Un approccio
corretto all’analisi economica deve necessariamente tener
conto della fase storica in cui viviamo. La nuova dimensione
territoriale di riferimento, al cui interno si colloca il
nostro Paese, diventa decisiva nella valutazione e nella
determinazione delle scelte da operare.
Allo stato
attuale sono ancora molte le contraddizioni che rischiano di
frenare i necessari processi di sviluppo.
L’istituzione
di un’area economica integrata, quale è l’Unione europea,
avrebbe dovuto convincere le leaderships economiche e
politiche che il mercato interno, per la prima volta nella
storia moderna, è diventato più importante del mercato
estero. Si continua, invece, a prestare un’eccessiva
attenzione ai rapporti di cambio e alla crescita dell’economia
globale avendo in scarsa considerazione la crescita del
mercato interno. Al tempo stesso, preoccupata di rispettare i
parametri di stabilità, la Banca centrale europea si ostina,
erroneamente, a proseguire in una politica monetarista che
finisce col mettere in secondo piano i possibili fattori di
sviluppo. I nostri tassi restano così doppi rispetto a quelli
americani mentre la disoccupazione avanza nell’indifferenza
totale dell’autorità monetaria europea.
Tutto ciò
accade mentre negli Stati Uniti d’America c’è la piena
consapevolezza che il mercato interno pesa per il 95% nella
creazione del Pil, determinandosi così scelte di politica
economica coerenti a questa condizione, e mentre la Fed usa la
leva dei tassi con intelligenza, preoccupandosi della crescita
dei livelli di occupazione.
Si è aggiunta
poi l’illusione che, per l’Europa ma soprattutto per il
nostro Paese, la ripresa economica potesse essere determinata
dalla ripresa internazionale, che ci si potesse agganciare
alla locomotiva americana, magari inserendo tra i fattori di
competizione quello del contenimento dei costi. Quest’ultimo,
in particolare, è un errore di analisi della realtà del
nostro Paese ma anche di valutazione delle prospettive e dell’evoluzione
dell’economia mondiale. Un errore strategico perché punta
ad abbassare l’asticella della competizione in un
improbabile confronto con i Paesi in via di sviluppo con i
quali, sul terreno dei costi, siamo destinati a sicura
sconfitta.
Sullo scenario
internazionale si sta delineando ormai un quadro del tutto
nuovo. Ciò che è accaduto negli ultimi anni in Cina, ad
esempio, è destinato a produrre un cambiamento dell’economia
globale sin dalle sue fondamenta. Non si può non tener conto
di questo elemento di eccezionale novità, né si possono
ignorare le epocali trasformazioni che stanno investendo un
Paese con un miliardo e trecento milioni di persone; un Paese
che viaggia a ritmi di crescita impressionanti e che, di
fatto, si è trasformato in un enorme mercato in cui quella
gente produce e consuma.
In questo
quadro, noi non abbiamo alternative: dobbiamo creare le
condizioni per uno sviluppo di qualità del sistema produttivo
e per una crescita della nostra economia. Ma si può
tonificare la nostra economia puntando sulla crescita della
domanda interna? E’ un’operazione necessaria e, tuttavia,
può non essere sufficiente. In genere, in un sistema aperto
come quello in cui viviamo, un incremento della domanda
interna non comporta in via automatica un incremento della
produzione interna; al contrario: può innescare una crescita
delle importazioni. Peraltro, il nostro sistema industriale ha
dimostrato di non essere in grado di vincere la sfida della
competizione. Ci sono ritardi decennali rispetto agli altri
paesi dell’Occidente e, soprattutto, gli investimenti
privati non sono bastati ad innescare una nuova fase. Né, a
tal fine, sarebbero efficaci eventuali politiche di riduzione
generalizzata delle tasse o di azzeramento della burocrazia o
di eliminazione dei diritti sindacali: sono tutte scorciatoie
che sbucano solo in vicoli ciechi.
Sono allora due
le strade da seguire. Occorre, innanzitutto, a livello ‘macro’,
avviare una grande campagna di investimenti pubblici in
infrastrutture materiali e immateriali perché questa politica
produrrebbe, di per sé, una fase di espansione. In tal modo
si favorirebbe, indirettamente, anche la stessa produzione
industriale attraverso un sistema di infrastrutture che
assicuri alla imprese di poter contare –questa volta sì a
costi bassi!- su acqua, energia e vie di comunicazione. Ecco
perché è necessario trovare un sistema che renda compatibili
gli equilibri di bilancio con queste forme di investimento non
comprendendo tali spese nel conteggio previsto dal patto di
stabilità e rendendo possibile, così, lo sforamento del
tetto del 3%.
Sull’altro
fronte poi, quello ‘micro’, non c’è altra soluzione per
il consolidamento e l’espansione delle nostre imprese
diversa da una crescita del fatturato, presupposto
indispensabile per una contestuale crescita della
redditività. Per troppo tempo abbiamo pensato che ‘piccolo’
fosse sinonimo di ‘bello’ e che ‘privato’ fosse
condizione di efficienza a scapito del ‘pubblico’. La
storia sta dimostrando il contrario. Il nanismo di molte
nostre aziende e il capitalismo familiare nostrano, di stampo
feudale, stanno generando un lento declino industriale.
Lì dove è
possibile, allora, bisogna tornare a pensare in grande e
bisogna evitare che l’azienda privata venga considerata alla
stregua di una semplice proprietà agreste: l’impresa ha
anche un valore sociale che va garantito e tutelato. Non è
sbagliato, insomma, in situazioni strategiche per l’economia
nazionale, immaginare un intervento del pubblico piuttosto che
accettare il deperimento di un’impresa, causato dal
tentativo di preservare la continuità familiare della sua
gestione.
In questo
quadro si può anche collocare l’idea positiva e
condivisibile di una fiscalità premiale selettiva a vantaggio
solo di quelle realtà che fanno dell’innovazione, della
ricerca e della qualità la loro scelta di campo. E, se è
vero, come è vero, che una riduzione generalizzata delle
tasse, nell’attuale contesto, sarebbe uno spreco di risorse
oltre che un’ingiustizia, bisogna allora modulare questa
scelta a favore dei cittadini a reddito fisso che hanno subito
le conseguenze delle speculazioni rialziste dei prezzi al
consumo. Usando la leva contrattuale, da un lato, e quella
fiscale, dall’altro, si potrebbe ottenere nell’immediato
un recupero del potere di acquisto per questi soggetti,
perseguendo così obiettivi di perequazione ma anche
incentivando i consumi e, conseguentemente, ponendo una delle
premesse per lo sviluppo dell’economia. Questa è la strada
più rapida per dare una scossa al sistema e per invertire l’attuale
rotta che ci fa navigare nella stagnazione.
Di economia e
di industria bisogna perciò discutere e su questi temi è
necessario confrontarsi con chi può offrire un contributo
decisivo. La Uil che vuole essere, come sempre, protagonista
del cambiamento intende avviare una riflessione su questi
argomenti con lo spirito laico che la contraddistingue e con l’intento
di individuare e proporre soluzioni.
Novembre
2004