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INTERVENTI
Comitato Centrale UIL:
intervento di Luigi Angeletti,
Segretario Generale della UIL
La UIL è da
sempre un’organizzazione riformista nel senso pieno del termine.
Il riformismo non è una cultura politica che con il passare dei
decenni si è trasformata nel conservatorismo, il riformismo ha
vinto una sfida contro teorie politiche conservatrici ed anche
contro quelle affascinanti e rivoluzionarie del XX secolo,
perché ha dimostrato di essere in grado di cambiare le cose, non
di limitarsi a dire come e cosa bisognava cambiare, ma le ha
concretamente cambiate. Le persone hanno potuto constatare che
la costituzione di un’associazione di cooperative, di
un’organizzazione di lega sindacale, modificava concretamente la
vita degli individui, a differenza delle teorie più
rivoluzionarie che affermavano l’abbattimento del capitalismo e
la vittoria del socialismo, ma non avevano una ricaduta pratica.
La premessa è
per sottolineare il valore riformista della nostra
organizzazione; un’organizzazione formata da persone che
concretamente operano per cambiare le cose e si interrogano
sulle vere questioni del nostro periodo.
Quali sono i
punti nodali della nostra società? Quali rapporti intercorrono
tra i ceti, le classi sociali, gli interessi? Dove agire per
portare cambiamenti significativi sul piano sociale, economico e
politico?
A queste
domande occorre trovare delle risposte concrete o altrimenti si
resta all’interno di una discussione teorica sul riformismo.
Negli ultimi
dieci anni nel nostro Paese il reddito disponibile per il lavoro
dipendente è sceso di otto punti percentuali: 1.400 miliardi di
euro sono stati trasferiti a redditi non da lavoro dipendente.
Indubbiamente in forme diverse i soldi stabiliti per i
lavoratori dipendenti sono stati destinati ai redditi non da
lavoro dipendente Questa è la realtà. La categoria di cittadini
corrispondente a lavoratori dipendenti è aumentata dell’8%,
nello stesso periodo di tempo, per cui se, paradossalmente, gli
addetti non fossero aumentati ci sarebbe stata una diversa e più
grave divisione del reddito nazionale.
Questo è il
problema principale, tutti gli altri sono secondari. Nella
società attuale la politica deve garantire la distribuzione del
reddito, le condizioni di vita migliori. La battaglia politica
nelle società democratiche si fa su questo, tutto il resto è
marginale. Spesso chi fa politica dimentica questo piccolo
particolare, ma la gente non lo dimentica mai.
Nella
trasmissione “Porta a Porta”, di alcuni giorni fa, c’è stato un
interessante sondaggio che ha messo a confronto le aspettative
degli elettori nel 2001 e nel 2006, cioè quali erano le
questioni che gli elettori italiani ritenevano più importanti
nel 2001 e nel 2006. Si è rivelato che il problema principale,
che di gran lunga superava gli altri, era la politica economica.
L’economia aveva sbaragliato tutti gli altri temi, anche quelli
che ci agitano tanto, ma che per la coscienza delle persone
valgono il 2%. Due italiani su cento si preoccupano della
politica internazionale e dei problemi della pace o della
guerra, il 48% dell’elettorato di destra e di sinistra o senza
un’opinione precisa, dichiara che il problema economico è quello
che bisogna affrontare per primo, perché le persone sono
concrete e percepiscono perfettamente qual è il vero problema da
risolvere per migliorare le proprie condizioni di vita.
E’ questa la
questione prioritaria, poi si può parlare anche di altro, ma se
si parla di altro pensando che sia la cosa più importante, si
fa un errore capitale e si cade in contraddizione rispetto a ciò
ripetiamo. Si deve fare un congresso che dia l’idea fondamentale
e riconoscibile di che cosa sia la UIL, certamente non è l’idea
esaustiva, perché l’immagine della UIL è composta da molte
sfaccettature. Ma la cosa più importante in un’organizzazione,
che vuole affermarsi, è dare l’idea vincente: bisogna avere
questa capacità. Altrimenti il messaggio svanisce e si sfuma
così tanto da essere invisibile.
Alla gente non
interessa il fatto che noi ripetiamo che siamo il sindacato
della partecipazione o della concertazione. Noi qui sappiamo che
è una cosa importante, ma se non sappiamo declinarla in maniera
che milioni di persone la capiscano e la apprezzino, stiamo
perdendo tempo. Tutte queste sono cose di grande interesse, ma
si deve fare questa scelta, si deve saper sfruttare l’occasione
del congresso per realizzare un’operazione politica di questa
natura, che ci ponga sul serio e non a parole, non nei nostri
dibattiti, al centro della vicenda sociale e politica economica
del nostro Paese, visto che abbiamo le idee giuste. Ma per
quale motivo, se pensiamo che siano idee giuste non si ha pure
quel pizzico di intelligenza per capire come si organizzano,
come si propagandano, in che modo si possono concentrare i
nostri sforzi su quelle idee, per renderle sul serio vincenti e
renderci, così, artefici e protagonisti della vicenda ? Questo è
ciò che dobbiamo fare.
Il problema
della distribuzione del reddito è la questione principale,
perché senza risolvere questo problema la nostra società ha solo
davanti a sé il declino. La UIL deve riconiugare parole dette e
sulle quali trova molte difficoltà ad insistere, parole come
produttività, meritocrazia, senza le quali il nostro sistema
economico va a rotoli. Per coerenza dobbiamo essere coscienti
che oggi si pone il problema che quattro anni fa era sui
manifesti del congresso: “Il valore del lavoro”; questo è
esattamente il problema che ha una società come la nostra, che
hanno le società europee. Di ciò dobbiamo parlare ed essere
capaci di spiegare che cosa significhi per la UIL quello slogan,
come intendiamo tradurlo in azione, cosa intendiamo fare perché
si avvicini alla realtà, con tutte le difficoltà, ma questo è il
nostro dovere, perché le società occidentali stanno rischiando
di perdere il valore del lavoro, non solo del singolo, ma
dell’intero Paese.
Purtroppo,
spesso, i sindacati non trovano gli strumenti per far emergere
questo dato e non lo sanno, così, neanche gestire.
Il valore del
lavoro delle popolazioni dell’Europa occidentale è messo in
discussione, così com’è avvenuto in passato quando società come
la nostra si sono industrializzate ed hanno conquistato quote di
mercato, che prima appartenevano alle vecchie società
industrializzate. Stiamo rivivendo, in modo più rilevante, visto
gli elevati numeri, lo stesso identico fenomeno, quindi, per
noi il problema fondamentale è essere coerenti con ciò che
diciamo perché ci crediamo. Per salvaguardare il lavoro bisogna
valorizzarlo, bisogna che sia più professionalizzato, che sia
più produttivo, che produca quantità e qualità migliori in
termini di servizi, di beni. Per questo occorre investire
risorse nella formazione professionale, nella scuola, nella
ricerca e nell’università: se il problema è il valore del lavoro
questa è la soluzione.
Riflettiamo
perché ogni qualvolta organizziamo un ragionamento per renderlo
coerente, poi sovrapponiamo altre argomentazioni che sono
importanti, ma non vanno al cuore del problema. La UIL di fronte
alla tesi che bisogna ridurre le tasse sui capitali, perché i
capitali sono il motore dello sviluppo, ha contrapposto la tesi
e non per pura antitesi o per autolegittimazione, che, invece,
occorre ridurre le tasse sul lavoro, perché il lavoro è la
fonte della nostra ricchezza, del nostro sviluppo.
Questo è il
problema fondamentale e noi siamo veramente sciocchi quando
pensiamo che il problema delle tasse sia semplicemente o non far
ridurre le tasse ai ricchi per motivi di giustizia sociale o
difendere le tasse, perché temiamo che non ci siano abbastanza
soldi per pagare lo stato sociale. Non bisogna ridurre le tasse
ai ricchi, perché non sono loro quelli che muovono il mondo,
bisogna, invece, ridurre le tasse sul lavoro senza penalizzare
lo stato sociale, perché la redistribuzione della ricchezza e un
nuovo sistema sociale, un nuovo equilibrio dei carichi fiscale,
potrebbero essere sufficienti a garantire le due funzioni. Per
quale motivo dobbiamo avere tre o quattro milioni di persone,
nel nostro Paese, che si appropriano di tanta ricchezza solo
perché vivono in regime di monopolio, in quanto la concorrenza
in Italia si fa solo sui lavoratori. Inizialmente la
competizione si faceva per i lavoratori dell’industria che per
primi hanno imparato la parola flessibilità; se l’azienda era in
crisi per scongiurare la chiusura bisognava fare accordi per
lavorare, per fare i turni, per scambiare salario con
produttività, poi questo fenomeno si è esteso anche ai
lavoratori dei servizi.
Questo è il
problema che abbiamo di fronte, ecco perché quando noi
sosteniamo questa politica pensiamo di cogliere lo snodo
fondamentale del problema sociale, politico ed economico del
nostro Paese. La UIL è aperta a qualunque soluzione, purché vada
in questa direzione e ogni tanto dobbiamo ricordarci che noi
sindacalisti abbiamo un’idea di lotta politica molto diversa da
quella che hanno gli uomini politici, ovviamente e giustamente,
visto che ricopriamo un ruolo differente. Noi, come amo dire,
abbiamo un’idea della lotta politica frutto della cultura di
Walt Disney, che è stata la vera prima globalizzazione culturale
avvenuta nel mondo. Nella cultura disneyana sono i buoni quelli
che vincono sempre: la lotta politica nel mondo è fatta dallo
scontro tra buoni e cattivi e, secondo i miti americani, alla
fine vincono sempre i buoni. Noi abbiamo proprio incorporato
quest’idea. Invece, nella realtà, qualche volta vincono i buoni
sui cattivi, ma, spesso, vincono i forti sui deboli. Quando
coincide il forte con il buono, il problema non si pone, ma non
sempre è così. Non basta dire: abbiamo un’idea buona, e siccome
l’abbiamo va da sé che vince perché è buona. Questa è una
rappresentazione che non c’entra niente con la realtà.
Cari compagni
dobbiamo individuare buone idee e giuste soluzioni, ma bisogna
anche capire che ci sono scelte che rompono gli equilibri, che
li rimettono in discussione, che hanno il potere di scardinare
gli assetti reali, gli interessi che ci sono in questo Paese e
gli equilibri che si realizzano sulla distribuzione dei redditi.
Oggi, e per
molto tempo, la questione fiscale è e sarà al centro del
dibattito europeo, quindi abbiamo il dovere di avere delle idee,
ma non come dato culturale, perché nessuno è interessato a come
il sindacato farebbe una riforma fiscale. Se il sindacato mette
in campo il potere per rimettere in discussione le scelte fatte,
allora tutti si preoccupano, altrimenti non sono interessati. Lo
potremmo scrivere sulla Costituzione che ci deve essere la
concertazione, ma un Governo, - e questo ci ha messo del suo -
anche un Governo diverso da questo, al massimo ci fa qualche
sorriso, ci offre il caffè, ci ascolta tre volte invece di una,
ma non cambia nulla.
Noi abbiamo di
fronte questa realtà e perciò il problema della battaglia
fiscale è una questione decisiva. Qualcuno ha proposto di fare
un seminario perché bisogna avere su questo tema un’idea
complessiva. Anche se è stato già scritto qual è l’idea
complessiva , se ce n’è bisogno si può approfondire
ulteriormente.
Adriano, il
maggiore esperto di questioni fiscali che io conosca, ci ha
spiegato che il fiscal drag non si può restituire perché con
l’ultima riforma fiscale è scomparso lo strumento con cui si
restituisce il fiscal drag ai lavoratori dipendenti: le
deduzioni. Per quel che mi riguarda io vorrei l’abolizione delle
tasse per i lavoratori dipendenti, altro che restituzione del
fiscal drag. In ogni caso noi siamo per le detassazione degli
incrementi contrattuali.
Questo
significa sapere che cosa fare e come si fa la battaglia
politica in questo Paese. Di questo discuteremo nel prossimo
congresso e per gli anni successivi fino a quando un sistema
fiscale sarà più utile e più funzionale al progresso del nostro
Paese, allo sviluppo economico, e quindi, ai redditi dei
lavoratori dipendenti.
Voglio fare un
altro esempio: la riforma del sistema contrattuale, che come
sapete è l’altra questione sulla quale la UIL vorrebbe
intervenire. Per quelli che erano distratti, basta guardare il
sito della nostra Organizzazione, degli ultimi anni, e i
documenti, compresi quelli relativi all’ultima conferenza di
organizzazione. Noi abbiamo un’ottima idea di come bisogna fare
un nuovo modello contrattuale.
Perché non si
fa una riforma del sistema contrattuale? La Confindustria non ha
alcun interesse a farla, al suo interno ha degli interessi
contrapposti tra i propri associati.
Il sistema
contrattuale che noi abbiamo è stato ottimo e lo è in tutte le
fasi in cui l’inflazione è decrescente, perché è stato
congegnato per far disinflazionare l’economia.
Vi ricordate
l’esempio molto efficace dello stadio: se le prime file si
alzano per vedere meglio la partita, si alzano anche le altre,
così tutti vedono male e in piedi. Sarebbe sufficiente che tutti
decidessero di mettersi seduti per vedere meglio e stare più
comodi. Per la politica della concertazione e per quella dei
redditi vale la stessa cosa. In un’economia in cui l’inflazione
è stabile, quel sistema non funziona per principio, ma la
Confindustria ha, ovviamente, interesse a conservare un sistema
che per motivi di scuola non coprirà mai l’inflazione, sarà
sempre un po’ più bassa di quanto saranno i prezzi medi. Per
quale motivo deve cambiare una cosa di questo genere? Il massimo
risultato che si raggiunge dentro la Confindustria è di
dividerla; perché chi opera la doppia contrattazione: risparmia
un po’ di soldi sul contratto nazionale, per coloro che non la
fanno non ci sono sconti sul contratto nazionale tali da
compensare la contrattazione di secondo livello, quindi non sono
d’accordo, non lo sono mai stati. Nel 1998 si sono opposti ad
una proposta unitaria fatta con il Patto di Natale, ed è normale
che sia così.
Ma voi pensate
che li convinciamo in virtù della nostra bontà? Con delle
strizzatine d’occhio?
Non li
convinceremo se non prospettandogli un mondo peggiore. La CGIL
non lo fa perché è conservatrice. Quindi c’è un’alleanza
oggettiva, perché c’è una convergenza tra chi ha paura del nuovo
e chi sa che il nuovo potrebbe essere peggiore dello stato
attuale.
Questa cosa si
risolverà solo se noi faremo una politica contrattuale che parta
dal presupposto che quell’accordo non c’è più e che, quindi, gli
obiettivi delle rivendicazioni contrattuali sono la salvaguardia
del salario reale, nell’accezione precisa dell’aggettivo. Solo
quando le Parti si renderanno conto che è più conveniente fare
accordi, operare scelte, regolamentare il sistema, allora,
quando la convenienza sarà reciproca, state tranquilli che si
accingeranno a fare una vera discussione e a porre delle nuove
regole, che contemplino i nostri e i loro interessi. Questo è
esattamente il termine del problema: noi abbiamo interesse e
convenienza a stabilire le nuove regole, ma da bravi
sindacalisti dobbiamo creare le condizioni perché il desiderio
di nuove regole sia ugualmente distribuito tra noi e le nostre
controparti.
Il nostro
congresso deve dare l’idea di che tipo di sindacato sia la UIL,
e che tipo di società la UIL immagina e vuole costruire, ma
contemporaneamente deve inviare messaggi chiari sulle due o tre
questioni che consideriamo decisive, prioritarie rispetto a
tutte le altre che pur vogliamo e chiediamo.
L’altra
questione importante per i lavoratori è il problema delle
condizioni contrattuali o, per meglio dire, del livello
d’insicurezza e d’incertezza che si ha con tutti questi nuovi
sistemi d’assunzione. Noi dovremmo dire la semplice verità, non
essere generici e illustrare esattamente come stanno le cose,
quali siano le soluzioni possibili.
In Italia,
com’è noto, il problema principale è che ci sono milioni di
persone che vivono in uno stato di precarietà, in uno stato nel
quale la loro condizione è determinata in maniera unilaterale
dall’impresa che li ha assunti.
Con i
lavoratori co.co.co si era ripristinata la servitù della gleba
nel XXI secolo, per questo abbiamo fatto tutto quanto era
possibile per eliminare questa tipologia contrattuale. Adesso
però, come sempre succede, c’è un altro rischio, quelli che
erano i co.co.co si stanno tramutando in chi ha la partita IVA.
Quindi prima avevamo 2,5 milioni di co.co.co, adesso rischiamo
di contare milioni di lavoratori con partita IVA. Ci dobbiamo
porre il problema di trovare forme che limitino questo fenomeno,
non solo in termini generici, ma con atti legislativi, perché
vale sempre la regola: la moneta cattiva scaccia quella buona.
Giustamente ci
sono lavoratori a tempo indeterminato che sono preoccupati, ma
non perché sono stupidi, neanche per un generico senso di
solidarietà, ma perché capiscono che rischiano di poter
diventare anche loro, un giorno, precari. Questo è un problema
centrale e noi dobbiamo dare risposte razionali a questi
lavoratori.
Cosa è
possibile eliminare? La precarietà, cioè l’assenza di regole, le
forme di lavoro che non prevedono regole, se non nella buona
volontà dell’imprenditore, e il rapporto esclusivo
impresa-lavoratore. Queste cose devono essere contrastate,
partendo proprio da interventi legislativi atti a bloccarle. C’è
poi, il problema di milioni di persone assunte con contratti
flessibili, non precari, che hanno regole, retribuzione secondo
le tariffe contrattuali, con la tredicesima, le ferie, la
malattia, però hanno il problema che quel lavoro è a tempo
determinato e non sanno se quando gli scade il contratto gli
sarà rinnovato.
E’ possibile
eliminare questo tipo di flessibilità? Siccome io non credo sia
possibile che si possa eliminare, per evitarne l’abuso cosa
bisogna fare? Per evitare gli abusi occorre renderlo un po’ meno
conveniente. In Italia il fenomeno della flessibilità, che
esiste in tutti i Paesi del mondo, si è furbescamente – vista la
stupidità ideologica nell’affrontare il tema –usato per il
cambio di manodopera, perché costa di meno. Quindi noi dovremmo
fare una cosa che disse Franco Lotito tanto tempo fa, quando
stava nella segreteria confederale: bisogna far costare di più
il lavoro flessibile. Questo non riduce la flessibilità, ma
evita gli abusi. Si assume a contratto a termine non per
sostituire uno con un contratto a tempo indeterminato, ma perché
si ha effettivamente il lavoro per quel certo periodo e quel
lavoro bisogna pagarlo di più. Altra cosa fondamentale è
risolvere il problema principale che queste persone hanno quando
perdono il lavoro e devono aspettarne un altro. Noi dobbiamo
cambiare il sistema di protezione sociale e dobbiamo farlo sulle
loro esigenze.
Serve un
sistema di protezione. Dobbiamo garantire a questo lavoratore la
possibilità di andare a scuola, di partecipare a corsi di
formazione al passo con i tempi; gli dobbiamo dare i soldi
quando perde il lavoro, per garantirgli un minimo di reddito, in
attesa di trovare un nuovo lavoro. Dobbiamo immaginare di
pagargli anche i contributi previdenziali, perché adesso abbiamo
il sistema contributivo, quindi bisogna pagare i contributi sin
dall’inizio non negli ultimi dieci anni, e aiutarlo a risolvere
problemi importanti come quello di un mutuo per la casa
Questo
significa fare sul serio una politica riformista, cioè cambiare
lo stato delle cose. Per questo ci dobbiamo concentrare e
lavorare su due o tre proposte concrete e forti. Come
organizzazione sindacale dobbiamo offrire delle proposte sul
problema fiscale, sul problema del superamento della precarietà,
di come si dà sicurezza alle persone, di come si valorizzi il
lavoro. Noi allora avremmo corrisposto alle aspettative e ai
nostri doveri di organizzazione sindacale.
Sul congresso
voglio dire due o tre cose sugli aspetti organizzativi. Sono
state fatte delle proposte intelligenti. Credo che dovremmo
discutere e convenire su alcune questioni, poi vedremo come
risolverle tecnicamente e concretamente.
Noi concordiamo
sul fatto che il nostro obiettivo primario sia quello di
aumentare gli iscritti, quindi tutte le riforme, modifiche,
scelte organizzative devono andare verso questo obiettivo. A
parole è scontato, ma nei fatti, nelle singole scelte, non è
così.
Sono stati
sollevati due problemi. Il primo riguarda quell’area di
lavoratori che noi conosciamo solo leggendo le statistiche o
incontrandoli fisicamente nella nostra vita, ma che non
conosciamo nella nostra funzione di sindacato, perché non
abbiamo le strutture, né la modalità di organizzarli. Ci
dobbiamo porre il problema di intercettarli nella maniera più
efficace.
Ho notato una
certa contraddizione in due affermazioni del tipo: se in
un’azienda c’è un certo numero di lavoratori a partita IVA o a
lavoro interinale, che non sappiamo dove allocarli e li dobbiamo
sindacalizzare, ai nostri sindacalisti diamo l’indicazione
secondo cui il primo che li incontra li sindacalizza. Dobbiamo
stabilire con precisione che cosa c’entrano le pulizie con i
trasporti o altri casi del genere. Vorrei che prima di
cominciare questa discussione, convenissimo sul principio
fondamentale da seguire; tutte le scelte necessarie, i
chiarimenti, le divisioni del lavoro, sono possibili, purché si
sappia qual è l’obiettivo principale: aumentare il numero degli
iscritti.
Questo è il
modo in cui dobbiamo affrontare le questioni, poi noi siamo
disposti a qualunque discussione e a trovare tutte le migliori
soluzioni, purché, però, conveniamo su questo. Se, invece,
seguiamo una differente gerarchia non siamo più d’accordo.
Siamo convinti
che occorre sforzarci per trovare delle soluzioni possibili? Per
evitare che queste rimangano solo delle belle parole? Noi ci
impegniamo formalmente a costituire una commissione che
definisca la soluzione tecnica a questi problemi e a far sì che
i lavori di questa commissione si concludano molto prima dei
congressi nazionali di categoria, in modo che ci sia un assetto
almeno chiaro, di come intendiamo modificare le cose. Assumo
questo impegno e do per scontato, che questo impegno verrà
svolto e verrà praticato. Le soluzioni che devono essere
individuate debbono portare ad una maggiore efficacia di
risultati e non solo a dirimere i contrasti tra questa o quella
altra categoria.
C’è anche un
altro aspetto che è stato sollevato: i giovani. Mi accorgo che,
per fortuna gli iscritti non li perdiamo, anche se ne dobbiamo
fare a decine di migliaia di nuovi e sono tanti i giovani che
partecipano. Ci dobbiamo porre il problema di integrare le
nostre strutture e aprire l’organizzazione a quelli che stanno
entrando, ai tanti giovani e alle donne. Quando noi abbiamo
cominciato a fare sindacato, una generazione intera è entrata
nelle strutture sindacali con forza. Questo non vale per i
giovani di oggi, non c’è il ’68, non ci sono più i miti; chi
entra in un’organizzazione si entusiasma, vuole lavorare, ma se
trova la porta chiusa non la sfonda, se ne va. Ricordo
all’inizio della mia militanza tra i metalmeccanici, le tante
volte che abbiamo occupato le sedi della UILM. Facevamo delle
cose che oggi sembrano fantascienza. I nuovi iscritti alla UILM
se trovano la porta chiusa o se trovano uno che gli dice: “cosa
vuoi?”, se ne vanno.
Seconda
questione: il problema della presenza delle donne nelle
strutture. Io rimango poco appassionato all’idea delle quote.
Possiamo pure non mettere le quote, a patto che c’impegniamo a
fare due cose, la prima, è che in tutti i corsi di formazione
che si fanno e nelle assemblee congressuali dei sindacati
provinciali di categoria, ci sia una presenza di delegati
proporzionale alle iscritte. Basta che le invitate, che le fate
partecipare e credo che le cose possano sostanzialmente
cambiare. Ovviamente nella definizione delle strutture delle
segreterie ci deve essere visibilmente la presenza delle donne.
Se veramente ci
muoviamo in questa direzione, avremo gente che partecipa ai
corsi di formazione, donne componenti delle segreterie e potremo
dire di essere un’organizzazione in grado di risolvere le
contraddizioni.
Se ci avviamo a
questa campagna di congressi con la fantasia, l’intelligenza, la
coerenza, la determinazione che nei momenti migliori ci
caratterizza e sul livello di aggregazione, di organizzazione,
di selezione dei gruppi dirigenti ci scrolliamo un po’ di
pigrizia, noi faremo un congresso non rituale. Fra sei, sette
mesi avremo un’organizzazione che avrà acquistato ulteriore
spessore politico e visibilità, avremo allargato la nostra base
e seminato per fare un’organizzazione più grande e più forte di
quella che oggi abbiamo.
Roma 19/20 ottobre 2005
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