UIL: le politiche di responsabilirà sociale delle imprese
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La responsabilità
sociale delle imprese

responsabilita' sociale delle imprese

Seminario Nazionale DS

Sussidiarietà, welfare locale e terzo settore"

Intervento di Lamberto Santini, Segretario Confederale UIL

Roma, 26 febbraio 2004- Palazzo San Macuto 

Il primo problema da affrontare, la contraddizione di fondo che è all’origine dell’attuale impasse in cui versa lo sviluppo del welfare locale è purtroppo il dato che la parte del paese che ne ha fortemente voluto l’enunciazione legislativa, per le alterne vicende elettorali, non ha potuto influenzarne le prime delicate e fondamentali fasi attuative. Chi ne ha raccolto l’eredità e avrebbe dovuto provvedere, se non per convinzione, per responsabilità istituzionale e per rispetto dei diritti essenziali di cittadinanza, ha una concezione della risposta ai bisogni sociali che è assolutamente opposta a quella che è alla base della 328: non diritti ma beneficenza, non emancipazione ma assistenzialismo.

Il secondo problema è l’incompletezza della riforma istituzionale presa come alibi alternativamente da governo, regioni  ed enti locali per non fare o fare, con poche meritorie eccezioni, il meno possibile, trincerandosi dietro la data prefederalista della L. 328. Ma è bene ricordare che il lungo percorso di elaborazione della legge ha coinvolto in ogni momento come protagonisti tutti i soggetti interessati dalla imminente riforma istituzionale (poi consacrata dal referendum) nei ruoli previsti dalla stessa. Si giunge così al paradosso che quella che si blocca, in nome di divergenze federaliste, è forse la legge più federalista che allo stato attuale ha il nostro ordinamento.

Il terzo problema è la mancanza di interlocutori sia a livello nazionale che territoriale. Sappiamo come è finita, più di un anno fa, la presentazione del Libro bianco sul welfare e l’annunciata apertura di tavoli di confronto su temi condivisi e che il sindacato riteneva e continua a ritenere prioritari: i livelli essenziali di assistenza, il fondo per la non autosufficenza, il reddito di ultima istanza, una stima attendibile della spesa per servizi sociali già in atto. Una, due riunioni, poi il nulla salvo il ripetersi della puntata un anno dopo tale e quale.

Con le Regioni, come sindacato, abbiamo chiesto più volte ufficialmente l’apertura di sedi di confronto diretto e siamo ancora in attesa di risposta.

Meglio è andata con l’Anci che il confronto lo ha aperto ma che si è praticamente interrotto con le ferie 2003. E d’altra parte basta seguire la storia dei piani di zona laddove sono stati fatti, per vedere quanti siano stati il frutto della concertazione e cooperazione fra i soggetti istituzionali e fra questi e il terzo settore, le organizzazioni sindacali, le AUSL, le espressioni della cittadinanza attiva e dell’utenza: insomma la rete, la garanzia del patto tra componenti diverse della società che è il principio base della 328. Per quel che riguarda il sindacato, il coinvolgimento o non c’è stato o è stato solo formale.

Quarto problema: l’insufficienza, la riduzione, lo svuotamento sistematico del Fondo per le politiche sociali. E qui la responsabilità è tutta del governo. Evidentemente i servizi sociali non sono intesi come priorità. Il Fondo, dal momento della sua istituzione, doveva essere gradualmente aumentato negli anni: Ogni anno invece se ne tenta la riduzione: così l’anno scorso, poi rientrata per l’opposizione delle regioni, così quest’anno e la partita è ancora in corso. E per di più con gli accantonamenti vincolati dei Fondi speciali, quello antidroga, quello per gli asili nido, quelli per l’assegno a partire dal 2° figlio, tutti perfettamente corrispondenti alla scelta governativa di fare di volta in volta “del bene” alle categorie di cittadini in quel momento più redditizia dal punto di vista dell’immagine. Al centro dell’attenzione è la famiglia? Si inaugura l’assegno al 2° figlio e senza alcun criterio redistributivo (e dal 2° anno di vita del figlio in questione che si fa?). Si decide una campagna antidroga a tavolino fuori da ogni criterio esperienziale e rispolverando formule già provate e fallite solo per problemi di recupero di protagonismo all’interno della coalizione governativa. Il paese “si percepisce” impoverito? Il numero delle famiglie povere aumenta? Ecco subito il Reddito di ultima istanza, sopportato a mala pena come sostituto del Reddito minimo di inserimento, più volte eluso al tavolo delle trattative, rispolverato al momento giusto con la generosa concessione dello Stato “a finanziarlo al 50%, nonostante in questo settore si imponga una misura che non sia nazionale e che metta in pratica il principio di sussidiarietà” come dichiarano seraficamente alle agenzie di stampa il Ministro Maroni e la Sottosegretaria Sestini.

Ma il Reddito di ultima istanza è o non è un diritto di cittadinanza, è o non è un livello essenziale di assistenza? E in quanto tale è o non è un intervento che fa capo allo Stato, cui le Regioni possono compartecipare, ma soprattutto per migliorare la prestazione di base universalistica? Ma cosa differenzia questa misura contro la povertà da istituti assistenziali consolidati come la pensione sociale e l’assegno sociale erogati dallo Stato?

Quinto problema, il riordino dei profili delle professioni sociali come uno dei fondamentali decreti attuativi della 328 e come uno dei passaggi qualificanti nel riordino dei servizi sociali. Anche qui la latitanza del governo si somma agli effetti annuncio. Si dice che si lavora, si fanno audizioni secondo criteri discutibili o quantomeno parziali (il sindacato confederale ha dovuto chiedere di essere ascoltato perché evidentemente non considerato tra i fondamentali interlocutori) ma la proposta, se c’è, rimane un mistero. Intanto le regioni si organizzano in proprio: la Regione Campania con una delibera di giunta ha fatto una propria proposta, altre regioni stanno lavorando allo stesso scopo, il che è indubbiamente una prova di senso di responsabilità. Ma siamo sicuri che questa sia la strada migliore per mettere ordine nella miriade inverosimile di profili professionali , spesso non spendibili da regione a regione, creati in questi anni dalle Regioni con i soldi del Fondo sociale europeo? Oppure le Regioni dovrebbero esercitare una forte pressione sul governo e sul Parlamento perché in accordo con loro si arrivi ad una definizione di profili che garantisca l’eguaglianza delle prestazioni e la libera circolazione delle professioni a livello nazionale, oltrechè, particolare non trascurabile, un accordo sul finanziamento dei costi contrattuali che il riordino comporta.

Sul fronte dell’erogazione dei servizi, e qui vengo al ruolo, alle risorse e alle capacità di sviluppo del terzo settore, la nostra posizione è nota. Avremmo voluto, fin dall’inizio, che una logica di programmazione avesse definito i campi di intervento diretto degli enti locali e quelli delegati. Con la conseguenza che almeno fino ad ora le istituzioni si riservano quello che non trovano sul mercato sociale e non quello che un corretto rapporto costi/benefici e uno standard qualitativo individuato può orientare nella scelta. Abbiamo sempre sostenuto, fin dai tempi della legge istitutiva delle Onlus, che i benefici fiscali dovessero essere collegati al rispetto dei contratti e che questo fosse uno dei criteri alla base dell’accreditamento delle imprese che si convenzionano per l’erogazione dei servizi. Che ci fosse chiarezza sulle specificità all’interno dello stesso Terzo settore. Perché si legiferasse, e qui mi rivolgo al precedente governo, non secondo le spinte derivate dalle urgenze del momento, ma secondo il percorso più logico ai fini dell’obiettivo che è e rimane lo sviluppo di un Terzo settore forte e trasparente. E così non abbiamo condiviso interamente il Testo varato da un ramo del Parlamento sull’impresa sociale con un accordo trasversale tra governo e opposizione. Anche qui si vara un nuovo soggetto economico senza sentire le organizzazioni dei lavoratori, senza individuare uno spazio di rappresentanza accanto a quello delle imprese per i lavoratori e per gli utenti, senza vincolare al rispetto integrale dei contratti collettivi di settore. E’ su questi aspetti che alleanze possibili e doverose diventano difficili da sostenere. La motivazione a lavorare in una impresa sociale piuttosto che in un altro tipo di impresa è un valore che deve pagare solo il lavoratore rinunciando a una quota di salario o è quel qualcosa in più che concorre, assieme ad altre specificità, a caratterizzare come sociale un’impresa. Che cosa è sociale per gli utenti che non sia sociale anche per i lavoratori? E’ il carattere non profit o l’abbattimento del costo del lavoro a rendere sostenibile o meno il bilancio dell’impresa sociale?

 Per concludere, se le difficoltà sono tante da qualche parte bisognerà pur cominciare. Per primo, intanto chiarire chi vuole veramente, oggi, la riforma del welfare locale e chi ha abbandonato questa priorità. Secondo, definire per ogni protagonista il maggiore ostacolo all’esercizio delle proprie competenze e delle proprie responsabilità è lì concentrarsi. Terzo, chiarire, anche in via transitoria, il quadro della legislazione esclusiva e della legislazione concorrente in modo da superare lo spettacolo quotidiano dei veti e dei rimandi reciproci di responsabilità, di cui fa le spese sempre e soltanto il cittadino. E’ possibile mettere in piedi un’alleanza pura e semplice per i cittadini, fuori da ogni gioco di facile protagonismo, di scadenze elettorali, e in un rapporto di totale lealtà tra soggetti diversi per ruolo ma che pure la 328 “condanna” a trovare un’intesa e una condivisione di responsabilità? E’ possibile immaginarsi vertenze territoriali e nazionali in cui ognuno individui e si rifaccia sulla controparte reale e non su quella all’occasione più facile? Perché questa è al momento, io credo, l’unica possibilità per fare di una ipotesi una realtà, e per promuovere e garantire quello che è l’obiettivo primario delle politiche sociali: la maggiore coesione sociale.

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