UIL: le politiche di responsabilirà sociale delle imprese
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La responsabilità
sociale delle imprese

responsabilita' sociale delle imprese

La Conferenza della Presidenza Italiana UE sulla CSR
ed il contributo  italiano alla campagna di diffusione
della CSR in Europa

Venezia, 14 Novembre 2003

La Conferenza di Venezia lascia dietro di se un bilancio di luci ed ombre sia   in  termini di partecipazione a livello europeo e nazionale sia   nei contenuti evidenziati.

Se gli intervenuti appartengono  senza dubbio ad una sfera di alto livello, la conferenza ha sofferto di contro di una sorta di “blindatura” che, non avendo  dato voce a nessun  rappresentante di quegli  stakeholders che in Italia sono attivamente interessati alla CSR da tempo, ha relegato il contributo italiano alla sola proposta   del Ministero dimenticando quanto di   buono fino ad oggi è stato fatto dalle imprese italiane su questi temi..

Si può sinteticamente evidenziare come il percorso della Corporate Social Responsibility stia avanzando in Europa, anche se non omogeneamente tra i diversi paesi, e come stiano prendendo corpo alcuni elementi che costituiranno il filo conduttore e la base su cui sviluppare il modello europeo di CSR.

Il tema principale della conferenza si è concentrato sul rapporto fra politiche pubbliche  e CSR. Un tema interessante che per la prima volta ha effettivamente messo a confronto l’approccio a livello politico dei Paesi con questo tema.

L’impressione generale che ne è scaturita, senza entrare nello specifico, è quella di un generale progresso nell’approccio culturale della CSR, una voglia di implementare queste pratiche accompagnata da una esigenza di ricerca di regole e di trasparenza che, fermo restando il principio della volontarietà, accompagni però lo sviluppo della CSR.

Diversi gli approcci, dalla Francia che regola con una adeguata legislazione la redazione dei bilanci sociali, al Belgio con le regole definite in merito alle “etichette”,  tutti i rappresentanti hanno più o meno rappresentato il desiderio di mettere ordine nel poliedrico mondo della responsabilità sociale. Questo rappresenta senza dubbio un progresso da non poco conto. Necessità di un quadro di riferimento comune a livello europeo, come auspicato dalla Commissaria Europea Anna Diamantopoulou. Una Csr che deve diventare parte integrante e sviluppo del modello europeo, come auspicato dalla Ces, per la quale non si può prescindere, inoltre,  da una rivisitazione del concetto di Governance, non più limitata ai soli azionisti.

Il contributo italiano

La presentazione del progetto CSR – SC, la più attesa dal nostro punto di vista,  ha evidenziato in primo luogo una certa distanza dall’approccio generale a livello europeo del tema.

Poiché se il principio da cui muove è quello, condiviso un po’ da tutti, di far ordine nell’universo della CSR attraverso un metodo   che riesca ad abbracciare in modo elastico le iniziative in essere e sviluppare la cultura della CSR evidenziando la competitività delle pratiche,  questo principio non trova un legame così naturale con quello che è invece il vero contenuto e scopo del progetto: il social commitment         

In effetti nessun paese rappresentato a Venezia ha inserito i temi del Welfare nella Csr. La sola Inghilterra ha fatto riferimento inserendo nel percorso CSR i fondi pensione integrativi.

Cercando di entrare nel merito del progetto si evidenziano alcuni punti su cui è necessaria una riflessione.

-     Il progetto prende spunto dalle indicazioni del Libro Verde facendo esplicito riferimento al coinvolgimento degli stekhoders sottolineando l’importanza del dialogo con le associazioni sindacali e le ONG, ma di fatto in tutto il percorso indicato il “dialogo” non si identifica significativamente in nessuna della fasi di sviluppo.

-     Tutto il lavoro evidenzia una impostazione che esalta  l’aspetto del vantaggio  competitivo che può scaturire dalla CSR  prendendo spunto dalla indagine svolta da  Unioncamere mirata ad individuare le dimensioni del fenomeno in Italia, ma principalmente le aree che potrebbero essere interessate allo sviluppo della CSR, una sorta di indagine di mercato delle imprese cui poter richiedere adesione al progetto.

 La prima fase del progetto consiste nella redazione, da parte delle imprese interessate, del SOCIAL STATEMENT.

Questo si basa su un set di indicatori elaborati dalla Università Bocconi e testati su aziende pilota. Nella presentazione si fa riferimento anche ad una serie di confronti con le parti interessate intervenute prima della stesura definitiva degli indicatori. E’ bene sottolineare che non ci risulta  si siano mai  realizzati i summenzionati confronti. E’ ben nota da parte di molti rappresentanti delle varie organizzazioni che rappresentano il variegato mondo degli stakeholders la protesta per l’esclusione in questo percorso  e la stessa esclusione, ovviamente,  riservata alle organizzazioni sindacali. 

Gli indicatori sono rivolti a otto aree di stakeholders: risorse umane, soci/azionisti, clienti, fornitori, partner finanziari, stato ed enti locali, comunità ed ambiente.

Questi indicatori sono rappresentati da una serie di questionari che, nell’insieme, appaiono sufficientemente asettici.

Una griglia nella quale indicare delle notizie che non vanno molto oltre quanto già contrattualmente definito nelle varie aree. Questo almeno per quanto riguarda le risorse umane ( contratto) ma anche per altre aree quale i fornitori (termini di pagamento: quanto evidenziato in fattura)   ambiente ecc. La fotografia che può uscire dalla redazione di questi questionari può portare ad un certo livellamento di risposte senza mai evidenziare sostanzialmente quella differenza che c’è  fra una impresa e l’altra.

Ma a che cosa serve compilare gli indicatori? Serve per essere iscritti in un data base delle imprese socialmente responsabili. E su questi presupposti probabilmente si aprirà la possibilità per molte aziende ad entrare a far parte del gruppo.

In pratica una volta compilato il Social Statement questo viene trasmesso dall’azienda al CSR FORUM. Questi lo valuta, ed in caso di giudizio positivo permette l’iscrizione dell’impresa nell’apposito data base e qui si chiude il primo livello CSR del progetto. In questa fase non sono previste agevolazioni fiscali o quant’altro ma la sola iscrizione all’”albo”.

La compilazione dei questionari dovrebbe inoltre aiutare le imprese nello sviluppo del proprio impegno responsabile.

La seconda fase, denominata Social Commitment, si concretizza con il versamento volontario da parte di un’impresa  di un importo su un Fondo SC. Questo fondo, finanziato quindi dalle imprese andrà a supportare progetti di welfare  individuati nel Piano di Azione Nazionale, dalla Conferenza Unificata o dalle  ONG. L’adesione a questa seconda fase originerà agevolazioni fiscali e verrà supportata da iniziative di visione mediatica  (premi …..?)

L’idea è semplice: se in Italia ci sono molte imprese interessate alla Csr perché non convogliare i fondi indirizzati a sporadiche iniziative in un unico fondo per finanziare welfare?

E’ una proposta cui solo le imprese potranno dare una effettiva risposta. Da parte nostra, e non solo, questa fusione fra responsabilità sociale e welfare appare una forzatura. La responsabilità sociale delle imprese nasce e si sviluppa su altri presupposti, principalmente sul nuovo ruolo dell’impresa nella società , nel suo dna e nella sua cultura. Relegare  questo nuovo ruolo in un versamento esentasse al ministero del welfare  appare fuori dall’idea di sviluppo del modello europeo che noi tutti ci prefiggiamo.

E’ opportuno inoltre soffermare l’attenzione sul ruolo e sulle funzioni del CSR Forum. Il suo ruolo primario è quello di valutare e vidimare i Social Statement. Sarà composto ispirandosi al multi-stakeholeders  forum europeo, con rappresentanza delle parti sociali. Si indica poi anche la possibilità da parte del Forum di raccogliere pareri e reclami da parte degli stakeholder e dalle parti sociali e di  procedere ad un esame di tali richieste. Ma allora se dovrà valutare le richieste degli stakeholder da chi sarà effettivamente costituito?  O saranno gli stakeholders che esamineranno loro stessi?

E saranno inoltre sempre gli stessi rappresentanti degli stakeholders a segnalare eventuali violazioni da parte delle imprese rispetto ad impegni presi per avviare l’applicazione di meccanismi di moral suasion.

Insomma c’è un po’ di confusione nella proposta, confusione peraltro consapevole come evidenziato nelle conclusioni nelle quali si specifica che per quanto riguarda il ruolo del Forum, la sua composizione e struttura, e per altri elementi si deve ancora procedere ad una analisi ed a una discussione approfondita.  

E’ più che mai opportuno augurare buon lavoro al Ministro!

Il pericolo più grande insito in una impostazione così fortemente sbilanciata sui termini  delle competitività e della convenienza e che tralascia tutto quel percorso insito nel cuore della dottrina che accompagna lo sviluppo delle pratiche di responsabilità sociale delle imprese che  ha come comune denominatore un solo termine, il coinvolgimento degli stakeholders,  rischia  di far avanzare le sole iniziative rappresentative di immagine, una nuova formula di  marketing magari esentasse,  a discapito di  tutte le buone pratiche promosse da quelle aziende che con serietà ed  impegno credono nella possibilità di un nuovo modo di fare impresa. 

A cura di Maria Sacchettoni, Dipartimento Democrazia Economica

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