La
responsabilità
sociale delle imprese |
responsabilita' sociale delle imprese
"Il sindacato e la
responsabilità sociale delle imprese"
Roma 30 Maggio 2002
Professor
Mario Viviani Le forme di rappresentazione della responsabilità sociale
L'etica non è un codice quanto piuttosto
una prospettiva per la riflessione pratica sulle nostre azioni.
Fernando Savater
Responsabilita'
Per sviluppare il mio ragionamento - che ha
come oggetto il bilancio sociale, o più generalmente l'accountability - credo necessario
soffermarmi su due parole: rappresentazione e responsabilità. Della rappresentazione
dirò più avanti, mentre ora accennerò al significato di responsabilità.
E' abbastanza scoperto il gioco: il bilancio sociale è la rappresentazione di una
responsabilità, e ciò appare intuitivo; ma è proprio per non rimanere al livello delle
intuizioni - che possono facilmente sbiadire e lasciarci solamente l'impressione di
possedere dei concetti - che conviene qualche approfondimento.
Ragionando di responsabilità, bisogna prima di tutto marcare il fatto che in una società
moderna, aperta e democratica non esistono prescrizioni positive riguardo ai comportamenti
dei soggetti, siano essi individui o istituzioni. Non vengono cioè definiti o imposti gli
esiti attesi delle azioni, ma - al massimo - esistono prescrizioni negative: i limiti e le
regole a cui le azioni devono attenersi.
Ciò rende facile identificare (e valutare) la responsabilità negativa: chi non si adegua
alle prescrizioni delle leggi è per definizione responsabile degli effetti delle proprie
azioni. E così deve essere, perché la legge incarna il patto sociale: chi non rispetta
la legge rompe il patto sociale e di ciò - nella misura che la stessa legge prescrive -
egli è responsabile.
Di tutt'altra difficoltà è la valutazione della responsabilità positiva, cioè del
merito. Esso non è previsto (né descritto, né misurato) dalla legge. Esso è
ascrivibile sia alle istituzioni che agli individui, ma secondo criteri assai più incerti
e assai raramente formalizzati, come invece è per la responsabilità negativa.
Mentre la responsabilità negativa è per definizione erga omnes, il merito può far
riferimento a una parte sola della società, per quanto si possa desiderare che esso sia
riconosciuto dalla generalità.
Questa osservazione mostra come la responsabilità sia una categoria assai meno precisa di
quanto a prima vista percepiamo. Essa ha la necessità di essere delimitata e riempita di
senso attraverso un'azione che è prima di tutto di scelta morale individuale, che però
poi deve essere socialmente definita, convenuta, pattuita.
In altri termini: la responsabilità deriva da un processo che si avvia con la
definizione, da parte del soggetto, di ciò che deve essere (di ciò che è bene, di ciò
che è necessario), ma che poi si sviluppa e si completa con il riconoscimento sociale che
proprio quello è necessario. Così l'esito coerente dell'azione produce merito, ovvero il
riconoscimento della responsabilità positiva.
Se generalizziamo, la responsabilità è il conferimento di un determinato senso alla
realtà, alle azioni che in essa saranno compiute, ai loro esiti.
Tale affidamento di senso non può derivare solo dalla valutazione e decisione del
soggetto: è necessario che esista l'accordo tra colui che agisce e coloro che - in varia
misura - sono o saranno coinvolti nelle sue azioni e nei loro risultati.
Dice Nancy: "Quando si risponde di, si risponde sempre anche a". L'assumersi
responsabilità relativamente a un campo, un oggetto o un esito, comporta sempre - almeno
implicitamente - l'inventario di coloro che saranno toccati dal realizzarsi degli eventi a
cui la responsabilità si riferisce.
Un'ulteriore sviluppo di questo concetto ci è offerto da una riflessione di Salvatore
Veca, che distingue - rifacendosi a Nozick - diversi strati del comportamento morale, a
cui possiamo far corrispondere differenti livelli di responsabilità.
Esiste innanzitutto un livello che si può chiamare "del rispetto", cioè del
riconoscimento dei diritti altrui. Vi è poi il livello "della sensibilità di
risposta", che terrà conto non unicamente dei diritti generali e identici che
spettano a tutti, ma dei caratteri specifici dei soggetti (persone) verso i quali si
manifesterà la nostra responsabilità. Ecco infine il livello "della cura o della
sollecitudine", che non solo terrà nel conto i caratteri e le peculiarità dei
soggetti verso i quali si manifesta la nostra responsabilità, ma che si sforzerà di
adottare il loro punto di vista e soprattutto si assumerà il carico dei loro bisogni,
delle loro richieste, secondo un criterio morale di forte empatia.
Si tratta dunque di un'idea graduale di responsabilità, già piena di connotati politici
e sociali, che ci spinge a ragionare sulle libertà connesse al comportamento giusto e
sulle diverse opzioni che ci sono offerte.
Veca poi aggiunge un criterio ancor più politico, o processuale, ripreso da
Nozick,
quello della "minima frattura": passando da quanto è dettato da uno strato a
quanto è dettato da quello successivo è bene che lo scarto sia minimo o, più
precisamente, che i costi del passaggio da uno strato all'altro siano minori dei benefici
che verranno conseguiti.
Come dire, per esempio, che i rapporti di buon vicinato che teniamo con la coppia di
anziani un po' malata che abita vicino a noi (assimilabili dunque al livello "della
sensibilità di risposta") possono trasformarsi in vera e propria assunzione di
responsabilità verso di loro e verso le loro necessità ("livello della cura o della
sollecitudine") in presenza di determinate condizioni.
Noi ci sentiamo commossi e ci piacerebbe far loro del bene. Potremmo - per esempio -
preoccuparci della loro alimentazione, o della loro ginnastica, o della loro cultura. Ma
vorranno i nostri anziani alimentarsi correttamente? Vorranno far ginnastica? Vorranno
leggere un libro al posto di guardare la televisione?
Potremo convenire che il nostro senso di responsabilità avrà condotto a esiti giusti
solamente se il vantaggio prodotto non sarà accompagnato - per esempio - da una dolorosa
trasformazione delle loro abitudini di vita, la quale superi nella percezione della nostra
coppia di anziani il beneficio che noi siamo convinti di avere generato.
Se così fosse, noi dovremmo avere qualche dubbio che la nostra sia un'azione giusta e
sarebbe forse stato meglio che ci fossimo mantenuti al livello più basso di
responsabilità, che in questo caso sarebbe veramente quello giusto.
Quando trattiamo di responsabilità - e soprattutto di responsabilità nella sua accezione
positiva, che possiamo anche chiamare merito - dobbiamo dunque considerare che:
non è sufficiente la nostra valutazione morale; bisogna che vi sia accordo morale con gli
altri,
la responsabilità non è assoluta, ma ne esistono diversi livelli, che devono essere
scelti in ragione di una valutazione contingente, o come si è detto, politica;
la responsabilità è processuale: essa si modifica e si affina nel tempo e nella
relazione con i soggetti verso i quali essa si esprime;
il modificarsi della responsabilità si manifesta attraverso cambiamenti di atteggiamento
e adattamenti di comportamento.
Ecco: questa serie di puntualizzazioni sono necessarie per entrare nel merito del discorso
e per avvicinarci al tema che più ci preme, che è quello - come si è detto - di come la
responsabilità possa essere descritta e rappresentata.
La forma della rappresentazione: il bilancio sociale La principale forma tecnica con cui
si manifesta la responsabilità sociale è il bilancio sociale, nelle sue varie
configurazioni.
Il mio obiettivo non è ora di descriverne i caratteri e gli impieghi, che considero noti,
quanto di metterne in rilievo alcuni limiti e toccare una questione quasi per nulla ancora
trattata: il ruolo delle rappresentanze sociali nei processi di
accountability.
Si tratta dunque di porre le prime basi per una riflessione parallela sull'evoluzione
dell'impresa, il concetto e la pratica della responsabilità, il ruolo delle
rappresentanze sociali.
Fino a ora si è molto parlato - riguardo all'accountability - del rapporto dell'impresa
con i propri stakeholder, cioè con le diverse categorie di soggetti con cui l'impresa ha
relazioni. Non si è ancora parlato però del modo in cui proprio queste categorie si
rappresentano, si organizzano, si articolano, generando legittimazione.
Credo che se non si affronteranno queste questioni le pratiche dell'accountability
correranno alcuni rischi, a cui proverò ad accennare. Mi si permetta quindi qualche
richiamo.
In termini generali si può dire che il bilancio sociale è uno strumento per la gestione
della fiducia. Oppure, in modo più esauriente, si può dire che si tratta di un sistema
di analisi e controllo dei fattori di integrazione tra l'organizzazione e i propri
pubblici.
Per spiegare un poco: gran parte delle possibilità di successo di un'impresa dipendono da
fattori difficilmente esprimibili in modo preciso, e men che meno misurabili o pesabili.
Si tratta di quei patrimoni immateriali che hanno sempre rappresentato il rovello
dell'economia aziendale: come si misura il capitale umano? o quello sociale? o - per
essere ancor più pratici - come si misura il portafoglio clienti? e soprattutto la sua
durabilità, che potremmo chiamare loyalty, fedeltà, ma proprio anche fiducia?
Sappiamo tutti che in un'economia dell'immateriale, dei servizi, postmoderna come si dice,
si tratta di patrimoni importantissimi, i quali tuttavia non sono presi in considerazione
dalla contabilità ordinaria, se non attraverso la valutazione dell'avviamento (assai
inefficace, peraltro, se non per quello che può riguardare il portafoglio clienti),
oppure attraverso il valore del titolo, ove l'impresa sia quotata. Questo valore però
risente di molte influenze, e fa riferimento a pubblici molto specializzati, gli
investitori. E' difficile dunque sostenere che si tratta di una vera e propria misurazione
della fiducia.
Ecco dunque che le forme di misura del valore ordinarie - così raffinate per molti versi
- assai poco ci dicono di una serie di fattori che diventano via via più rilevanti per il
successo o per la stessa sopravvivenza delle imprese.
Se vogliamo essere ancor più precisi, dobbiamo anche notare il fatto che la relazione tra
l'impresa e i suoi differenti pubblici è fondata su molti caratteri originari e su flussi
di scambio differenti.
Più noi siamo in grado di definire accuratamente questi caratteri e fattori - e di
gestirli consapevolmente - più l'integrazione con quei pubblici sarà forte e
significativa, e maggiore sarà il grado di fiducia che essi nutriranno nei nostri
confronti.
Ecco: la radice e il senso del bilancio sociale sono così riassunti.
Nella pratica poi il bilancio sociale si manifesterà secondo procedure ormai precise e
riconosciute e attraverso forme fisiche varie, ma sempre riconoscibili e riconducibili ai
criteri appena richiamati.
Due altre parole sulla forma
Vi sono bilanci sociali di forma assai varia, più o meno creativi, più o meno lunghi.
Chi abbia dimestichezza con queste pratiche è in grado di capire quasi a una prima
occhiata il rapporto tra lo sforzo profuso e il risultato, come dire se il bilancio
sociale "è stato fatto bene o no".
Ciò non è dato tanto dall'accuratezza, dalla patinatura della carta, dall'equilibrio tra
le sezioni che lo compongono. Anzi: i migliori bilanci sociali sono quelli che mostrano
qualche elemento di indeterminatezza, un'idea di incompletezza, qualche squilibrio.
L'importante è che si possa trovare - e che sia evidente - il centro morale del bilancio,
la ragione che lo ispira; l'importante è che si possano intravedere gli effetti che ne
potranno derivare. L'ideale è che il cuore del lavoro sia definito in una serie di
impegni: quella responsabilità non solo predicata, ma riassunta in "cose da
fare" che rappresentano il patto che l'impresa stabilisce con i pubblici che essa ha
prescelto.
Se dovessimo utilizzare il linguaggio del primo paragrafo, diremmo che deve essere sempre
evidente il passaggio da un livello di responsabilità al livello di responsabilità
superiore, cioè il passaggio - dovrebbe essere così - dal "rispetto" alla
"sensibilità", dalla "sensibilità" alla "cura", dalla
"cura" alla "sollecitudine", e così via. Si tratta ovviamente di una
graduazione di intensità e di complessità di relazione che non bisogna interpretare in
modo schematico.
Il fatto che un bilancio sociale sia o meno esauriente non è molto importante. Cosa può
mai voler dire poi "esauriente"? Chi decide dove inizia e dove finisce la
responsabilità sociale di un'impresa? Infatti di solito si definiscono le soglie minime
di contenuto dei bilanci sociali (non si può non dire chi sia il proprietario, o se siano
stati rispettati i diritti dei lavoratori), ma non le soglie massime. Non esiste limite
all'assunzione di responsabilità ed è proprio la descrizione dello specifico limite che
l'impresa si è data che rappresenta il più importante contenuto. Ciò che viene
richiesto ai bilanci sociali infatti è l'esplicita assunzione di una serie di impegni e,
conseguentemente, la descrizione di ciò che è stato compiuto per soddisfarli.
Tutto questo - come si capisce - lascia amplissimi margini di discrezionalità. Ed è
proprio in tale discrezionalità che si annida il formalismo o addirittura la
manipolazione, che rappresentano i rischi sempre pendenti sui bilanci sociali.
Cominciamo così a entrare di più nelle questioni. Quanti sono i bilanci sociali che più
che assomigliare a riflessioni morali assomigliano a brochure istituzionali? Quanti
sembrano pubblicità? Quanti assomigliano a elenchi di ovvii accadimenti aziendali? Quanti
richiamano buoni sentimenti e buone intenzioni?
Detta in chiaro: moltissimi bilanci sociali appaiono perdutamente autoreferenziali e
propagandistici, senza peraltro che vi sia alcuno che possa mettere in discussione i loro
contenuti.
Di solito si parte - argomentando sull'esigenza della contabilità sociale - dal fatto che
la partita doppia è autoreferenziale, chiusa in sé, incompleta. Vero. Ma almeno la
partita doppia deve quadrare. Almeno essa possiede nella sua regola costitutiva la radice
del suo essere "ben fatta, completa, esauriente". Il bilancio sociale no. Esso
da solo non si sostiene. Esso, da solo, - si potrebbe dire - non vale.
Gli stessi stakeholder che il bilancio sociale tiene in considerazione sono - riprenderò
più avanti il concetto - una proiezione del redattore. Non si tratta di persone in carne
ed ossa, non si tratta di categorie vere. Si tratta di soggetti che il redattore del
bilancio immagina, che definisce motu proprio. Si tratta di invenzioni, più o meno
sincere.
Ecco: il limite principale del bilancio sociale è che si tratta certo di un patto, ma tra
contraenti veri da un lato e immaginari dall'altro. E questi ultimi - gli stakeholder -
sono senza parola, e ossequienti - quasi sempre - a ciò che il redattore vuole o
vorrebbe.
Proprio a questo punto è bene concentrarci sulla seconda parola: rappresentazione.
Rappresentazione
L'atto del rappresentare produce una immagine, un simulacro, un modello di qualcosa. Siamo
di fronte all'indiscutibile. Ma spostiamo appena il nostro punto di osservazione:
"In ogni forma di rappresentazione qualche cosa si trova al posto di un'altra:
rappresentare significa essere l'altro di un altro, che viene insieme evocato e cancellato
dalla rappresentazione" dice Fernando Gil. Significa che nell'atto del rappresentare,
inevitabilmente - proprio perché lo rappresento - io sostituisco ed elimino l'oggetto
rappresentato. Contemporaneamente rendo presente l'oggetto ove esso non è e non può
essere e con questa azione io l'annullo, perché ora non vi sarà l'oggetto, ma la sua
rappresentazione, che prende il suo posto.
Ogni volta che realizzo una rappresentazione modifico l'oggetto, offrendolo in una nuova
forma, che io ho prodotto. Ora di fronte a noi esiste un altro oggetto, che è
contemporaneamente ciò che è e ciò che rappresenta.
Il bilancio sociale è evidentemente una rappresentazione. In particolare dovrebbe
trattarsi della rappresentazione della responsabilità sociale che l'impresa,
l'organizzazione, ha manifestato. Abbiamo più sopra visto come non vi possa essere
responsabilità ove non vi sia il suo riconoscimento da parte di coloro verso cui la
responsabilità si manifesta. Si tratta dunque della rappresentazione di un patto, e della
sua osservanza.
Siamo assai vicini a un altro concetto, necessario proprio per i temi che trattiamo:
quello di rappresentanza, che nell'accezione meno complessa è praticamente coincidente
con quello di rappresentazione, ma che a un'osservazione più politica assume un altro e
preciso significato. Si tratta in questo caso del modo in cui "si costituisce la
fictio della totalità del corpo politico", in cui viene sintetizzata "a partire
dalle tendenze e dai differenti interessi individuali, la formazione dell'interesse
generale del corpo politico, che solo così può essere reso visibile".
In sostanza: il bilancio sociale è una rappresentazione, in cui è compreso un patto, il
quale ha la necessità - come si è detto - di definire con precisione la posizione e la
volontà dei contraenti.
Se dalla parte dell'impresa la posizione è certa, non altrettanto avviene dalla parte
degli stakeholder, i quali avrebbero la necessità di una rappresentanza per poter entrare
alla pari nel meccanismo pattuitivo.
Si è già detto che la rappresentazione necessariamente annulla l'oggetto rappresentato.
Se l'oggetto rappresentato è anche il patto tra impresa e stakeholder, il bilancio
sociale rischia di eliminarne la sostanza, dato che i processi pattuitivi tra governo
d'impresa e interlocutori sono solamente evocati, certo ritenuti inevitabili, ma lasciati
al criterio di chi redige il bilancio, alla sua sensibilità, alla sua fantasia.
In altri termini: il patto è costruito e sancito da un'unica parte. Gli stakeholder sono
di fatto una sua proiezione. Spesso una proiezione acquiescente, per forza silenziosa se
qualcuno non le offre parola.
Ci sono dei rischi, in questa situazione.
Il provino, o - come si dice ora trailer
Proviamo ad alleggerire il discorso costruendo una similitudine che chiarisca cosa si
intende per rischio.
Tutti vediamo le presentazioni dei film di prossima uscita: esse possono avere forma
varia, possono essere organizzate come una serie di accenni ai momenti topici dello
spettacolo, o come un'estrazione (sempre di rappresentazione si tratta) del passaggio più
rappresentativo dello spettacolo, che ne contenga lo spirito, la chiave, l'allusione
principale, il senso.
Possono essere insomma - i provini - di forma varia (differenti rappresentazioni), pur
avendo un unico scopo, quello di sospingere lo spettatore ad andare a vedere il film.
Ma se poi non raggiungono il loro scopo? Se poi - nonostante il provino - non andiamo al
cinema?
Il trailer può essere più o meno in grado di fornire un'idea del film. Più o meno
bello, più o meno efficace. Il suo scopo non è però quello di fornire una
rappresentazione "sincera e veritiera" dello spettacolo. Il suo compito è di
fare in modo che noi, il film, lo andiamo a vedere.
Se noi non andremo a vedere il film, il trailer non avrà raggiunto il suo scopo. Che è
quello di "produrre spettatori". Di produrre partecipazione. A noi rimarrà solo
il simulacro vuoto del film che non abbiamo visto.
Se il bilancio sociale dovesse limitarsi a produrre una rappresentazione veridica di ciò
che noi (l'impresa) siamo convinti di essere, esso sarà per forza autoreferenziale e dopo
qualche tempo entrerà nella routine degli atti formali. Se esso non produrrà la
partecipazione, il suo essere buona o meno buona rappresentazione non avrà molto peso.
Lo scopo del bilancio sociale non è quello della veridica rappresentazione: è invece di
produrre un'idea (un'azione) condivisa relativa a comportamenti giusti.
Il bilancio sociale - se non si innescheranno processi partecipativi - sarà come una foto
attaccata al suo album.
Ma come è possibile passare dalla rappresentazione alla partecipazione?
Rappresentazione, partecipazione, processo sociale
Riassumendo: nella rappresentazione della responsabilità sociale dell'impresa non è
tanto (o solo) la rappresentazione in sé che conta, ma è la relazione di
rappresentazione, che conta. E' ciò che si innesca e si sviluppa nell'impresa e tra
l'impresa e i suoi pubblici ciò che definisce il fatto che un bilancio sociale sia
efficace o meno.
In chiaro: è possibile rappresentare la socialità dell'impresa senza che ciò significhi
l'innesto di un processo sociale?
E se di processo sociale si tratta, quali ne devono essere le regole?
Per tentare di fornire una risposta adoperiamo la seguente argomentazione. Consideriamo
queste coppie di enunciati:
A. La rappresentazione è al posto del rappresentato,
B. La rappresentazione ricava da se stessa la propria rappresentatività.
A. La rappresentazione descrive il rappresentato,
B. La rappresentazione è un rispecchiamento del rappresentato.
A. Il rappresentato si presenta attraverso la rappresentazione,
B. Il rappresentato opera attraverso la rappresentazione.
A. La rappresentazione s'iscrive entro un apparato conoscitivo,
B. La rappresentazione è la creazione di un soggetto.
Si tratta sempre di asserzioni vere, o verosimili. Nel senso che una rappresentazione è
certamente al posto di ciò che rappresenta, ma è anche vero che una rappresentazione
può essere più o meno rappresentativa e che ciò dipende dalla sua forma, dai suoi
particolari, dalle stesse intenzioni che l'hanno prodotta. E' dunque vero che la
rappresentazione ricava da se stessa (dalla sua forma, dal suo essere costruita in un
determinato modo) la sua rappresentatività.
E' certo vero che la rappresentazione descrive ciò che rappresenta, ma si può trattare
sia di un fatto a cui partecipa il rappresentato, sia di un fatto che lascia completamente
fuori dal gioco il rappresentato.
E' vero che il rappresentato si può presentare attraverso la rappresentazione. E ciò
avrà un determinato significato o un diverso significato in ragione delle attese ascritte
alla rappresentazione e dalle azioni che il rappresentato connette alla rappresentazione.
E' certo vero che ogni rappresentazione s'iscrive all'interno di un apparato conoscitivo,
ma è anche vero che ciò può significare o meno la creazione di un nuovo soggetto,
sempre in ragione delle intenzioni e delle azioni che colui che rappresenta ascrive alla
sua rappresentazione.
In sostanza: tutte le alternative A sono descrittive e tutte le alternative B sono
relazionali. Si tratta in entrambi i casi di condizioni ammissibili e, secondo il criterio
che stiamo adottando, vere, ma tra le une e le altre c'è una bella differenza.
Portiamo allora queste proposizioni dentro il bilancio sociale: che esso stia in luogo del
comportamento e delle performance dell'impresa è fuor di dubbio, ma se esso serve
unicamente come simulacro della responsabilità è un conto, se esso serve per aumentare e
sviluppare tale responsabilità è certamente un altro.
E' certamente vero che il bilancio sociale tratta della relazione tra l'impresa e i propri
stakeholder, ma se gli stakeholder partecipano direttamente alla produzione del bilancio
sociale è sicuramente meglio. Ed è fuor di dubbio cosa ancor migliore che i soggetti che
partecipano alla costruzione del bilancio sociale lo percepiscano come un mezzo efficiente
per raggiungere obiettivi comuni. Ed è veramente ottima cosa, infine, che il bilancio
sociale rappresenti la costituzione di un nuovo soggetto sociale, definito dal patto tra
l'impresa e i suoi stakeholder, che proprio nel bilancio sociale materializzano le norme e
gli scopi della loro nuova (o rinnovata) relazione.
Il rischio più rischioso del bilancio sociale è dunque di appiattirsi sulle alternative
A, mentre esso dovrebbe, deve, essere rivolto e nutrito dalle alternative B, quelle che
appunto segnano la dinamica relazionale, che manifestano il processo sociale a cui il
bilancio sociale ha dato corso.
Il rischio più rischioso, insomma, è di limitarsi ad aspetti descrittivi, in sostanziale
assenza di dialettica da parte di interlocutori che scontano - rispetto al governo
d'impresa - un forte differenziale informativo. Che cioè - nonostante tutto - devono
credere a quello che l'impresa dice loro, più o meno.
Problemi, espressi in modo più lineare
E' possibile ora declinare con un poco più di cura la serie di questioni che derivano
dalle cose dette fino a ora.
Allo stato attuale di sviluppo del bilancio sociale pare di poter evidenziare quattro
gruppi di problemi a cui dedicare particolare attenzione.
Il primo problema è quello della rappresentatività (o della legittimità, o della
capacità). Esso si manifesta con alcune domande: da dove deriva la propria legittimità
la rappresentazione della socialità dell'impresa? Esiste un patto di base che riconosce
il diritto dell'impresa di rappresentarsi in un certo modo? Quali ne sono i principi
fondamentali? Possono esistere magistrature che garantiscono la legittimità della
rappresentazione?
Il secondo problema attiene al contenuto informativo (o alla somiglianza), e corrisponde a
questo quesito: da dove proviene la fedeltà della rappresentazione? Come possiamo essere
ragionevolmente sicuri che la rappresentazione dei fatti del bilancio sociale sia
corrispondente al vero? Possono esistere sistemi o procedure che sanciscano la somiglianza
e la veridicità?
Il terzo problema è quello dell'efficacia (o diffusione): quando possiamo convenire che
la rappresentazione ha sortito gli effetti per cui essa è stata pensata e voluta? Il
bilancio sociale racchiude in sé le ragioni del suo essere o ha bisogno di un seguito, di
un esito che ci faccia dire che, sì, il bilancio sociale ha funzionato, ha corrisposto
agli scopi per cui è stato costruito?
Il quarto problema è quello della costruzione (o codificazione): quali devono essere le
regole (convenzionali, pattuite) della rappresentazione? Esiste una norma possibile?
Esiste il modo privilegiato per realizzare il bilancio sociale?
Questi quattro problemi (non scoperti ora, peraltro) non sono tutti della medesima
importanza e non sono tutti privi di risposta.
Al quarto problema si è infatti tentato di rispondere attraverso la costruzione di
modelli e attraverso il tentativo di definizione di procedure.. Al secondo problema si è
parimenti tentato di rispondere con l'identificazione di alcuni parametri che dovrebbero
essere particolarmente adatti a descrivere la responsabilità sociale: per esempio con
l'indirizzo a introdurre in tutti i bilanci sociali lo schema di formazione e
distribuzione del valore aggiunto.
Più problematica diviene la situazione relativamente al primo e al terzo dei problemi
indicati, quello della legittimità e quello dell'efficacia. Ma qui sarebbe necessario
sviluppare un ragionamento molto impegnativo, che conviene rimandare, fermandoci per ora
alla sola e generica consapevolezza, arrivando così però alla questione che collega
rappresentazione e rappresentanza: sino a quando gli stakeholder non avranno presenza
attiva nei bilanci sociali, il rischio della autoreferenzialità sarà costante e
pendente.
Personalmente non ho specifiche proposte. Sicuramente appare utile un approfondimento sul
possibile ruolo delle magistrature (comitati etici, certificatori, ecc.). Può darsi che
la loro funzione sia inevitabile, ma non nascondo le mie perplessità.
Una magistratura restringe troppo il processo sociale, specializza troppo un'azione che
dovrebbe invece diffondersi e ramificarsi per le diverse possibilità offerte dalle
contingenze, dalla pluralità dei pubblici, dalla variabilità dei luoghi e delle culture.
C'è insomma un problema di partecipazione degli stakeholder, che non elimina certo
l'opzione collegata alle magistrature, ma che è sicuramente da affrontare con decisione e
mente aperta, se si vuole far coincidere bilancio sociale e sviluppo della democrazia.
Le questioni riguardano proprio l'evoluzione della democrazia oggi, in un momento in cui
la funzione delle rappresentanze istituzionali è difficile ed esse stesse (i partiti, i
sindacati, le associazioni di categoria, ecc) stanno rivedendo i capisaldi del loro
funzionamento e della loro esistenza.
Ed ecco un invito: è proprio su questo tema che le forme classiche di rappresentanza sono
chiamate a misurarsi. Ci si può aspettare dalla loro esperienza e dalla loro competenza
qualche buona idea, certo un contributo a una discussione che appare urgente, proprio
adesso che il bilancio sociale prende quota, ma che anche manifesta i limiti a cui ho
accennato.
Sino a ora, in altri termini, le imprese sono state lasciate sole nell'affrontare questi
problemi. Questa cosa non è giusta, perché l'accountability non è solo fatto delle
imprese. Certo, c'è stato il contributo da parte della dottrina e della riflessione
istituzionale, ma nessun soggetto che fa della costruzione della rappresentanza il suo
mestiere è ancora entrato in campo.
Vuol giocare, per esempio, il sindacato?
Come si vede, siamo proprio all'inizio di un percorso. Non ho - purtroppo - che
interrogativi da porre, ma accompagnati dalla consapevolezza che ci troviamo dentro al
nucleo più profondo e ribollente dell'evoluzione della democrazia e della governance.
E' proprio in questo campo, così aperto, che si attendono i contributi per cui
l'accountability - la rappresentazione della socialità - divenga la costruzione di un
soggetto.
Il soggetto - allora - non può che essere il cittadino, all'interno delle relazioni che
lo fanno essere tale.
Il bilancio sociale non può essere che parte del processo di costruzione della
cittadinanza, che lo si osservi dalla parte degli uomini dell'impresa, che lo si osservi
dalla parte degli altri: consumatori, lavoratori, famiglie, associazioni, mondo.
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