Notizie ADN Kronos
Il tuo browser non supporta attività java

UIL Segreteria Generale
UIL HOME CERCA NEL SITO CHI SIAMO AGENDA SCRIVI ALLA UIL ARCHIVIO

E-mail segreteriagenerale@uil.it

ARTICOLI

Introduzione al libro "Riflessioni a confronto su politica
economica e politica industriale"

di Luigi Angeletti

Un approccio corretto all’analisi economica deve necessariamente tener conto della fase storica in cui viviamo. La nuova dimensione territoriale di riferimento, al cui interno si colloca il nostro Paese, diventa decisiva nella valutazione e nella determinazione delle scelte da operare.

Allo stato attuale sono ancora molte le contraddizioni che rischiano di frenare i necessari processi di sviluppo.

L’istituzione di un’area economica integrata, quale è l’Unione europea, avrebbe dovuto convincere le leaderships economiche e politiche che il mercato interno, per la prima volta nella storia moderna, è diventato più importante del mercato estero. Si continua, invece, a prestare un’eccessiva attenzione ai rapporti di cambio e alla crescita dell’economia globale avendo in scarsa considerazione la crescita del mercato interno. Al tempo stesso, preoccupata di rispettare i parametri di stabilità, la Banca centrale europea si ostina, erroneamente, a proseguire in una politica monetarista che finisce col mettere in secondo piano i possibili fattori di sviluppo. I nostri tassi restano così doppi rispetto a quelli americani mentre la disoccupazione avanza nell’indifferenza totale dell’autorità monetaria europea.

Tutto ciò accade mentre negli Stati Uniti d’America c’è la piena consapevolezza che il mercato interno pesa per il 95% nella creazione del Pil, determinandosi così scelte di politica economica coerenti a questa condizione, e mentre la Fed usa la leva dei tassi con intelligenza, preoccupandosi della crescita dei livelli di occupazione.

Si è aggiunta poi l’illusione che, per l’Europa ma soprattutto per il nostro Paese, la ripresa economica potesse essere determinata dalla ripresa internazionale, che ci si potesse agganciare alla locomotiva americana, magari inserendo tra i fattori di competizione quello del contenimento dei costi. Quest’ultimo, in particolare, è un errore di analisi della realtà del nostro Paese ma anche di valutazione delle prospettive e dell’evoluzione dell’economia mondiale. Un errore strategico perché punta ad abbassare l’asticella della competizione in un improbabile confronto con i Paesi in via di sviluppo con i quali, sul terreno dei costi, siamo destinati a sicura sconfitta.

Sullo scenario internazionale si sta delineando ormai un quadro del tutto nuovo. Ciò che è accaduto negli ultimi anni in Cina, ad esempio, è destinato a produrre un cambiamento dell’economia globale sin dalle sue fondamenta. Non si può non tener conto di questo elemento di eccezionale novità, né si possono ignorare le epocali trasformazioni che stanno investendo un Paese con un miliardo e trecento milioni di persone; un Paese che viaggia a ritmi di crescita impressionanti e che, di fatto, si è trasformato in un enorme mercato in cui quella gente produce e consuma.

In questo quadro, noi non abbiamo alternative: dobbiamo creare le condizioni per uno sviluppo di qualità del sistema produttivo e per una crescita della nostra economia. Ma si può tonificare la nostra economia puntando sulla crescita della domanda interna? E’ un’operazione necessaria e, tuttavia, può non essere sufficiente. In genere, in un sistema aperto come quello in cui viviamo, un incremento della domanda interna non comporta in via automatica un incremento della produzione interna; al contrario: può innescare una crescita delle importazioni. Peraltro, il nostro sistema industriale ha dimostrato di non essere in grado di vincere la sfida della competizione. Ci sono ritardi decennali rispetto agli altri paesi dell’Occidente e, soprattutto, gli investimenti privati non sono bastati ad innescare una nuova fase. Né, a tal fine, sarebbero efficaci eventuali politiche di riduzione generalizzata delle tasse o di azzeramento della burocrazia o di eliminazione dei diritti sindacali: sono tutte scorciatoie che sbucano solo in vicoli ciechi.

Sono allora due le strade da seguire. Occorre, innanzitutto, a livello ‘macro’, avviare una grande campagna di investimenti pubblici in infrastrutture materiali e immateriali perché questa politica produrrebbe, di per sé, una fase di espansione. In tal modo si favorirebbe, indirettamente, anche la stessa produzione industriale attraverso un sistema di infrastrutture che assicuri alla imprese di poter contare –questa volta sì a costi bassi!- su acqua, energia e vie di comunicazione. Ecco perché è necessario trovare un sistema che renda compatibili gli equilibri di bilancio con queste forme di investimento non comprendendo tali spese nel conteggio previsto dal patto di stabilità e rendendo possibile, così, lo sforamento del tetto del 3%.

Sull’altro fronte poi, quello ‘micro’, non c’è altra soluzione per il consolidamento e l’espansione delle nostre imprese diversa da una crescita del fatturato, presupposto indispensabile per una contestuale crescita della redditività. Per troppo tempo abbiamo pensato che ‘piccolo’ fosse sinonimo di ‘bello’ e che ‘privato’ fosse condizione di efficienza a scapito del ‘pubblico’. La storia sta dimostrando il contrario. Il nanismo di molte nostre aziende e il capitalismo familiare nostrano, di stampo feudale, stanno generando un lento declino industriale.

Lì dove è possibile, allora, bisogna tornare a pensare in grande e bisogna evitare che l’azienda privata venga considerata alla stregua di una semplice proprietà agreste: l’impresa ha anche un valore sociale che va garantito e tutelato. Non è sbagliato, insomma, in situazioni strategiche per l’economia nazionale, immaginare un intervento del pubblico piuttosto che accettare il deperimento di un’impresa, causato dal tentativo di preservare la continuità familiare della sua gestione.

In questo quadro si può anche collocare l’idea positiva e condivisibile di una fiscalità premiale selettiva a vantaggio solo di quelle realtà che fanno dell’innovazione, della ricerca e della qualità la loro scelta di campo. E, se è vero, come è vero, che una riduzione generalizzata delle tasse, nell’attuale contesto, sarebbe uno spreco di risorse oltre che un’ingiustizia, bisogna allora modulare questa scelta a favore dei cittadini a reddito fisso che hanno subito le conseguenze delle speculazioni rialziste dei prezzi al consumo. Usando la leva contrattuale, da un lato, e quella fiscale, dall’altro, si potrebbe ottenere nell’immediato un recupero del potere di acquisto per questi soggetti, perseguendo così obiettivi di perequazione ma anche incentivando i consumi e, conseguentemente, ponendo una delle premesse per lo sviluppo dell’economia. Questa è la strada più rapida per dare una scossa al sistema e per invertire l’attuale rotta che ci fa navigare nella stagnazione.

Di economia e di industria bisogna perciò discutere e su questi temi è necessario confrontarsi con chi può offrire un contributo decisivo. La Uil che vuole essere, come sempre, protagonista del cambiamento intende avviare una riflessione su questi argomenti con lo spirito laico che la contraddistingue e con l’intento di individuare e proporre soluzioni.

Novembre 2004

TORNA ALLA HOME