La
responsabilità
sociale delle imprese |
responsabilita' sociale delle imprese
"Il sindacato e la
responsabilità sociale delle imprese"
Roma 30 Maggio 2002
Relazione di Lamberto Santini, Segretario confederale UIL
Il secolo che si appena concluso ha visto concretizzarsi un enorme
arricchimento del profilo materiale dei paesi dellUnione Europea. Il reddito medio
rivalutato di circa cinque volte rispetto ai primi del 900 ha permesso il raggiungimento
di uno standard di vita elevato che, unitamente allo sviluppo delle tecnologie, ha portato
la nostra società ad un alto grado di produttività creando opportunità e progresso.
Il XX° secolo ha inoltre visto mutare rapidamente il panorama economico attraverso la
globalizzazione dei mercati, che ha stravolto le delimitazioni spazio temporali alle quali
eravamo abituati.
Attraverso questo processo i confini, sia geografici che politici, hanno subito una
sfumatura nel loro naturale disegno lasciando spazio allavanzare di una economia che
non aveva più dipendenze dirette dalluno o dallaltro stato, una economia
senza confini e soprattutto senza società.
Questo passaggio di stadio però, se da una parte è sintomo di sviluppo e progresso, ha
evidenziato alcuni limiti importanti del nostro sistema economico, limiti ai quali è
necessario porre dei correttivi non prescindendo da alcune considerazioni a nostro parere
essenziali.
Dobbiamo infatti creare le condizioni necessarie affinché sempre più soggetti possiedano
gli strumenti indispensabili per sfruttare le opportunità economiche e non aumentino le
distanze e le disuguaglianze, affinché lesclusione e la povertà siano parole
sempre meno di attualità e leconomia avanzi nel pieno rispetto dellambiente,
"esportando" il benessere oltre i confini, operando una globalizzazione del
progresso economico e sociale.
Questo non deve essere un sogno a cui aspirare, ma una realtà alla quale puntare se non
si vuole compromettere il livello e lo standard di vita raggiunto. Uno "sviluppo
sostenibile" che per essere tale non può prescindere dal rispetto dei principi
delletica, della socialità e dellambiente. Per raggiungere ciò sono
necessarie politiche che riducano la distanza che si è venuta a creare tra economia ed
etica.
"Il buon funzionamento di una economia può dipendere dalla fiducia reciproca e
dallimpiego di norme e regole esplicite ed implicite" (Amartya Sen) laddove la
fiducia reciproca scaturisce da comportamenti corretti ed un codice di buon comportamento
negli affari risulta essere lossigeno delleconomia stessa.
"Leconomia a volte - come ci ha insegnato Adam Smith - ha bisogno di interessi
e profitti che spesso vanno a scapito di principi morali". Egli infatti sosteneva che
per far funzionare bene un sistema economico è necessario che ognuno persegua i propri
interessi. Come coniugare allora letica e leconomia?
E necessario un impegno da parte di tutte le componenti di una società, uno sforzo
comune che miri al raggiungimento dello scopo in armonia e con reciproca soddisfazione.
Limpresa, fulcro e motore del nostro sistema economico, deve definire la sua
"missione" operando in un clima di rispetto e fiducia reciproca avendo come
obiettivo quel "valore aggiunto" necessario alla realizzazione di quello
sviluppo sostenibile a cui miriamo.
Infatti essa ricopre un ruolo di grande responsabilità sociale che non può prescindere
dalla condivisione degli obiettivi con i propri stakeholders per raggiungere la
competitività necessaria al proprio successo.
A questi temi si ispira il Libro Verde, presentato dalla Commissione Europea nel corso del
2001 con lo scopo di:- promuovere un quadro
europeo per la responsabilità sociale delle imprese;
- sollecitare lacquisizione volontaria,
da parte delle imprese, delle preoccupazioni sociali ed ambientali sia nellambito
delle loro transazioni commerciali che nelle relazioni con le loro controparti;
- accrescere un dibattito su questo tema
incoraggiando lo sviluppo di prassi innovative e migliorando la trasparenza e
laffidabilità della valutazione delle varie iniziative già realizzate in Europa;
- creare le condizione per permettere lo
sviluppo di una nuova cultura: la cultura dellimpresa socialmente responsabile.
Possiamo senza dubbio affermare che questa cultura si va diffondendo rapidamente, entrando
sempre di più nelle logiche aziendali, nello spirito dei consumatori e nella coscienza
dei lavoratori. La coscienza etica sta divenendo un elemento di qualità di cui si deve
tenere conto nel processo vitale di unazienda.
Ma riteniamo che, affinché la responsabilità sociale sia un effettivo "valore
aggiunto" nelleconomia aziendale, è necessario che essa non venga ridotta ad
una mera operazione di facciata tesa solo a migliorare limmagine di una impresa
attraverso singole operazioni di marketing. Oltre allimmagine sono necessarie
politiche che concretizzino interessi comuni a tutti gli stakeholders e favoriscano una
ottimizzazione dei rapporti di gestione interni.
Condivisione dei temi espressi dalla Commissione Europea sulla responsabilità sociale
delle imprese è stata espressa anche dal nostro Governo che ha dedicato un apposito
paragrafo a questo argomento nel Libro Bianco sul Mercato del Lavoro. Il Governo auspica
lo sviluppo di questa cultura, sottolineando quanto sia necessario andare oltre i semplici
obblighi di carattere legale imposti dai precetti legislativi, investendo sempre di più
sulle risorse umane, puntando a valorizzare lempowerment dei collaboratori
attraverso la formazione permanente e i meccanismi di partecipazione ai profitti, avendo
come obettivo prioritario la realizzazione di risorse umane di qualità.
Il sindacato avverte la necessità di un proprio intervento, focalizzando tutti gli sforzi
affinché si definiscano regole attraverso la concreta ed attiva partecipazione dei
lavoratori al fine di raggiungere la "condivisione" della missione di un impresa
da parte dei suoi stakeholders primari, i lavoratori. E con questo spirito che
accogliamo con grande interesse linvito avanzato dal Libro Verde della Commissione
Europea. Siamo convinti che sia necessario andare oltre lobiettivo della
realizzazione delle risorse di qualità: la responsabilità sociale riveste un quadro
molto più ampio che deve puntare alla soddisfazione reciproca di tutti gli attori:
lambiente, i consumatori, i fornitori, gli azionisti e non ultimi i lavoratori
impegnati insieme per progettare un ruolo sociale ed economico della propria azienda.
Antica è lattenzione al rapporto fra etica ed economia. Il fenomeno delletica
degli affari è invece ben più recente. Nato in America negli anni 70 è oggi un grande
settore interdisciplinare che occupa studi ed insegnamenti. Che cosa si intende per etica
degli affari (business etichs)?
Saper valutare il comportamento di soggetti aziendali nello svolgimento delle loro normali
attività daffari e la sua ripercussione sul sistema politico economico, sui
soggetti collettivi e sui livelli individuali.
Le Università più famose degli Stati Uniti organizzano da tempo corsi di
specializzazione post laurea su questi temi diretti da esperti e docenti per studiare
tutte quelle questioni etiche che sorgono via via nel mondo degli affari, elaborando
risposte e teorie sempre più raffinate.
Sia chiaro che lobiettivo è non quello di formare persone più "buone" ma
piuttosto quello di migliorare lorganizzazione aziendale. Per esempio nel 1987 la
stessa Arthur Andersen & Co, oggi alla ribalta per la nota questione
Enron, ha
istituito un organismo formato di dirigenti, docenti ed esperti di etica degli affari,
allo scopo di elaborare un programma su questi argomenti, divulgato poi alle aziende, enti
ed organizzazioni no profit. Il costo di questa operazione è stato molto elevato e questo
fa capire quanto interesse ruoti intorno a questi temi, e come letica degli affari
possa essere vissuta da molteplici angolazioni e quanto possa essere delicata la fase
della sua istituzionalizzazione.
Pensiamo al mercato della finanza etica in continua espansione. Un mercato che vede gli
investimenti a carattere etico raggiungere una media del 16% negli Stati Uniti, del 7% in
Europa e del 2% nel territorio nazionale, dove però è in fase di interessante sviluppo
attraverso il lancio di nuovi prodotti di importanti gruppi bancari sul mercato nazionale.
Linteresse da parte degli investitori a questo mercato, rafforzato anche dalle
rovine dell11 settembre, è sostenuto anche dallandamento delle performance
degli indici etici. Uno studio condotto recentemente ha infatti individuato un legame fra
investimento etico e rendimenti superiori a quelli degli indici medi, premiando quelle
società che riducono i propri rischi operativi attenendosi a comportamenti socialmente
responsabili.
Ma la domanda che ci poniamo è se questa attenzione alletica negli affari sia una
reale consapevolezza del ruolo e delle responsabilità dellimpresa rispetto alla
sfera sociale, una volontà di coinvolgere effettivamente gli stakeholders in questo
processo o un puro atto di marketing, una strategia aziendale.
In parole povere: le aziende credono nella responsabilità sociale?
La diffusione dei codici etici nelle aziende statunitensi avvalora la consapevolezza di
quanto sia importante fornire delle linee guida ai propri dipendenti, migliorare la
propria immagine, aumentare il grado di conformità alle leggi ed elevare lo standard
professionale dei propri dirigenti. Ciò concorda con laffermazione che una cultura
aziendale ed unetica solide sono le chiavi strategiche per la fortuna di
unimpresa in unera altamente competitiva.
Un codice etico, per essere efficace, deve essere sostenuto da tutti i livelli
dellorganizzazione, anche dai più bassi, affinché ogni dipendente partecipi allo
sforzo dellelaborazione di un documento che abbia vigore e coinvolga tutta
lazienda, creando un reale valore aggiunto.
Ma è anche necessario instaurare relazioni permanenti con gli altri attori del processo
produttivo ed attuare un interscambio permanente fra conto economico finanziario ed
informazioni di natura ambientale e sociale.
Sempre più aziende, che hanno da tempo percepito il senso della propria responsabilità
sociale ed intrapreso politiche adeguate, sanno che la loro valutazione, espressa nel
bilancio economico finanziario, non è più sufficiente. Sono necessari qualificati ed
omogenei strumenti di comunicazione per evidenziare quel valore in più che un
impresa, che opera secondo criteri delletica degli affari, ha insito nel proprio
patrimonio.
La pratica del Bilancio Sociale si è diffusa quale strumento di rendicontazione
integrativo al bilancio desercizio al fine di valutare al meglio laspetto
sociale dellattività di unimpresa.
Ma per essere uno strumento valido, che punti a apportare un effettivo valore aggiunto
alla rendicontazione tradizionale, è necessario che lo stesso faccia emergere i nodi
relazionali e le difficoltà nella collaborazione e nello scambio tra impresa e
stakeholders.
Esso facilita, attraverso il coinvolgimento attivo di tutte le parti interessate, la
gestione complessiva delle ricchezze di unimpresa oltre a testare il clima sociale
in cui lazienda opera o ha interessi.
Dei lavoratori motivati e partecipi delle politiche aziendali rappresenteranno il primo
vero "valore aggiunto" oltre che attenuare rischi di conflitti interni. Così
come unazienda attenta alla partecipazione ed a una gestione democratica interna si
avvarrà della fidelizzazione dei propri dipendenti.
La costruzione di un Bilancio Sociale dunque rafforza la democrazia e la partecipazione,
essendo la "condivisione della missione dellimpresa nella società" il
fulcro di una rendicontazione sociale che sia un forte strumento di comunicazione sentito
e convincente.
Il Bilancio sociale nasce dal confronto e dai giudizi degli stakeholders, ed una
definizione dello sfondo etico e della missione di unimpresa saranno tanto più
forti e consapevoli quanto più avranno partecipato alla loro individuazione tutte le
parti che contribuiscono alla vita di un impresa, primi fra tutti coloro che
quotidianamente operano nel processo produttivo, i lavoratori. Sostiene Freeman nella sua
teoria a proposito del ruolo degli stakeholders: "da pura forza lavoro fattore della
produzione, i portatori dinteresse sono divenuti centrali per la gestione globale
dellimpresa".
Attualmente le imprese che redigono il bilancio sociale sono in Italia oltre 90 e questa
buona prassi è in continuo sviluppo. La metodologia utilizzata per la sua redazione si è
sviluppata ed il mondo della consulenza aziendale si è attrezzato per creare dei veri e
propri esperti di "etica". Sono nate nuove figure professionali: il
"certificatore etico" ad esempio. Un esperto che, sulla base di parametri
studiati e sperimentati, è in grado di valutare la "sincerità" di
unimpresa più o meno responsabile.
Noi riteniamo che la strada intrapresa sia giusta e da parte nostra non possiamo che
condividere i principi di responsabilità sociale auspicati del resto dalla stessa
Commissione Europea nel Libro Verde.
Mi si permetta a questo punto una breve digressione. Quanto sin qui si è detto e,
probabilmente si dirà in questa ed in altre sedi, è in buona parte frutto di
riflessioni, ricerche e studi effettuati in paesi dove il capitalismo è assai più
consolidato che nel nostro paese. Tali indagini, cui siamo certamente debitori, hanno
portato anche a risultati di estremo interesse, sia pratici che teorici, come il documento
Principles for business, presentato quasi nove anni fa dalla Caux Round
Table, in
cui vengono definiti i presupposti etici delle attività commerciali, partendo dal livello
locale fino a quello della competizione globale.
Vorrei allora che per un momento ci rifacessimo alla nostra cultura, al nostro pensiero,
alle nostre esperienze e ricordassimo, anche con una punta di orgoglio, che questi temi,
anche se con fini diversi ed in contesti diversi, sono già stati esaminati, discussi ed
approfonditi nellopera e nel pensiero di uomini, spesso dimenticati o quantomeno
sottovalutati, con il rischio di ridurre ad un dibattito arido e senzanima la
dialettica estremamente ricca e vitale fra diritto e dovere, utopia e realtà.
Fra coloro che posero al centro dei loro interessi tali questioni, vorrei citarne due, cui
molto deve la società e, per quanto mi concerne, il sindacato in modo particolare,
Giuseppe Mazzini e Adriano Olivetti.
Gli scritti di entrambi, pur nella loro profonda differenza, sono pervasi da quel
meraviglioso dono che è proprio degli uomini eccezionali, lingenuo segno
dellutopia; entrambi credevano in quello che dicevano e facevano, entrambi vedevano
allorizzonte un sogno straordinario, unItalia profondamente rinnovata, non
solo politicamente, ma anche economicamente e moralmente. E per entrambi il discorso
morale non poteva prescindere da quello economico, né lazione economica sottrarsi
agli imperativi delletica.
Lo sosteneva Mazzini, quando nella sua accorata difesa degli operai coraggiosamente
sottolineava linsufficienza di unazione tesa solo allaffermazione del
proprio diritto e richiamava con fermezza al rispetto dei propri doveri, ponendo così le
basi di unetica fondata su una duplice radice; lo diceva Adriano Olivetti allorché
affermava il valore economico dellintegrità morale e sosteneva che "una
società che non crede nei valori morali non crede nemmeno nel proprio avvenire e non
potrà mai avviarsi verso una meta comune e affogherà in una vita limitata, meschina e
corrotta".
Forse prima di entrare nel vivo del dibattito, prima di affrontare il nodo del rapporto
fra etica e business, prima di discutere della responsabilità sociale delle imprese e dei
metodi per verificarla e quantificarla, bisognerebbe per un attimo riascoltare quelle voci
e quegli insegnamenti che ci ricordano, e ce nè bisogno, che la morale poggia su
due pilastri, lassunzione delle responsabilità e la difesa dei diritti.
La loro sintesi è la condizione per lavvio di uno sviluppo che sia economico e
civile ad un tempo ed è soprattutto il fondamento stesso della democrazia e della
libertà, in politica come in economia. Ci sono momenti in cui può e deve prevalere il
diritto nella vita di ogni soggetto singolo o collettivo, e questo legittima le lotte
attuali del sindacato a sostegno dellarticolo 18; ve ne sono altri in cui deve
prevalere il senso della responsabilità, ed i sacrifici che lavoratori e cittadini hanno
compiuto per permettere allItalia di uscire dalla crisi dei primi anni 90
certificano questa consapevolezza. Ma la vera democrazia e la vera libertà stanno nella
convivenza continua dei due principi e nella capacità della società civile di
rispettarli. E questo vale per gli uomini come per le imprese, per il sindacato come per
il governo; in questo senso non posso che plaudire al progetto europeo sulla
responsabilità sociale delle imprese, sui tentativi, più o meno brillanti, di introdurre
nella prassi aziendale, codici etici e bilanci sociali, ma al tempo stesso non posso non
avvertirne i limiti e ricordare che, sempre a mio avviso, si tratta di un punto di
partenza e non di un punto di arrivo.
Il punto di arrivo è certo unutopia; è la creazione di un mondo in cui le imprese,
nel perseguimento del profitto, che è loro diritto primario, in quanto ne giustifica la
stessa esistenza, agiscano in modo socialmente utile e moralmente responsabile,
contribuendo a generare sviluppo e progresso, nella consapevolezza che il profitto non
garantisce di per sé la qualità della vita, ma molte volte si realizza distruggendo
ricchezza e generando povertà nel medio e lungo periodo. Come lo testimonia
lattuale situazione mondiale. Ma se è degli uomini eccezionali il dono ed il
diritto di concepire lutopia, è un dovere degli uomini normali pretendere di
tradurla nella realtà. Codici etici e bilanci sociali vanno nella direzione giusta, ma
devono essere considerati come un primo passo verso la realizzazione di un sistema in cui
lazione imprenditoriale divenga strumento di sviluppo economico e di progresso
civile della società. Vi sono nomi illustri del settore bancario oggi presenti e mi
rivolgo in particolare a loro, poiché se per tutte le imprese e per tutti gli
imprenditori vale il richiamo a comportamenti etici nellespletamento della loro
funzione di produzione, questo è tanto più vero per le banche per il ruolo centralissimo
che ha il credito nellinfluenzare, se non nel determinare, il progresso o il
regresso della società economica e civile.
Ed è con una visione di obiettivi alti che vi proponiamo,come passo ulteriore per il loro
raggiungimento, un percorso che vede coinvolti nella definizione di un modello
partecipativo tutti gli "stakeholders".
Il Sindacato infatti svolge la sua funzione di interlocutore sociale a diversi livelli:
in azienda;
nei settori produttivi;
sul territorio;
nei rapporti con il governo.
Per ognuno di questi livelli, abbiamo individuato delle proposte operative, collegate ad
un nuovo progetto condiviso di responsabilità sociale.
La prima proposta riguarda la individuazione di parametri di riferimento per quello che
attiene il rapporto imprese-lavoratori.
I "benchmark sociali", da definire tra le parti nazionali, sono strumenti di
riferimento a nostro giudizio utili, per avere un quadro omogeneo e confrontabile.
Il progetto di benchmark sociale è volto a verificare lo stato delle relazioni
industriali , il clima aziendale, il rispetto dei diritti collettivi ed individuali, la
definizione di obiettivi cui far tendere il dialogo sociale nelle aziende.
Che cosè il benchmark sociale in sostanza ?
Potremmo definirlo un insieme di atti e comportamenti che le aziende sono tenute a
rispettare, che riguardano il diritto alla dignità della persona, allintegrità
fisica e morale, alle pari opportunità formative e professionali, a pratiche positive che
scoraggino discriminazioni e azioni di pressione psicologica, ed inducano a trattamenti
economici equi e trasparenti.
Per quanto riguarda i diritti collettivi, il riconoscimento del ruolo rappresentativo del
sindacato, il rispetto sostanziale e non solo formale dei diritti legali e contrattuali di
informazione, di consultazione e di negoziazione, comportamenti che non discriminino gli
aderenti e gli attivisti del sindacato.
La storia e la cultura sindacale ha prodotto diverse discipline e relazioni industriali
nellambito dei Paesi membri dellUE, il benchmark sociale tra i suoi scopi pone
quello di armonizzare le varie culture, fissando degli obiettivi comuni che dovranno
costituire il riferimento unitario dellazione delle Parti nazionali.
Il progetto, definito nelle sue linee, sarà presentato e discusso con i rappresentanti
delle Istituzioni Europee.
Il benchmark sociale può diventare uno strumento utile per accrescere la qualità del
dialogo sociale, proponendo obiettivi concreti da realizzare nelle aziende e nei settori
che sono più carenti nella consapevolezza dei diritti individuali e collettivi.
La qualità del clima aziendale, del vissuto quotidiano, stanno diventando sempre più
importanti per le lavoratrici e per i lavoratori. Le nuove priorità, i nuovi diritti
stanno emergendo con forza nel dibattito sindacale.
Il progetto del benchmark sociale, evidenziando anche questi aspetti, si propone in
definitiva di migliorare la qualità della vita nel mondo del lavoro.
Sia ben chiaro che il benchmark sociale non è, né deve essere, soltanto un indice
numerico, poiché non si può ridurre a numero la molteplice ed eterogenea realtà dei
fatti; non è il frutto di quel furore misuratorio che inquina tanta parte della scienza
economica odierna, al punto di provocare la nascita di movimenti, come quello francese dei
giovani economisti postautistici, che si batte contro lattenzione ossessiva per i
numeri, tipica di chi predilige la teoria alla realtà.
La seconda proposta riguarda la costituzione di "focus group", composti da
rappresentanze degli stakeholders che condividano la missione sociale dimpresa.
Il coinvolgimento ad oggi appare del tutto insufficiente per considerare soddisfacente il
modello che si va affermando nella redazione dei bilanci sociali e nelladozione dei
codici etici.
Linclusione di tutti i soggetti portatori di interessi nella definizione della
missione sociale è, a nostro giudizio, indispensabile.
Va stipulato un nuovo contratto sociale tra impresa e stakeholders, con lassunzione
di impegni e responsabilità da parte di tutti i contraenti.
Per caratterizzare in modo permanente la vocazione sociale dellimpresa, tale scelta
dovrebbe essere formalizzata nella sede istituzionale più alta del governo
dellazienda: lassemblea degli azionisti.
Il nostro ragionamento parte dalla constatazione che fino ad oggi, salvo in alcune realtà
del mondo cooperativo, la compagine sociale non assume direttamente il tema della
responsabilità come un obiettivo strategico, ma esso si sviluppa per impulso di alcuni
manager che comprendono il valore aggiunto della reputazione per conseguire il
miglioramento del risultato aziendale.
Seguendo i più accreditati schemi che pongono come condizione laffidabilità, la
comparabilità e la verificabilità dei dati rilevati, i focus group dovrebbero:
condividere e progettare i valori sociali etici ed ambientali e le azioni che tendono a
valorizzare il rispetto di tali valori;
rilevare tutte le informazioni necessarie per sviluppare azioni di miglioramento per
raggiungere gli obiettivi;
affidarne la valutazione ad un soggetto indipendente, che accerti la conformità dei
processi con le norme di riferimento;
partecipare alla redazione del documento finale da sottoporre al giudizio pubblico;
essere informati sulle metodologie utilizzate dalla gestione aziendale per orientare la
struttura verso gli obiettivi sociali etici ed ambientali condivisi;
collaborare nella identificazione di nuovi obiettivi di miglioramento.
Questi i contenuti di un nuovo contratto sociale da definire con tutti i soggetti
interessati e coinvolti nellazione dellimpresa.
Per quanto riguarda la terza proposta, che vede coinvolto il livello territoriale del
sindacato,riteniamo che sia necessario preliminarmente inquadrare le nuove responsabilità
derivanti dalle modifiche istituzionali e costituzionali.
Il processo di decentramento, attraverso ladozione di politiche di sussidiarietà in
molti campi, interessa da vicino il mondo del lavoro.
La competenza territoriale sul mercato del lavoro, sulla formazione permanente, cambierà
in profondità la realtà socio-economica del Paese.
Ed è dalla responsabilità sociale dellimpresa, dal suo rapporto con i territori di
riferimento, dalla sua capacità di dare risposte positive alle crescenti sensibilità che
noi partiamo per affrontare in prima istanza tre questioni di grandissimo rilievo che,
allo stato, non appaiono ancora efficacemente affrontate.
La prima riguarda il tema della sicurezza sul lavoro. Anche se le statistiche ci dicono
che il numero degli incidenti - circa 1 milione allanno - e dei morti, circa 1400
allanno è stabilizzato e percentualmente in lieve decremento, siamo convinti che si
debba e si possa fare molto di più. 4 morti al giorno per cause di lavoro pesano sulla
coscienza di tutti noi. E un tributo che non vogliamo più pagare. Il sindacato sul
territorio è già attivamente impegnato, ma non basta a fronteggiare questa emergenza che
ormai ha toccato una sorta di zoccolo duro che deve essere necessariamente abbattuto.
Richiamiamo tutti in questa sede, nella sede in cui si avvia un dibattito sulla
responsabilità sociale delle imprese, a considerare prioritaria la lotta alle morti
bianche, ai troppi incidenti, magari il primo giorno di lavoro, ( le statistiche ci dicono
che il primo giorno di lavoro è quello in cui si verifica un numero enorme di incidenti,
forse perché nei giorni o nei mesi precedenti ci si è dimenticati di iscrivere i
lavoratori allInail, spesso lavoratori extra-comunitari).
Il modello di concertazione territoriale allargata cui pensiamo ha proprio queste
caratteristiche innovative. Non più uno stanco rituale di incontri, ma un modello di
democrazia economica diffusa, aperta ad altri attori sociali interessati, oltre a quelli
naturali quali il Sindacato e le associazioni datoriali, che definisca obiettivi concreti
da realizzare e strumenti idonei per il loro raggiungimento.
La definiremmo una corresponsabilità sociale attiva, con la partecipazione ed il sostegno
delle autonomie locali e dei governi regionali.
Un secondo tema che proponiamo sia devoluto al livello territoriale, riguarda
lemersione delleconomia cosiddetta sommersa, ma che come alcuni studiosi fanno
osservare, sarebbe più proprio definire economia informale.
Anche su questo tema è necessaria unazione condivisa di tutti i soggetti
interessati.
Ci riferiamo alle associazioni datoriali, alle comunità locali, agli altri stakeholders
sul territorio che hanno un interesse ed un obiettivo comune di far progredire socialmente
la comunità. Rientra certo nella responsabilità sociale dellimpresa la verifica
del rispetto da parte dei fornitori, dei subappaltanti, di tutte le normative legali e
contrattuali.
Il nostro punto di vista è che questo fenomeno che, secondo alcune recenti statistiche
vede interessare circa il 27% del P.I.L. italiano, ( il peggior rapporto tra i Paesi
industrializzati e in Europa secondi solo dopo il 30 % accreditato alla Grecia ) non possa
essere affrontato con politiche centralizzate di tipo premiale. I risultati dei recenti
provvedimenti in materia, che vista lirrisoria adesione, (430 lavoratori emersi a
fine marzo 2002),hanno subito ben quattro proroghe dal novembre 2001, al febbraio 2002, al
giugno 2002 e ora al novembre 2002, dimostrano la necessità di un profondo mutamento di
rotta.
Noi pensiamo che le competenze debbano essere decentrate e che il sistema delle imprese
debba cooperare sul territorio per trovare le opzioni più adeguate per ridurre
significativamente larea delleconomia informale.
Un altro campo su cui sviluppare azioni concertate sul territorio tra i diversi soggetti
è costituito dallarea del disagio sociale che patisce forti forme di esclusione e
di marginalizzazione. Pensiamo a quelle categorie sociali individuate dallUnione
Europea come soggetti deboli che necessitano di politiche di sostegno per la loro
integrazione nei processi produttivi. Liniziativa comunitaria "equal" ha
focalizzato queste categorie sociali proponendo azioni specifiche per rimuovere o almeno
attenuare le oggettive discriminazioni.
Una relazione positiva con il territorio dovrebbe portare ad individuare azioni ad hoc per
favorire lintegrazione di questi soggetti socialmente deboli, con politiche
pro-attive e la definizione di programmi formativi, di inserimento.
Infine per quanto riguarda il livello di interlocuzione confederale nazionale, le Parti
sociali, le associazioni ambientaliste, quelle dei consumatori, le organizzazioni del no
profit dovrebbero condividere obiettivi di sistema.
Ci riferiamo ai grandi temi della sostenibilità e della compatibilità sociale, ad un
modello di sviluppo orientato ad allargare la coesione interna ed europea, alla
realizzazione di una proposta che possa trovare accoglimento, nellambito dei lavori
della convenzione europea, sul riconoscimento e sul valore del modello sociale europeo.
Il contributo originale che può essere offerto dallesperienza italiana degli ultimi
anni, può arricchire il dibattito e prospettare soluzioni di metodo utili per consolidare
processi di integrazione ancora fortemente carenti.
Al Governo chiediamo lattuazione della legge delega n. 366 del 3 ottobre 2001,
relativa alla riforma del diritto societario. In particolare larticolo 4, comma 8d,
prevede listituzione di un modello duale di governo delle imprese.
Riteniamo che la partecipazione dei lavoratori prevista nel modello duale, sia la
soluzione più idonea per realizzare in Italia un sistema di partecipazione, distinguendo
le responsabilità di gestione da quelle di indirizzo e di controllo degli obiettivi
assegnati.
Al termine della relazione riaffermiamo la richiesta di attuazione dellarticolo 46
della Carta Costituzionale, che riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare alla
gestione dellimpresa, ricordando che per la UIL, il sindacato dei cittadini, questa
è non utopia irraggiungibile, ma obiettivo preciso ed ineludibile.
Affrontando oggi il tema della responsabilità sociale dellimpresa non possiamo né
vogliamo eludere questo argomento.
Siamo convinti che il tema della partecipazione dei lavoratori in Italia abbia subito
delle pregiudiziali ideologiche contrapposte, che vanno al più presto superate.
Riteniamo che dal dibattito aperto dal libro verde sulla responsabilità sociale
dellimpresa, possano scaturire delle importanti novità nellambito delle
relazioni industriali.
Abbiamo la certezza infine che lespandersi del dibattito su questi temi e la
realizzazione dei conseguenti obiettivi siano positivi non solo per i lavoratori, per le
imprese, ma soprattutto per la crescita del nostro Paese.
Lamberto Santini
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