Notizie ADN Kronos
Il tuo browser non supporta attività java

UIL Segreteria Generale
UIL HOME CERCA NEL SITO CHI SIAMO AGENDA SCRIVI ALLA UIL ARCHIVIO

E-mail segreteriagenerale@uil.it

ARTICOLI

Una flessibilità "governata"

di Luigi Angeletti, Segretario Generale Uil

Capitalia, dicembre 2004

Il Sindacato ha accolto molto positivamente la decisione della Banca di Roma di attivare crediti speciali per la casa a favore di quei lavoratori che ormai vengono comunemente definiti, con un brutto neologismo, “atipici”.

Ai ritardi della politica sopperisce, ancora una volta, l’iniziativa sociale con un coinvolgimento più che diretto, in questa specifica circostanza, del mondo dell’impresa. E’ la necessità di un nuovo welfare che emerge e che cerca di trovare una sua configurazione coerente con i nuovi bisogni e con le nuove incertezze tipiche di una società in trasformazione. Una società che esprime nuovi lavori, in cui si affermano figure professionali sconosciute solo pochi anni fa e all’interno della quale la necessità della specializzazione favorisce l’atomizzazione dei nuclei produttivi e il conseguente isolamento di chi produce.

In questo contesto, occorre ammetterlo, il sindacato fa ancora fatica ad intercettare le aspettative di quei soggetti che sono ‘altro’ rispetto all’operaio-massa e sul cui prototipo è stata costruita l’esperienza sindacale del secolo trascorso. Fa fatica sì; ma il sindacato non è certo insensibile né inadeguato a cogliere questo cambiamento che non si limita ad ingrandire il perimetro del lavoro autonomo ma che ormai connota di sè lo stesso tessuto produttivo in cui la presenza sindacale è storicamente consolidata.

Ci sono, dunque, soprattutto per milioni di giovani, esigenze diverse da quelle dei loro padri e aspettative dominate dall’incertezza del futuro a cui occorre dare risposte concrete per consentire un’organizzazione della vita individuale, ma anche di coppia, adeguata alla nuova realtà.

Sono già state ottenute alcune risposte positive, ripetutamente sollecitate dal Sindacato. Risposte parziali, talora, e penso alla cosiddetta legge Biagi; risposte ancora da definire o da costruire, talaltra, e penso al progetto per gli ammortizzatori sociali o ai percorsi sulla formazione continua; risposte fondate sulla volontà negoziale di soggetti illuminati, infine, che colgono il valore positivo di soluzioni assistenziali privatistiche concordate, partendo dai nidi aziendali fino ad arrivare alle convenzioni per i mutui sulla casa di cui si è parlato. Tutti elementi di novità, insomma, che, lo ripeto, fanno comunque intravedere la necessità della costruzione di un nuovo welfare per i nuovi lavori. Un welfare da approntare, inevitabilmente, con il coinvolgimento del livello politico e istituzionale perché possa divenire punto di riferimento stabile per questa nuova categoria di lavoratori.

A monte di tutto ciò vi è comunque un problema di governo delle flessibilità, in forza del quale è possibile evitare degenerazioni e, al contempo, avviare una stagione nuova, capace di conciliare le tutele con lo sviluppo e i diritti con la crescita. Oggi lo sviluppo materiale e morale di un paese non è più tanto in funzione del numero delle acciaierie ubicate sul territorio quanto in stretta relazione con il livello di conoscenza e di saperi che emergono dal tessuto sociale. Insomma, il futuro di un paese, nel secolo appena cominciato, dipenderà dal patrimonio culturale e dalle capacità professionali dei singoli lavoratori: il lavoro in quanto espressione di conoscenza avrà più valore del capitale. In questo contesto, l’affermarsi della flessibilità è un dato oggettivo poiché oggi il mercato non è più condizionato dai produttori bensì dai consumatori: non si vende più ciò che si produce ma si produce ciò che si vende. Noi dunque abbiamo il compito di evitare che si continui a confondere erroneamente la flessibilità con la precarietà. Deve essere chiaro per tutti che mentre la prima è una condizione che può generare opportunità, la seconda è la conseguenza della mancanza di certezze, frutto di uno squilibrio nei rapporti di forza tra i soggetti titolari del rapporto di lavoro. Alla precarietà, ad esempio, va ascritto il lavoro sommerso che può e deve essere sconfitto soprattutto dando attuazione ad un insieme di misure che puntino, da un lato, ad incrementare i controlli e, dall’altro, ad isolare le aziende che lavorano in nero non commissionando loro né prodotti né servizi. La flessibilità, invece, è un adattamento negoziato alle diverse fasi degli andamenti produttivi: essa genera nuove tipologie contrattuali e nuovi lavori. Ma l’esigenza di flessibilità può anche determinare degli ibridi e quindi delle vere e proprie anomalie che sfociano nella precarietà. Il caso più clamoroso è stato quello dello sviluppo abnorme delle collaborazioni coordinate e continuative. Molti cosiddetti co.co.co. sono giovani che svolgono mansioni identiche a quelle dei lavoratori dipendenti non avendo però nessun diritto e tutela contrattuale. Questa tipologia viene spesso utilizzata per dissimulare normali contratti di lavoro dipendente a tempo indeterminato senza alcuna garanzia per il contraente lavoratore. Oggi, grazie ad un capitolo della legge Biagi, fortemente voluto dal Sindacato, sono state poste le condizioni per far sparire questa contraddizione.

Per dirla con un slogan conclusivo, dunque, noi siamo per un ‘no’ netto alla precarietà e alle sue espressioni che si celano nel sommerso e, invece, per un ‘sì’ alle flessibilità, governate però dalla contrattazione e assistite da forme di tutela collettiva. Tutte le esperienze e le soluzioni che vanno in quest’ultima direzione devono essere incoraggiate. Ma devono comunque essere incoraggiati anche tutti i tentativi di limitare nel tempo e nelle sue dimensioni, per quanto fisiologicamente possibile, lo stesso fenomeno della flessibilità. Non possiamo illuderci, infatti, che questa possa essere la risposta ai problemi occupazionali. Noi abbiamo bisogno di buoni posti di lavoro e perchè ciò si realizzi necessitano molti investimenti e investimenti pubblici. Per evitare che i contratti a tempo indeterminato diventino un’eccezione, dunque, è necessario far leva sulla capacità del sistema paese di creare sviluppo. Bisognerà investire in ricerca e innovazione, bisognerà investire in infrastrutture e opere pubbliche. Tutto ciò potrà fare da volano per la ripresa economica: la possibilità di creare buoni posti di lavoro dipenderà esclusivamente dall’attuazione di questa politica.

E’ lo sviluppo la chiave di volta per consentire un’evoluzione positiva di questa fase storica a livello sociale ed economico. Uno sviluppo che potrà contribuire al consolidamento di sistemi produttivi e di correlate modalità occupazionali ben conosciute e garantite, da un lato, ma anche all’affermazione di una flessibilità vissuta sempre più come opportunità e non come incertezza, dall’altro. Nell’immediato, dunque, ben vengano soluzioni positive anche estemporanee volte ad assistere queste nuove categorie di lavoratori nella costruzione della propria vita personale e familiare. Ma occorre anche, e forse soprattutto, un progetto politico complessivo e ben più ampio che, percorrendo la strada della crescita, sappia allargare i confini delle certezze e, al contempo, generare una flessibilità attiva, dando slancio al Paese in un rinnovato e radicato clima di fiducia.

Roma 19 gennaio 2005

TORNA ALLA HOME