| INTERVENTI
Intervento del Segretario
Generale della UIL, Luigi Angeletti
in occasione della manifestazione del 25 aprile a Milano
Sessanta anni
fa, il 25 aprile del 1945, aveva inizio il nostro futuro.
Un futuro a cui
noi tutti abbiamo dato e intendiamo dare continuità.
Sessanta anni
fa, il nostro Paese chiudeva una delle pagine più dolorose e
tristi della sua Storia.
Morte,
distruzione, divisioni avevano lacerato il suo tessuto sociale,
produttivo ed economico, avevano segnato le coscienze di milioni
di cittadini, avevano spezzato la vita di tanti.
Oggi celebriamo
quella data, con solennità, alla presenza del Capo dello Stato
ed essa assume, per noi, un valore del tutto particolare.
Come sempre,
rinnoviamo il ricordo di questa ricorrenza, con la profonda
convinzione che i valori che essa simboleggia sono senza tempo,
sono una categoria della civiltà, appartengono al patrimonio
collettivo della nazione.
Non
comprendiamo dunque le ragioni dei revisionismi che vorrebbero
sopire il fervore della memoria sotto le ceneri del disimpegno.
Vogliamo dirlo
con fermezza: il 25 aprile rappresenta la conquista della
libertà per tutti gli italiani.
Per questo non
si può confondere la politica con la Storia.
Il partigiano
“Iso” Aldo Aniasi, disse: “Noi resistenti possiamo abbandonare
risentimenti e rancori a patto che non si dimentichi la tragedia
che la nostra patria ha vissuto dal 1922 in poi”.
Ebbene tutti
noi diciamo con chiarezza: non vogliamo dimenticare.
Non dobbiamo
resuscitare gli odi, dobbiamo guardare al futuro e adoperarci
perché i valori di libertà, giustizia e democrazia, i valori
della Resistenza, restino saldi nella coscienza del nostro
popolo.
In ciò è
l’attualità del 25 aprile.
Tanto più che
troppe ancora sono le dittature che opprimono i popoli. Troppi
ancora sono i pericoli rappresentati dal terrorismo
internazionale che ha fatto della distruzione di quei valori la
propria bandiera, il proprio obiettivo di morte, così come un
tempo fece il nazismo.
Allo stesso
modo non bisogna dimenticare, nel nostro Paese, gli isolati
rigurgiti di marca brigatista.
Né si devono
sottovalutare i recenti episodi di violenza che fanno da sfondo
a manifestazioni sportive e in cui, talvolta, viene evocato un
passato che non si è conosciuto e di cui spesso si ignora il
senso.
In ciò è
l’attualità del 25 aprile.
Nella necessità
di educare i giovani al rispetto delle diversità, al confronto,
all’accoglienza, all’attenzione verso gli altri.
Questa
disposizione al dialogo è l’anticorpo più potente ed efficace da
immettere nel tessuto sociale per renderlo immune dal male della
violenza.
Solo così sarà
possibile contrastare, ovunque sia, riproposizioni di analoghe
esperienze che non vogliamo siano più rivissute da nessuno.
Sessanta anni
fa, il nostro Continente era un cumulo di macerie materiali e
morali, devastato da una guerra che ne aveva fatto il principale
teatro di un micidiale conflitto.
Oggi l’Unione
Europea, figlia anche della nostra Resistenza, ha il ruolo di
baluardo dei diritti, della libertà, della democrazia e della
pace.
Il Sindacato è
convinto di ciò.
Per credere
nell’Europa è indispensabile che i suoi abitanti se ne possano
sentire cittadini, partecipi e protagonisti del suo destino.
Non basta una
moneta unica.
Ci vuole un
progetto, un comune sentire che parta dal basso e che faccia del
lavoro il vero riferimento dell’azione politica.
Solo su queste
basi, il vecchio Continente è destinato a progredire e potrà
compiere la nuova missione che la Storia gli richiede.
Ed è urgente
questo processo se si pensa che quanto più l’Europa va avanti
lungo questa strada tanto più si allontana il passato di morte e
distruzione che essa ha conosciuto e che la Resistenza ha
combattuto.
In questo lungo
cammino, iniziato più di sessanta anni fa, il Sindacato e i
lavoratori hanno sempre avuto un ruolo decisivo e hanno
contribuito ad indirizzare la Storia nella direzione del
progresso e della democrazia.
Già nel marzo
del 1943, nelle imprese industriali del Nord, furono proclamati
scioperi contro la dittatura fascista colpevole di aver
trascinato l’Italia in una guerra che, di lì a poco, si sarebbe
trasformata nella cruenta e distruttrice occupazione nazista.
Quegli scioperi
costituirono un’importante testimonianza del valore e del ruolo
delle lotte dei lavoratori per l’affermazione dei diritti civili
e delle tutele sul lavoro.
In quel
drammatico contesto, quei lavoratori, rischiando la propria vita
e la propria libertà, compirono un vero e proprio atto di
eroismo.
E nella lotta
di liberazione che di lì a poco fece seguito, il Sindacato e i
lavoratori pagarono un altissimo tributo di sangue.
Dei nomi di
questi martiri sono vergate le pagine della nostra Storia.
Ne ricordiamo
uno per tutti: il sindacalista Bruno Buozzi, che fu esule, poi
prigioniero dei nazisti nelle carceri romane e, infine,
trucidato proprio nello stesso giorno in cui le forze alleate
entravano nella Capitale per liberarla.
Buozzi, in
quelle ore, stava disegnando il futuro del Sindacato e del mondo
del lavoro.
Si stava
preparando a consegnarci quel patrimonio di ideali e di proposte
del quale siamo onorati di essere eredi.
Tra movimento
sindacale e valori della Resistenza c’è dunque un rapporto
strettissimo.
Noi siamo
convinti -e la Storia ce ne dà ragione- che, per l’affermazione
della democrazia, libertà e giustizia sociale non possono né
debbono essere mai disgiunte.
Crescita
economica e sviluppo del Paese, libertà, giustizia sociale e
democrazia: tutto ciò è possibile purchè tutto ciò sia centrato
sul lavoro.
“L’Italia è una
Repubblica democratica fondata sul lavoro”: noi continuiamo a
crederci.
Quel principio
è l’essenza del nostro vivere ed è la ragione stessa del nostro
impegno sociale.
Noi crediamo
nel valore del lavoro.
Ci hanno
creduto i nostri padri.
Devono poterci
credere anche i nostri figli.
In quegli anni
terribili, l’umanità uccisa fu depredata della sua stessa
dignità.
Oggi quella
dignità si radica nel lavoro.
Promuoviamo il
lavoro se vogliamo affermare la dignità di ogni persona.
Promuoviamo il lavoro se vogliamo consolidare i valori del 25
aprile. Promuoviamo il lavoro se vogliamo costruire il futuro.
Milano, 25 aprile 2005
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