Abbiamo convocato il Comitato Centrale per esprimere una valutazione il più possibile ponderata sulla Finanziaria. Alcune delle nostre opinioni a riguardo sono state già espresse nei giorni scorsi, man mano che diveniva più chiara per noi l’interpretazione di questo volume così alto, e così colmo di tante ipotesi.
Alcune di queste nostre considerazioni sono state fatte anche di concerto con la Cisl e la Cgil, ma, sebbene esse siano state comuni e condivise secondo molti aspetti, si sono comunque rilevate delle discordanze, delle divergenze di merito.
Abbiamo, quindi, ritenuto utile discuterne tra di noi per tentare di sviluppare un’analisi molto più profonda e ragionata su di essa, e per consentire a tutti quanti noi, di poter poi seguire con più attenzione le vicende e le evoluzioni che la Finanziaria sicuramente non mancherà di offrire. Ma non solo. È fondamentale questo nostro confronto su temi così importanti anche per essere in grado di guidare un dibattito che nel paese si è già aperto e che, realisticamente, proseguirà nelle prossime settimane. Come sindacato, abbiamo sempre l’onore e l’onere di indicare degli orientamenti ai nostri iscritti e ai lavoratori.
Vorrei iniziare dalla vicenda che si è conclusa ieri sera, quella che ha finalmente visto la costituzione dei fondi di previdenza integrativa, perché è indicativa del paradigma con cui si è costruita questa Finanziaria.
Le settimane precedenti sono state testimoni di un dibattito molto confuso, oscuro, e questo, non certo perché i protagonisti di tale dibattito siano persone impreparate sull’argomento, nonostante esista, senza dubbio anche un problema di attenzione e, soprattutto, di conoscenza di alcuni meccanismi difficili da acquisire velocemente. È il caso, ad esempio, dei giornalisti, che hanno il dovere di scrivere i loro articoli, ma che non sempre possono accedere ad informazioni precise e dettagliate ed avere nozioni approfondite su materie così complesse e articolate.
Secondo me, il dibattito degli ultimi giorni si è rivelato così cupo perché si stava tentando di delineare una soluzione, profondamente diversa da quella che, invece, era stata raggiunta e negoziata negli anni scorsi con il precedente Governo, e che arrecava la firma di tutte le associazioni di categoria e di tutte le organizzazioni sindacali, fatta eccezione per le assicurazioni. Soluzione che il Governo Berlusconi, rinviò di tre anni, per evitare di infliggerle una bocciatura che avrebbe scaldato gli animi delle parti coinvolte.
Si è avuta, insomma, la netta e sgradevole sensazione che si stesse operando un autentico rovesciamento di quegli accordi che avrebbe portato al definitivo tramonto di ogni ipotesi di sviluppo dei fondi previdenziali. Da parte nostra, questa sensazione, è stata suffragata da una serie di colloqui, di scambi di opinioni con molteplici attori che avevano cominciato a convincerci sul serio che il problema non erano le idee confuse, quanto, invece, di un vero e proprio disegno tendente a rovesciare quella legge formalmente in vigore, pur se rinviata nella sua applicazione.
Il tutto ammantato dal problema del che cosa trasferire all’INPS.
Il linguaggio che è stato usato era evidentemente equivoco per noi, professionisti e conoscitori della materia, ma abbastanza chiaro per la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica.
Per la maggioranza degli italiani, cioè, è stato semplice comprendere che l’ipotesi prevista nella Finanziaria, se attuata, avrebbe chiamato ciascun lavoratore, a partire dal primo gennaio 2007, a dover scegliere se devolvere il proprio TFR maturando per la costituzione dei Fondi, o se lasciarlo in azienda.
Il cosiddetto inoptato, cioè tutto il TFR di quelle persone che non avrebbero attuato nessuna scelta, sarebbe stato trasferito direttamente all’INPS.
Credo che il messaggio che tutti coloro che leggono i giornali e che ascoltano i telegiornali hanno compreso, sia stato questo, e che, in realtà l’acceso dibattito era dovuto al fatto che la Confindustria, e le altre associazioni delle imprese, erano ovviamente ostili all’idea di veder trasferire il Tfr dalle proprie casse a quelle dell’INPS.
La discussione era, quindi, improntata, secondo l’opinione pubblica, sulla dialettica “giusto – non giusto” e su quale dovesse essere la soglia per le imprese nelle quali questo trasferimento forzoso sarebbe dovuto avvenire.
La vera sostanza di tale ipotesi mostrata dalla Finanziaria era, però, chiarissima, a tutti noi, in grado di comprenderne le sfumature, di intuire esattamente quali sarebbero state le dinamiche che sarebbero scattate sui posti di lavoro: i fondi sarebbero stati alimentati esclusivamente dai lavoratori che avrebbero esplicitato la propria scelta tra le opzioni possibili, e che, nei fatti, non avrebbero superato il 20 - 25% del totale dei lavoratori – stime queste valutate anche da parte di Confindustria e del Ministero del Tesoro. Tutto il resto sarebbe diventato automaticamente un patrimonio utilizzabile, in un braccio di ferro, o dalle imprese, o dall’INPS, quindi dal governo.
All’inizio tutto questo ci è sembrato più che alto il frutto di un fraintendimento. Sono stati più che evidenti per voi i dubbi scaturiti dalle riflessioni nostre e quelle della Cisl, dubbi nati dal pensiero che, forse, ci si trovava di fronte ad un equivoco, che, il tutto, fosse stato male interpretato dai giornalisti.
I colloqui e gli scambi di opinione soprattutto con la Confindustria, fortemente interessata a conoscere quanti dei soldi delle aziende sarebbero andati all’Inps, dando per scontato che l’operazione silenzio – assenso era a favore dello stesso Istituto, ci hanno condotto, però, alla certezza che nel leggere su un quotidiano che l’inoptato era a favore dell’Inps, non si era in presenza di disinformazione o fraintendimento, quanto piuttosto della preparazione di un disegno già preordinato.
Nel momento in cui, dunque, ci siamo resi conto di quanto stava realmente avvenendo e di cosa stava maturando, ovviamente il tono della nostra reazione si è modificato ed è salito fino al punto che abbiamo esplicitamente manifestato le nostre perplessità e le nostre posizioni. Ci siamo rivolti al Governo rimarcando che se fosse stata modificata questa norma, se quindi, il “silenzio – assenso” non fosse più stato a favore dei fondi, ma dell’INPS, noi avremmo considerato rotta ogni possibilità di discussione, anche sulla riforma previdenziale, che si fonda proprio sulla previdenza integrativa.
La riforma messa in atto da Dini, infatti, ha due basilari presupposti: il sistema contributivo, con tutti gli effetti che ci sono noti, e la costituzione di fondi di previdenza integrativa. Se fosse venuto meno il pilastro dei fondi di previdenza integrativa, si sarebbe davvero reso necessario rimettere in discussione la riforma Dini.
In questa occasione abbiamo avuto il sostegno della Cisl, che anch’essa aveva cominciato a comprendere quale partita si stessa giocando dietro le quinte, e quale effettivamente fosse la posta in gioco, ovviamente non aveva nessun dubbio su quale dovesse essere l’obiettivo del sindacato. Non posso dire altrettanto della Cgil. Non ne conosco il motivo. Ognuno di noi ne può immaginare uno, ma sicuramente abbiamo potuto tutti constatare quanto sia stato distratto l’atteggiamento della Cgil su quanto stava avvenendo, quasi che l’unica vera preoccupazione fosse quella di garantire allo Stato una sufficiente quantità di soldi da considerare come entrate attraverso l’operazione Inps.
La minaccia concreta, per nulla retorica, che abbiamo mosso al governo annunciava che, se non si fosse modificata la norma della finanziaria rendendo esplicito il principio del silenzio – assenso, avremmo davvero considerato il protocollo stilato per discutere la riforma previdenziale come carta straccia. Non avremmo, cioè, intavolato alcuna discussione.
Ritengo che questo sia stato il vero motivo per cui ieri sera, senza nessuna preparazione, senza nessun sondaggio preventivo, si è verificato un rovesciamento delle posizioni del governo.
La prima frase pronunciata dal governo al tavolo di ieri sera è stata: “Noi siamo per anticipare la Legge Maroni al 2007”.
Alla domanda: “La legge Maroni così com’è?” La risposta seguita è stata: “ Certo, così com’è”
Raffaele Bonanni ha poi sollecitato: “Significa che il principio del silenzio-assenso funziona a favore dei fondi?” “Certo, funziona a favore di fondi” è stata la risposta del governo.
Quindi, solo il TFR che i lavoratori esplicitamente lasceranno in azienda sarà destinato a restare nelle casse delle aziende fino a cinquanta dipendenti; oltre i cinquanta dipendenti verrà trasferito all’INPS al 100%.
Devo dire che il trasferimento all’INPS al di là di tutti gli aspetti già discussi, ha di per sé una valenza positiva, non per il bilancio dello Stato, che ci interessa relativamente, ma perché riduce l’interesse delle imprese a forzare sui lavoratori per far restare il TFR a loro disposizione. Il fatto che la maggioranza degli imprenditori, dovendo decidere, secondo norma, se indirizzare il Tfr in un fondo oppure all’INPS, è favorevole che questo finisca in un fondo, non è indifferente. Certo, sono più propensi per questa opzione, soprattutto perché hanno la speranza di poterne avere un qualche beneficio in futuro.
Confesso che ieri sera non sono arrivato ben predisposto all’incontro.
Abbiamo però concluso un accordo che ha esaudito tutte le nostre richieste. Il clima era così favorevole che abbiamo avanzato anche la proposta di ridurre le tasse sui fondi, incontrando una risposta positiva.
Lunedì si provvederà alla stesura di un protocollo che esporrà in maniera dettagliata gli accordi stipulati durante l’incontro, perché si vada oltre gli accordi verbali e ci sia un documento formale, sottoscritto da tutte le parti coinvolte. Questo ci permetterà di “obbligare” la modifica della norma in questione sulla Finanziaria, equivoca sulla destinazione dei flussi a seconda delle scelte dei lavoratori.
Nel corso di questa introduzione mi sono soffermato sul racconto dello svolgimento dell’incontro di ieri sera, non solo perché mi sembrava doveroso nei vostri confronti, ma soprattutto perché, credo sia stato un episodio emblematico di come si stia costruendo la Finanziaria.
Il dibattito che si sta svolgendo è confuso e disordinato. Le ragioni sono da ricercare nell’approccio politico che si è scelto. Ciò non vuol dire che tutto quanto è presente nella Finanziaria sia negativo, anzi, ci sono aspetti assolutamente positivi e condivisibili.
È stato avviato un sistema di rapporti bilaterali, prima con i sindacati, poi con Confindustria, poi è stata la volta della Confcommercio, degli artigiani, dei gruppi di professionisti, di un partito e poi di un sua parte. Un sistema bilaterale che, come appare evidente, non ha fatto altro che smarrire il senso politico, l’obiettivo principale, l’orizzonte all’interno del quale realizzare una manovra così importante.
Parafrasando l’ex Presidente della Repubblica, una Finanziaria di cui non si comprende l’anima.
Questo è il frutto del metodo politico che si è voluto mettere in pratica.
Secondo il nostro parere, sarebbe stato più utile, anche per il Governo, suggerire con precisione gli obiettivi di questa manovra, sviluppo, equità, risanamento e, seguendo una politica di concertazione, chiedere alle parti sociali quali fossero gli obiettivi condivisi, mettere in pratica, cioè, la vera concertazione.
Questa scelta d’azione avrebbe risolto anche l’altro problema che ha ora il governo, vale a dire, quello di tenere insieme, in maniera sufficientemente disciplinata, una maggioranza così numericamente ristretta e politicamente eterogenea, come è quella che oggi lo sorregge.
Mettendo in atto una politica di vera concertazione, il governo sarebbe stato molto più forte nell’imporre una disciplina alle forze politiche, rispetto a quanto è invece avvenuto e sta avvenendo.
Partendo da questa vicenda appare evidente come l’approccio politico utilizzato sia stato dannoso, perché, nonostante tutto, resteranno dubbi, non avremo certezze.
Forse fra qualche tempo si potranno studiare le vicende politiche di questo paese, e alla fine si ricostruirà qualcosa che somigli alla verità.
Nessuno, però, ci toglierà il dubbio che, dal momento in cui abbiamo cominciato a discutere sul TFR, all’inizio di settembre, a quello che è accaduto dopo fino all’accordo di ieri sera, si siano intrecciate altre strategie, altri patti, altri suggerimenti non tanto di tipo sociale quanto politico, sia da parte di tutti coloro che hanno la convinzione che la previdenza integrativa non sia poi così importante, sia da chi è, ed è sempre stato, dichiaratamente ostile al fatto che in Italia nascesse un sistema di previdenza integrativa che compensi una diminuzione della previdenza pubblica.
Nel governo, di fronte alla necessità di rastrellare un po’ di soldi, lentamente si è fatta strada l’idea di utilizzare i soldi del TFR. Forse per poco tempo, forse anche per molti anni. Questo però avrebbe comportato la scomparsa dei fondi integrativi.
È emersa l’esistenza di un serio problema politico, nel rapporto con il governo, che deve prepararci per tutte le questioni che ancora abbiamo da affrontare.
Noi avevamo discusso, per grandi linee, una manovra di politica economica che avrebbe dovuto agire per ottenere due risultati fondamentali: reperire i soldi necessari per far rientrare il deficit del bilancio pubblico al di sotto del 3% già nel 2008, e perseguire lo sviluppo. Un obiettivo quest’ultimo che apriva due ulteriori questioni assolutamente vitali sulle quali intervenire per rilanciare davvero il Paese, il cuneo fiscale e gli investimenti in infrastrutture.
Era questo un capitolo che, pur essendo anch’esso di spesa, si sarebbe dovuto affrontare, poiché ciò avrebbe significato l’avvio verso una soluzione, il segnale che in qualche modo si intervenisse su una serie di segmenti della società particolarmente deboli, partendo dal problema delle pensioni, e della creazione di un fondo per i non autosufficienti.
Si manifestava il problema di come reperire le risorse necessarie per dare il via a queste manovre che avrebbero risanato il debito e favorito lo sviluppo. Una questione alla quale si poteva far fronte agendo su due leve. La prima, fondamentale, di recupero dello scandaloso livello di evasione fiscale. La seconda strada da percorre, sebbene abbia sempre preferito parlare di riforme, era quella dei “tagli”. Si trattava di risparmiare sulla spesa del pubblico impiego, sulla sanità, sul sistema previdenziale e sui trasferimenti agli Enti locali.
Questo era l’accordo sul quale abbiamo a lungo dibattuto, soffermandoci soprattutto sugli aspetti che più ci riguardavano, primo tra tutti, la questione della riduzione della spesa pubblica, che, secondo la nostra proposta, non avrebbe dovuto essere cieca, ma ben ponderata.
Il nostro sistema pubblico, infatti, non soffre perché esiste un eccesso di servizi offerti ai cittadini. La tesi, che sostiene che in Italia si offrono troppi servizi con un costo tanto elevato che grava pesantemente sulle risorse dello Stato, non è esatta. Sarebbe come dire che viviamo in un Paese che destina alla spesa pubblica una quota del Pil così ampia e anomala rispetto agli altri paesi europei, che non esiste altra via d’uscita se non quella di comprimerla. Se fosse così, allora la parola taglio sarebbe perfettamente coerente.
Non è però questo il nostro caso. La quantità dei servizi offerti, laddove per “servizi” s’intende l’insieme delle prestazioni alimentate dal denaro pubblico e dalle tasse, e la loro qualità, non sono alti. Si potrebbe addirittura, legittimamente, sostenere che sono sensibilmente più bassi di quanto avviene negli altri paesi. Basti ricordare che negli anni Novanta, com’è noto, il livello di spesa pubblica italiana era di due punti percentuali al di sotto della media europea.
I problemi che invece ci affliggono sono gli sprechi, la scarsa produttività, l’appropriazione di risorse da parte di chi ha il potere. Non mi riferisco, ovviamente, a tutti coloro che rubano violando la legge, ciononostante questo è un fenomeno eccessivo che danneggia tutto il sistema.
Il nostro Paese ha bisogno di mettere in atto riforme che aumentino l’efficienza, riducendo i costi, per produrre ed offrire servizi ad alti livelli.
Tuttavia questi risultati non possono essere raggiunti semplicemente tagliando, sarebbe invece opportuno farlo, selezionando, vale a dire individuando quale spesa ridurre. Non è ancora sufficiente individuare il bilancio del singolo ente sul quale operare tagli e riduzioni, bisogna piuttosto indicare con esattezza cosa all’interno di quel bilancio deve o non deve essere ridotto.
Abbiamo sfiorato il limite della banalità nel tentare di spiegare questi concetti.
Riformare vuol dire avere la capacità di selezionare, di scegliere. È questo uno dei compiti peggiori che si possa assumere un uomo politico, per il quale le soluzioni più semplici sono ridurre la spesa per tutti, abbattere del 5% il costo senza distinzioni di sorta.
Questa, che per un politico è la soluzione più semplice, è ciò che noi definiamo “mistica dei sacrifici”, secondo la quale tutti si sacrificano, sia chi lo fa ormai da troppi anni, sia chi non lo ha mai fatto.
La Uil è sempre stata coerente con gli accordi politici che aveva portato avanti con il governo.
Anche per quanto riguarda la questione della previdenza, avevamo portato a termine un ragionamento assolutamente chiaro e trasparente, combattendo una tesi secondo la quale sarebbe stato impensabile anche solo ipotizzare che qualsiasi manovra sulla previdenza potesse produrre benefici sulla Finanziaria. Questo avrebbe significato solo togliere la pensione ai lavoratori.
Per tali evidenti ragioni, abbiamo chiesto di eliminare dalla Finanziaria l’ipotesi di un’azione sulla previdenza.
Avevamo la possibilità di operare scelte differenti, e di agire su altri settori che hanno una loro ragion d’essere. Abbiamo proposto, perciò, di iniziare ad operare secondo questa strada, cominciando ad uniformare il sistema contributivo. Ci siamo dimostrati disposti a discutere sulle finestre, avevamo anche concesso di ridurne una.
Ciò che resta fondamentale è che i lavoratori possano andare in pensione.
Gli incontri con il governo avevano dato vita ad una serie di ragionamenti positivi, che lasciavano ben sperare. Ci siamo però, all’improvviso ritrovati in una situazione di confusione. Inaspettatamente è scomparsa la finestra concordata. Sono stati i quotidiani, in seguito, a lasciarci intuire in base a quali patti e quali consultazioni, probabilmente contemporanei, sono state cambiate le carte in tavola. Nello specifico, le vicende sul Tfr e sulla finestra, credo, siano state oggetto di valutazioni parallele alle nostre.
La stessa questione del cuneo fiscale era stata dibattuta seguendo lo stesso spirito delle altre discussioni. In un primo momento siamo stati protagonisti di un finto scambio di vedute sulla ripartizione del cuneo fiscale tra imprese e lavoratori.
La questione si è conclusa con uno sgravio di tre punti per le imprese e di soli due per i lavoratori.
Abbiamo detto, facendo buon viso a cattivo gioco, che poteva andare bene, non mancando però di dichiarare pubblicamente, in tutti i luoghi ed in tutte le sedi che questa ripartizione significava una cosa molto semplice: le imprese sapevano come concretizzare i tre punti; per quanto riguardava i due punti che spettavano ai lavoratori, bisognava essere coerenti con l’affermazione, e cioè che la riduzione del cuneo fiscale è la differenza che passa tra retribuzione lorda e quella netta. Questo significava la riduzione delle tasse ai lavoratori dipendenti, altrimenti era un’altra cosa.
Visco ha poi spiegato che era sua intenzione rimodulare le aliquote IRPEF.
A questa dichiarazione abbiamo reagito dicendogli che un’operazione del genere sarebbe stata rischiosa e delicata, in quanto secondo noi, le casse dello Stato non dispongono di abbastanza denaro per ridurre sul serio le tasse ai lavoratori dipendenti e ai due milioni e mezzo di lavoratori autonomi, che appaiono di fatto, più poveri dei lavoratori dipendenti.
Quindi, essendo stata bocciata una nostra prima proposta, cioè quella di evitare di introdurre tasse per quattro anni, ho consigliato e suggerito un nuovo provvedimento, prevedere detrazioni solo per il lavoro dipendente, ed eliminare le tasse che vengono pagate su di esso.
Il giorno precedente l’incontro con Visco abbiamo scoperto che si era giunti ad una conclusione del tutto differente rispetto a quella discussa con noi.
È , certo, una cosa lodevole, aumentare gli assegni familiari, al di là del fatto che questa operazione ha un costo di un miliardo quattrocento milioni e non di tre miliardi e mezzo. Il risultato di tutto questo, anche a detta di una fonte autorevole e al di sopra di ogni sospetto, come Il Sole 24 Ore, è stato che i soli ad aver beneficiato di questa operazione, sono stati i lavoratori autonomi, i quali hanno guadagnato mediamente più di 120 euro l’anno di riduzione, mentre, tutti gli altri hanno ricevuto solo spiccioli, facendo eccezione, per chi ha moglie, due figli a carico ed il suo solo stipendio come reddito. Casi come questo esistono, ma non rappresentano l’universo del lavoro dipendente.
L’operazione sul cuneo è letteralmente evaporata. Sono rimaste solo tante discussioni e banale tentativo di arrampicarsi sugli specchi.
Quando il governo ha cercato di mostrare alla Confindustria che poteva sottoscrivere tranquillamente l’accordo sul TFR, ha detto: “Gli unici che ci hanno guadagnato in questa manovra, come mai era accaduto nella storia, sono state le imprese”. Montezemolo non ha potuto contestare questo inequivocabile fatto. Il commento di Epifani, invece, è stato: “La prossima volta a noi”. Non ho potuto di fare a meno di controbattere che la speranza non costa niente.
La mia frase è stata, purtroppo, la constatazione della realtà che stiamo vivendo. Si poteva benissimo avviare una discussione in cui spiegarci le ragioni di una tale scelta, almeno dirci che non ci sono i soldi per ridurre di cinque punti il cuneo fiscale, che valgono nove miliardi di euro; che per questa ragione si è scelto di provvedere al finanziamento delle ferrovie o di qualche altra infrastruttura, così da essere poi in grado di offrire qualcosa in più alle imprese delle quali si ha bisogno per la ripresa e lo sviluppo del Paese, e che qualcosa sarebbe spettato anche a noi. Sarebbe di certo stata una discussione molto più seria e più accettabile, tipica di qualcuno ha davvero la volontà di tenere fede ai patti che avevano disegnato una Finanziaria di risanamento, sviluppo ed equità.
Ciò che invece è accaduto è impressionante. L’imperizia politica è arrivata al paradosso, per cui i lavoratori autonomi sono stati più avvantaggiati dei lavoratori dipendenti. Sono state aumentate le tasse a due o trecentomila persone che vivono situazioni di benessere, che, però, pagano regolarmente le tasse, mentre sono stati attribuiti soldi a molte più persone che guadagnano di più dichiarandone molto di meno.
Qual è stato il risultato politico? Coloro che hanno avuto i benefici protestano. Un capolavoro! Tutte le associazioni delle imprese sono sulla difensiva, pur essendo gli unici che hanno tratto dei benefici. I lavoratori autonomi, attraverso questa manovra, hanno ottenuto una serie di vantaggi. C’è stato addirittura chi, come gli imprenditori, ha beneficiato del doppio di quanto dovuto. Sono questi centinaia di migliaia di imprenditori che dichiarano di guadagnare ventimila euro, e che hanno usufruito sia della riduzione del cuneo avendo pochi dipendenti, sia della riduzione dell’IRPEF personale, perché risultano “poveri”.
Gli unici che obiettivamente non hanno goduto di nessun vantaggio, pur non avendoci rimesso, sono i lavoratori dipendenti e i pensionati, esattamente coloro che avrebbero dovuto essere invece i destinatari principali dei vantaggi previsti.
Il paradosso sta proprio nell’effetto politico che questa manovra ha avuto. Non c’è bisogno di profetizzare che il governo se ne pentirà, anzi, credo, se ne sarà già pentito. Nessuno ha più ripetuto che questa è la Finanziaria che aveva chiesto.
Purtroppo queste questioni hanno avuto un grave effetto politico sociale perché hanno occultato una serie di provvedimenti positivi che dentro la Finanziaria ci sono. Ad esempio la lotta all’evasione fiscale. Questa non si è rivelata come ciò che realmente è, un’azione positiva, che sicuramente necessita di un sostegno da parte di tutti coloro che pagano le tasse, ma che si è falsamente dimostrata quasi come una sorta di vendetta nei confronti di alcuni ceti sociali. Tutto ciò perché la lotta all’evasione fiscale si trova all’interno di una manovra di cui non si comprendono più gli obiettivi, le strutture, le finalità, i tempi, le modalità.
Sono state occultate anche tutte le altre buone scelte operate, ad esempio, sulla questione del Mezzogiorno, in cui sono state accolte le proposte che avevamo elaborato insieme con CGIL, CISL e Confindustria. Il provvedimento è,in definitiva, positivo, perché i finanziamenti stanziati, pur non essendo moltissimi, permetteranno di investire in infrastrutture e di risolvere i disastrosi problemi delle ferrovie.
Sono sicuramente misure di intervento che conducono nella giusta direzione, al fine di mettere in atto delle politiche adeguate per rilanciare lo sviluppo e andare avanti.
La medesima situazione si è verificata per quanto riguarda il sommerso, che, ovviamente è strettamente correlato alla lotta all’evasione fiscale e contributiva. Queste sono le vere leve sulle quali bisognava puntare per mobilitare il paese. Abbiamo bisogno di una politica che riduca le anomalie: l’elevata evasione fiscale, l’evasione contributiva, il lavoro nero, la scarsa efficienza della pubblica amministrazione.
Allora cosa dobbiamo fare? Cosa dobbiamo capire? Dobbiamo impegnarci in queste settimane per imporre una modifica della Legge Finanziaria, risolvendo una serie di questioni che non sono risolte e mostrano ancora delle criticità. Mi riferisco alla questione fiscale, alle pensioni e ad altri temi che il segretario confederale Antonio Foccillo vi spiegherà in seguito illustrando un documento che abbiamo preparato da inviare al governo, oltre che ai gruppi parlamentari. Nel documento redatto specifichiamo cosa si dovrebbe modificare.
Dopo aver indicato gli obiettivi da raggiungere, c’è ora da chiedersi come intendiamo procedere e quali sono i problemi che per primi dobbiamo affrontare.
Innanzitutto esiste un problema nei rapporti con gli altri sindacati.
Per domani è previsto un incontro nel quale noi tre non solo discuteremo della preparazione di una richiesta formale al governo di essere convocati ed ascoltati per risolvere una serie di problemi, ma prepareremo anche un elenco preciso dei problemi che vogliamo esporre e risolvere, delle modifiche della legge Finanziaria che vogliamo richiedere, dei chiarimenti che vogliamo avere.
Potremmo trovarci in una situazione nella quale non conveniamo su tutto. Temo, che il punto sul quale riscontrerò maggiori divergenze sia l’aspetto fiscale, il problema del cuneo. Noi siamo convinti che questo problema non possa e non debba essere abbandonato. Non posso, però, garantire che si possa combattere con la stessa forza. Mancano le stesse condizioni che ci hanno agevolato sulla vicenda del TFR, perché, in questo caso, gli interessi sono solo dei lavoratori dipendenti. I sindacati non sono sempre uniti. Le possibilità di successo sono, dunque, obiettivamente modeste.
Questo non significa che dobbiamo semplicemente prenderne atto e rinunciare a giocare una partita che sembra persa in partenza. Dobbiamo, piuttosto, rilanciare la questione perché si tratta di un problema concreto. Perché l’unica forma di compensazione che non è avvenuta è quella a nostro vantaggio. Perché i pensionati e i lavoratori dipendenti sono stati sul serio la fascia di popolazione, che ha subito una forte riduzione del potere d’acquisto. Questo, per noi, è inaccettabile.
Dobbiamo continuare a portare avanti questa battaglia, non cessando mai di ripetere che siamo creditori nei confronti del fisco. Non smetteremo mai di ricordarlo e di agire sempre in modo che questo credito venga onorato.
C’è poi un’altra questione che dobbiamo impegnarci a risolvere nei prossimi giorni, che solo in apparenza, riguarda una parte del mondo del lavoro: il rinnovo dei contratti del pubblico impiego.
Come abbiamo sempre spiegato, esistono due leve da attivare per affrontare il problema dei redditi del lavoro, quella fiscale e quella contrattuale. La scelta che a noi appariva più saggia, e che lo stesso Presidente del Consiglio ha sempre sostenuto, consisteva nell’ aumentare i redditi sia sulla politica fiscale che su quella contrattuale. Meno otteniamo dal fisco, più abbiamo l’obbligo di recuperare sul piano contrattuale.
I contratti del pubblico impiego sono il primo test al quale seguiranno tutti gli altri.
Lunedì è in programma una grande assemblea di delegati del pubblico impiego, nella quale si discuterà non solo della Finanziaria, ma soprattutto dei contratti. Siamo fermamente intenzionati ad evitare che vengano messe in atto delle moratorie, perché ciò significherebbe perdere qualche anno. Non facciamo sconti. Non ce n’è nessuna ragione. È necessario ribadirlo per fronteggiare anche la possibilità che questo principio non sia condiviso da tutti.
Per quanto riguarda la nostra organizzazione l’obiettivo, viene prima di tutto, poi ci sono i compagni con i quali questo si raggiunge.
Le due cose non possono essere invertite. Ciò significa che, a partire da me, dai segretari confederali, dai delegati, da tutti i dirigenti, dobbiamo essere uniti nel perseguire questo obiettivo. Se non si è d’accordo sulla linea stabilita, se ne discuta una diversa. Ciò che resta fondamentale è assumere tutti lo stesso atteggiamento.
Non sono accettabili comportamenti difformi, non ce lo possiamo permettere. Vogliamo vincere e per questo occorre che ci sia una tenuta seria dell’organizzazione, altrimenti rischiamo di ripetere le vicissitudini che abbiamo vissuto per il TFR. Senza noi e la CISL non ci sarebbe stato nessun Tfr, così come i fondi pensione.
Questo è il quadro all’interno del quale ci dobbiamo muovere, questa è la condizione politica nella quale si svolge oggi la discussione. Una situazione nella quale, purtroppo, la concertazione sta somigliando in maniera sempre più veloce ad una pura e semplice contrattazione, dove, com’è noto, entrano in gioco non solo le ragioni e le argomentazioni delle parti, ma anche i rapporti di forza, la determinazione, la capacità di convincere e di far prevalere la propria opinione.
L’ultima delle questioni che voglio affrontare riguarda la Uil e, credo, l’insieme del sindacato. Voglio esprimere una mia preoccupazione personale che, spero sia infondata.
Temo che nell’attuale panorama politico, il sindacato confederale possa avere di fronte a sé un lungo periodo grigio. Un periodo di confusione, nel quale sarà difficile comprendere lo stesso ruolo del sindacato, i suoi obiettivi, il suo agire. Non è in discussione la nostra autocoscienza. Corriamo, però sul serio, il rischio di smarrire il nostro ruolo nella coscienza collettiva, quella di milioni di persone, che inizieranno a non avere più fiducia in noi, nella nostra capacità, e a ad interpretare le nostre parole e le nostre azioni secondo uno schema politico. Rischiamo di apparire loro appiattiti ed evanescenti.
Credo che questa mia preoccupazione, che può apparire al momento eccessiva, sia, invece un problema che a lungo andare si dimostrerà reale. Forse è una riflessione troppo pessimista. Credo, però, che il sindacato abbia il dovere di farla, sicuramente ce l’ha la Uil.
Il giorno in cui il sindacato confederale dovesse smarrire la sua anima senza capirne i motivi, sarà un sindacato senza futuro.
Credo invece che non appena verrà posta la fiducia sulla Finanziaria o approvata col voto di maggioranza, come sono convinto che accadrà, e non dovremo più confrontarci con essa, abbiamo il dovere di iniziare riflettere su noi stessi, di chiederci, cioè cosa è la UIL, che cosa è il sindacato confederale nel nostro paese, quale missione si affida.
Noi abbiamo chiara la nostra missione, sono, pertanto, convinto, che dovremmo proporre alla Cisl e alla Cgil una grande riflessione all’interno della quale il sindacato confederale parli di sé stesso ed indichi ai cittadini e ai lavoratori i suoi obiettivi, il suo ruolo nel terzo millennio.
Siamo un sindacato che ha l’obiettivo di rimettere in moto questo paese, di farlo crescere, di far in modo che la competizione non lo travolga, che possa davvero riprendere a correre. Per noi sviluppo, crescita, produttività, competitività non sono solo parole che affidiamo al presidente di Confindustria di turno. Sono un vero programma politico del sindacato e la nostra forza, ancora grande in Italia. Dobbiamo fare in modo che queste parole si consolidino ancora di più, offrirgli una missione, un orizzonte comprensibile, condivisibile, che rappresentino una speranza per la gente che si affida a noi.
Non pensate che le persone si iscrivono solo per abitudine o per la qualità dei nostri servizi, comunque fondamentali. Dare forza ad un sindacato vuol dire interpretare i bisogni delle persone.
Ecco perché io credo che dopo la Finanziaria, abbiamo il dovere di riflettere su tutto questo. Dobbiamo ovviamente farlo insieme alla CISL e alla CGIL. Avvertiamo prima degli altri questa esigenza, dobbiamo quindi spingerli a riflettere su questi temi che rappresentano il futuro del sindacato.
Roma, 20 ottobre 2006