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INTERVENTI

Assemblea Nazionale UIL

Roma, 11 settembre 2004

Oggi è una bella giornata di settembre e io voglio ringraziare tutti voi a nome  di tutta la Segreteria per aver voluto partecipare alla Assemblea Nazionale della UIL. Oggi è anche l’11 settembre, una triste data. Abbiamo voluto svolgere i lavori della nostra Assemblea proprio in questa data, non solo per ricordare insieme le vittime del terrorismo, ma anche per dimostrare visibilmente che non siamo terrorizzati. I sentimenti che queste vicende drammatiche ci ispirano sono il dolore per le vittime e  la rabbia verso questi criminali. Noi continueremo a fare esattamente quello che è nostro dovere fare: lavorare per una società libera e democratica,  per far sì che essa continui ad essere libera e democratica, non condizionata dal terrore; questa è la migliore risposta che noi possiamo dare.

La forza della nostra società sta esattamente in ciò: nel riuscire ad avere sentimenti di pietà per le persone che vengono colpite, tanti innocenti, vittime di questo terrorismo, ma anche di essere  forti, credere profondamente in noi stessi, nei nostri valori. Non vogliamo vivere nella paura.

Noi abbiamo vissuto  una tragica esperienza nazionale di terrorismo, ne siamo usciti per questa capacità di lottare e per la determinazione nel volere essere liberi. Ci troviamo oggi di fronte ad un terrorismo molto più insidioso e pericoloso, obiettivamente molto più forte dal punto di vista delle risorse finanziarie, militari e per il sostegno di cui gode. Ma per sconfiggerlo credo che impiegheremo meno anni di quanti ne abbiamo impiegati per battere il terrorismo in Italia, perché la voglia di libertà non può essere sconfitta.

L’umanità non torna indietro! Non torneremo a una epoca tribale e oscura. Le persone, tutte le persone di questo mondo, a prescindere dalla religione, dalle ideologie, dal  colore della pelle, hanno un’aspirazione fondamentale: quella di essere liberi. E solo le società che garantiscono la libertà sono le società che resistono, quelle che sconfiggono tutti i disegni di morte. Ecco perché, per parte nostra, abbiamo voluto dare questa dimostrazione. Oggi è l’11 settembre e noi siamo qui a fare quello che avremmo fatto anche se quel tragico 11 settembre non ci fosse stato. Noi siamo qui a cercare di riflettere sui problemi che la nostra società sta incontrando ed incontra, per rispondere ad un sentimento diffuso che è quello della incertezza, della preoccupazione per il nostro domani, per il futuro dei nostri figli.

Milioni di cittadini italiani si interrogano quasi ogni giorno su aspetti fondamentali della propria esistenza. Che tipo di lavoro avrò? Sarà migliore o peggiore di quello che ho? I miei figli, dalla scuola al posto di lavoro, avranno opportunità, qualche garanzia, qualche certezza?. I diversi Istituti di previdenza avranno abbastanza soldi per pagarci la pensione per tutti gli anni  che vivremo? Questioni fondamentali! E di fronte a queste domande abbiamo un compito preciso: dobbiamo offrire delle risposte. Non possiamo limitarci ad essere nel gruppo di coloro che ricordano tutti i problemi e tutte le incertezze. La nostra responsabilità sta nel dare delle risposte, nel dare qualche assicurazione, nel fornire delle speranze per un futuro migliore. Questo è il nostro compito.

E’ vero, ed è normale che un paese come l’Italia viva i problemi, le contraddizioni,  le preoccupazioni, le fortune e anche i periodi grigi così come accade in altri paesi europei e alla gran parte delle società occidentali. In Italia però, in questi ultimi anni, sono state fatte politiche che, in qualche modo, hanno aggravato i nostri problemi. Senza farne l’elenco, voglio però cercare di illustrare alcune riflessioni e una possibile chiave di lettura per cercare  di comprendere ciò che è avvenuto e individuare le vere cause di ciò che sta avvenendo.

Nella nostra società è prevalsa l’idea, diventando  assolutamente prevalente, che tutto ciò che fosse pubblico fosse sinonimo di corruzione, inefficienza e spreco. E che quindi tutti i nostri problemi, tutte le nostre risposte bisognava affidarle ad una specie di divinità salvifica: la “privatizzazione”. L’idea era che in fondo i privati, gli imprenditori sarebbero stati molto più bravi dei manager pubblici, troppo condizionati dalla politica per gestire settori importanti del bene pubblico. Questa visione ha prodotto una risposta assolutamente sproporzionata rispetto al problema. La cosa peggiore presente in questa filosofia, divenuta una vera e propria ideologia, era l’idea che la società dovesse conformarsi all’impresa. Di fatto, l’impresa, invece di essere uno strumento più o meno efficiente per raggiungere gli obiettivi che la società indicava e di cui aveva bisogno (più sviluppo, più occupazione, servizi efficienti), diventava il fine.

Si è confuso il fine con lo strumento. L’impresa è apparsa come il fine. E se l’impresa appare come il fine, gli obiettivi anche pratici, diventano ben altri. Il bene pubblico si trasforma in bene privato. Questo è il paradosso  nel quale noi stiamo cadendo e siamo caduti. Per cui la ricerca  della riduzione dei costi diventa il fine, non lo strumento. Se un’azienda fornisce l’acqua, l’efficienza serve a produrre una quantità di acqua possibilmente di migliore qualità,  a costi più bassi. Se invece il profitto diventa la meta, allora i costi vengono ridotti per aumentare i profitti, non per  avere dei servizi migliori o delle merci migliori. Questo è stato quello che concettualmente ha scardinato il sistema e prodotto danni in misura maggiore rispetto a quelli che quella logica voleva sanare.

Questo è stato aggravato dal fatto che il nostro sistema imprenditoriale, il nostro sistema capitalistico non si sono dimostrati all’altezza di quelli degli altri paesi. Accanto a un certo numero di imprese virtuose e di imprenditori degni di essere definiti tali, persone cioè che ricercano lo sviluppo dell’impresa, e che investono per farla crescere, c’è una quota eccessiva che ha un’idea dell’impresa che io definisco “feudale”: l’impresa come una proprietà personale o di famiglia. Lo scopo fondamentale non è quindi il suo sviluppo, la crescita, ma il suo controllo. Quindi si impedisce all’impresa di crescere, si sceglie di non crescere perché questo metterebbe in pericolo il suo controllo.

C’è poi un altro limite naturale in un modello di capitalismo così concepito. Quando si ereditano delle terre, difficilmente le si può rovinare, magari si possono rendere un po’ più efficienti e produttive. Quando si eredita un’impresa, invece, scatta un meccanismo diverso: ogni tanto capita il figlio stupido e l’impresa va a rotoli e questo produce danni perché l’impresa, in quanto generatrice  di ricchezza, di lavoro e di sviluppo, è un bene pubblico, non è solo un bene privato. La proprietà privata c’è, ma le imprese hanno delle finalità sociali, è scritto anche nella Costituzione e così avviene in tutti i paesi, ivi compresi i più liberisti e i più liberali che esistono. Quello di cui noi abbiamo bisogno è di riconfermare un valore molto importante: le società  debbono essere guidate. Gli obiettivi di una società sono un prodotto politico, pubblico, di partecipazione! Il “pubblico” deve dire dove dobbiamo andare, quali sono gli obiettivi che ci dobbiamo porre, mentre l’imprenditoria privata è lo strumento per raggiungere quegli obiettivi. Si può legittimamente concedere a persone che fanno gli imprenditori e che mettono a disposizione la loro  capacità di inventiva, di coraggio, e di immaginazione, di guadagnare più soldi, di avere molte più risorse economiche, a patto che esse gestiscano queste risorse e questo patrimonio verso gli obiettivi che la società, tutta insieme, disegna.

Avviene così anche nel paese che nel nostro immaginario è il più liberista: gli Stati Uniti d’America. Lì la politica economica la fa il Governo, la fa il Presidente, la fanno i cittadini e non la fanno le multinazionali.

Per quale strano motivo noi dobbiamo immaginare una società nella quale invece gli obiettivi di fondo sono la conseguenza degli interessi delle imprese? Il problema dell’occupazione, le strategie, la politica economica da seguire, chi la decide? Questo è  ciò che manca nel nostro paese. Dobbiamo riaffermare un concetto importante: la ricchezza di una nazione, in una società come la nostra, risiede nelle persone.

Nelle persone! Nel loro spessore morale, civile, professionale. Questa è la ricchezza  di una nazione nel XXI secolo, questo ne fa una nazione forte. Siamo abituati ad un pensiero vecchio e antico: che possano essere solo il numero delle fabbriche o la quantità di  petrolio o di materie prime possedute a far vincere la competizione. Tutto quell’apparato non produce nulla se non ci sono milioni di persone che hanno la capacità, la volontà, il rigore morale, l’intelligenza politica  di sfruttare quelle risorse per obiettivi condivisi. E così una  società, basata sulla ricchezza delle persone, è ricca e competitiva se le persone sono ricche e competitive e la coesione non è un vincolo ma è una risorsa.

Molti si interrogano se la nostra battaglia, che abbiamo cominciato a condurre in questa direzione, sia semplicemente  un tentativo, un’operazione  puramente tattica. Noi invece siamo profondamente convinti che ciò di cui questo Paese ha bisogno è lo sviluppo, è la crescita. E per far questo non bisogna dimenticare mai che essa  è possibile, è raggiungibile agendo su più leve, ed in particolare sugli investimenti, l’innovazione, la ricerca. Ma è soprattutto sulle persone che dobbiamo investire.

La ripartizione del reddito non è solo una questione sindacale. Non è nemmeno una questione puramente di giustizia sociale: è uno degli strumenti forse, il più importante, per  far sì che sviluppo non sia una parola vuota, ma una meta raggiungibile. In società complesse, ricche come la nostra, il cittadino, il lavoratore e il consumatore, sono una persona sola e quindi  a questi dobbiamo delle risposte. La UIL ha fatto una dura battaglia contro l’idea di un sindacato del “no”, di un sindacato acefalo, incapace di pensare, di proporre, capace solo di agire per reazione. Noi abbiamo fatto una dura battaglia per cercare di schierare CGIL, CISL e UIL sul fronte di un sindacato capace di proporre, risolvere e indicare soluzioni, preoccupandosi soprattutto della crescita. Abbiamo fatto una piattaforma, insieme a CGIL e CISL, sulle scelte di politica economica da realizzare per puntare alla crescita: quali investimenti, quale ricerca, quali politiche per il mezzogiorno…. E ci siamo riusciti. Finalmente CGIL, CISL e UIL, dopo i travagli degli inizi del XXI secolo, sono riuscite a costruire una proposta importante, perchè coglieva il senso profondo dei problemi della nostra società. La stessa Confindustria ed il mondo politico hanno riconosciuto la bontà, la necessità di costruire insieme una proposta di politica economica, capace appunto di sostenere lo sviluppo.

Un passo avanti importante, quindi. Cos’è che manca e che ancora non siamo riusciti ad imporre? Molti ancora non capiscono che le politiche di sviluppo senza la  ridistribuzione della ricchezza provocano dei danni e non è solo una questione di carattere sindacale e sociale!

Un’inefficace ridistribuzione è un potente fattore capace di impedire crescita economica e sviluppo. Uno dei delegati, nel suo intervento, ha ricordato il ’29. Nel 1929 c’è stata un’inefficiente ridistribuzione, i salari crescevano molto meno di quanto cresceva la capacità di produrre delle imprese e della produttività, quindi c’è stato un crollo dei consumi con conseguente crollo dell’economia. Qual è stata la risposta che ha fatto uscire il sistema capitalistico americano da questa grande crisi? Hanno  fatto il contrario di quello che i nostri  fondamentalisti e monetaristi ci spiegano: hanno scommesso sulla ricchezza. Il bilancio dello stato ha fatto dei debiti per dare i soldi ai cittadini che sono usciti dalla crisi. I cittadini, avendo soldi, hanno cominciato a comprare, le fabbriche hanno cominciato a funzionare e l’economia si è ripresa.

Il problema della diffusione e della ridistribuzione della ricchezza è fondamentale nell’economia di mercato. Noi dobbiamo denunciare e risolvere l’aspetto più preoccupante della nostra situazione economica che è appunto quello di un’iniqua e inefficiente distribuzione della ricchezza. In tutti questi anni i prezzi sono aumentati molto di più dei nostri salari e la nostra qualità della vita è peggiorata, anche per questa via, si è prodotto un impoverimento di una parte del paese e un arretramento generale della nostra economia.

In una società libera e democratica, se i meccanismi economici producono una concentrazione della ricchezza, si determina automaticamente un impoverimento dell’intera società. Magari il 10% starà molto meglio, ma la società nel suo insieme starà peggio. Questa è una cosa importante. Il capitalismo è il più efficace meccanismo con il quale si crea ricchezza ma crea anche molti guasti  e i sindacati servono proprio per riparare i guasti e per impedire che la situazione sociale ed economica degeneri.

Quando si parla delle strategie politiche per  risolvere questo problema, si deve parlare di politiche fiscali e di politiche contrattuali. Visto che non esistono altri strumenti per  riequilibrare i redditi, non dobbiamo essere titubanti nel momento in cui si discute di riduzione delle tasse. Ovviamente ci sono già molte pressioni per ridurre l’IRAP e cioè le tasse alle imprese. Non solo a quelle buone e virtuose,  ma anche a quelle che hanno aumentato i prezzi senza nessuna ragione e che hanno alimentato una grande speculazione: a  questi vorremmo ridurre le tasse?

Perché ci preoccupiamo di essere  accusati di demagogia? Noi siamo semplicemente molto realisti quando spieghiamo che se ci saranno soldi disponibili nel bilancio dello Stato per ridurre le tasse, bisogna ridurle solo ai lavoratori dipendenti e  ai pensionati! Solo a loro, perché così si fa non solo un’azione di giustizia sociale, ma anche un’opera positiva per far funzionare l’economia e lo sviluppo, perché allargare il benessere è l’unica condizione per far sì che il benessere cresca. Ecco perché noi proponiamo “tasse zero” per i prossimi aumenti contrattuali!

Questa è una buona politica. Anzi, poichè insistono sull’esistenza di un grande cuneo fiscale” per cui spiegano che per dare un aumento di 100 euro ne debbono  pagare 200, noi gli diciamo che questa è una strada per ridurre il cuneo fiscale, anzi l’unica strada possibile, visto che la riduzione dei contributi non è praticabile. Una proposta semplice, concreta, che dà  il segno che si è compreso come funziona una società complessa. E la politica contrattuale deve essere conseguente a questa impostazione. Noi dobbiamo dire alla Confindustria e a tutte le nostre controparti una semplice verità: se si riconosce, come tutti riconoscono, che  esiste in Italia una questione salariale, cioè che noi guadagniamo troppo poco  e per di più, per effetto delle speculazioni scandalose che ci sono state, ci siamo anche relativamente impoveriti e che, paragonati ai lavoratori di altri paesi, guadagniamo dal 30 al 40% di meno, ebbene la questione salariale non può essere solo dichiarata o denunciata, deve essere risolta! Per questo accanto a una politica fiscale  che sia ridistribuiva, occorre una politica contrattuale che salvaguardi sul serio  i nostri redditi. Li salvaguardi sul serio, non a parole, non come speranza. Perché nel periodo precedente, durante la crisi del 92-93, abbiamo fatto a occhi aperti e a mente sveglia scelte importanti: quando è stato necessario essere rigorosi e chiedere  qualche sacrificio ai lavoratori dipendenti per salvare il paese, l’abbiamo fatto. Ma quella stagione è finita.

Quell’epoca è finita! Non ci devono chiedere di fare sacrifici perché non servono e paradossalmente sarebbero negativi. Dobbiamo spiegare che i modelli contrattuali del passato impediscono il recupero dell’inflazione vera, sono modelli che debbono essere modificati. E noi da persone serie, di buon senso e capaci di pensare abbiamo offerto la nostra disponibilità a modificarli. Anzi, abbiamo fatto di più, come ricordava Adriano, abbiamo indicato dove si può modificare, e come si possono migliorare i nostri modelli contrattuali. Ma se fanno finta di non capire, o semplicemente sono prigionieri di troppo cinismo e di troppo opportunismo, noi gli dobbiamo dire, sempre con la chiarezza e la trasparenza che distingue la nostra Organizzazione, che faremo una politica contrattuale finalizzata a proteggere le persone che rappresentiamo e a proteggerle seriamente e che questo sarà l’unico parametro del quale terremo conto. Basta con l’inflazione programmata, che è diventata una categoria dello spirito.

Sono le nostre realtà, la percezione delle difficoltà e di ciò che dobbiamo fare, che ci guideranno nella gestione della politica contrattuale e non accetteremo provocazioni, perché noi non abbiamo nessun motivo per accettare provocazioni. E se qualcuno ci ricorderà che forse questa politica contrattuale non corrisponde alla loro interpretazione dell’accordo  del 23 luglio, gli risponderemo che quell’accordo, avendolo loro liquidato, per noi non esiste più. E’ carta straccia. Lo vogliamo dire adesso per chiarezza, proprio perché noi siamo la UIL, un’organizzazione seria, che pensa, che riflette, che discute, che si confronta ad alta voce, ad occhi aperti e senza timori ne subalternità.

Un sindacato, senza una chiara strategia su come si crea occupazione, si crea sviluppo, si crea e si  diffonde benessere, è un sindacato che non va molto lontano.

La UIL ha nel suo DNA il senso del dovere.

Noi siamo un sindacato – e vorrei rispondere così alla domanda “perché ci devono votare” – che è orgoglioso dei suoi valori, perché quando deve pensare ed elaborare politiche sociali e politiche contrattuali si sforza di pensare e di individuare quali sono i problemi dei lavoratori, dei propri iscritti. Si sforza di capire qual è la risposta più efficace, la migliore, non quella demagogica: quella che  razionalmente è in grado di risolvere questi problemi. Proprio per questa nostra caratteristica quando diciamo che siamo un sindacato fatto da persone libere, un sindacato veramente indipendente, diciamo una cosa vera.

Per questo ci devono votare! Perché siamo un sindacato fatto da persone e qualche volta si può sbagliare: siamo esseri umani ma non ripetiamo mai gli stessi sbagli e, soprattutto, non prendiamo ordini da nessuno, non chiediamo ad altri quale sia la politica giusta da fare. Per questo ci possono votare, perché si possono fidare.

Si possono fidare della nostra buona fede, perché rispondiamo sempre di tutto ciò che facciamo e non ci nascondiamo mai dietro ad altri. Per questo possiamo legittimamente chiedere ai lavoratori di sostenerci, di darci un voto e la loro fiducia.

C’è la necessità di cambiare il pensiero economico nel nostro paese perché oggi c’è un approccio ai problemi che io considero sbagliato. Prendiamo ad esempio la vicenda Alitalia, un’azienda che perde soldi, molti soldi, e peraltro, essendo un’azienda pubblica  perde soldi nostri. Secondo molti, l’unica soluzione per evitare che essa continui a perdere soldi è quella di tagliare. Tagliare personale, ovviamente, e peggiorare le condizioni di quelli che rimangono: questa sarebbe la ricetta. Nell’immaginario di troppi italiani questa è la verità, questa sembra l’unica soluzione.

Addirittura speculano e spiegano  che se l’azienda non si salva è colpa dei sindacati, ai quali viene inibito anche la possibilità di reagire perché, se reagiscono, se protestano, questa è un’ottima scusa, un’ottima argomentazione per dire: vedete, non solo sono colpevoli, ma perseverano nell’errore, quindi è giusto chiuderla.

Molti dimenticano però che la responsabilità maggiore è stata dei gruppi dirigenti che si sono via via susseguiti alla guida di quell’azienda e che l’hanno dissanguata.

Sapete quanti dirigenti Alitalia hanno qualche azienda, o sono soci di qualche azienda, o amici di proprietari di qualche azienda, a cui affidano i lavori? Tantissimi! Sapete che  è una prassi il fatto di licenziare i dirigenti, dar loro  grandi liquidazioni e riassumerli a cifre astronomiche come consulenti? Ma voi pensate che un’azienda che ha tutti  questi problemi si risollevi tagliando il personale? Se l’azienda viene semplicemente tagliata, cosa accadrà? Che ci saranno delle perdite nei prossimi mesi e poi, siccome il fatturato, cioè la capacità di produrre ricchezza, di far viaggiare la gente, di farne viaggiare sempre di più, diminuirà, ovviamente continueranno a prodursi delle perdite. Quindi bisognerà fare  un altro taglio e chiudere l’azienda perché è l’unica soluzione per evitare le perdite.

Questo è un modo di pensare alla politica industriale e alla politica economica  del nostro Paese, che prima cestiniamo, che prima rottamiamo, e meglio è per tutti.

Noi abbiamo bisogno di fare l’esatto contrario. L’Alitalia, così  come il resto delle imprese, ha bisogno di svilupparsi, di crescere in termini di fatturato, di fare più rotte, di trasportare più passeggeri. Poi ci possono chiedere legittimamente di far sì che i soldi che vengono investiti siano produttivi, che la gente in Alitalia lavori come lavorano  i tedeschi, i francesi, gli inglesi, e noi risponderemo: con la stessa coerenza di sempre! Questa è  una politica per salvare un’azienda come l’Alitalia, non per i prossimi venti mesi,  ma per salvarla per i prossimi venti anni.

Questa è la nostra linea, quella di un sindacato che sappia fare con determinazione e consapevolezza le scelte giuste. Questo è il confronto che noi chiediamo alle nostre controparti e al governo.

Il Governo è  veramente confuso e non sa – avendo ormai smarrito la rotta iniziale – non sa più qual è la politica che bisogna fare. Il sindacato, la UIL deve indicare al Governo  le cose da fare, chiedere di mantenere un comportamento lineare sulla politica economica, contrastare tutte le scelte del Governo che noi riteniamo sbagliate, dannose per noi e per il paese e ovviamente cercare di indirizzarlo verso una politica economica più virtuosa. Questa è la nostra prospettiva. Quando il Governo pensa di ridurre il deficit dello Stato non rinnovando i contratti del pubblico impiego, fa una cosa stupida - non saprei definirla in nessun altro modo. Tutti, a partire dallo stesso Governo, sanno perfettamente che quei contratti bisognerà rinnovarli, che implacabilmente li rinnoveranno, che dovranno trovare le risorse necessarie per rinnovare questi contratti. E allora per quale intelligente strategia politica preferiscono invece gli scioperi? Devono esacerbare l’animo dei lavoratori pubblici, devono metterli nelle condizioni di avere un atteggiamento negativo nei confronti delle Direzioni e dell’amministrazione, quando avrebbero bisogno dell’esatto contrario? Il paese ha bisogno di un’amministrazione pubblica efficiente, ma i dipendenti, i lavoratori bisogna  motivarli, bisogna dare un senso al loro lavoro, bisogna che almeno  la maggioranza si senta coinvolta e non si senta estranea. Ecco perché fanno una politica stupida, perché quello di rinnovare i contratti è anche un loro interesse, non solo nostro.

Allora vogliamo dire anche al Governo che non si facesse troppe illusioni. Noi abbiamo bisogno di una buona politica e una  buona politica – lo ribadisco per l’ennesima volta – nel nostro paese come in tutte le società è una politica che fa crescere e diffondere la ricchezza e il benessere dei suoi cittadini.

Il compito dello Stato e dell’Amministrazione pubblica non è quello di favorire la concentrazione della ricchezza: è esattamente  il contrario. Quindi, fare una buona politica fiscale, fare una buona politica contrattuale, dare un buon esempio agli imprenditori privati, è esattamente ciò di cui abbiamo bisogno ed è ciò che dobbiamo imporre a questo Governo e a questa maggioranza.

Questo è ciò che noi faremo! Vi abbiamo proposto una politica sindacale che consideriamo giusta, condivisibile, attenta ai problemi delle persone. Noi non dubitiamo che essa sia la migliore e, aggiungo, neanche dubitiamo del fatto che  questa è obiettivamente l’unica strada per uscire dalla crisi, anche se pensiamo che ci metteremo un po’ più di tempo a convincere tutti coloro che sono dubbiosi e confusi.

Lo faremo con la nostra laicità, con lo spirito al dialogo, senza prepotenza né presunzione e siamo anche convinti che, alla fine, ci riusciremo e riusciremo a costruire  la posizione di un Sindacato Confederale in Italia in grado di essere sul serio uno dei più autorevoli soggetti per lo sviluppo, il più autorevole, come è nella nostra storia e tradizione. Abbiamo bisogno però di piccoli cambiamenti anche dentro di noi, nel nostro atteggiamento. Noi non possiamo essere un’Organizzazione in cui ci sono molti che hanno una visione contemplativa della lotta politica. Non possiamo contemplare una buona posizione ed aspettare che essa,  semplicemente perché è buona, vinca da sola, o qualcun altro la faccia vincere a nome nostro, e poi magari lamentarsi di ciò. Ecco, noi abbiamo bisogno di piccole correzioni. Questa politica per affermarsi ha  bisogno della vostra mobilitazione, del vostro impegno e dell’impegno di tutte quelle centinaia di migliaia di lavoratori che stanno nella UIL e che ci credono, allora saremo molto più  veloci e molto più efficaci nel risolvere questi problemi e potremo dire sul serio che noi siamo un sindacato, non solo un buon sindacato indipendente, fatto da uomini liberi  e non solo un sindacato che vuole la modernità, ma anche un sindacato vincente, perché noi abbiamo una sola strada, quella di continuare a vincere.

Non possiamo vincere però contro la nostra volontà. Dobbiamo essere tutti convinti e darci  da fare perché un sindacato moderno e vincente come la UIL sia sul serio protagonista e risponda alle questioni fondamentali che  ci propongono coloro che ci guardano e coloro che sono iscritti alla UIL: essere un potente strumento per dare speranze, speranze fondate, al loro futuro.

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