La
responsabilità
sociale delle imprese |
responsabilita' sociale delle imprese
"Il
sindacato e la responsabilità sociale delle imprese"
Roma 30 Maggio 2002
Il Bilancio Sociale.
La responsabilità è partecipazione
Di Lamberto Santini,
Segretario Confederale UIL
Responsabile Servizio Democrazia
Economica
Non si sa a quanti cittadini italiani sia nota
lesistenza ed il significato di "bilancio sociale", ma certamente non è
argomento ricorrente nella pubblica opinione. Limitandoci ad analizzare semplicemente la
sua denominazione si evidenzia come la sua essenza, lessere rivolto al
"sociale"
sia oggi in contrasto con la conoscenza diffusa di questo strumento, assai più noto fra
gli imprenditori piuttosto che a tutti gli attori del processo produttivo..
Molte sono le società, in gran parte appartenenti al settore dei servizi, che hanno
avviato questa consuetudine in alcuni casi con estrema attenzione e con criteri
allavanguardia meritandosi, come nel caso dellUnipol, un premio che porta
lambizioso nome di Oscar per il migliore Bilancio Sociale.
Molti sono poi gli studi ed i progetti nati intorno a questo argomento nellintento
di affinare
la metodologia per rendere questo strumento un vero e proprio "certificato
etico", che faccia trasparire in maniera concreta leffettivo grado di
responsabilizzazione sociale raggiunto dallimpresa in esame.
Il mondo della consulenza, in simbiosi con la ricerca accademica, ha intuito subito quanto
interesse gravitasse intorno alla "reputazione" di unimpresa e quanta
attenzione crescesse nellopinione pubblica intorno al concetto di responsabilità
sociale.
Ma una cosa è certa, se gli attori di questo processo sono plurimi (impresa, personale,
consumatori, ambiente, fornitori ecc) lattenzione e lo sviluppo di questi temi sono
molto sbilanciati verso il mondo imprenditoriale.
Ciò rischia di collocare la "responsabilità sociale" in un campo assai più
ristretto e soprattutto rischia di essere relegato e utilizzato esclusivamente per logiche
di mercato.
Si parla di un nuovo "contratto sociale" tra più soggetti che superi e mandi in
crisi il vecchio contratto impresa-lavoratori. Ebbene ciò sarebbe possibile se
effettivamente tutte le parti coinvolte
avessero effettivamente parità nel potere della gestione di unazienda, ipotesi in
assoluto improbabile.
Cè poi laspetto dellapproccio valoriale del concetto di Responsabilità
Sociale che condiziona tutta limpostazione di una politica "sociale" di
unimpresa. La reputazione si può costruire sia attraverso una bella operazione di
facciata sia attraverso delle solide fondamenta e unarmonia architettonica di tutte
le sue componenti.
Pur riconoscendo la validità e lo sforzo mostrato nella ricerca di una metodologia che
permetta il raggiungimento di caratteri di trasparenza ed omogeneità unitamente
allimpegno mostrato da tutti gli Stakeholder al fine di confezionare il progetto
"Bilancio Sociale" nel miglior modo possibile, è bene soffermarsi però su
alcune riflessioni.
La prima riflessione è la preoccupazione che ci si stia avviando verso una visione ed una
valutazione troppo tecnica del concetto " etico", trasferendo su scale, indici e
tabelle un concetto che nella sua essenza ha da sempre discusso delluomo e del suo
relazionarsi, cercando di evitare stretti codici e qualifiche.
La seconda riflessione riguarda il concetto di impresa che è analizzata come
unentità a sé stante, esterna ed estranea alle risorse umane e materiali che la
compongono. Questo passaggio è di estrema importanza poiché è solo attraverso una
ridefinizione del concetto dimpresa che è possibile attuare delle politiche
effettivamente socialmente responsabili.
Impresa cioè come un insieme di risorse materiali ed umane che siano orientate al
raggiungimento di obiettivi condivisi, collocando la risorsa umana al centro, quale motore
di questo processo.
E solo attraverso uneffettiva democrazia economica, un impulso che nasca
effettivamente dal cuore di unimpresa, che è possibile realizzare iniziative di
vera e concreta responsabilità sociale.
Per far ciò è necessario diffondere la cultura della responsabilità sociale tra i
lavoratori, al fine di far crescere una coscienza collettiva che partecipi attivamente
alle politiche aziendali verificando alla radice ed in prima persona il comportamento
etico della propria azienda.
Ma soprattutto è necessario ridisegnare la mappa degli "stakeholder" collocando
il capitale umano come sottoinsieme della voce impresa assieme al capitale materiale e non
al suo esterno, in quanto fattori inscindibili.
"Libertà è partecipazione" erano le parole di una vecchia canzone, ma nel
nostro caso una vera e concreta responsabilità sociale può essere raggiunta solo da una
profonda partecipazione dei lavoratori attraverso politiche aziendali che riconoscano pari
dignità ai lavoratori e alle loro rappresentanze, quali componenti essenziali e
inscindibili dellimpresa e del suo comportamento etico.
Restano pertanto di estrema attualità le osservazioni di Giorgio Benvenuto nel lontano
1976 che, come riportato nellinteressante contributo di Franco
Malagrinò,
sottolinea la tendenza delle forze imprenditoriali ad occupare ampi spazi del potere
politico, in forte contrapposizione e in alternativa con il potere sociale dei lavoratori.
Il bilancio sociale, se non riportato nella sua giusta dimensione, se non opportunamente
condiviso e gestito da tutte le componenti dellimpresa, rischia di essere utilizzato
non solo per mere operazioni di facciata, ma di limitare lo sviluppo della democrazia
nellimpresa.
La patente di impresa socialmente responsabile deve essere rilasciata in primis da chi
conosce bene, dallinterno, i comportamenti, i valori, la cultura vera e profonda che
pervade la vita dellimpresa.
Non è sufficiente chiedere a "saggi" esterni di certificare quanto
limpresa rispetti i codici di comportamento, quando le relazioni interne si ispirano
magari ad un modello che causa conflitti perenni!
In ritardo rispetto ad altri Paesi europei e agli Stati Uniti, si stanno diffondendo anche
in Italia degli strumenti di investimento di finanza etica. In una recente ricerca del
gruppo Re sono presenti in Italia 13 fondi etici di diritto italiano, con una prospettiva
di crescita. Infatti, se negli U.S.A. coprono circa il 16% del mercato, in Europa sono a
circa il 7%, mentre in Italia non raggiungono il 2%.
Il gruppo Unicredito, nel lanciare il suo fondo etico, ha provveduto a costituire un
comitato di otto saggi, che ha lo scopo di sorvegliare le scelte di investimento del
fondo. Tra loro esimi esponenti del mondo accademico, religioso, giuridico, ambientalista.
Nessun rappresentante del mondo del lavoro con le competenze necessarie per verificare che
gli investimenti non siano indirizzati verso aziende che non rispettano le leggi e i
contratti di lavoro!!
Non sempre è sufficiente lauto-certificazione, anche per Unicredito.
LAMBERTO SANTINI, Segretario Confederale UIL Responsabile Servizio Democrazia Economica
18/02/2002
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