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INTERVISTE
Intervista a Luigi Angeletti,
Segretario Generale UIL
di Antonio Passaro, Lavoro
Italiano - Ottobre 2004
D. Angeletti, il prossimo
30 novembre i lavoratori scenderanno in piazza. Sarà uno sciopero generale
di quattro ore con manifestazioni territoriali. Una scelta apparsa
inevitabile, considerata “l’indisponibilità e insensibilità – così si
legge nel comunicato di Cgil, Cisl e Uil – del governo a misurarsi con le
posizioni espresse dal mondo del lavoro”. Uno sciopero però proclamato,
anche e forse soprattutto, “a sostegno delle proprie ragioni e proposte
alternative” esplicitate in un documento rivendicativo. Insomma uno
sciopero “per” piuttosto che uno sciopero “contro”?
R. E’ esattamente così. Noi non ci prefiggiamo, come ha fatto
intendere in una sua dichiarazione il Ministro del lavoro, l’obiettivo di
“bloccare” la finanziaria; noi vogliamo molto più semplicemente che essa
venga modificata. E vorremmo che lo fosse sulla base di indicazioni chiare
e precise, già esplicitate nel mese di settembre al tavolo di Palazzo
Chigi e, ora, messe nero su bianco in un documento che abbiamo varato lo
scorso 27 ottobre. Noi chiediamo che sia modificata la politica fiscale,
che sia ripristinata una politica dei redditi rinnovata per rafforzare il
potere di acquisto delle retribuzioni e delle pensioni, che sia sostenuto
lo sviluppo economico. Lo sciopero è stato proclamato a sostegno di queste
ragioni e non per dar vita ad una protesta generica.
D. Eppure c’è chi
sostiene che sia troppo presto per scendere in piazza, che sarebbe stato
opportuno attendere una definizione più dettagliata della manovra del
governo prima di far ricorso allo sciopero. Qual è la tua risposta?
R. Chi afferma ciò non tiene conto di due cose. Innanzitutto,
lo sciopero è stato proclamato con più di un mese di anticipo proprio per
dare tempo al governo di cambiare opinione e magari di recepire le nostre
proposte. Anche questo mi sembra un segno evidente della volontà
costruttiva che anima il Sindacato e del carattere di questo sciopero che
non è, come qualcuno ha cercato di sostenere, il frutto di una mera
preconcetta opposizione. In secondo luogo, ci si dimentica che attendiamo
da settimane di essere convocati dal Governo che aveva promesso
l’attivazione di alcuni tavoli su molti punti della legge finanziaria. Al
momento, invece, il dibattito è tutto interno alla maggioranza e del
confronto con le parti sociali non resta che una promessa non mantenuta:
sul fronte del dialogo ci stanno decisamente facendo rimpiangere il
ministro Tremonti!
Insomma, la politica economica non appartiene al mondo dell’immaginifico:
il Governo faccia una politica fiscale a favore dei lavoratori dipendenti
e dei pensionati, sottoscriva i contratti del pubblico impiego, incentivi
lo sviluppo e allora sì che potrà cominciare un nuovo corso.
D. Angeletti, scendiamo
un po’ sul merito delle posizioni del Sindacato: cominciamo dalla politica
fiscale. Hai sostenuto ripetutamente di non essere contrario alla
riduzione delle tasse ma che sarebbe sbagliato ridurle a tutti
indistintamente. Perché?
R. E’ molto semplice. Se avessimo a nostra disposizioni
risorse economiche particolarmente significative e ingenti, non avrei
alcuna difficoltà ad immaginare una riduzione della pressione fiscale
ampiamente diffusa. Ma purtroppo così non è, e i pochi soldi a
disposizione renderebbero inutile e inefficace una riduzione delle tasse
per tutti. Inoltre, se si riducesse l’Irap a tutte le imprese si farebbe
un pessimo servizio: la riduzione deve essere selettiva e solo a vantaggio
delle imprese virtuose che fanno investimenti in ricerca e innovazione e
che generano, dunque, occupazione e sviluppo. Non si può dimenticare,
peraltro, che molte imprese del settore della distribuzione, oltre a molti
professionisti e lavoratori autonomi, hanno ampiamente approfittato della
politica del laissez faire adottata dal governo in occasione
dell’introduzione dell’euro. Noi tutti siamo stati spettatori e vittime di
un’ondata di aumento dei prezzi, non giustificata da alcuna ragione
economica, che ha falcidiato i redditi dei lavoratori dipendenti e dei
pensionati. Il fisco non può far finta che tutto ciò non sia accaduto ed
ecco perché bisogna ridurre le tasse solo a questi cittadini che non sono
più in grado di accedere ai consumi.
D. Mi pare di capire che
non vi siano esclusivamente ragioni di equità a sostenere questa sorta di
politica fiscale selettiva. Meno tasse solo alle imprese che investono e
meno tasse solo a lavoratori dipendenti e pensionati mi sembra che sia una
scelta anche nella direzione dello sviluppo e della ripresa dell’economia?
R. Certo ed è proprio questo il senso della nostra seconda
rivendicazione. Se milioni di cittadini comprano di meno e consumano di
meno, non possono aiutare l’economia ad uscire da una fase stagnante. Il
nostro Paese vive una fase di scarsa crescita, l’economia cresce poco e si
creano perciò pochi posti di lavoro. Ecco perché occorre, da un lato, far
leva sugli effetti redistributivi di una politica fiscale intelligente e,
dall’altro, incentivare gli investimenti in ricerca e innovazione.
Contestualmente, occorre realizzare una politica di investimenti pubblici
in infrastrutture. Bisogna rilanciare lo sviluppo, insomma, e bisognerebbe
farlo senza avere l’incubo di rispettare il parametro europeo del 3%. Se
davvero vogliamo puntare sullo sviluppo, allora non deve sconvolgerci il
fatto che il deficit possa andare oltre quella famigerata percentuale.
Francia e Germania sono i paesi più ricchi di Europa e non hanno mai
rispettato questo parametro. Non dico che non dobbiamo tener conto di
questo obiettivo ma che potremo rispettarlo quando l’economia andrà meglio
e in Europa ci saranno due milioni di disoccupati in meno. Ora dobbiamo
pensare allo sviluppo.
D. La strada per lo
sviluppo, dunque, è quella degli investimenti in infrastrutture, ricerca e
innovazione, ovviamente con un ruolo forte del pubblico soprattutto sul
primo dei tre fattori. Ma l’economia cresce anche e forse con maggiore
immediatezza se si creano i presupposti per una redistribuzione del
reddito attivando la leva fiscale, da un lato, e quella contrattuale
dall’altro. E qui veniamo alla terza questione che va affrontata e
risolta. In che modo?
R. Innanzitutto, e molto semplicemente, è necessario che il
Governo rinnovi i contratti di lavoro per gli oltre tre milioni di
lavoratori del pubblico impiego che attendono da anni di veder soddisfatto
un tale diritto. Questo è un passaggio concreto e ineludibile. C’è poi un
ragionamento più complessivo che riguarda il sistema contrattuale e la
necessità di una sua rivisitazione.
D. Tocchiamo un tasto
dolente. Lo “strappo” della Cgil dello scorso 14 luglio non mi pare si sia
ancora del tutto rimarginato. Anche il secondo “tentativo” non ha sortito
effetto e l’incontro del 12 ottobre, pur programmato da tempo, non si è
proprio svolto per evitare un ulteriore scontato insuccesso. La
contrattazione è la vexata quaestio dei nuovi e contrastati rapporti
interconfederali. Cosa accade intorno a questo punto?
R. Lo scorso 12 ottobre noi
abbiamo preso atto delle verifiche e della decisione della Confindustria
che ha rinviato quell’incontro. Per quel che ci riguarda, la nostra
disponibilità al confronto è nota, così come è nota la priorità della
nostra agenda: vogliamo tutelare il reddito dei lavoratori dipendenti. Noi
insomma riteniamo che questo tipo di confronto sia necessario perché
vogliamo perseguire l’obiettivo di far crescere i salari dei lavoratori
cosa che, con l’attuale sistema contrattuale, non potrà accadere.
Nel 1992 e nel 1993 abbiamo accettato di dare vita ad un modello
efficacissimo per il risanamento del nostro Paese che prevedeva, tra
l’altro, una politica salariale rigorosa. Quel modello ha funzionato ma
ora quel mondo non c’è più: abbiamo altri obiettivi ed altre esigenze.
Peraltro, non c’è più nessuno che rispetti concretamente quelle regole.
Basti pensare che lo stesso governo ha espressamente respinto l’idea della
concertazione e non si capisce perché debbano essere solo i lavoratori a
restare ancorati a parametri inesistenti. Ora è il tempo di puntare sullo
sviluppo, ora è il tempo di far crescere i salari reali dei lavoratori.
D. Eppure non tutti, nel
Sindacato, sembrano cogliere questo cambiamento dei tempi. Si chiede che i
salari aumentino ma poi, di fatto, si evita di far leva sullo strumento
contrattuale, l’unico insieme alla politica fiscale in grado di
determinare un’efficace redistribuzione del reddito….
R. Purtroppo è così: ma non dobbiamo rassegnarci. Occorre
cambiare il sistema contrattuale perché altrimenti ci condanniamo ad
essere un Paese che cresce poco e in cui ci sono bassi salari. E per far
aumentare i salari, accanto ad un contratto nazionale consolidato, c’è
bisogno di una contrattazione di secondo livello esigibile, c’è bisogno
della garanzia che essa possa essere svolta in moltissimi posti di lavoro.
D.
Intanto, lo scorso 2 novembre, è stato firmato un documento per il Sud. Un
segno del disgelo lungo la difficile via del dialogo tra Cgil, Cisl Uil e
Confindustria. Un accordo su questioni concrete sottoscritto anche da
molte altre associazioni datoriali. Può essere l’inizio di una nuova fase
nelle relazioni sindacali?
R. E’ certamente un primo passo molto importante soprattutto
perché , nel merito, è stato fatto un buon lavoro. C’è la diffusa
consapevolezza che il Sud è una questione centrale per il Paese e, con
questo accordo, abbiamo indicato alcune priorità per far sì che,
finalmente, su questo tema, si possa passare dalle parole ai fatti.
Piuttosto che un lungo elenco di cose da fare, però, abbiamo realizzato
una selezione indicando proposte precise, soprattutto sul fronte delle
infrastrutture e di una politica fiscale che incentivi gli investimenti.
Abbiamo inviato il documento al Governo, oltre che alle Regioni e alle
istituzioni locali, con l’intento di avviare una discussione e un
confronto vero che consenta di mettere in atto un rilancio effettivo del
Mezzogiorno. La speranza è che tutto ciò non resti lettera morta e che il
Governo dia un segnale chiaro della volontà di confrontarsi con le parti
firmatarie del documento. Anche su questo fronte è ormai il momento delle
scelte.
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