di Lamberto Santini, Segretario Confederale UIL
Se è vero che i media veicolano le attualità intuendo e perseguendo le notizie che faranno breccia sui lettori, è evidente che il tema della responsabilità sociale delle imprese continua ad affascinare l’opinione pubblica. Il boom dell’etica prosegue, cresce e si diffonde la sensibilità dei consumatori sui temi del sociale e le nostre imprese colgono al volo questa tendenza.
Le pagine dei giornali pubblicano articoli, il marketing e la pubblicità traggono dall’impegno nel sociale, dal rispetto dell’ambiente, da una immagine rivisitata di una azienda cosciente del proprio ruolo nella società lo spunto per campagne segnate da messaggi profondamente diversi da quelli cui eravamo abituati nel passato: consumo si, ma responsabile, dunque.
Questa piccola rivoluzione responsabile si è sviluppata rapidamente, ha trovato il terreno fertile e, con il supporto e con il contributo di economisti, filosofi, esperti di marketing e accademici cultori del tema, è approdata sino alle istituzioni.
Sono passati più di tre anni da quando sentimmo forte l’esigenza di approfondire, come UIL, il dibattito su questi temi. L’occasione fu il Libro Verde della Commissione Europea, che aprì ufficialmente in Europa il dibattito sulla responsabilità sociale dell’impresa. Lo facemmo senza rete, primi fra tutte le organizzazioni sindacali, aprendo, allora, una porta di una “casa” che, pur ospitando temi che storicamente fanno parte del nostro DNA, non aveva mai aperto il proprio uscio al sindacato.
Fu un ingresso segnato da una gran voglia di entrare nel vivo processo e di proporre la “nostra” visione di responsabilità sociale.
In quella occasione, parlo del nostro convegno del maggio 2002, al quale parteciparono nomi tra più rappresentativi tra coloro che hanno contribuito a costruire nel nostro Paese il tessuto della RSI, noi avanzammo una analisi che denunciava opportunità e insidie nelle politiche di responsabilità sociale. Lo facemmo forse più supportati dall’intuizione che dalla esperienza ed avanzammo delle proposte concrete. Allora noi denunciammo l’evidente legame che corre tra la RSI e le politiche di Democrazia Economica, che ne sono la parte integrante più significativa e fondamenta del “coinvolgimento”, segnalammo come il passaggio alla RSI di una azienda non può che partire dalla difesa dei Diritti e dalla partecipazione dei lavoratori.
Che cosa è cambiato in questi due anni? Come sono maturati i tempi della RSI? Sono state coerenti le nostre intuizioni? Cosa ha fatto e che cosa può fare il sindacato? La RSI è ancora una opportunità?
Per dare una risposta a queste domande è opportuno fare una attenta riflessione sui vari livelli di evoluzione della RSI.
Dal Libro Verde e dalla discussione emersa dal Multistakeholders Forum europeo che cosa emerge oggi chiaro? Emergono molte teorie, molte best practices, alcuni punti di vista condivisi fra gli stakeholders e molti altri ancora lontani da una sintesi comune. Lo sforzo fatto dalla Commissione Europea nell’intento di favorire il dialogo e la diffusione della filosofia della responsabilità sociale sembra essere arrivato oggi ad una fase di riflessione in cui i portatori di interesse (stakeholders), dopo aver manifestato intorno ad un tavolo le proprie aspettative, dichiarano posizioni non sempre conciliabili.
Il pronunciamento che ci si aspetta dalla Commissione dovrà cercare di mettere insieme più facce della stessa medaglia, un compito certamente non facile. Il sindacato Europeo ha trovato una sintesi che si concretizza nella necessità di mettere ordine nel campo della RSI e nel definire un quadro di riferimento di regole certe cui attenersi, dopo aver scelto, volontariamente, di diventare una impresa responsabile. L’UNICE ,la Confindustria europea, da parte sua, insiste sul carattere volontaristico ed autovalutativo delle iniziative. Difficile trovare la via di mezzo.
Il nostro parere è che la Commissione Europea dovrebbe innanzi tutto delineare un quadro che oltrepassi il Libro Verde e che fornisca una immagine più “europea” della CSR, ispirandosi più concretamente alla strategia di Lisbona, evidenziando le differenze con le radici più anglosassoni della materia.
L’esigenza di una economia più sostenibile che tenga conto a tutti i livelli dell’impatto sociale sta diventando una aspettativa acquisita per una gran parte della popolazione mondiale. C’è qualcosa che si deve modificare nel nostro sistema economico per rendere meno pesante il costo “umano” del nostro benessere. Jeremy Rifkin lo chiama “il sogno europeo”, forse con troppa enfasi, ma indubbiamente le politiche europee possono rappresentare una alternativa, un orizzonte che tutti dobbiamo cercare di costruire insieme e che 45 milioni di americani, senza diritti, stanno aspettando.
Quali sono stati gli sviluppi in Italia? Grande è stato l’interesse riservato nel nostro paese ai temi della RSI. Iniziative, convegni, premi, corsi di formazione sono proliferati. Sono nate associazioni che si sono accreditate nel tempo. Anche il nostro Ministro del Welfare si è inserito nel percorso ponendo il tema della RSI fra i cinque punti in discussione durate il semestre di presidenza italiana ed organizzando, nel novembre 2003, una imponente conferenza internazionale a Venezia Ma qual è il bilancio di questi due anni? Quale la sintesi?
Il nostro punto di vista è che ogni iniziativa sia nata “pro domo sua”. La maggior parte di esse sono state promosse dalle imprese o dalle loro categorie con il risultato di evidenziare solo alcune opportunità offerte dalla RSI. Il Ministro ha messo a punto un progetto nella recondita speranza di trovare risorse per il welfare su questo fronte. Lo ha fatto presentando un programma elaborato in “provetta”, escludendo qualsiasi confronto con gli stakeholder.
Dopo l’accoglienza freddina da parte degli altri paesi europei, e le molte contestazioni a livello nazionale da parte di vari portatori d’interesse e, soprattutto, dalle imprese stesse, il progetto è stato più volte rimaneggiato con camaleontica abilità nascondendo e ripresentando di volta in volta le sue finalità iniziali.
E’ stata accolta la proposta della UIL di costituire un Forum Multistakeholder italiano sull’esempio di quello europeo che però, a nostro avviso, continua a presentare un carattere troppo amicale e che, di conseguenza, arranca nella gestione di tavoli tecnici che, essendo più virtuali che reali, non riescono ad entrare effettivamente nel tema, ma piuttosto galleggiano pur di non scontentare nessuno. Il filo conduttore di tutta l’operazione si concentra sul “corporate giving”, individuando nella beneficenza il fulcro della RSI.
Non siamo d’accordo e lo abbiamo dichiarato più volte. La RSI è prima di tutto Democrazia Economica: diritti, coinvolgimento, trasparenza della corporate governance e partecipazione. E se pure le nostre proposte di inserimento di queste tematiche fra i capitoli del set di indicatori elaborato dal ministero sembra essere stata accolta, siamo ancora molto lontani da politiche di diffusione e sostegno della RSI che includano i processi di partecipazione nel proprio nucleo. L’ultima finanziaria, contrariamente alle attese, ha dirottato le risorse concordate per lo sviluppo della “Partecipazione” verso la Fondazione per la Responsabilità Sociale delle Imprese.
Ciò che auspichiamo è che si evidenzi la netta distinzione fra responsabilità sociale e conquiste sociali, fra volontarietà e contrattazione, fra forum multistakeholder e relazioni industriali.
Ciò che ci si aspetta è anche un indirizzo che riordini il mercato degli indicatori e degli strumenti di certificazione. C’è una diffusa voglia di misurazione della responsabilità, un desiderio di hit parade della eticità che francamente non ci sentiamo di condividere.
Questa esigenza è molto sentita a livello nazionale. Non crediamo che sia importante chi lo fa meglio di un altro , l’importante è farlo ed in trasparenza.
Come UIL, su questo tema, possiamo dire di avere le idee molto chiare: è importante definire dei criteri minimi dai quali sviluppare ed incentivare le pratiche di responsabilità sociale. Due anni fa lo chiamammo benckmark sociale, oggi lo possiamo definire un quadro di riferimento minimo su cui costruire la responsabilità sociale, la struttura portante della RSI .
E’ per raggiungere questo obiettivo che concentreremo le nostre forze nei prossimi mesi. Come abbiamo dichiarato ufficialmente al Ministro, stiamo elaborando i “nostri indicatori” con la voglia di chi chiede chiarezza e punti fermi fra diritti e beneficenza.
L’obiettivo è quello di costruire una griglia che permetta di fornire una fotografia delle politiche di una impresa che partano dall’applicazione di quanto elaborato in sede contrattuale e dalle relazioni industriali ed evidenzino tutti quegli sforzi in più che una azienda, volontariamente, decide di assumere in sintonia e condivisione con i suoi stakeholders. Il coinvolgimento nei processi, la democrazia economica nelle scelte aziendali e la trasparenza devono rappresentare la vera unità di misura della responsabilità sociale, legata ai processi di sviluppo, senza perdere mai di vista le problematiche del territorio e della sostenibilità.
E la disponibilità a misurarsi con il nostro “metro” evidenzierà l’effettivo desiderio di una impresa di mettersi in gioco, aprendo le porte ad una reale rivoluzione nelle relazioni con i portatori d’interesse.
La RSI soft, modello Maroni, non ci interessa poiché si appiattisce su iniziative sporadiche che stimolano più le passerelle dell’impresa più buona che quella dell’impresa che acquisisce la coscienza del suo ruolo e delle sue responsabilità nella società, sempre con la necessaria gradualità.
Il cambio è soprattutto nella filosofia dell’imprenditoria, che deve penetrare in tutte le sue strutture.
E’ fondamentale “educare” il management ad un diverso approccio. Non sono sufficienti spot e brochure satinate di colorati bilanci sociali.
Il percorso della vera responsabilità sociale parte dal ripensamento delle regole di “governance” delle imprese. Trasparenza, partecipazione dei portatori di interesse alle decisioni, modello di governo dell’impresa che inizi ad affrontare un tema ormai irrinviabile, quale quello del ruolo dei lavoratori nella gestione delle imprese, adottando e promuovendo finalmente un sistema duale , sono solo i titoli di un progetto che stiamo sviluppando da alcuni anni.
L’esperienza sin qui fatta nei tavoli europei e nazionali, ci sprona ad alzare “l’asticella” del confronto, spostando il fulcro dell’attenzione dal metodo ai contenuti.
Anche su questo la UIL sta precorrendo i tempi.
Da parte nostra c’è da avviare un grosso lavoro sulla formazione su questi temi.
E’ il momento di cominciare a lavorare sul campo, stringendo un forte interscambio con le categorie, con i nostri delegati, con la loro voce, con la loro esperienza e le loro proposte.
Gli accordi in materia di RSI sottoscritti nel settore tessile, nel credito e nel commercio, sono un buon punto di partenza per sviluppare una riflessione a tutto campo. Promuovere inoltre, nell’ambito delle aziende multinazionali, utilizzando il prezioso lavoro dei CAE, i controlli lungo le filiere produttive e sostenere, se pure con gradualità, l’adesione alle linee OCSE da parte di tutte quelle imprese che operano soprattutto nei paesi in via di sviluppo e che hanno la loro sede in Europa. Tali linee rappresentano infatti per il sindacato europeo dei presidi irrinunciabili rispetto alla tutela dei diritti umani e sociali.
Il dipartimento Democrazia Economica ha avviato un lavoro di approfondimento sui Codici Etici, scopo della ricerca sarà quello di evidenziare le molteplici strutture adottate, il metodo, il coinvolgimento del sindacato e il carattere troppo spesso simile ad un regolamento.
Il nostro obiettivo è quello di fornire un supporto alle strutture nella stesura di codici che aggiungano effettivamente quell’impegno in più che la RSI richiede.
Per concludere, l’analisi che posso trarre è che la RSI rappresenta una grande opportunità per tutti. Il processo è però ancora nella fase della sperimentazione, solo il confronto con il tessuto delle nostre rappresentanze e con i lavoratori può oggi favorire lo sviluppo di una vera responsabilità sociale che contribuisca a cambiare il modo di fare impresa, magari prendendo spunto da molte esperienze di chi già da tempo, magari con meno riflettori, cerca di impostare nella propria azienda una economia diversa. Penso ad esempio a molte esperienze del mondo cooperativo e delle PMI che, sicuramente con meno enfasi di molte spa, mettono in atto da anni politiche impostate sul rispetto e sulla soddisfazione della comunità. Il percorso è arduo, ma quanto mai stimolante ed impegnativo.