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INTERVENTI

Comitato Centrale UIL: intervento di Luigi Angeletti,
Segretario Generale della UIL

La UIL è da sempre un’organizzazione riformista nel senso pieno del termine. Il riformismo non è una cultura politica che con il passare dei decenni si è trasformata nel conservatorismo, il  riformismo ha vinto una sfida contro teorie politiche conservatrici ed anche contro quelle affascinanti e rivoluzionarie del XX secolo, perché ha dimostrato di essere in grado di cambiare le cose, non di limitarsi a dire come e cosa bisognava cambiare, ma le ha concretamente cambiate. Le persone hanno potuto constatare che la costituzione di  un’associazione di cooperative, di un’organizzazione di lega sindacale, modificava concretamente la vita degli individui, a differenza delle teorie più rivoluzionarie che affermavano l’abbattimento del capitalismo e la vittoria del socialismo, ma non avevano una ricaduta pratica.

La premessa è per sottolineare il valore riformista della nostra organizzazione; un’organizzazione formata da persone che concretamente operano per cambiare le cose e si interrogano sulle vere questioni del nostro periodo.

Quali sono i punti nodali della nostra società? Quali rapporti intercorrono tra i ceti, le classi sociali, gli interessi? Dove agire per portare cambiamenti significativi sul piano sociale, economico e politico?

A queste domande occorre trovare delle risposte concrete o altrimenti si resta all’interno di una discussione teorica sul riformismo.

Negli ultimi dieci anni nel nostro Paese il reddito disponibile per il lavoro dipendente è sceso di otto punti percentuali: 1.400 miliardi di euro sono stati trasferiti a redditi non da lavoro dipendente. Indubbiamente in forme diverse i soldi stabiliti per i lavoratori dipendenti sono stati destinati ai redditi non da lavoro dipendente Questa è la realtà. La categoria di cittadini corrispondente a lavoratori dipendenti è aumentata dell’8%, nello stesso periodo di tempo, per cui se, paradossalmente, gli addetti non fossero aumentati ci sarebbe stata una diversa e più grave divisione del reddito nazionale.

Questo è il problema principale, tutti gli altri sono secondari. Nella società attuale la politica deve garantire la distribuzione del reddito, le condizioni di vita migliori. La battaglia politica nelle società democratiche si fa su questo, tutto il resto è marginale. Spesso chi fa politica  dimentica questo piccolo particolare, ma la gente non lo dimentica mai.

Nella trasmissione “Porta a Porta”, di alcuni giorni fa, c’è stato un interessante sondaggio che ha messo a confronto le aspettative degli elettori nel 2001 e nel 2006, cioè quali erano le questioni che gli elettori italiani ritenevano più importanti nel 2001 e nel 2006. Si è rivelato che il problema principale, che di gran lunga superava gli altri, era la politica economica. L’economia aveva sbaragliato tutti gli altri temi, anche quelli che ci agitano tanto, ma che per la coscienza delle persone valgono il 2%. Due italiani su cento si preoccupano della politica internazionale e dei problemi della pace o della guerra, il 48% dell’elettorato di destra e di sinistra o senza un’opinione precisa, dichiara che il problema economico è quello che bisogna affrontare per primo, perché le persone sono concrete e percepiscono perfettamente qual è il vero problema da risolvere per migliorare le proprie condizioni di vita.

E’ questa la questione prioritaria, poi si può parlare anche di altro, ma se si parla di altro pensando che sia la cosa più importante,  si fa un errore capitale e si cade in contraddizione rispetto a ciò ripetiamo. Si deve fare un congresso che dia l’idea fondamentale e riconoscibile di che cosa sia la UIL, certamente non è l’idea esaustiva, perché l’immagine della UIL è composta da molte sfaccettature. Ma la cosa più importante in un’organizzazione, che vuole affermarsi, è dare l’idea vincente: bisogna avere questa capacità. Altrimenti il messaggio svanisce e si sfuma così tanto da essere invisibile.

Alla gente non interessa il fatto che noi ripetiamo che siamo il sindacato della partecipazione o della concertazione. Noi qui sappiamo che è una cosa importante, ma se non sappiamo declinarla in maniera che milioni di persone la capiscano e la apprezzino, stiamo perdendo tempo. Tutte queste sono cose di grande interesse, ma si deve fare questa scelta,  si deve saper sfruttare l’occasione del congresso per realizzare un’operazione politica di questa natura, che ci ponga sul serio e non a parole, non nei nostri dibattiti, al centro della vicenda sociale e politica economica del nostro Paese, visto che  abbiamo le idee giuste. Ma per quale motivo, se pensiamo che siano idee giuste non si ha pure quel pizzico di intelligenza per capire come si organizzano, come si propagandano, in che modo si possono concentrare i nostri sforzi su quelle idee, per renderle sul serio vincenti e renderci, così, artefici e protagonisti della vicenda ? Questo è ciò che dobbiamo fare.

Il problema della distribuzione del reddito è la questione principale, perché senza risolvere questo problema la nostra società ha solo davanti a sé il declino. La UIL deve riconiugare parole dette e sulle quali trova molte difficoltà ad insistere, parole come produttività, meritocrazia, senza le quali il nostro sistema economico va a rotoli. Per coerenza dobbiamo essere coscienti che oggi si pone il problema che quattro anni fa era sui manifesti del congresso: “Il valore del lavoro”; questo è esattamente il problema che ha una società come la nostra, che hanno le società europee. Di ciò dobbiamo parlare ed essere capaci di spiegare che cosa significhi per la UIL quello slogan, come intendiamo tradurlo in azione, cosa intendiamo fare perché si avvicini alla realtà, con tutte le difficoltà, ma questo è il nostro dovere, perché le società occidentali stanno rischiando di perdere il valore del lavoro, non solo del singolo, ma dell’intero Paese.

Purtroppo, spesso,  i sindacati non trovano gli strumenti per far emergere questo dato e non lo sanno, così, neanche  gestire.

Il valore del lavoro delle popolazioni dell’Europa occidentale è messo in discussione, così com’è avvenuto in passato quando società come la nostra si sono industrializzate ed hanno conquistato quote di mercato, che prima appartenevano alle vecchie società industrializzate. Stiamo rivivendo, in modo più rilevante, visto gli elevati numeri, lo stesso identico fenomeno, quindi,  per noi il problema fondamentale è essere coerenti con ciò che diciamo perché ci crediamo. Per salvaguardare il lavoro bisogna valorizzarlo, bisogna che sia più professionalizzato, che sia più produttivo, che produca quantità e qualità migliori in termini di servizi, di beni. Per questo occorre investire risorse nella formazione professionale, nella scuola, nella ricerca e nell’università: se il problema è il valore del lavoro questa è la soluzione.

Riflettiamo perché ogni qualvolta organizziamo un ragionamento per renderlo coerente, poi sovrapponiamo altre argomentazioni che sono importanti, ma non vanno al cuore del problema. La UIL di fronte alla tesi che bisogna ridurre le tasse sui capitali, perché i capitali sono il motore dello sviluppo, ha contrapposto la tesi e non per pura antitesi o per autolegittimazione, che, invece,  occorre ridurre le tasse sul lavoro, perché il lavoro è la fonte della nostra ricchezza, del nostro sviluppo.

Questo è il problema fondamentale e noi siamo veramente sciocchi quando pensiamo che il problema delle tasse sia semplicemente o non far ridurre le tasse ai ricchi per motivi di giustizia sociale o difendere le tasse, perché temiamo che non ci siano abbastanza soldi per pagare lo stato sociale. Non bisogna ridurre le tasse ai ricchi, perché non sono loro quelli che muovono il mondo, bisogna, invece, ridurre le tasse sul lavoro senza penalizzare lo stato sociale, perché la redistribuzione della ricchezza e un nuovo sistema sociale, un nuovo equilibrio dei carichi fiscale, potrebbero essere  sufficienti a garantire le due funzioni. Per quale motivo dobbiamo avere tre o quattro milioni di persone, nel nostro Paese,  che si appropriano di tanta ricchezza solo perché vivono in regime di monopolio, in quanto la concorrenza in Italia si fa solo sui lavoratori. Inizialmente la competizione si faceva per i lavoratori dell’industria che per primi hanno imparato la parola flessibilità; se l’azienda era in crisi per scongiurare la chiusura bisognava fare accordi per lavorare, per fare i turni, per scambiare salario con produttività, poi questo fenomeno si è esteso anche ai lavoratori dei servizi.

Questo è il problema che abbiamo di fronte, ecco perché quando noi sosteniamo questa politica pensiamo di cogliere lo snodo fondamentale del problema sociale, politico ed economico del nostro Paese. La UIL è aperta a qualunque soluzione, purché vada in questa direzione e ogni tanto dobbiamo ricordarci che noi sindacalisti abbiamo un’idea di lotta politica molto diversa da quella che hanno gli uomini politici, ovviamente e giustamente, visto che ricopriamo un ruolo differente. Noi, come amo dire, abbiamo un’idea della lotta politica frutto della cultura di Walt Disney, che è stata la vera prima globalizzazione culturale avvenuta nel mondo. Nella cultura disneyana sono i buoni quelli che vincono sempre: la lotta politica nel mondo è fatta dallo scontro tra buoni e cattivi e, secondo i miti americani, alla fine vincono sempre i buoni. Noi abbiamo proprio incorporato quest’idea. Invece, nella realtà, qualche volta vincono i buoni sui cattivi, ma, spesso, vincono i forti sui deboli. Quando coincide il forte con il buono, il problema non si pone, ma non sempre è così. Non basta dire: abbiamo un’idea buona, e siccome l’abbiamo va da sé che vince perché è buona. Questa è una rappresentazione che non c’entra niente con la realtà.

Cari compagni dobbiamo individuare buone idee e giuste soluzioni, ma bisogna anche capire che ci sono scelte che rompono gli equilibri, che li rimettono in discussione, che hanno il potere di scardinare gli assetti reali, gli interessi che ci sono in questo Paese e gli equilibri che si realizzano sulla distribuzione dei redditi.

Oggi, e per molto tempo, la questione fiscale è e sarà al centro del dibattito europeo, quindi abbiamo il dovere di avere delle idee, ma non come dato culturale, perché nessuno è interessato a come il sindacato farebbe una riforma fiscale. Se il sindacato mette in campo il potere per rimettere in discussione le scelte fatte, allora tutti si preoccupano, altrimenti non sono interessati. Lo potremmo scrivere sulla Costituzione che ci deve essere la concertazione, ma un Governo, - e questo ci ha messo del suo - anche un Governo diverso da questo, al massimo ci fa qualche sorriso, ci offre il caffè, ci ascolta tre volte invece di una, ma non cambia nulla.

Noi abbiamo di fronte questa realtà e perciò il problema della battaglia fiscale è una questione decisiva. Qualcuno ha proposto di fare un seminario perché bisogna avere su questo tema un’idea complessiva. Anche se è stato già scritto qual è l’idea complessiva , se ce n’è bisogno si può approfondire  ulteriormente.

Adriano, il maggiore esperto di questioni fiscali che io conosca,  ci ha spiegato che il fiscal drag non si può restituire perché con l’ultima riforma fiscale è scomparso lo strumento con cui si restituisce il fiscal drag ai lavoratori dipendenti: le deduzioni. Per quel che mi riguarda io vorrei l’abolizione delle tasse per i lavoratori dipendenti, altro che restituzione del fiscal drag. In ogni caso noi siamo per le detassazione degli incrementi contrattuali.

Questo significa sapere che cosa fare e come si fa la battaglia politica in questo Paese.  Di questo discuteremo nel prossimo congresso e per gli anni successivi fino a quando un sistema fiscale sarà più utile e più funzionale al progresso del nostro Paese, allo sviluppo economico, e quindi, ai redditi dei lavoratori dipendenti.

Voglio fare un altro esempio: la riforma del sistema contrattuale, che come sapete è l’altra questione sulla quale la UIL vorrebbe intervenire. Per quelli che erano distratti, basta guardare il sito della nostra Organizzazione, degli ultimi anni, e i documenti, compresi quelli relativi all’ultima conferenza di organizzazione. Noi abbiamo un’ottima idea di come bisogna fare un nuovo modello contrattuale.

Perché non si fa una riforma del sistema contrattuale? La Confindustria non ha alcun interesse a farla, al suo interno ha degli interessi contrapposti tra i propri associati.

Il sistema contrattuale che noi abbiamo è stato ottimo e lo è in tutte le fasi in cui l’inflazione è decrescente, perché è stato congegnato per far disinflazionare l’economia.

Vi ricordate l’esempio molto efficace dello stadio: se le prime file si alzano per vedere meglio la partita, si alzano anche le altre, così tutti vedono male e in piedi. Sarebbe sufficiente che tutti decidessero di mettersi seduti per vedere meglio e stare più comodi. Per la politica della concertazione e per quella dei redditi vale la stessa cosa. In un’economia in cui l’inflazione è stabile, quel sistema non funziona per principio, ma la Confindustria ha, ovviamente, interesse a conservare un sistema che per motivi di scuola non coprirà mai l’inflazione, sarà sempre un po’ più bassa di quanto saranno i prezzi medi. Per quale motivo deve cambiare una cosa di questo genere? Il massimo risultato che si raggiunge dentro la Confindustria è di dividerla; perché chi opera la doppia contrattazione: risparmia un po’ di soldi sul contratto nazionale, per coloro che non la fanno non ci sono sconti sul contratto nazionale tali da compensare la contrattazione di secondo livello, quindi non sono d’accordo, non lo sono mai stati. Nel 1998 si sono opposti ad una proposta unitaria fatta con il Patto di Natale, ed è normale che sia così.

Ma voi pensate che li convinciamo in virtù della nostra bontà? Con delle strizzatine d’occhio?

Non li convinceremo se non prospettandogli un mondo peggiore. La CGIL non lo fa perché è conservatrice. Quindi c’è un’alleanza oggettiva, perché c’è una convergenza tra chi ha paura del nuovo e chi sa che il nuovo potrebbe essere peggiore dello stato attuale.

Questa cosa si risolverà solo se noi faremo una politica contrattuale che parta dal presupposto che quell’accordo non c’è più e che, quindi, gli obiettivi delle rivendicazioni contrattuali sono la salvaguardia del salario reale, nell’accezione precisa dell’aggettivo. Solo quando le Parti si renderanno conto che è più conveniente fare accordi, operare scelte, regolamentare il sistema, allora, quando la convenienza sarà reciproca, state tranquilli che si accingeranno a fare una vera discussione e a porre delle nuove regole, che contemplino i nostri e i loro interessi. Questo è esattamente il termine del problema: noi abbiamo interesse e convenienza a stabilire le nuove regole, ma da bravi sindacalisti dobbiamo creare le condizioni perché il desiderio di nuove regole sia ugualmente distribuito tra noi e le nostre controparti.

Il nostro congresso deve dare l’idea di che tipo di sindacato sia la UIL, e che tipo di società la UIL immagina e vuole costruire, ma contemporaneamente deve inviare messaggi chiari sulle due o tre questioni che consideriamo decisive, prioritarie rispetto a tutte le altre che pur vogliamo e chiediamo.

L’altra questione importante per i lavoratori è il problema delle condizioni contrattuali o, per meglio dire, del livello d’insicurezza e d’incertezza che si ha con tutti questi nuovi sistemi d’assunzione. Noi dovremmo dire la semplice verità, non essere generici e illustrare esattamente come stanno le cose, quali siano le soluzioni possibili.

In Italia, com’è noto, il problema principale è che ci sono milioni di persone che vivono in uno stato di precarietà, in uno stato nel quale la loro condizione è determinata in maniera unilaterale dall’impresa che li ha assunti.

Con i lavoratori co.co.co si era ripristinata la servitù della gleba nel XXI secolo, per questo abbiamo fatto tutto quanto era possibile per eliminare questa tipologia contrattuale. Adesso però, come sempre succede, c’è un altro rischio, quelli che erano i co.co.co si stanno tramutando in chi ha la partita IVA. Quindi prima avevamo 2,5 milioni di co.co.co, adesso rischiamo di contare milioni di lavoratori con partita IVA. Ci dobbiamo porre il problema di trovare forme che limitino questo fenomeno, non solo in termini generici, ma con atti legislativi, perché vale sempre la regola: la moneta cattiva scaccia quella buona.

Giustamente ci sono lavoratori a tempo indeterminato che sono preoccupati, ma non perché sono stupidi, neanche per un generico senso di solidarietà, ma perché capiscono che rischiano di poter diventare anche loro, un giorno, precari. Questo è un problema centrale e noi dobbiamo dare risposte razionali a questi lavoratori.

Cosa è possibile eliminare? La precarietà, cioè l’assenza di regole, le forme di lavoro che non prevedono regole, se non nella buona volontà dell’imprenditore, e il rapporto esclusivo impresa-lavoratore. Queste cose devono essere contrastate, partendo proprio da interventi legislativi atti a bloccarle. C’è poi, il problema di milioni di persone assunte con contratti flessibili, non precari, che hanno regole, retribuzione secondo le tariffe contrattuali, con la tredicesima, le ferie, la malattia, però hanno il problema che quel lavoro è a tempo determinato e non sanno se quando gli scade il contratto gli sarà rinnovato.

E’ possibile eliminare questo tipo di flessibilità? Siccome io non credo sia possibile che si possa eliminare, per evitarne l’abuso cosa bisogna fare? Per evitare gli abusi occorre renderlo un po’ meno conveniente. In Italia il fenomeno della flessibilità, che esiste in tutti i Paesi del mondo, si è furbescamente – vista la stupidità ideologica nell’affrontare il tema –usato per il cambio di manodopera, perché costa di meno. Quindi noi dovremmo fare una cosa che disse Franco Lotito tanto tempo fa, quando stava nella segreteria confederale: bisogna far costare di più il lavoro flessibile. Questo non riduce la flessibilità, ma evita gli abusi. Si assume a contratto a termine non per sostituire uno con un contratto a tempo indeterminato, ma perché si ha effettivamente il lavoro per quel certo periodo e quel lavoro bisogna pagarlo di più. Altra cosa fondamentale è risolvere il problema principale che queste persone hanno quando perdono il lavoro e devono aspettarne un altro. Noi dobbiamo cambiare il sistema di protezione sociale e dobbiamo farlo sulle loro esigenze.

Serve un sistema di protezione. Dobbiamo garantire a questo lavoratore la possibilità di andare a scuola, di partecipare a corsi di formazione al passo con i tempi; gli dobbiamo dare i soldi quando perde il lavoro, per garantirgli un minimo di reddito, in attesa di trovare un nuovo lavoro. Dobbiamo immaginare di pagargli anche i contributi previdenziali, perché adesso abbiamo il sistema contributivo, quindi bisogna pagare i contributi sin dall’inizio non negli ultimi dieci anni, e aiutarlo a risolvere problemi importanti come quello di un mutuo per la casa

Questo significa fare sul serio una politica riformista, cioè cambiare lo stato delle cose. Per questo ci dobbiamo concentrare e lavorare su due o tre proposte concrete e forti. Come organizzazione sindacale dobbiamo offrire delle proposte sul problema fiscale, sul problema del superamento della precarietà, di come si dà sicurezza alle persone, di come si valorizzi il lavoro. Noi allora avremmo corrisposto alle aspettative e ai nostri doveri di organizzazione sindacale.

Sul congresso voglio dire due o tre cose sugli aspetti organizzativi. Sono state fatte delle proposte intelligenti. Credo che dovremmo discutere e convenire su alcune questioni, poi vedremo come risolverle tecnicamente e concretamente.

Noi concordiamo sul fatto che il nostro obiettivo primario sia quello di aumentare gli iscritti, quindi tutte le riforme, modifiche, scelte organizzative devono andare verso questo obiettivo. A parole è scontato, ma nei fatti, nelle singole scelte, non è così.

Sono stati sollevati due problemi. Il primo riguarda quell’area di lavoratori che noi conosciamo solo leggendo le statistiche o incontrandoli fisicamente nella nostra vita, ma che non conosciamo nella nostra funzione di sindacato, perché non abbiamo le strutture, né la modalità di organizzarli. Ci dobbiamo porre il problema di intercettarli nella maniera più efficace.

Ho notato una certa contraddizione in due affermazioni del tipo: se in un’azienda c’è un certo numero di lavoratori a partita IVA o a lavoro interinale, che non sappiamo dove allocarli e li dobbiamo sindacalizzare, ai nostri sindacalisti diamo l’indicazione secondo cui il primo che li incontra li sindacalizza. Dobbiamo stabilire con precisione che cosa c’entrano le pulizie con i trasporti o altri casi del genere. Vorrei che prima di cominciare questa discussione, convenissimo sul principio fondamentale da seguire; tutte le scelte necessarie, i chiarimenti, le divisioni del lavoro, sono possibili, purché si sappia qual è l’obiettivo principale: aumentare il numero degli iscritti.

Questo è il modo in cui dobbiamo affrontare le questioni, poi noi siamo disposti a qualunque discussione e a trovare tutte le migliori soluzioni, purché, però, conveniamo su questo. Se, invece, seguiamo una differente gerarchia non siamo più d’accordo.

Siamo convinti che occorre sforzarci per trovare delle soluzioni possibili? Per evitare che queste rimangano solo delle belle parole? Noi ci impegniamo formalmente a costituire una commissione che definisca la soluzione tecnica a questi problemi e a far sì che i lavori di questa commissione si concludano molto prima dei congressi nazionali di categoria, in modo che ci sia un assetto almeno chiaro, di come intendiamo modificare le cose. Assumo questo impegno e do per scontato, che questo impegno verrà svolto e verrà praticato. Le soluzioni che devono essere individuate debbono portare ad una maggiore efficacia di risultati e non solo a dirimere i contrasti tra questa o quella altra categoria.

C’è anche un altro aspetto che è stato sollevato: i giovani. Mi accorgo che, per fortuna gli iscritti non li perdiamo, anche se ne dobbiamo fare a decine di migliaia di nuovi e sono tanti i giovani che partecipano. Ci dobbiamo porre il problema di integrare le nostre strutture e aprire l’organizzazione a quelli che stanno entrando, ai tanti giovani e alle donne. Quando noi abbiamo cominciato a fare sindacato, una generazione intera è entrata nelle strutture sindacali con forza. Questo non vale per i giovani di oggi, non c’è il ’68, non ci sono più i miti; chi entra in un’organizzazione si entusiasma, vuole lavorare, ma se trova la porta chiusa non la sfonda, se ne va. Ricordo all’inizio della mia militanza tra i metalmeccanici, le tante volte che abbiamo occupato le sedi della UILM. Facevamo delle cose che oggi sembrano fantascienza. I nuovi iscritti alla UILM se trovano la porta chiusa o se trovano uno che gli dice: “cosa vuoi?”, se ne vanno.

Seconda questione: il problema della presenza delle donne nelle strutture. Io rimango poco appassionato all’idea delle quote. Possiamo pure non mettere le quote, a patto che c’impegniamo a fare due cose, la prima, è che in tutti i corsi di formazione che si fanno e nelle assemblee congressuali dei sindacati provinciali di categoria, ci sia una presenza di delegati proporzionale alle iscritte. Basta che le invitate, che le fate partecipare e credo che le cose possano sostanzialmente cambiare. Ovviamente nella definizione delle strutture delle segreterie ci deve essere visibilmente la presenza delle donne.

Se veramente ci muoviamo in questa direzione, avremo gente che partecipa ai corsi di formazione, donne componenti delle segreterie e potremo dire di essere un’organizzazione in grado di risolvere le contraddizioni.

Se ci avviamo a questa campagna di congressi con la fantasia, l’intelligenza, la coerenza, la determinazione che nei momenti migliori ci caratterizza e sul livello di aggregazione, di organizzazione, di selezione dei gruppi dirigenti ci scrolliamo un po’ di pigrizia, noi faremo un congresso non rituale. Fra sei, sette mesi avremo un’organizzazione che avrà acquistato ulteriore spessore politico e visibilità, avremo allargato la nostra base e seminato per fare un’organizzazione più grande e più forte di quella che oggi abbiamo.

Roma 19/20 ottobre 2005

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