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INTERVENTI
VIII° Assemblea Nazionale UIL Artigianato - PMI
Organizzazione, contrattazione,
bilateralità, formazione.
Intervento di Luigi Angeletti, Segretario Generale UIL
Inizierò il mio intervento sottolineando come, spesso,
all’interno di un confronto si tenda a confondere gli strumenti
con gli obiettivi, falsando, così, tutto il piano del
dibattito. Lo stesso sistema delle relazioni industriali è uno
strumento e non un obiettivo, che va costruito e tarato tenendo
conto della realtà politica, sociale ed economica nella quale va
applicato, che è quindi contingente alla situazione storico -
economica di riferimento: quando mutano le condizioni del quadro
di applicazione anche il modello va modificato, perché non
perda, così, la sua efficacia.
Oggi, il cambiamento del modello contrattuale è una questione
che non ha ancora trovato soluzione all’interno del confronto
tra le organizzazioni sindacali. L’opposizione della CGIL nasce
dal fatto che questo sindacato confonde gli obiettivi con gli
strumenti: alla base vi è la mancanza di chiarezza sia sugli
obiettivi economici sia sugli obiettivi politici. La CGIL non ha
chiara la politica economica da perseguire, perché è
condizionata dal quadro politico, ma non ha neanche chiaro gli
obiettivi di politica contrattuale, nonostante che questi siano
indipendenti dal quadro politico: il vero nodo della questione è
la confusione che si fa tra lo strumento e l’obiettivo.
Noi, facendo attenzione a non cadere nell’equivoco, cerchiamo
di individuare prima gli obiettivi e poi quali siano gli
strumenti più coerenti per raggiungerli. Oggi l’obiettivo
fondamentale da perseguire in Italia è “la crescita economica”.
Lo stato di stagnazione economica sta determinando tutti i
problemi sui quali si concentra l’attenzione: l’eccessivo
deficit pubblico del bilancio dello Stato; l’impossibilità di
scendere del debito pubblico; l’ossessione, fondata o meno, che
un rialzo dei tassi di interesse porterebbe il Paese in una vera
crisi non finanziaria, ma economica. Tutti questi problemi
dipendono dal fatto che il Paese non cresce abbastanza.
Fin dal suo insediamento l’attuale Governo ha fatto la scelta
di evitare drastiche operazioni di risanamento del bilancio
pubblico, credendo che prima o poi la crescita sarebbe tornata e
che, quindi, le “una tantum” sarebbero state sostituite
dalle entrate ordinarie. Quindi, per quale motivo progettare una
politica economica, come ad esempio la razionalizzare la spesa
pubblica, la riduzione dell’evasione fiscale, l’uscita
dell’economia dal sommerso, che sicuramente ha dei costi
politici.
Questo è stato un errore. Il Governo non ha compreso che la
crescita economica non era più dipendente soltanto dal mercato
estero, le condizioni erano profondamente cambiate; ancora nel
2003 si diceva: “ la crescita degli Stati Uniti d’America
trascinerà la crescita dell’Europa e dell’Italia”.
Questo è il vero problema che noi dobbiamo superare, occorre
un’analisi razionale dell’attuale condizione italiana ed europea
per poter trovare le strategie per rimettere in moto la crescita
economica.
Tutte le soluzioni proposte, che vengono magari edulcorate
per motivi di carattere politico o sociale, si fondano sull’idea
che la crescita economica di un paese come l’Italia o di altri
Paesi europei, presi singolarmente, è determinata dal fatto che
il mercato mondiale trascina la nostra crescita: siamo una
nazione che dipende per il 20% del proprio PIL dal commercio
internazionale ed è giustamente rilevante la posizione che si
occupa nel mercato internazionale.
Le politiche monetarie attuali prendono come punto di
riferimento la competitività dell’euro con il dollaro, occorre
modificare tale parametro se si vogliono trovare soluzioni
alternative. Di fatto, gli Stati Uniti d’America dipendono dal
commercio mondiale per poco più del 5% nella creazione della
loro ricchezza, l’Italia, la Francia o la Germania, presi da
soli, dipendono per più del 20%. Come è possibile una
comparazione? Per noi la domanda interna è irrilevante, la
politica economica intesa ad alimentare la domanda è marginale.
L’Europa, che ha un’unica moneta, dipende nella creazione del
proprio PIL, della propria ricchezza, per il 9% rispetto al
commercio mondiale.
Paradossalmente vi sono dei ragionieri che governano una
parte fondamentale dell’economia, cioè la moneta, e nessuno che
fa politica economica. In Europa per uscire dall’attuale crisi
occorre una politica economica che si dia l’obiettivo di
accrescere quel 91-92% del mercato interno, operando
investimenti in Europa, invece di discutere su se splafonare
o no del 3% . Per raggiungere concretamente i parametri di
Lisbona bisogna investire in Europa, costruire le infrastrutture
materiali e immateriali, incentivare la ricerca nell’area
economica.
In Europa si concentra ancora una parte consistente della
ricchezza mondiale, vivono 450 milioni di persone che hanno uno
status elevato, una qualità di vita nettamente superiore a
quella dei nuovi competitori sul mercato mondiale. Se tutto
l’orizzonte della politica economica è finalizzato a come
competere con l’Oriente, non abbiamo speranze, non si può – ha
ragione Tremonti – produrre a costi europei e vendere a prezzi
cinesi. Noi dobbiamo produrre per un mercato che si rivolge a
centinaia di milioni di persone che hanno redditi in grado di
pagare delle merci che costano care. Per avere dei salari
elevati bisogna produrre merci e servizi che qualcuno compri a
costi elevati.
Ecco perché il vero problema è di avere ben chiaro il tipo di
politica economica da attuare: l’errore del Governo non è stato
quello di essere ottimista, ma di credere nel ciclico ritorno
dei tassi di crescita del 2-3%
Nel 2004 si è registrato un trend mondiale positivo di
creazione di ricchezza, ma noi abbiamo contribuito soltanto per
poco più dello zero per cento, ciò sta a significare che
probabilmente i paradigmi utilizzati in passato non funzionano
più.
Un’ultima considerazione è legata all’idea che torneremo a
produrre ricchezza semplicemente aumentando la competitività:
nei mercati internazionali c’è l’esempio della Germania che ha
aumentato le sue quote mondiali nel commercio internazionale;
ma, nel contempo, la sua crescita economica è più bassa della
nostra, raggiungendo il record storico dei disoccupati.
Perché il mercato interno tedesco segna un andamento
negativo? Quali risposte dare al nuovo scenario?
Dobbiamo evitare il ripetersi e il riprodursi dell’antica
logica basata sulla richiesta di sacrifici, sull’abbassamento
del tenore di vita per liberare risorse che investite, chissà
come, chissà quando e chissà dove, consentano al Paese di
tornare a crescere. Questa politica non funziona più, perché nel
mondo ci sono centinaia di milioni di persone, con un livello di
scolarità e di formazione professionale in grado di produrre
beni e servizi a costi minori. Quindi, pur esistendo un problema
di crescita della competitività, la vera questione è quella
dell’individuazione del mercato di riferimento per il quale
produrre beni e servizi.
In Italia accanto ad una politica industriale, volta alla
crescita della competitività, occorre una politica che miri non
alla riduzione della spesa pubblica, ma all’aumento della sua
efficienza. Per molti anni vi sono stati degli sprechi, delle
spese ingiustificate, che hanno determinato un debito pubblico
di 1.450 miliardi di Euro.
Inoltre, esiste una questione di redistribuzione che non è un
fatto sindacale, è un fatto economico, noi non possiamo
deprimere il mercato interno più di tanto perché, in questo
caso, non ci sarà nessuna leva internazionale in grado di
portarci a quei tassi di crescita di cui abbiamo bisogno. La
redistribuzione è un problema complesso che occorre affrontare
sotto diversi aspetti.
Il recupero del potere di acquisto di 15 milioni di
lavoratori dipendenti non lo si può ottenere attraverso i
contratti o rivendicando aumenti salariali, perché è vero che
noi sosteniamo un problema di costi, ma nell’economia tutto è
molto relativo, per cui le nostre imprese non sono in condizione
di reggere una spinta redistributiva concentrata nel tempo.
Quindi, la leva fiscale va utilizzata per risolvere questo
problema, lo stesso sistema d’impresa comincia a dire che
bisogna ridurre il cuneo fiscale. Affermare che occorre ridurre
la leva fiscale per far aumentare i salari netti è finalmente la
prova che il problema esiste. Abbiamo bisogno di una politica
fiscale che abbia questa finalità e smetterla di pensare, come
fa Savino Pezzotta, che le tasse non si devono ridurre, punto e
basta. Perché il fatto che non si riducano le tasse non
determina automaticamente un aumento della produttività, di
investimenti. Nella realtà, spesso, i soldi vengono impiegati
per mantenere quei livelli di inefficienza nella spesa pubblica.
Mentre la riduzione delle tasse con una finalità chiara di
politica economica, come ad esempio ridurre il tasso di
differenziale tra i salari lordi e i salari netti, è utile, non
perché come sindacato abbiamo soddisfatto il bisogno di vedere
aumentare i salari in termini reali, ma perché oggi è quella
politica economica che ci consente di favorire un certo tono
del mercato interno per evitare una politica depressiva.
Altra questione è la politica contrattuale, cioè il sistema
di relazioni. Il sistema contrattuale è lo strumento con il
quale noi esercitiamo la nostra funzione di rappresentanza e di
tutela. Ma proprio perché è uno strumento deve essere funzionale
alla situazione contingente, al fatto che il nostro Paese ha una
crescita di produttività negativa, perché dal 1998 sono avvenuti
contemporaneamente due fenomeni importanti: il mercato del
lavoro è diventato flessibile, le aziende hanno trovato più
conveniente assumere; l’occupazione è aumentata, anche con bassa
crescita dell’economia, questo ha comportato un abbassamento
della produttività.
Con l’aumento dell’occupazione a basso costo si è verificato
un calo della produttività. Ecco perché, da due o tre anni, non
dico che bisogna creare posti di lavoro, ma bisogna creare buoni
posti di lavoro perché questo comincia ad essere il problema.
Allora noi dobbiamo sapere che la produttività è un fattore
fondamentale in un’economia di mercato, gli investitori
analizzano il tasso di produttività di quel paese o di quella
azienda, dove vogliono investire, perché dal tasso dipende se il
meccanismo funziona e creerà molta più ricchezza di quanta se ne
investe
Noi dobbiamo cercare di attivare un sistema contrattuale che
colga tendenzialmente due obiettivi: favorire l’aumento di
produttività e ripartirla in maniera equa. Ecco perché dobbiamo
ridiscutere il modello contrattuale, non abbiamo alternative. Il
modello contrattuale, scientificamente pianificato, studiato ed
applicato negli anni scorsi, era un sistema perfetto per
un’economia che aveva problemi diversi da quelli odierni,
bisognava disinflazionare l’economia e cercare di ridurre
il più possibile il deficit pubblico. Quindi, bisognava fare una
politica salariale rigorosa, evitando un aumento dell’inflazione
dovuta a politiche salariali dissennate. Per la scala mobile
l’obiezione forte, che faceva la stragrande maggioranza dei
lavoratori e una parte di sindacalisti, era che i soldi si
prendevano dopo che l’aumento dei prezzi, quindi non è l’aumento
che determina l’inflazione: apparentemente un obiezione semplice
e giusta. Non è vero, c’è un problema di aspettative, in
economia tutti si creano aspettative, uno compra una casa perché
ha l’aspettativa di poterla pagare; sceglie di comprare adesso e
non domani se pensa che lo stesso oggetto costi di più. Ognuno
di noi si comporta così. L’aspettativa dell’inflazione genera
inflazione. Ecco perché l’indicizzazione non funzionava in un
sistema di economia di mercato.
Noi avevamo il problema di ridurre il tasso di inflazione,
adesso non abbiamo il problema dell’inflazione. Greespan si
preoccupa con moderazione se c’è inflazione o meno, lui se ne
preoccupa, ha un’economia che cresce al 4%. Fra dieci anni gli
americani avranno un reddito doppio del nostro, torneranno ad
essere gli americani che per noi italiani erano negli anni ’50,
quelli ricchi che avevano tutto. Fra dieci anni a questi tassi
di crescita loro avranno un reddito doppio del nostro, adesso
stanno semplicemente ad un terzo più del nostro.
Noi ci dobbiamo preoccupare di avere una politica salariale
che sia intelligente, che accresca i salari reali e per questo
occorre far crescere la produttività e avere, quindi, un sistema
contrattuale rispondente alle nuove esigenze, i contratti
nazionali non servono più.
Io sono stato Segretario Nazionale di una categoria per
molto tempo, è stata l’esperienza più interessante ed
emotivamente affascinante che ho fatto. La mia funzione si
giustificava perché facevo i contratti nazionali, però, cari
amici e compagni, oggi non servono più, o meglio servono per
evitare che in assenza di regole generali il mercato faccia
accrescere patologicamente le differenze. I contratti nazionali
servono ad evitare le perdite di salari reali, hanno avuto una
grande funzione quando questo era il rischio, soprattutto negli
anni ’90 in Italia. Oggi noi abbiamo bisogno invece di un
sistema contrattuale che abbia questi due obiettivi,
incrementare la produttività, ripartirla e per questa strada
aumentare i salari reali. Io non ne vedo altre, se qualcuno mi
spiega come si fa a far sì che almeno i salari reali
progressivamente, lentamente, compatibilmente, aumentino, io
sono pronto ad ascoltarlo.
Occorre cambiare il modello contrattuale, ricercare gli
strumenti più coerenti per raggiungere questi obiettivi. Bisogna
stringere un patto con le nostre controparti che abbia oltre la
valenza politica una valenza concreta, perché anche le imprese
cominciano a comprendere che bisogna aumentare la produttività e
che la strada della riduzione dei costi come strumento
fondamentale, principale, esclusivo di competitività, purtroppo
non funziona più.
Ovviamente occorre esaminare come questo obiettivo comune sia
concretamente possibile, per questo bisogna fare un patto
perché non si può realizzare semplicemente con un braccio di
ferro, sul piano dei rapporti di forza, che funzionano nel mondo
e nei periodi in cui la nostra controparte è abbastanza forte,
se vi sono delle aziende che producono ricchezza. In Italia,
oggi, esiste il problema della conservazione dei posti di
lavoro, allora è ovvio che come sindacato dobbiamo porci il
problema di fare un patto, di modificare e adattare il modello
contrattuale attraverso un patto con le nostre controparti.
Il Governo o le politiche economiche del Governo dovrebbero
essere coerenti alla situazione economica del Paese. Nel Governo
c’è una parte prigioniera di schemi ideologici che non
contemplano l’esistenza di organizzazioni sociali organizzate
che influiscano propositivamente sulla politica economica,
quindi su queste basi è complicato stabilire una discussione .
Poi esiste anche un’altra parte che conosce soltanto alcune
realtà del Paese. Quando Berlusconi afferma che il nostro
petrolio è nei quattro milioni di imprenditori italiani, dice
contemporaneamente una cosa vera e una cosa non vera; vera
perché ci sono quattro milioni di imprenditori; un po’ vera
perché una parte di essi è effettivamente generatrice di
ricchezza, ma una parte di essi non lo è. Quindi pensare che
questa sia la nostra unica carta, purtroppo si rivela per quello
che è.
Molti dei nostri problemi dipendono dal fatto che una parte
della classe imprenditoriale italiana ha dei problemi
strutturali non risolti. Una parte del nostro capitalismo è
familiare, ha dei limiti naturali come il fatto che i figli
gestiscono, per successione, le imprese, al di là delle loro
reali capacità, elemento questo che ha delle conseguenze che non
coinvolgono solo la famiglia, perché l’impresa non è soltanto un
bene privato, è un valore pubblico, quindi a noi, come
sindacato, interessa la capacità di gestione dell’imprenditore.
Anche le nostre banche sono troppo piccole e l’unica politica
che attuano è quella di proteggere se stesse, chiudendosi alle
spinte esterne. L’errore sta nel non capire come è fatta la
nostra società e, quindi, quali siano le scelte di politica
economica che bisogna operare per far sì che questa società sia
diversa e sia veramente competitiva.
Quello che noi possiamo fare è chiedere al potere politico di
avere una visione globale del Paese e di fare una serie di
scelte di politica economica tenendo conto del Paese reale. Ecco
perché in Italia la politica economica, per un certo numero di
anni, avrà bisogno di un intervento che sia di sostegno a
quelle indicazioni, a quelle strategie che le parti sociali
riusciranno a produrre, a porre in campo. Certo, sta poi a noi
come sindacato riuscire ad essere propositivi. Ma il Governo,
qualsiasi sarà, dovrà sollecitare le parti sociali a produrre
delle scelte, delle indicazioni di politica economica comune,
oltre che ad autoregolarizzare i loro rapporti e a risolvere
tutti i problemi esistenti tra lavoratore dipendente e impresa.
Questa per noi è la politica della partecipazione: il
riconoscere che la società civile, senza confonderla con quella
che si occupa di altre cose, la società che fa l’economia sia
ancora viva, capace realmente di immaginare strategie nuove di
crescita e soluzioni per risolvere o tentare di risolvere i
problemi e le contraddizioni che abbiamo. Questo è il valore
delle cose.
La CGIL è un
alibi per tutti coloro che volendo e potendo non fanno nulla,
nascondendosi dietro le posizioni della CGIL. La cosa peggiore è
proprio che sia un sindacato a fornire gli alibi alle diverse
parti del confronto, per giustificare l’immobilità delle
posizioni, il rifiuto della discussione.
Gli Enti bilaterali non sono una forma di sindacato
parastatale, come spesso sono definiti da chi sta su posizioni
rigide e anacronistiche; sono gli strumenti liberali atti a fare
in modo che la società, che rappresenta degli interessi
economici, possa contribuire alle scelte politiche, alle
decisioni di carattere economico e sociale, in generale al
governo del paese.
Fare una legge sulla rappresentanza, a prescindere da un
eventuale accordo tra sindacato e sistema delle imprese è una
visione statalista. Chi propone questa ipotesi pensa ad un
sindacato di Stato, di stampo sovietico, anacronistico, dove
l’azione del sindacato si fa con la forza pubblica, con i
magistrati che impongono coercitivamente i diritti e gli
obblighi sindacali.
Con questa idea ottocentesca di sindacato, ovviamente, non ci
sarà sviluppo, è un modello che non si attuerà mai perché il
mondo è completamente diverso da questo schema, però, può
rappresentare un potente freno o, come dico io, un potente alibi
all’interno della discussione attuale. Il nostro compito è fare
in modo che, invece, questo Paese cammini sul serio, io da
questo punto di vista sono fiducioso, perché ha le possibilità,
le chances per farlo, ne possiede molte di più dei nostri
partners, siano essi la Francia o la Germania. Certo che se le
nostre potenzialità, i nostri talenti, le nostre capacità sono
soffocate, è chiaro che la macchina dello sviluppo, della
crescita non cammina. La nostra ricchezza, superiore per certi
versi a quella di altri Paesi, ci potrà dare la possibilità di
diventare un “Paese guida”, non in termini politici o di
apparente prestigio, ma in termini reali: una nazione che
indica la strada dello sviluppo e del progresso al resto
dell’Europa.
Ischia, 14-15 aprile 2005
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