|
|
INTERVENTI
Assemblea
Nazionale UIL
Roma, 11 settembre 2004
Oggi
è una bella giornata di settembre e io voglio ringraziare
tutti voi a nome di
tutta la Segreteria per aver voluto partecipare alla Assemblea
Nazionale della UIL. Oggi è anche l’11 settembre, una
triste data. Abbiamo voluto svolgere i lavori della nostra
Assemblea proprio in questa data, non solo per ricordare
insieme le vittime del terrorismo, ma anche per dimostrare
visibilmente che non siamo terrorizzati. I sentimenti che
queste vicende drammatiche ci ispirano sono il dolore per le
vittime e la
rabbia verso questi criminali. Noi continueremo a fare
esattamente quello che è nostro dovere fare: lavorare per una
società libera e democratica,
per far sì che essa continui ad essere libera e
democratica, non condizionata dal terrore; questa è la
migliore risposta che noi possiamo dare.
La
forza della nostra società sta esattamente in ciò: nel
riuscire ad avere sentimenti di pietà per le persone che
vengono colpite, tanti innocenti, vittime di questo
terrorismo, ma anche di essere
forti, credere profondamente in noi stessi, nei nostri
valori. Non vogliamo vivere nella paura.
Noi
abbiamo vissuto una
tragica esperienza nazionale di terrorismo, ne siamo usciti
per questa capacità di lottare e per la determinazione nel
volere essere liberi. Ci troviamo oggi di fronte ad un
terrorismo molto più insidioso e pericoloso, obiettivamente
molto più forte dal punto di vista delle risorse finanziarie,
militari e per il sostegno di cui gode. Ma per sconfiggerlo
credo che impiegheremo meno anni di quanti ne abbiamo
impiegati per battere il terrorismo in Italia, perché la
voglia di libertà non può essere sconfitta.
L’umanità
non torna indietro! Non torneremo a una epoca tribale e
oscura. Le persone, tutte le persone di questo mondo, a
prescindere dalla religione, dalle ideologie, dal
colore della pelle, hanno un’aspirazione
fondamentale: quella di essere liberi. E solo le società che
garantiscono la libertà sono le società che resistono,
quelle che sconfiggono tutti i disegni di morte. Ecco perché,
per parte nostra, abbiamo voluto dare questa dimostrazione.
Oggi è l’11 settembre e noi siamo qui a fare quello che
avremmo fatto anche se quel tragico 11 settembre non ci fosse
stato. Noi siamo qui a cercare di riflettere sui problemi che
la nostra società sta incontrando ed incontra, per rispondere
ad un sentimento diffuso che è quello della incertezza, della
preoccupazione per il nostro domani, per il futuro dei nostri
figli.
Milioni
di cittadini italiani si interrogano quasi ogni giorno su
aspetti fondamentali della propria esistenza. Che tipo di
lavoro avrò? Sarà migliore o peggiore di quello che ho? I
miei figli, dalla scuola al posto di lavoro, avranno
opportunità, qualche garanzia, qualche certezza?. I diversi
Istituti di previdenza avranno abbastanza soldi per pagarci la
pensione per tutti gli anni
che vivremo? Questioni fondamentali! E di fronte a
queste domande abbiamo un compito preciso: dobbiamo offrire
delle risposte. Non possiamo limitarci ad essere nel gruppo di
coloro che ricordano tutti i problemi e tutte le incertezze.
La nostra responsabilità sta nel dare delle risposte, nel
dare qualche assicurazione, nel fornire delle speranze per un
futuro migliore. Questo è il nostro compito.
E’
vero, ed è normale che un paese come l’Italia viva i
problemi, le contraddizioni,
le preoccupazioni, le fortune e anche i periodi grigi
così come accade in altri paesi europei e alla gran parte
delle società occidentali. In Italia però, in questi ultimi
anni, sono state fatte politiche che, in qualche modo, hanno
aggravato i nostri problemi. Senza farne l’elenco, voglio
però cercare di illustrare alcune riflessioni e una possibile
chiave di lettura per cercare
di comprendere ciò che è avvenuto e individuare le
vere cause di ciò che sta avvenendo.
Nella
nostra società è prevalsa l’idea, diventando
assolutamente prevalente, che tutto ciò che fosse
pubblico fosse sinonimo di corruzione, inefficienza e spreco.
E che quindi tutti i nostri problemi, tutte le nostre risposte
bisognava affidarle ad una specie di divinità salvifica: la
“privatizzazione”. L’idea era che in fondo i privati,
gli imprenditori sarebbero stati molto più bravi dei manager
pubblici, troppo condizionati dalla politica per gestire
settori importanti del bene pubblico. Questa visione ha
prodotto una risposta assolutamente sproporzionata rispetto al
problema. La cosa peggiore presente in questa filosofia,
divenuta una vera e propria ideologia, era l’idea che la
società dovesse conformarsi all’impresa. Di fatto,
l’impresa, invece di essere uno strumento più o meno
efficiente per raggiungere gli obiettivi che la società
indicava e di cui aveva bisogno (più sviluppo, più
occupazione, servizi efficienti), diventava il fine.
Si
è confuso il fine con lo strumento. L’impresa è apparsa
come il fine. E se l’impresa appare come il fine, gli
obiettivi anche pratici, diventano ben altri. Il bene pubblico
si trasforma in bene privato. Questo è il paradosso
nel quale noi stiamo cadendo e siamo caduti. Per cui la
ricerca della
riduzione dei costi diventa il fine, non lo strumento. Se
un’azienda fornisce l’acqua, l’efficienza serve a
produrre una quantità di acqua possibilmente di migliore
qualità, a costi
più bassi. Se invece il profitto diventa la meta, allora i
costi vengono ridotti per aumentare i profitti, non per avere dei servizi migliori o delle merci migliori. Questo è
stato quello che concettualmente ha scardinato il sistema e
prodotto danni in misura maggiore rispetto a quelli che quella
logica voleva sanare.
Questo
è stato aggravato dal fatto che il nostro sistema
imprenditoriale, il nostro sistema capitalistico non si sono
dimostrati all’altezza di quelli degli altri paesi. Accanto
a un certo numero di imprese virtuose e di imprenditori degni
di essere definiti tali, persone cioè che ricercano lo
sviluppo dell’impresa, e che investono per farla crescere,
c’è una quota eccessiva che ha un’idea dell’impresa che
io definisco “feudale”: l’impresa come una proprietà
personale o di famiglia. Lo scopo fondamentale non è quindi
il suo sviluppo, la crescita, ma il suo controllo. Quindi si
impedisce all’impresa di crescere, si sceglie di non
crescere perché questo metterebbe in pericolo il suo
controllo.
C’è
poi un altro limite naturale in un modello di capitalismo così
concepito. Quando si ereditano delle terre, difficilmente le
si può rovinare, magari si possono rendere un po’ più
efficienti e produttive. Quando si eredita un’impresa,
invece, scatta un meccanismo diverso: ogni tanto capita il
figlio stupido e l’impresa va a rotoli e questo produce
danni perché l’impresa, in quanto generatrice
di ricchezza, di lavoro e di sviluppo, è un bene
pubblico, non è solo un bene privato. La proprietà privata
c’è, ma le imprese hanno delle finalità sociali, è
scritto anche nella Costituzione e così avviene in tutti i
paesi, ivi compresi i più liberisti e i più liberali che
esistono. Quello di cui noi abbiamo bisogno è di riconfermare
un valore molto importante: le società
debbono essere guidate. Gli obiettivi di una società
sono un prodotto politico, pubblico, di partecipazione! Il
“pubblico” deve dire dove dobbiamo andare, quali sono gli
obiettivi che ci dobbiamo porre, mentre l’imprenditoria
privata è lo strumento per raggiungere quegli obiettivi. Si
può legittimamente concedere a persone che fanno gli
imprenditori e che mettono a disposizione la loro
capacità di inventiva, di coraggio, e di
immaginazione, di guadagnare più soldi, di avere molte più
risorse economiche, a patto che esse gestiscano queste risorse
e questo patrimonio verso gli obiettivi che la società, tutta
insieme, disegna.
Avviene
così anche nel paese che nel nostro immaginario è il più
liberista: gli Stati Uniti d’America. Lì la politica
economica la fa il Governo, la fa il Presidente, la fanno i
cittadini e non la fanno le multinazionali.
Per
quale strano motivo noi dobbiamo immaginare una società nella
quale invece gli obiettivi di fondo sono la conseguenza degli
interessi delle imprese? Il problema dell’occupazione, le
strategie, la politica economica da seguire, chi la decide?
Questo è ciò
che manca nel nostro paese. Dobbiamo riaffermare un concetto
importante: la ricchezza di una nazione, in una società come
la nostra, risiede nelle persone.
Nelle
persone! Nel loro spessore morale, civile, professionale.
Questa è la ricchezza di
una nazione nel XXI secolo, questo ne fa una nazione forte.
Siamo abituati ad un pensiero vecchio e antico: che possano
essere solo il numero delle fabbriche o la quantità di
petrolio o di materie prime possedute a far vincere la
competizione. Tutto quell’apparato non produce nulla se non
ci sono milioni di persone che hanno la capacità, la volontà,
il rigore morale, l’intelligenza politica
di sfruttare quelle risorse per obiettivi condivisi. E
così una società, basata sulla ricchezza delle persone, è ricca e
competitiva se le persone sono ricche e competitive e la
coesione non è un vincolo ma è una risorsa.
Molti
si interrogano se la nostra battaglia, che abbiamo cominciato
a condurre in questa direzione, sia semplicemente
un tentativo, un’operazione
puramente tattica. Noi invece siamo profondamente
convinti che ciò di cui questo Paese ha bisogno è lo
sviluppo, è la crescita. E per far questo non bisogna
dimenticare mai che essa
è possibile, è raggiungibile agendo su più leve, ed
in particolare sugli investimenti, l’innovazione, la
ricerca. Ma è soprattutto sulle persone che dobbiamo
investire.
La
ripartizione del reddito non è solo una questione sindacale.
Non è nemmeno una questione puramente di giustizia sociale:
è uno degli strumenti forse, il più importante, per
far sì che sviluppo non sia una parola vuota, ma una
meta raggiungibile. In società complesse, ricche come la
nostra, il cittadino, il lavoratore e il consumatore, sono una
persona sola e quindi a
questi dobbiamo delle risposte. La UIL ha fatto una dura
battaglia contro l’idea di un sindacato del “no”, di un
sindacato acefalo, incapace di pensare, di proporre, capace
solo di agire per reazione. Noi abbiamo fatto una dura
battaglia per cercare di schierare CGIL, CISL e UIL sul fronte
di un sindacato capace di proporre, risolvere e indicare
soluzioni, preoccupandosi soprattutto della crescita. Abbiamo
fatto una piattaforma, insieme a CGIL e CISL, sulle scelte di
politica economica da realizzare per puntare alla crescita:
quali investimenti, quale ricerca, quali politiche per il
mezzogiorno…. E ci siamo riusciti. Finalmente CGIL, CISL e
UIL, dopo i travagli degli inizi del XXI secolo, sono riuscite
a costruire una proposta importante, perchè coglieva il senso
profondo dei problemi della nostra società. La stessa
Confindustria ed il mondo politico hanno riconosciuto la bontà,
la necessità di costruire insieme una proposta di politica
economica, capace appunto di sostenere lo sviluppo.
Un
passo avanti importante, quindi. Cos’è che manca e che
ancora non siamo riusciti ad imporre? Molti ancora non
capiscono che le politiche di sviluppo senza la
ridistribuzione della ricchezza provocano dei danni e
non è solo una questione di carattere sindacale e sociale!
Un’inefficace
ridistribuzione è un potente fattore capace di impedire
crescita economica e sviluppo. Uno dei delegati, nel suo
intervento, ha ricordato il ’29. Nel 1929 c’è stata
un’inefficiente ridistribuzione, i salari crescevano molto
meno di quanto cresceva la capacità di produrre delle imprese
e della produttività, quindi c’è stato un crollo dei
consumi con conseguente crollo dell’economia. Qual è stata
la risposta che ha fatto uscire il sistema capitalistico
americano da questa grande crisi? Hanno
fatto il contrario di quello che i nostri
fondamentalisti e monetaristi ci spiegano: hanno
scommesso sulla ricchezza. Il bilancio dello stato ha fatto
dei debiti per dare i soldi ai cittadini che sono usciti dalla
crisi. I cittadini, avendo soldi, hanno cominciato a comprare,
le fabbriche hanno cominciato a funzionare e l’economia si
è ripresa.
Il
problema della diffusione e della ridistribuzione della
ricchezza è fondamentale nell’economia di mercato. Noi
dobbiamo denunciare e risolvere l’aspetto più preoccupante
della nostra situazione economica che è appunto quello di
un’iniqua e inefficiente distribuzione della ricchezza. In
tutti questi anni i prezzi sono aumentati molto di più dei
nostri salari e la nostra qualità della vita è peggiorata,
anche per questa via, si è prodotto un impoverimento di una
parte del paese e un arretramento generale della nostra
economia.
In
una società libera e democratica, se i meccanismi economici
producono una concentrazione della ricchezza, si determina
automaticamente un impoverimento dell’intera società.
Magari il 10% starà molto meglio, ma la società nel suo
insieme starà peggio. Questa è una cosa importante. Il
capitalismo è il più efficace meccanismo con il quale si
crea ricchezza ma crea anche molti guasti
e i sindacati servono proprio per riparare i guasti e
per impedire che la situazione sociale ed economica degeneri.
Quando
si parla delle strategie politiche per
risolvere questo problema, si deve parlare di politiche
fiscali e di politiche contrattuali. Visto che non esistono
altri strumenti per riequilibrare
i redditi, non dobbiamo essere titubanti nel momento in cui si
discute di riduzione delle tasse. Ovviamente ci sono già
molte pressioni per ridurre l’IRAP e cioè le tasse alle
imprese. Non solo a quelle buone e virtuose,
ma anche a quelle che hanno aumentato i prezzi senza
nessuna ragione e che hanno alimentato una grande
speculazione: a questi
vorremmo ridurre le tasse?
Perché
ci preoccupiamo di essere
accusati di demagogia? Noi siamo semplicemente molto
realisti quando spieghiamo che se ci saranno soldi disponibili
nel bilancio dello Stato per ridurre le tasse, bisogna ridurle
solo ai lavoratori dipendenti e ai pensionati! Solo a loro, perché così si fa non solo
un’azione di giustizia sociale, ma anche un’opera positiva
per far funzionare l’economia e lo sviluppo, perché
allargare il benessere è l’unica condizione per far sì che
il benessere cresca. Ecco perché noi proponiamo “tasse
zero” per i prossimi aumenti contrattuali!
Questa
è una buona politica. Anzi, poichè insistono
sull’esistenza di un grande cuneo fiscale” per cui
spiegano che per dare un aumento di 100 euro ne debbono
pagare 200, noi gli diciamo che questa è una strada
per ridurre il cuneo fiscale, anzi l’unica strada possibile,
visto che la riduzione dei contributi non è praticabile. Una
proposta semplice, concreta, che dà
il segno che si è compreso come funziona una società
complessa. E la politica contrattuale deve essere conseguente
a questa impostazione. Noi dobbiamo dire alla Confindustria e
a tutte le nostre controparti una semplice verità: se si
riconosce, come tutti riconoscono, che
esiste in Italia una questione salariale, cioè che noi
guadagniamo troppo poco e
per di più, per effetto delle speculazioni scandalose che ci
sono state, ci siamo anche relativamente impoveriti e che,
paragonati ai lavoratori di altri paesi, guadagniamo dal 30 al
40% di meno, ebbene la questione salariale non può essere
solo dichiarata o denunciata, deve essere risolta! Per
questo accanto a una politica fiscale
che sia ridistribuiva, occorre una politica
contrattuale che salvaguardi sul serio
i nostri redditi. Li salvaguardi sul serio, non a
parole, non come speranza. Perché nel periodo precedente,
durante la crisi del 92-93, abbiamo fatto a occhi aperti e a
mente sveglia scelte importanti: quando è stato necessario
essere rigorosi e chiedere
qualche sacrificio ai lavoratori dipendenti per salvare
il paese, l’abbiamo fatto. Ma quella stagione è finita.
Quell’epoca
è finita! Non ci devono chiedere di fare sacrifici perché
non servono e paradossalmente sarebbero negativi. Dobbiamo
spiegare che i modelli contrattuali del passato impediscono il
recupero dell’inflazione vera, sono modelli che debbono
essere modificati. E noi da persone serie, di buon senso e
capaci di pensare abbiamo offerto la nostra disponibilità a
modificarli. Anzi, abbiamo fatto di più, come ricordava
Adriano, abbiamo indicato dove si può modificare, e come
si possono migliorare i nostri modelli contrattuali. Ma se
fanno finta di non capire, o semplicemente sono prigionieri di
troppo cinismo e di troppo opportunismo, noi gli dobbiamo
dire, sempre con la chiarezza e la trasparenza che distingue
la nostra Organizzazione, che faremo una politica contrattuale
finalizzata a proteggere le persone che rappresentiamo e a
proteggerle seriamente e che questo sarà l’unico parametro
del quale terremo conto. Basta con l’inflazione programmata,
che è diventata una categoria dello spirito.
Sono
le nostre realtà, la percezione delle difficoltà e di ciò
che dobbiamo fare, che ci guideranno nella gestione della
politica contrattuale e non accetteremo provocazioni, perché
noi non abbiamo nessun motivo per accettare provocazioni. E se
qualcuno ci ricorderà che forse questa politica contrattuale
non corrisponde alla loro interpretazione dell’accordo del 23 luglio, gli risponderemo che quell’accordo, avendolo
loro liquidato, per noi non esiste più. E’ carta straccia.
Lo vogliamo dire adesso per chiarezza, proprio perché noi
siamo la UIL, un’organizzazione seria, che pensa, che
riflette, che discute, che si confronta ad alta voce, ad occhi
aperti e senza timori ne subalternità.
Un
sindacato, senza una chiara strategia su come si crea
occupazione, si crea sviluppo, si crea e si
diffonde benessere, è un sindacato che non va molto
lontano.
La
UIL ha nel suo DNA il senso del dovere.
Noi
siamo un sindacato – e vorrei rispondere così alla domanda
“perché ci devono votare” – che è orgoglioso dei suoi
valori, perché quando deve pensare ed elaborare politiche
sociali e politiche contrattuali si sforza di pensare e di
individuare quali sono i problemi dei lavoratori, dei propri
iscritti. Si sforza di capire qual è la risposta più
efficace, la migliore, non quella demagogica: quella che
razionalmente è in grado di risolvere questi problemi.
Proprio per questa nostra caratteristica quando diciamo che
siamo un sindacato fatto da persone libere, un sindacato
veramente indipendente, diciamo una cosa vera.
Per
questo ci devono votare! Perché siamo un sindacato fatto da
persone e qualche volta si può sbagliare: siamo esseri umani
ma non ripetiamo mai gli stessi sbagli e, soprattutto, non
prendiamo ordini da nessuno, non chiediamo ad altri quale sia
la politica giusta da fare. Per questo ci possono votare,
perché si possono fidare.
Si
possono fidare della nostra buona fede, perché rispondiamo
sempre di tutto ciò che facciamo e non ci nascondiamo mai
dietro ad altri. Per questo possiamo legittimamente chiedere
ai lavoratori di sostenerci, di darci un voto e la loro
fiducia.
C’è
la necessità di cambiare il pensiero economico nel nostro
paese perché oggi c’è un approccio ai problemi che io
considero sbagliato. Prendiamo ad esempio la vicenda Alitalia,
un’azienda che perde soldi, molti soldi, e peraltro, essendo
un’azienda pubblica perde
soldi nostri. Secondo molti, l’unica soluzione per evitare
che essa continui a perdere soldi è quella di tagliare.
Tagliare personale, ovviamente, e peggiorare le condizioni di
quelli che rimangono: questa sarebbe la ricetta.
Nell’immaginario di troppi italiani questa è la verità,
questa sembra l’unica soluzione.
Addirittura
speculano e spiegano che
se l’azienda non si salva è colpa dei sindacati, ai quali
viene inibito anche la possibilità di reagire perché, se
reagiscono, se protestano, questa è un’ottima scusa,
un’ottima argomentazione per dire: vedete, non solo sono
colpevoli, ma perseverano nell’errore, quindi è giusto
chiuderla.
Molti
dimenticano però che la responsabilità maggiore è stata dei
gruppi dirigenti che si sono via via susseguiti alla guida di
quell’azienda e che l’hanno dissanguata.
Sapete
quanti dirigenti Alitalia hanno qualche azienda, o sono soci
di qualche azienda, o amici di proprietari di qualche azienda,
a cui affidano i lavori? Tantissimi! Sapete che
è una prassi il fatto di licenziare i dirigenti, dar
loro grandi
liquidazioni e riassumerli a cifre astronomiche come
consulenti? Ma voi pensate che un’azienda che ha tutti
questi problemi si risollevi tagliando il personale? Se
l’azienda viene semplicemente tagliata, cosa accadrà? Che
ci saranno delle perdite nei prossimi mesi e poi, siccome il
fatturato, cioè la capacità di produrre ricchezza, di far
viaggiare la gente, di farne viaggiare sempre di più,
diminuirà, ovviamente continueranno a prodursi delle perdite.
Quindi bisognerà fare un
altro taglio e chiudere l’azienda perché è l’unica
soluzione per evitare le perdite.
Questo
è un modo di pensare alla politica industriale e alla
politica economica del
nostro Paese, che prima cestiniamo, che prima rottamiamo, e
meglio è per tutti.
Noi
abbiamo bisogno di fare l’esatto contrario. L’Alitalia,
così come il
resto delle imprese, ha bisogno di svilupparsi, di crescere in
termini di fatturato, di fare più rotte, di trasportare più
passeggeri. Poi ci possono chiedere legittimamente di far sì
che i soldi che vengono investiti siano produttivi, che la
gente in Alitalia lavori come lavorano
i tedeschi, i francesi, gli inglesi, e noi
risponderemo: con la stessa coerenza di sempre! Questa è
una politica per salvare un’azienda come l’Alitalia,
non per i prossimi venti mesi,
ma per salvarla per i prossimi venti anni.
Questa
è la nostra linea, quella di un sindacato che sappia fare con
determinazione e consapevolezza le scelte giuste. Questo è il
confronto che noi chiediamo alle nostre controparti e al
governo.
Il
Governo è veramente
confuso e non sa – avendo ormai smarrito la rotta iniziale
– non sa più qual è la politica che bisogna fare. Il
sindacato, la UIL deve indicare al Governo le cose da fare, chiedere di mantenere un comportamento
lineare sulla politica economica, contrastare tutte le scelte
del Governo che noi riteniamo sbagliate, dannose per noi e per
il paese e ovviamente cercare di indirizzarlo verso una
politica economica più virtuosa. Questa è la nostra
prospettiva. Quando il Governo pensa di ridurre il deficit
dello Stato non rinnovando i contratti del pubblico impiego,
fa una cosa stupida - non saprei definirla in nessun altro
modo. Tutti, a partire dallo stesso Governo, sanno
perfettamente che quei contratti bisognerà rinnovarli, che
implacabilmente li rinnoveranno, che dovranno trovare le
risorse necessarie per rinnovare questi contratti. E allora
per quale intelligente strategia politica preferiscono invece
gli scioperi? Devono esacerbare l’animo dei lavoratori
pubblici, devono metterli nelle condizioni di avere un
atteggiamento negativo nei confronti delle Direzioni e
dell’amministrazione, quando avrebbero bisogno dell’esatto
contrario? Il paese ha bisogno di un’amministrazione
pubblica efficiente, ma i dipendenti, i lavoratori bisogna
motivarli, bisogna dare un senso al loro lavoro,
bisogna che almeno la
maggioranza si senta coinvolta e non si senta estranea. Ecco
perché fanno una politica stupida, perché quello di
rinnovare i contratti è anche un loro interesse, non solo
nostro.
Allora
vogliamo dire anche al Governo che non si facesse troppe
illusioni. Noi abbiamo bisogno di una buona politica e una
buona politica – lo ribadisco per l’ennesima volta
– nel nostro paese come in tutte le società è una politica
che fa crescere e diffondere la ricchezza e il benessere dei
suoi cittadini.
Il
compito dello Stato e dell’Amministrazione pubblica non è
quello di favorire la concentrazione della ricchezza: è
esattamente il
contrario. Quindi, fare una buona politica fiscale, fare una
buona politica contrattuale, dare un buon esempio agli
imprenditori privati, è esattamente ciò di cui abbiamo
bisogno ed è ciò che dobbiamo imporre a questo Governo e a
questa maggioranza.
Questo
è ciò che noi faremo! Vi abbiamo proposto una politica
sindacale che consideriamo giusta, condivisibile, attenta ai
problemi delle persone. Noi non dubitiamo che essa sia la
migliore e, aggiungo, neanche dubitiamo del fatto che
questa è obiettivamente l’unica strada per uscire
dalla crisi, anche se pensiamo che ci metteremo un po’ più
di tempo a convincere tutti coloro che sono dubbiosi e
confusi.
Lo
faremo con la nostra laicità, con lo spirito al dialogo,
senza prepotenza né presunzione e siamo anche convinti che,
alla fine, ci riusciremo e riusciremo a costruire
la posizione di un Sindacato Confederale in Italia in
grado di essere sul serio uno dei più autorevoli soggetti per
lo sviluppo, il più autorevole, come è nella nostra storia e
tradizione. Abbiamo bisogno però di piccoli cambiamenti anche
dentro di noi, nel nostro atteggiamento. Noi non possiamo
essere un’Organizzazione in cui ci sono molti che hanno una
visione contemplativa della lotta politica. Non possiamo
contemplare una buona posizione ed aspettare che essa,
semplicemente perché è buona, vinca da sola, o
qualcun altro la faccia vincere a nome nostro, e poi magari
lamentarsi di ciò. Ecco, noi abbiamo bisogno di piccole
correzioni. Questa politica per affermarsi ha
bisogno della vostra mobilitazione, del vostro impegno
e dell’impegno di tutte quelle centinaia di migliaia di
lavoratori che stanno nella UIL e che ci credono, allora
saremo molto più veloci
e molto più efficaci nel risolvere questi
problemi e
potremo dire sul serio che noi siamo un sindacato, non solo un
buon sindacato indipendente, fatto da uomini liberi
e non solo un sindacato che vuole la modernità, ma
anche un sindacato vincente, perché noi abbiamo una sola
strada, quella di continuare a vincere.
Non possiamo vincere però contro
la nostra volontà. Dobbiamo essere tutti convinti e darci
da fare perché un sindacato moderno e vincente come la
UIL sia sul serio protagonista e risponda alle questioni
fondamentali che ci
propongono coloro che ci guardano e coloro che sono iscritti
alla UIL: essere un potente strumento per dare speranze,
speranze fondate, al loro futuro.
TORNA
ALLA HOME
|