dello sviluppo economico con le idee ed i valori
della difesa dei diritti dei lavoratori, delle organizzazioni
sociali, dello Stato sociale. È un pensiero che, a seconda delle
realtà in cui viene sviluppato, può essere più o meno accentuato
o critico, ma, nella sua essenzialità, non fa altro che rendere
responsabile il sistema sociale vigente in Europa, di un basso
livello di crescita del vecchio continente in rapporto a tutte
le altre macro zone del Mondo. È il modello sociale europeo,
dunque, ad essere continuamente incolpato di tale situazione.
Sembra emergere, quindi, una sorta di antagonismo tra l’idea di
una necessità del modello sociale, e dunque una sufficiente o
quantomeno adeguata garanzia da offrire ai cittadini, ai
lavoratori in Europa, e l’idea che, invece, un modello di questo
tipo, possa essere d’intralcio per il conseguimento di obiettivi
quali lo sviluppo, la crescita, la creazione di ricchezza nei
decenni che abbiamo di fronte a noi.
Al di là della scontata difesa verso tutto il nostro lavoro,
verso cioè tutto ciò che di buono abbiamo realizzato, credo che
bisogna spostare la questione sulla reale consistenza di questo
antagonismo concettuale. Bisogna cioè, riflettere sulla
attualità di tutto il nostro ordinamento materiale ed
istituzionale e chiedersi se effettivamente sia di per sé
vecchio, ed assolutamente inadatto ad accettare le sfide del
ventunesimo secolo. Io credo di no, perché la nostra
Costituzione è portavoce di un concetto intaccabile e
intramontabile: il lavoro, il suo valore. L’unica differenza che
potrebbe correre tra il nostro presente ed il secolo da poco
trascorso credo sia da riscontrare nella natura stessa del
lavoro, non svilita, ma anzi, rinvigorita dal suo essere una
risorsa strategica molto più importante di quanto lo sia il
capitale e addirittura di quanto lo siano le materie prime.
Nel ventesimo secolo il controllo e l'accesso alle materie
prime e la capacità di avere enormi quantità di risorse
finanziarie, sono stati, sicuramente, i due fattori più
importanti che hanno consentito la crescita dell'economia, forse
più di quanto lo sia stato il lavoro.
Nel ventunesimo secolo si è dimostrato vero esattamente il
contrario: la crescita di ogni Paese è dovuta principalmente
alla capacità di valorizzare il lavoro, immettere, cioè, nel
ciclo economico quantità e qualità crescenti di lavoro. È questa
la fondamentale risorsa sulla quale avviene la vera competizione
nel mondo attuale. Una competizione, che come tale, presuppone,
aspetti negativi ed ostacoli. Una delle componenti negative
potrebbe essere, ad esempio, il lavoro sottopagato, sfruttato,
ma ciò non ne elimina i lati positivi; la competizione avviene
sul lavoro e la possibilità di successo di qualunque paese sta
nel fatto di avere a disposizione una quantità crescente di buon
lavoro dal punto di vista sia qualitativo che quantitativo.
È ovvio che, quando esiste una affermazione dalle forti
connotazioni ideologiche , politiche, sociali ma non economiche,
come quella che esiste e primeggia nella nostra Costituzione, in
cui si afferma che l’Italia è una nazione fondata sul lavoro,
risalta subito agli occhi l’attualità della nostra Carta
costituzionale. Sostengo che, dal punto di vista ideale, una
Costituzione, fondata sul lavoro, sia una Costituzione
assolutamente moderna in una prospettiva forse meno ideologica,
ma sicuramente molto più concreta e reale. È una Costituzione
che afferma la chiave di volta per il successo di ogni comunità
del ventunesimo secolo: il lavoro.
A questo punto, credo sia opportuno interrogarsi sulla
effettiva natura del problema che ci affligge.
Noi dobbiamo tentare di raggiungere gli stessi obiettivi di
giustizia sociale, di promozione delle persone che avevamo
scorto come traguardi nel ventesimo secolo, ma con strumenti
differenti rispetto a quelli che sono stati utilizzati nel
secolo scorso. La giustizia sociale, come concetto di base, non
è definitivamente morto con lo sgretolarsi della
socialdemocrazia, dei suoi partiti, delle sue organizzazioni
così come evidenzia Dahrendorf, ma si è evoluto in forme,
strumenti, tecniche e politiche differenti per conseguire lo
stesso risultato. È questa la sostanziale discriminante tra i
due secoli, così uguali e diversi, che ci hanno visti e ci
vedranno protagonisti attivi nella società. Questa è la sfida
che ci si pone dinanzi: ricercare le giuste forme di intervento.
Che ruolo gioca, alla luce di ciò, la nostra Costituzione?
Favorisce o ostacola la prove alle quali questa sfida ci chiama?
Credo che la risposta a questo quesito risieda nel rapporto tra
società e Stato. Se ci soffermiamo su un modello sociale nel
quale lo Stato - con le sue strutture - ha il preciso compito di
assicurare l’ uguaglianza, la giustizia sociale, mentre la
società organizzata, i sindacati, i partiti stessi non hanno
larghi raggi d’azione se non quelli di influire sulle modalità
con le quali lo Stato tenta di assolvere a questo suo mandato,
risulta evidente come tale approccio sia datato e inadatto alla
nostra contemporaneità, incapace, cioè, di gestire una realtà
complessa come la nostra. Sono più propenso a considerare un
modello sociale, che faccia del fondamentale bisogno di
uguaglianza e giustizia sociale un fine della società stessa e
che, di conseguenza, non consegni totalmente nelle mani dello
Stato un compito così gravoso, come più attuale e vincente.
Una condizione come la coesione sociale, fondamentale per
affrontare la sfida della competizione ad alti livelli, non può
essere, infatti, raggiunta attraverso tutta una serie di leggi o
di strutture statali specifiche, in quanto limitano le azioni di
sindacati, associazioni ed altri soggetti sociali. La nostra
stessa Costituzione non si identifica in questo modello.
Cito, a questo proposito, un aspetto della Costituzione che
ci riguarda da vicino e che mi sembra esemplificativo di questo
mio pensiero, vale a dire, il modo in cui è stato concepito il
ruolo dei sindacati dai nostri padri costituenti. Questi, mossi
da una profonda saggezza, hanno pensato al sindacato come ad
un’associazione libera; tutte le azioni sindacali sarebbero,
invece, dovute essere demandate a legge specifica. Per cinquanta
anni, questa legge, non è mai stata ideata. È stato, questo, un
bene o un male?
La riflessione su questo quesito ci pone ad un bivio, dal
quale si dipartono ordini di pensiero, diversi tra loro. Sono
convinto che il fatto di aver demandato la regolamentazione
delle azioni sindacali al legislatore, sia stato un atto di
acuta lungimiranza da parte dei padri Costituenti. Non credo,
infatti, che questa soluzione sia stata dettata da una
impossibilità di accordo e compromesso tra le parti allora
coinvolte nell’atto della scrittura del testo costitutivo. Sono
invece propenso a pensare che, fin dalle origini, il sindacato
sia stato concepito come un importante attore sociale,
un’organizzazione libera che risponde alla necessità del
cittadino di associarsi per raggiungere scopi comuni. Una
regolamentazione fissa e rigida avrebbe reso più sterile
l’intervento di una organizzazione sociale quale è il sindacato.
Per questo ritengo che una regolamentazione statuale sia poco
adatta a gestire le complessità della nostra società.
Ogni lavoratore ha il diritto di potersi associare
liberamente, definire i propri modelli organizzativi, e
applicare le proprie idee in indirizzi politici interni alla
propria organizzazione. La società del ventunesimo secolo è
foriera di valori importanti come la libertà e la giustizia
sociale, raggiungibili solo tramite l’organizzazione libera e
democratica.
Nonostante siano trascorsi cinquanta anni credo che i
principi ed i valori espressi nella nostra Costituzione, per
quel che riguarda il lavoro ed il ruolo che cittadini e
lavoratori ricoprono nell'organizzazione della società, siano
più che mai attuali. La nostra è, in questo senso, una
Costituzione moderna che dobbiamo difendere.
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