La
responsabilità
sociale delle imprese |
responsabilita' sociale delle imprese
"Il sindacato e la
responsabilità sociale delle imprese"
Roma 30 Maggio 2002
Professor
Luciano HINNA * LA RENDICONTAZIONE SOCIALE NELL'IMPRESA
E NEL NON PROFIT: IL CASO DELLE
FONDAZIONI
1. Premessa
Due sentimenti aleggiano nel trattare il
tema della rendicontazione sociale in questo Convegno dal titolo "UIL: il sindacato e
la responsabilità etico sociale d'impresa".
I due sentimenti sono di soddisfazione e di paura
La soddisfazione è legata al fatto che "finalmente", e sottolineo il
"finalmente", anche il sindacato (probabilmente sulla scia del Libro Verde della
Commissione delle Comunità Europee sulla responsabilità sociale dell'impresa dello
scorso anno) ha cominciato, o meglio ha ripreso ad interessarsi del tema anche se con 26
anni di ritardo.
Nel 1976, infatti, un dirigente di allora del sindacato, Benvenuto, propose una
riflessione sul bilancio sociale di impresa, oggi diremmo come strumento di
rendicontazione sociale dell'impresa con un articolo dal titolo "Il bilancio sociale
come strumento di verifica dell'accordo". Nell'ambiente politico e sindacale, tale
riflessione tuttavia rimase isolata.
Più tardi, con il disegno di legge n. 1571 del 22 luglio 1981, si è tentato di
introdurre all'interno del sistema informativo aziendale un rendiconto sociale, che fosse
in grado di fornire informazioni sulla qualità della vita dei dipendenti e sugli
interventi adottati per migliorare la sicurezza e l'igiene sul posto di lavoro.
La proposta legislativa sanciva l'obbligo per determinati soggetti (società per azioni,
società in accomandita per azioni, enti pubblici economici, aziende autonome dello Stato
e filiali italiane di multinazionali, con più di 300 dipendenti) di redigere e pubblicare
ogni anno il rendiconto sociale, in allegato al bilancio d'esercizio.
Il provvedimento individuava, inoltre, il contenuto-tipo del rendiconto sociale che doveva
recare informazioni su: 1) le condizioni di igiene e di sicurezza; 2) le misure per la
prevenzione dei rischi; 3) i metodi di fabbricazione; 4) la capacità produttiva degli
impianti; 5) i lavoratori occupati; 6) l'ammontare delle retribuzioni; 7) il costo del
lavoro per unità di prodotto; 8) gli orari di lavoro; 9) le assenze; 10) le attività
educative e di formazione; 11) lo stato delle relazioni industriali. Al rendiconto
dovevano essere allegati anche i dati statistici relativi all'impatto dell'attività
produttiva sull'ambiente naturale, sulla salute pubblica, sull'organizzazione aziendale,
etc.
Il disegno di legge non ebbe seguito. Esso non suscitò l'attenzione né dei politici né
dei sindacati i quali, almeno sul piano teorico, avrebbero dovuto invece essere la
categoria più interessata per la tipologia di stakeholder (interni: personale dipendente)
ai quali il bilancio sociale della proposta si rivolgeva.
Il fatto che il disegno di legge non ebbe seguito è stato comunque un bene: non si può
obbligare per legge ciò che dovrebbe essere lasciato ai comportamenti etici. La storia ha
dimostrato che in quei paesi dove la rendicontazione sociale è stata introdotta con una
norma, si è finiti per leggere il tutto come un adempimento formale e piatto, senza
slancio e senza spinte innovative.
Il secondo sentimento è di paura.
La paura è legata al rischio che il tema venga strumentalizzato e usato come argomento di
rilancio in un momento di "anoressia" di idee. Ciò in attesa che succeda
qualche cosa e che si profili all'orizzonte un nuovo grande tema da cavalcare che offra la
possibilità di "marcare il territorio" e di sottolineare una presenza nei
confronti dell'opinione pubblica.
Il nemico più grosso è che il tema diventi una moda, uno slogan senza che si
interiorizzi tutto ciò che rendicontazione sociale e bilancio sociale significa.
In questo breve intervento, quindi, si vuole tentare di offrire alcuni elementi di
riflessione che consentano di leggere l'intera "catena del valore" che unisce la
responsabilità sociale dell'impresa, la rendicontazione sociale ed il bilancio sociale
evidenziando il tema anche nel contesto del settore non profit.
Due sentimenti aleggiano nel trattare il tema della rendicontazione sociale in questo
convegno dal titolo "UIL: il sindacato e la responsabilità etico sociale
d'impresa".
I due sentimenti sono di soddisfazione e di paura.
La soddisfazione è legata al fatto che "finalmente", e sottolineo il
"finalmente", anche il sindacato (probabilmente sulla scia del Libro Verde della
Commissione delle Comunità Europee sulla responsabilità sociale dell'impresa dello
scorso anno) ha cominciato, o meglio, ha ripreso ad interessarsi del tema anche se con 26
anni di ritardo. Già nel 1981, infatti, fu presentato un disegno di legge (1571 del 22
luglio 1981), sulla scia di quanto era già stato avviato in Francia qualche anno prima,
per introdurre anche in Italia qualche forma di rendicontazione sociale per le aziende di
grandi dimensioni.
All'epoca, la proposta non incontrò l'attenzione e la sensibilità del mondo politico e
sindacale ed il tema, senza alcun dibattito e confronto ma nel totale disinteresse, cadde
in un oblio che appare risvegliarsi solo ora (ventuno anni dopo!).
Il fatto che il disegno di legge non ebbe seguito è stato comunque un bene, non si può
obbligare per legge ciò che dovrebbe essere lasciato ai comportamenti etici e la storia
ha dimostrato che in quei paesi dove la rendicontazione sociale è stata introdotta con
una norma, si è finiti per leggere il tutto come un adempimento formale e piatto senza
slancio e senza spinte innovative. Quello che stupisce però la mancanza di sensibilità
di dibattito di lungimiranza, ma oggi le cose sembrano cambiate e qui si fa spazio il
sentimento di paura.
La paura è legata al rischio che il tema venga strumentalizzato, usato come argomento di
rilancio in un momento di anoressia di idee in attesa che succeda qualche cosa e che si
profili all'orizzonte un nuovo grande tema da cavalcare, giusto o finto che sia, ma che
offra la possibilità con l'opinione pubblica di marcare il territorio di sottolineare una
presenza. Il nemico più grosso è che il tema diventi di moda, uno slogan senza che si
interiorizzi tutto ciò che rendicontazione sociale e bilancio sociale significa.
In questo breve intervento, quindi si vuole tentare di offrire alcuni elementi di
riflessione che consentano di leggere l'intera "catena del valore" che unisce la
responsabilità sociale dell'impresa, la rendicontazione sociale ed il bilancio sociale
evidenziando il tema anche nel contesto del settore non profit.
2. L'evoluzione della rendicontazione
sociale all'estero ed in Italia
L'evoluzione della rendicontazione sociale nei vari paesi non è stata omogenea nel tempo.
Si possono riconoscere cinque stagioni:
gli anni 1938-1968: si potrebbero definire i primi "trenta anni dei pionieri" ed
hanno coinvolto di fatto, all'inizio, la Germania e, alla fine, gli Stati Uniti;
gli anni '70: si possono definire come i "dieci anni di messa a punto e
confronto". Essi hanno visto protagonisti la Germania, la Francia, la Gran Bretagna e
gli Stati Uniti. In Italia il Gruppo Merloni presentava il primo bilancio sociale di cui
si ha notizia;
gli anni '80: quelli del silenzio e delle scarse iniziative;
gli anni '90: il periodo della grande diffusione ed accelerazione della rendicontazione
sociale in tutti i paesi industrializzati;
dal 2000: gli anni dell'internazionalità del tema, caratterizzati dalla presa di
posizione della Comunità Europea.
Come evidenzia la Fig. 1, la rendicontazione è l'evoluzione logica di temi che vanno
dalla corporate governance alla trasparenza e all'accountability: tutti elementi che
rientrano nel grande tema della "democrazia economica". A questi elementi se ne
affiancano altri che rientrano nel concetto di responsabilità sociale, fatto proprio
anche da istituzioni quali la Comunità Europea.
Democrazia economica e responsabilità sociale si alimentano l'un l'altra ed insieme
regolano lo sviluppo, in ciascun paese, della rendicontazione sociale.
Il processo di accelerazione della rendicontazione sociale risente anche degli elementi di
contesto che non solo interagiscono, ma addirittura si combinano tra loro aumentando la
"spinta" verso la rendicontazione.
Alcuni importanti elementi di contesto sono:
· le condizioni economiche (economia più o meno matura);
· le condizioni sociali (ruolo dei sindacati e delle associazioni a tutela dei
consumatori);
· le condizioni politiche (più o meno alta attenzione della classe politica al ruolo
dell'impresa sul mercato);
· le condizioni culturali (attenzione dell'opinione pubblica a temi quali la
sostenibilità, l'etica, l'ambiente etc).
Questi elementi si combinano con la presenza nel paese di particolari categorie di
aziende: cooperative, aziende a grande rischio ambientale, aziende privatizzate o da
privatizzare, aziende ed organizzazioni non profit, etc.. Si tratta di soggetti che per le
loro caratteristiche hanno fatto "da apripista" rispetto alla rendicontazione
sociale.
L'ultimo elemento, infine, è il ruolo delle istituzioni pubbliche e le modalità con cui
esse agiscono: attraverso il ricorso a raccomandazioni, a direttive o, in qualche caso, a
leggi.
Il modello proposto nella Fig. 1 serve anche a far comprendere le ragioni del ritardo con
cui l'Italia si trova ad affrontare il tema della rendicontazione. In Italia la spinta
alla rendicontazione sociale è arrivata essenzialmente dagli elementi di contesto. Da
noi, infatti, il concetto di corporate governance è relativamente recente e si può
almeno parzialmente legare alla legge Draghi del 1998. In Italia, la trasparenza è
erroneamente vista come negazione della riservatezza degli affari e l'accountability è un
concetto ancora tutto da sviluppare ed assimilare.
Un simile scenario è destinato ad essere rivoluzionato dalla combinazione di tre nuovi
elementi di scenario:
· la valenza che il tema ricopre a livello europeo;
· la globalizzazione dei mercati;
· il fenomeno anti-globalizzazione.
Nuovi elementi di contesto si legano, invece, al crescente numero di imprese che
presentano bilanci sociali ed alla presa di coscienza del management che rendicontare
socialmente è un oggi un fattore distintivo di successo.
Il fenomeno della rendicontazione sociale, pertanto, è destinato a diffondersi molto
velocemente e con accelerazione crescente.
FIG. 1: Evoluzione della rendicontazione

Il modello proposto nella Fig. 1 serve
anche a far comprendere le ragioni del ritardo con cui l'Italia si trova ad affrontare il
tema della rendicontazione. In Italia la spinta alla rendicontazione sociale è arrivata
essenzialmente dagli elementi di contesto. Da noi, infatti, il concetto di corporate
governance è relativamente recente e si può almeno parzialmente legare alla legge Draghi
del 1998. In Italia, la trasparenza è erroneamente vista come negazione della
riservatezza degli affari e l'accountability è un concetto ancora tutto da sviluppare ed
assimilare.
Un simile scenario è destinato ad essere rivoluzionato dalla combinazione di tre nuovi
elementi di scenario:
· la valenza che il tema ricopre a livello europeo;
· la globalizzazione dei mercati;
· il fenomeno anti-globalizzazione.
Nuovi elementi di contesto si legano, invece, al crescente numero di imprese che
presentano bilanci sociali ed alla presa di coscienza del management che rendicontare
socialmente è un oggi un fattore distintivo di successo.
Il fenomeno della rendicontazione sociale, pertanto, è destinato a diffondersi molto
velocemente e con accelerazione crescente.
In Italia, il primo caso di realizzazione di un bilancio sociale risale alla seconda metà
degli anni '70. Nel 1975 il dipartimento di economia dell'Istituto Battelle di Ginevra
elaborò una "proposta di ricerca tendente ad analizzare le condizioni di sviluppo e
di applicazione di un bilancio sociale d'impresa". La ricerca prevedeva un programma
di sperimentazione per l'attivazione di un bilancio sociale ad un gruppo di imprese
italiane (all'iniziativa hanno aderito Confindustria e quattro grandi aziende italiane,
tra cui la Merloni). Il progetto ebbe un successo solo parziale, in quanto delle quattro
aziende inizialmente coinvolte solo la Merloni è giunta ad una prima elaborazione di un
vero e proprio bilancio sociale nel 1978.
Bisognerà attendere quasi venti anni prima di vedere un altro bilancio sociale in Italia.
Nel 1994, infatti, venne pubblicato il bilancio sociale delle Ferrovie dello Stato. A
partire dal 1997, invece, vengono presentati i bilanci ambientali di alcune importanti
raffinerie ed il bilancio sociale dell'Agip Petroli. Sempre nella seconda metà degli anni
'90 appaiono i primi bilanci sociali in ambiente cooperativo ed associativo.
Dalla seconda metà degli anni '80 fino ai primi anni del 2000 i temi della
rendicontazione e del bilancio sociale hanno costituito oggetto di attenzione da parte di
organismi diversi: associazioni imprenditoriali, università, sindacati e, soprattutto
imprese. Non si vuole qui approfondire la questione ma ci si limita a considerare come al
dibattito italiano sulla rendicontazione sociale ahanno bbiano contribuito sinergicamente
molteplici sforzi, inclusi quelli della Comunità Europea.
Oggi in Italia si contano numerosi bilanci sociali di Comuni, di fondazioni, di grandi e
di piccole imprese, di aziende municipalizzate, di musei, di aziende di sevizi di pubblica
utilità, di cooperative, di assicurazioni, di banche, di associazioni di categoria e di
associazioni di volontariato.
La rendicontazione sociale, dunque, è un fenomeno in netta crescita, anche se non si può
certo dire che esso appartenga alla generalità dei casi. "Eppur si muove": non
sulla base di norme (ad eccezione delle fondazioni di origine bancaria) o standard
codificati, ma sulla scia dell'entusiasmo e di comportamenti assolutamente etici, anche se
a volte solo imitativi.
Forse è il caso di continuare ancora così per qualche tempo anche se l'interesse delle
associazioni di categoria e delle organizzazioni sindacali lasciano intravedere il rischio
che la responsabilità sociale dell'impresa ed i relativi strumenti di rendicontazione
vengono ad essere "spinti" verso modelli o classi di modelli che rischiano di
favoriscanore sololo la facilità di divulgazione e la possibilità di confronti, a
scapito della reale presa di coscienza del valore della rendicontazione sociale
nell'ambito della gestione della responsabilità sociale. Così si confonde la
"preghiera" con la "fede", con il rischio concreto che siano tanti a
"pregare" ma pochi a "credere".
3. Le stagioni delle imprese e le
motivazioni alla rendicontazione sociale
Dall'esame di una molteplicità di casi, sia a livello nazionale sia internazionale, è
possibile distinguere tre fondamentali momenti/motivazioni della rendicontazione sociale.
Esse senza giudizi né di ordine morale né tecnico, vengono qui sottoposte per qualche
riflessione:
1) la rendicontazione "per moda" o di "avanguardia";
2) la rendicontazione "per esigenze e spinte esterne";
3) la rendicontazione "per presa di coscienza".
La rendicontazione "per moda" o di "avanguardia" (come si evince dalla
Fig. 2) si collega al comportamento di quelle imprese che, pur non subendo pressioni
particolari e senza aver ancora maturato una forte convinzione sul tema, decidono di
produrre un bilancio sociale vuoi perché vogliono essere le prime in un settore o in
un'area geografica, vuoi perché si comportano per emulazione.
Questo comportamento normalmente è negativo e non paga: si produce rendicontazione
sociale per qualche anno, poi, si smette in quanto, finito "l'effetto annuncio",
non si trovano altre motivazioni per continuare. E' un fenomeno più frequente di quanto
si pensi, anche in aziende di grandi dimensioni.
Il secondo momento - la rendicontazione "per esigenze e spinte esterne"- è
quello nel quale le aziende iniziano un processo di rendicontazione sulla spinta di
qualche esigenza reale: un processo di privatizzazione, il recupero di immagine a seguito
di fatti ed episodi di cronaca, la preparazione ad una quotazione in borsa, l'operatività
in un settore particolarmente sensibile ai temi ambientali, etc.
Nel caso dei processi di privatizzazione, la rendicontazione sociale assicura agli
stakeholder non finanziari che il passaggio ad un orientamento ai risultati economici non
verrà realizzato a scapito del principio di socialità che aveva guidato - purtroppo
spesso a scapito della economicità e dell'efficienza- la gestione del passato delle
aziende pubbliche.
Le aziende a rischio ambientale sono state tra le prime a sentire l'esigenza di
rendicontare la loro "responsabilità di impresa" rispetto ai grandi temi della
"salute della terra".
Anche per le aziende multinazionali la rendicontazione sociale si pone come un'esigenza.
Esse, infatti, si trovano spesso ad operare in contesti caratterizzati da condizioni di
lavoro non comparabili con quelle ritenute accettabili nei paesi più sviluppati. Poiché
il rischio di immagine è alto, attraverso la rendicontazione sociale si può garantire
agli stakeholder il rispetto degli stessi "standard sociali" accettati nei paesi
più evoluti.
La rendicontazione sociale può derivare anche dalla necessità per l'impresa di
ricostruire la propria immagine, deterioratasi in seguito a fatti di cronaca spiacevoli,
ristrutturazioni, chiusure di stabilimenti, etc. In questi casi dopo la "solita"
indagine di mercato si tenta la "solita" operazione di marketing della
riconquistata "responsabilità sociale".
Il terzo momento è stato definito come quello della rendicontazione "per presa di
coscienza". In questo caso il management dell'impresa interiorizza la necessità di
cambiare e migliorare il rapporto dell'impresa con il proprio contesto economico. Le leve
del cambiamento sono molteplici ma includono, fra l'altro, anche il confronto con una
particolare categoria di soggetti: le organizzazioni non profit.
In Italia, ad esempio, le cooperative hanno sviluppato processi di rendicontazione sociale
interessanti ed innovativi. Al di là delle peculiarità della tipologia organizzativa (vi
è coincidenza di più categorie di stakeholder in capo ad un solo soggetto: gli azionisti
sono dipendenti e spesso anche clienti), è interessante notare come la rendicontazione
sociale delle cooperative abbia costituito un elemento di confronto o di imitazione per le
aziende (anche non cooperativistiche) dello stesso settore. Analogamente, la previsione
normativa che impone alle fondazioni di origine bancarie la redazione di un "bilancio
di missione", ha portato al diffondersi della rendicontazione sociale anche nelle
banche di origine.
Nel caso del management delle aziende multinazionali la presa di coscienza nasce
diversamente. Spesso essa è concepita nei quartieri generali della casa madre e solo
successivamente si trasmette "dall'alto al basso" su tutte le unità operative
in giro per il mondo. Il management locale ha così la possibilità di confrontarsi con le
esperienze attivate nelle altre filiali dell'azienda, adattandole al contesto territoriale
in cui opera: è la logica del "think global and act local".
Le motivazioni possono essere quindi diverse e diversi possono essere i punti di accesso
al tema da parte delle aziende.
La cosa che vale la pena evidenziare è che intorno a questi elementi si crea un
"effetto vortice" che alimenta il processo di diffusione e miglioramento della
rendicontazione sociale. Si realizza, infatti, una sorta di "cross selling"
dell'idea: alcuni soggetti hanno una piena consapevolezza dell'utilità della
rendicontazione sociale; ne deriva un processo di imitazione per "moda"; la moda
diventa una esigenza; l'esigenza crea consapevolezza; la consapevolezza spinge verso
posizioni di avanguardia; queste ricreano, ad un livello superiore, ancora un
atteggiamento di moda e così via.
FIG.2: Le stagioni delle
imprese e le motivazioni alla rendicontazione sociale

E' un circolo virtuoso che consente alle
imprese diversi "punti di accesso", tutti utili ai fini dell'instaurazione di un
processo di rendicontazione sociale (vedi Fig. 13).
4. L'evoluzione del rapporto etica, impresa
e rendicontazione
Il rapporto tra etica, impresa e rendicontazione ha fatto segnare un'evoluzione che,
soprattutto oggi che è diffusa la tendenza a creare ricchezza nei mercati del rischio, si
presta a diverse chiavi di lettura.
Diversi sono i soggetti che si sono interessati a questa tematica. Tra le varie
elaborazioni proposte possiamo citare:
quella della Procter & Gamble;
quella di un gruppo di studiosi della New Economics Foundation, coordinati da Simon Zadek;
una libera classificazione che si propone come tentativo di sintesi degli eterogenei
contributi (saggi, articoli, seminari e dibattiti) di qualificati aziendalisti italiani.
La Fig. 3 riassume le varie scuole di pensiero riguardo all'evoluzione del rapporto etica
ed impresa.
FIG. 3: Le tappe del rapporto etica
e impresa secondo tre filoni culturali

La P&G è da sempre un'azienda attenta
ai problemi sociali, anche se legata ad una concezione dell'economia e società, che
risente fortemente della matrice statunitense. Nell'impostazione seguita dalla P&G
l'evoluzione del rapporto etica-impresa segue tre "tappe" fondamentali:
1. filantropia;
2. ambiente;
3. sviluppo sostenibile.
La filantropia costituisce il primo momento. Le imprese attraverso l'attività produttiva
creano ricchezza la quale si indirizza, in primo luogo, nei confronti degli azionisti e
dei dipendenti. A differenza di quanto sostenevano i marxisti, però, la generazione del
valore si ottiene "non a scapito" ma "grazie" alla "società
civile" che permette con regole, situazioni e strutture il processo di accumulazione,
ottenendo in cambio qualità della vita.
Con la filantropia l'impresa "restituisce" o, meglio,
"ri-distribuisce" alla società civile parte del valore accumulato. La
ri-distribuzione di risorse si attua attraverso interventi che vengono definiti
"filantropia" (in Italia si parla più spesso di "beneficenza" o di
"mecenatismo"). La filantropia investe svariati settori: l'arte, la cultura, la
solidarietà, l'assistenza alle categorie più svantaggiate, gli interventi nei paesi in
via di sviluppo, etc.
La stagione americana della filantropia è quella che ha consentito il proliferare di una
moltitudine di fondazioni. Si tratta di strutture nate o con lasciti di individui - i
protagonisti del grande sogno americano, quelli che si sono "fatti da soli"
scalando tutti i gradini della scala sociale- o con la destinazione di pacchetti azionari
di grandi aziende. L'attività delle fondazioni d'impresa ha potuto essere molto rilevante
anche grazie all'entità delle risorse trasferite dalle imprese. Si è potuto finanziare e
gestire programmi di solidarietà, università, ospedali, musei, laboratori di ricerca,
programmi di salvaguardia di beni culturali, etc.
In questa ricostruzione la rendicontazione sociale nasce con la filantropia: poiché
un'impresa "orientata alla filantropia" può conseguire una serie di benefici
(creazione di un clima favorevole, agevolazioni fiscali, etc.), si rende necessaria una
comunicazione strutturata degli aspetti qualitativi che il bilancio economico non coglie.
Nel modello P&G la seconda tappa evolutiva del rapporto etica-impresa è costituita
dalla crescente attenzione dell'opinione pubblica alle tematiche ambientaliste. Dopo le
conferenza di Rio de Janeiro e di Kioto, ad una maggiore presa di coscienza dell'opinione
pubblica è corrisposta una maggiore attenzione anche da parte delle imprese all'ambiente.
Si poneva l'esigenza di rendicontare la responsabilità sociale dell'impresa rispetto alla
salvaguardia ambientale. E' in questo contesto che si registra una netta
"virata" della rendicontazione sociale verso la "rendicontazione
ambientale". Gli strumenti maggiormente adoperati sono: i bilanci ambientali,
l'eco-audit, l'eco-bilancio, l'ecolabel.
La terza tappa è il c.d. sviluppo sostenibile. Esso può essere sinteticamente definito
come la ricerca di un tasso di crescita che non abbia conseguenze negative sulle
generazioni future. La crescente sensibilità verso il tema di uno sviluppo compatibile
con il benessere delle generazioni future dà origine a sistemi di rendicontazione
centrati quindi su questi temi.
L'evoluzione sinora descritta risente fortemente della matrice culturale statunitense.
Nonostante ciò non è difficile intravedere analogie con il nostro paese che, unitamente
agli altri paesi industrializzati, ha tentato la via della rendicontazione sociale.
Un differente approccio circa l'evoluzione della rendicontazione sociale si ritrova nei
lavori dell'europea New Economic Foundation (NEF). Essa ha avuto come testimonial alcune
aziende particolarmente sensibili al tema (ad esempio Body Shop) le quali hanno fatto da
apripista alla rendicontazione sociale in Europa. Anche qui si è cominciato a codificare
modelli e strutture di rendicontazione. A venti anni circa dalla previsione del
legislatore francese di un bilancio sociale, era maturato un clima culturale e politico
favorevole alla diffusione, su base assolutamente volontaria, della rendicontazione
sociale
L'impostazione della New Economic Foundation differisce da quella precedentemente
descritta della Procter&Gamble, in quanto enfatizza soprattutto il concetto di
"responsabilità sociale dell'impresa".
In un primo momento, l'atteggiamento responsabile dell'impresa rispetto ai grandi temi è
stato letto come un investimento assai produttivo con grandi ritorni sia in termini di
fatturato che di immagine e di consenso.
Il caso Body Shop -che viene spesso preso ad esempio- ne è la testimonianza. Body Shop è
una azienda creata da una donna ed è gestita prevalentemente da donne. Essa produce una
linea di cosmetici per il corpo assolutamente "naturali" ed ottenuti senza
sperimentazioni sugli animali. Il successo commerciale ottenuto da Body Shop dimostra che
l'etica "paga" e che l'investimento in responsabilità sociale offre ritorni
interessanti.
Si può osservare che l'attenzione sui temi ambientali che Body Shop ha saputo calamitare
è stata tale che i negozi dell'azienda (spesso in franchising) sono stati considerati
dall'opinione pubblica una sorta di rete "quasi-politica" attraverso la quale
organizzare incontri e dibattiti, divulgare iniziative di ispirazione ambientalista,
raccogliere firme e petizioni a favore degli animali.
Chiarito che la responsabilità sociale dell'impresa è un investimento positivo, la
seconda fase è quella di prendere atto che il comportamento etico deve necessariamente
costituire per l'impresa un elemento di strategico di lungo termine.
La reazione dell'opinione pubblica al comportamento responsabile dell'impresa diventa, per
il management, una variabile esterna da considerare nella determinazione degli obiettivi.
Essendo cambiato il livello di sensibilità a certi temi da parte dell'opinione pubblica
è logico che anche le imprese cambino per continuare a rimanere nel mercato con successo.
Nell'impostazione della New Economic Foundation la terza fase dell'evoluzione della
responsabilità sociale consiste nel leggere il "vincolo esterno" (l'attenzione
dell'opinione pubblica ai comportamenti responsabili dell'impresa) come un'opportunità
piuttosto che un rischio. L'opportunità da cogliere è quella di apprendere dal
comportamento del "mercato" rispetto a certe tematiche e quindi innovare
prodotti e modelli di gestione nonché creare valore, partendo dalle preferenze del
mercato rispetto alle tematiche sociali.
La logica sottostante a questa impostazione è che l'attenzione all'opinione pubblica può
consentire di anticiparne le aspettative. Si stimola in tal modo l'innovazione e
l'individuazione di fattori competitivi di successo. Per fare marketing è sufficiente
ascoltare nella logica della "relationship".
In precedenza abbiamo descritto due approcci al tema dell'evoluzione del rapporto etica ed
impresa. Il primo è stato elaborato nel contesto statunitense, il secondo in quello
europeo, soprattutto britannico. Ora vogliamo spostare la nostra attenzione sull'Italia
dove il tema si presta a considerazioni forse non del tutto condivisibili ma certamente
stimolanti.
Sull'evoluzione del rapporto etica/impresa si sono confrontati, a più riprese e quasi
costantemente negli anni, molti studiosi ed osservatori attenti. Essi hanno affrontato il
tema da punti di vita differenti, che cercheremo di sintetizzare di seguito anche
avvalendoci di qualche slogan.
Anche in questo caso distinguiamo tre fasi.
La prima fase è quella che prende atto che "l'etica viene dopo l'economicità".
Significa che fino a quando l'azienda ha problemi di sopravvivenza e di crescita -è nella
sua fase di start-up non si preoccupa certo dell'etica. Il suo problema è tentare di
sfruttare al massimo tutto quello che il mercato offre rispettando comunque la legge, cosa
che nella prima fase non sempre riesce.
Lo slogan che sintetizza questa situazione è: "non chiedere come è stato fatto il
primo miliardo".
La seconda fase è quella che vede le imprese evolversi e consolidare le loro posizioni.
Superate le iniziali difficoltà scoprono che "l'etica paga e protegge".
Non solo l'etica "paga" premiando i comportamenti responsabili dell'impresa (qui
si può cogliere la similitudine con la fase uno del modello NEF), ma essa
"difende" delegittimando agli occhi dell'opinione pubblica le imprese
concorrenti che tentano di conquistare posizioni "in modo eticamente scorretto".
Le regole etiche fungono da barriera all'entrata di nuove imprese. Questo è evidentemente
un incentivo, per le imprese consolidate, a rispettare le regole etiche.
La terza fase, infine, è quella che legge l'etica come "requisito per rimanere sul
mercato". In un contesto di riferimento maturo sotto il profilo socio-culturale è
indispensabile rispettare le regole etiche per non deludere l'opinione pubblica ed essere
emarginati dal mercato. Un rating negativo, assegnato dagli analisti al comportamento
etico dell'azienda, può determinarne la crisi.
E chiaro che le tre tappe qui sintetizzate possono coesistere in quanto sono legate non al
comportamento dell'opinione pubblica, che è ovviamente unico nello stesso momento
storico, ma al ciclo evolutivo dell'impresa ed al rapporto con il proprio mercato di
riferimento. La rendicontazione sociale segue questo orologio culturale ed organizzativo
dell'azienda ed è con tale "chiave di lettura" che si possono analizzare i
bilanci sociali delle imprese italiane.
5. Dalla rendicontazione "one bottom
line" alla rendicontazione "triple bottom line"
A mano a mano che la gestione dell'impresa si è spostata dall'attività commerciale a
quella industriale, il bilancio ha cominciato ad accusare le prime difficoltà nel
rappresentare correttamente la realtà sottostante ai fatti gestionali.
Quando l'attività finanziaria ha assunto maggior peso nella gestione ed il processo di
internazionalizzazione si è affermato, il bilancio ha messo in evidenza tutti i suoi
limiti. Con la possibilità di negoziare subito valori che si realizzeranno in futuro,
tipica della finanza evoluta, è saltato uno dei principi fondamentali del bilancio di
esercizio tradizionale: la competenza. Si è determinata una progressiva
"fuoriuscita" dal bilancio di importanti elementi della gestione, fino ad
arrivare al paradosso che le voci fuori bilancio pesano di più delle voci in bilancio .
Il bilancio che contabilizzava i fatti certi del passato finisce per contabilizzare i
fatti incerti del futuro. Metaforicamente si potrebbe affermare che da "specchietto
retrovisore" diviene "cannocchiale", con rischi facilmente intuibili.
Più ci si sposta dal passato e dal presente verso il futuro e più ci si rende conto dei
limiti che il bilancio presenta. Nasce l'esigenza di contabilizzare un elemento nuovo e
tutto qualitativo: la fiducia.
Fino a poco tempo fa, l'impresa otteneva "fiducia" attraverso i suoi risultati
economici. L'ultima riga ("the bottom line", nella terminologia anglosassone)
del conto economico (scalare) contabilizzava indirettamente anche la fiducia, senza la
quale non si poteva operare sul mercato.
Oggi questo non è più sufficiente. Si parla sempre più spesso di un triplice approccio:
la "triple bottom line" . Secondo questo orientamento la misurazione dei
risultati deve avvenire non solo sulla base di criteri economici, ma anche di quelli
ambientali e sociali.
Il passaggio dalla "one bottom line" alla "triple bottom line" segnala
una progressiva dilatazione del concetto di accountability che pare rimodularsi non più
sulla base della disponibilità di rendicontare delle imprese, ma della domanda di
accountability della società civile.
Nel passaggio da una a tre righe finali di un ipotetico conto economico, si cristallizzano
tutti i limiti oggettivi della rendicontazione tradizionale. Essa già stentava a cogliere
esaurientemente tutti gli aspetti di natura economica, ma è ancor meno adeguata al fine
di soddisfare la nuova domanda di rendicontazione sociale ed ambientale.
La complessità principale nasce dal fatto che la "fiducia" non solo è un
elemento intangibile dell'attivo patrimoniale ma è, a sua volta, una sommatoria di
elementi intangibili. E' un cocktail fatto di valori, di atteggiamenti, di rispetto delle
regole, di governance, di onestà, di etica. In sintesi, la fiducia è il consenso
dell'opinione pubblica e, cioè, del complesso degli stakeholder.
La rappresentatività del bilancio segna un ulteriore punto di crisi con lo sviluppo delle
aziende di know-how. Esse sono società caratterizzate da una forte presenza di
professional, la cui alta intensità di conoscenze caratterizza la gestione aziendale.
La conoscenza accumulata (c.d. knowledge) quando si realizza all'interno dell'azienda non
viene contabilizzata. Si trascura perciò un elemento fondamentale: il personale che è il
vero patrimonio (di conoscenze) di questa tipologia di imprese. La formazione, il grado di
specializzazione, i comportamenti, la creatività, l'attaccamento all'azienda, il senso di
appartenenza, la capacità di creare e gestire conoscenza, sfuggono alla metrica del
bilancio e sono contabilizzate in conto economico come un qualsiasi acquisto di materiale
da consumo. Sono forse questi elementi assimilabili in qualche maniera alla carta da
fotocopie, alle lampadine o alla cancelleria?
Un nuovo paradigma si impone alle imprese: ottenere e gestire il consenso sia all'esterno
dell'azienda, ottenendo la "fiducia" degli stakeholder, sia all'interno,
mediante "valori" che sappiano compattare i vari livelli organizzativi. Sebbene
la combinazione di questi due componenti fondamentali possa incidere positivamente
sull'accumulazione e sulla creazione della conoscenza e, di conseguenza, sul successo
dell'impresa; essi non vengono rilevati dal bilancio.
L'esigenza che si pone è quella di legare la realtà interna a quella esterna
all'impresa, alimentando una stabile relazione con i portatori di interessi (stakeholder
relationship). A tal fine occorre incrementare i flussi informativi, non solo quelli
dall'impresa agli stakeholder ma anche quelli di segno opposto (Fig. 4).
E' questo il campo d'azione della rendicontazione sociale di cui il bilancio sociale,
anche nella sua accezione più ampia, è solo uno degli strumenti. Esso pur non risolvendo
tutti i problemi, può contribuire alla soddisfazione di parte della domanda di
comunicazione non soddisfatta dal bilancio tradizionale.
In altri termini la rendicontazione sociale nasce come tentativo di superare i limiti di
quella economica, sostituendo alla "one bottom line" (economica) la "triple
bottom line" (economica, ambientale, sociale). Vi è una sfumatura che vale la pena
di segnalare. La rendicontazione economica è sì più limitata ma anche più strutturata.
Al contrario quella sociale sembra porsi come più complessa ma anche meno strutturata.
Il bilancio tradizionale, quello della "one bottom line", presenta quindi un
doppio limite: non riesce a catturare molti dei fenomeni economici importanti "della
società della conoscenza" e della "contabilizzazione delle aspettative" e
non riesce neanche a contabilizzare "tutto il resto" che, pur non essendo
direttamente economico ma sociale, prima o poi indirettamente lo diventa.
Se è vero che i valori etici interni sono elementi "intangibili" della gestione
è altrettanto vero che essi determinano il successo dell'impresa in maniera certamente
"tangibile". Nonostante i valori etici contribuiscano positivamente alla
ricchezza che l'impresa genera, nessuna porzione di tale contributo viene contabilizzata
né misurata.
FIG. 4 Una rappresentazione della
stakeholder relationship

Sotto il profilo della rendicontazione
sociale, invece, occorre prendere atto che la "geometria del valore" è
cambiata.
Come si osserva nella Fig.5 dal "triangolo del valore" (valore per l'azionista,
valore per i dipendenti e valori per la stessa impresa) si passa al "quadrilatero del
valore" dove il quarto vertice è costituito dal valore per la società civile.
Quest'ultimo è un valore qualitativamente diverso: di medio-lungo periodo in
contrapposizione con gli altri tre valori che troppo spesso sono valori di breve periodo.
La differenza tra creare valore a breve e creare valore a medio-lungo termine è un
elemento che merita di essere approfondito.
L'andamento dei mercati mobiliari ha spostato l'attenzione sui risultati delle imprese di
breve periodo. L'obiettivo delle grandi multinazionali quotate in borsa sembra essere
diventato quello di ostentare agli analisti finanziari un ritorno sull'investimento sopra
i benchmark tradizionali. A questo risultato ha contribuito sia l'elevato turnover dei top
managers sia la politica dei bonus e delle stock options legate a risultati di breve
termine. I manager, forti dei risultati di breve, promettono grandi risultati di medio
termine. Le borse fanno finta di crederci e scontano le aspettative, sapendo tutti
benissimo che a quattro anni di distanza quei manager avranno già cambiato azienda due
volte e non dovranno rendere conto a nessuno delle ristrutturazioni, della
reignerizzazione dei processi, dei risultati ottenuti spesso solo con le plusvalenze e
dell'anoressia organizzativa in cui avranno lasciato cadere le imprese da loro gestite.
Questa è l'ottica di breve periodo: devastante non solo per le imprese, ma per tutta la
società.
Lo spazio della rendicontazione sociale è quello che sposta il concetto del valore da tre
a quattro elementi (come mostra la Fig. 5) ed anche dal breve al medio-lungo periodo.
Questo spiega l'attenzione su temi come l'ambiente, lo sviluppo sostenibile e i risvolti
sociali del business. Questo giustifica la necessità della triple bottom line.
Ma la responsabilità sociale è in qualche misura un costo aggiuntivo della gestione?
Tutt'altro. Dalla responsabilità sociale nasce valore per tutti, non solo per la società
civile, ma anche per i protagonisti dell'originario triangolo del valore (azionisti,
dipendenti, impresa).
Come si osserva nel Libro Verde della Commissione delle Comunità Europee: la
responsabilità sociale può rivestire "un valore economico diretto". Infatti,
nonostante la responsabilità principale delle imprese sia quella di generare profitto,
esse possono al tempo stesso contribuire alla realizzazione di obiettivi sociali e alla
tutela dell'ambiente, integrando la responsabilità sociale come investimento strategico
ed implementando idonei strumenti gestionali ed operativi. La responsabilità sociale,
quindi, è un investimento e non un costo: essa crea valore come, a suo tempo, lo hanno
creato l'orientamento alla qualità e l'introduzione di sistemi informatici sofisticati.
La rendicontazione sociale, da questo punto di vista, si pone come tentativo di
"misurare" ciò che le rendicontazioni tradizionali non riescono a rilevare: il
valore generato dall'investimento in responsabilità sociale.
FIG. 5 Dal triangolo del valore al
quadrilatero del valore

Ma la responsabilità sociale è in qualche
misura un costo aggiuntivo della gestione? Tutt'altro. Dalla responsabilità sociale nasce
valore per tutti, non solo per la società civile, ma anche per i protagonisti
dell'originario triangolo del valore (azionisti, dipendenti, impresa).
Come si osserva nel Libro Verde della Commissione delle Comunità Europee: la
responsabilità sociale può rivestire "un valore economico diretto". Infatti,
nonostante la responsabilità principale delle imprese sia quella di generare profitto,
esse possono al tempo stesso contribuire alla realizzazione di obiettivi sociali e alla
tutela dell'ambiente, integrando la responsabilità sociale come investimento strategico
ed implementando idonei strumenti gestionali ed operativi. La responsabilità sociale,
quindi, è un investimento e non un costo: essa crea valore come, a suo tempo, lo hanno
creato l'orientamento alla qualità e l'introduzione di sistemi informatici sofisticati.
La rendicontazione sociale, da questo punto di vista, si pone come tentativo di
"misurare" ciò che le rendicontazioni tradizionali non riescono a rilevare: il
valore generato dall'investimento in responsabilità sociale.
6. La rendicontazione sociale come
strumento di gestione per le strutture non profit
Una considerazione a parte merita il tema della rendicontazione sociale delle strutture
non profit.
, oggetto in questo intervento di precise considerazioni.
Finora abbiamo evidenziato che per le
imprese profit oriented è possibile rinvenire un rapporto di consequenzialità con
riferimento ai concetti di responsabilità sociale (investimento strategico dell'azienda),
di rendicontazione sociale (volta a misurare il valore dell'investimento) e di strumenti
(necessità di passare ad una "triple bottom line").
Per le organizzazioni non profit, invece, si nota una diversa articolazione dei predetti
concetti. Innanzitutto alla responsabilità sociale si sostituisce il concetto di
"legittimazione sociale". La rendicontazione sociale si inquadra come tentativo
di ottenere o mantenere la propria legittimazione sociale. Gli strumenti, infine, si
coniugano in maniera parzialmente differente: la "triple bottom line"
(economica-ambientale-sociale) spesso diventa "double", poiché l'enfasi sugli
aspetti economici è notevolmente attenuata, o "one bottom line", quando
l'attenzione sul sociale prevale sugli aspetti di carattere ambientale.
Cerchiamo di approfondire queste considerazioni.
Il bilancio di esercizio, sintesi della rendicontazione economica di ogni azienda, si
compone di "cifre" e di "parole". Le "cifre" servono a
rappresentare i risultati economici dell'azienda e le "parole" aiutano a
spiegarne il significato. A loro volta "cifre e parole" consentono di
rendicontare sull'andamento dei "fatti di gestione". Questi ultimi, tuttavia,
rimangono sullo sfondo della comunicazione, in quanto ciò che interessa agli stakeholder
economici (azionisti, finanziatori, clienti) è il risultato economico, patrimoniale e
finanziario che è stato realizzato attraverso la gestione aziendale.
Per le strutture non profit la situazione è notevolmente diversa. Nelle associazioni, ad
esempio, l'aspetto patrimoniale è spesso scarsamente rilevante. Le organizzazioni non
profit, inoltre, sono vincolate a non distribuire profitti che, qualora si realizzino,
sono strumenti e non obiettivi della gestione. Stanti queste peculiarità sia il bilancio
delle "cifre" sia quello delle "parole" perdono parte della loro
importanza, mentre assume grande rilevanza la rendicontazione dei "fatti"
realizzati. Essa è il principale strumento di misurazione delle performance di una
struttura non profit.
Non è un caso che all'estero l'equivalente della nostra relazione annuale di bilancio
delle strutture non profit viene definita "fatti e cifre" nel senso che le cifre
aiutano a spiegare i fatti e non viceversa. I "fatti" nella struttura non profit
sono in primo piano nel processo di comunicazione e questi fatti debbono essere spiegati
con "parole" e con "cifre". Ciò che cambia nell'azienda non profit è
il "driver di comunicazione": si vogliono fornire informazioni
quali-quantitative sulle attività svolte e sulle finalità sociali che la struttura non
profit ha perseguito.
Raccontare i "fatti" (intesi come risultati ottenuti) con "parole"
più che con "cifre" a destinatari assolutamente eterogenei e tutti portatori di
molteplici interessi sociali, significa predisporre una rendicontazione sociale che non si
sostituisca a quella economica, ma si affianchi ad essa migliorandone la potenza
informativa e la comprensibilità nei confronti dei terzi.
Nelle aziende profit oriented esiste il rischio che lo stakeholder economico, in
particolare l'azionista interessato al dividendo, veda la realizzazione di iniziative
sociali come elementi in concorrenza con le finalità economiche della gestione. Il
rischio di questo "cannibalismo sul suo dividendo" -come lo chiama Matacena -
non si pone invece per le aziende non profit, dove la performance aziendale non si lega al
reddito, ma all'efficacia della distribuzione della ricchezza o dei servizi sociali.
Sintetizzando quanto finora descritto è possibile affermare che la rendicontazione
sociale è "l'unica e vera rendicontazione possibile" per una struttura non
profit. A differenza della rendicontazione contabile, infatti, quella sociale riesce a
cogliere la "gestione caratteristica" delle aziende non profit e a comunicarne
agli stakeholder i risultati di utilità sociale.
L'affermazione che la rendicontazione misura il valore e quindi contribuisce a crearlo in
questa fattispecie è ancora più vera.
Il parallelo con la struttura profit oriented è immediato. In essa la gestione
caratteristica si presta ad essere catturata dalla rendicontazione contabile. Viceversa la
cosiddetta "attività sociale" costituisce normalmente oggetto della gestione
non caratteristica e viene eventualmente catturata dalla rendicontazione sociale quando
essa viene realizzata e proposta. Dunque per la struttura profit oriented la
rendicontazione sociale è un "optional" e quella contabile un "must".
Nella struttura non profit, invece, la situazione è rovesciata: la rendicontazione
sociale è l'unica rendicontazione che abbia un senso preciso ed una utilità specifica.
Analoga considerazione si può proporre se si sposta l'analisi dal bilancio alla creazione
del valore. Nella Fig. 5 avevamo tracciato l'evoluzione della "geometria del
valore" nelle imprese profit oriented: dal noto triangolo (azionisti, dipendenti,
impresa) si passava ad un quadrilatero.
Nel caso della struttura non profit la geometria cambia ancora (vedi Fig. 6). Mancano
infatti veri e propri azionisti, mentre possono esservi dei semplici soci "animatori
dell'iniziativa", che spesso figurano anche come dipendenti della struttura. Inoltre
il valore che una struttura non profit crea per i soci più che in senso economico va
inteso come soddisfazione di un "bisogno intimo e profondo" di appartenenza, di
solidarietà e di altruismo.
FIG. 6 La geometria del valore nelle
strutture non profit

La conclusione è sintetizzata nella Fig.
7. Essa pone a confronto esigenze, risposte e strumenti dei comparti profit e non profit.
La figura evidenzia che vi sono precise distinzioni concettuali e non solo sfumature
formali.
FIG. 7: Il confronto tra strutture
profit oriented e strutture non profit

7. Il bilancio di missione e le fondazioni
bancarie
Parlando di rendicontazione sociale delle strutture non profit, il caso delle Fondazioni
Bancarie, assume toni e significati del tutto particolari.
L'espressione "bilancio di missione" è stata formulata, infatti, per la prima
volta nel 1996 in occasione della proposta di bilancio delle fondazioni bancarie.
Nel corso degli anni quello del "bilancio di missione" è divenuto un concetto
fatto proprio sia dal mondo accademico, sia da quello delle Fondazioni e più in generale
da tutto il settore non profit.
Nel caso delle fondazioni di origine bancaria, poi, a differenza delle organizzazioni non
proft - l'idea guida dei bilancio di missione ha trovato una precisa conferma, oltre che
in una esigenza forte di legittimazione sociale, anche nelle indicazioni del decreto del
17/05/99 n.153 e nei successivi Atti di indirizzo del Ministero del Tesoro del 5 agosto
1999 e del 19 aprile 2001.
In quest'ultima occasione, in particolare, le fondazioni di origine bancaria sono state
espressamente invitate ad approvare entro il 31 luglio 2001 il bilancio d'esercizio
accompagnato da una relazione sulla gestione suddivisa in due sezioni, l'una definita
"relazione economica e finanziaria", l'altra "bilancio di missione"
(art.12). Nella seconda sezione è previsto che siano illustrati:
· il rendiconto delle erogazioni deliberate e delle erogazioni effettuate nel corso
dell'esercizio, la composizione ed i movimenti dei fondi per l'attività di istituto e
della voce "erogazioni deliberate";
· gli obiettivi sociali perseguiti dalla fondazione nei settori di intervento ed i
risultati ottenuti, anche con riferimento alle diverse categorie di destinatari;
· l'attività di raccolta fondi;
· gli interventi realizzati direttamente dalla fondazione;
- l'elenco degli enti strumentali cui la fondazione partecipa, separando quelli operanti
nei settori rilevanti da quelli operanti negli altri settori statutari e indicando per
ciascun ente: la denominazione; la sede; l'oggetto o lo scopo; la natura e il contenuto
del rapporto di partecipazione; il risultato dell'ultimo esercizio; la sussistenza del
controllo, etc....;
· l'attività delle imprese strumentali esercitate direttamente dalla fondazione, degli
enti e società strumentali partecipati e delle fondazioni diverse da quelle di origine
bancaria il cui patrimonio sia stato costituito con il contributo della fondazione;
- i criteri generali di individuazione e di selezione dei progetti e delle iniziative da
finanziare per ciascun settore di intervento;
· i progetti e le iniziative finanziati, distinguendo quelli finanziati solo dalla
fondazione da quelli finanziati insieme ad altri soggetti;
· i progetti e le iniziative pluriennali sostenuti e i relativi impegni di erogazione;
· i programmi di sviluppo dell'attività sociale della fondazione.
In termini generali, dunque, le Fondazioni di origine bancaria vengono chiamate a:
· costruire un sistema di rilevazione dei risultati (fatti e non solo cifre);
· attrezzarsi per valutare l'efficacia dei propri interventi;
· dotarsi di modelli di rendicontazione sociale, capaci di rappresentare in maniera
chiara i "valori", i "fatti" e le "cifre" che rappresentano
l'"identità" della Fondazione, descrivano la "gestione" e ne
dimostrino i "risultati".
8. Conclusioni
A fronte di quanto sinora affermato le principali conclusioni possono così sintetizzarsi:
E' auspicabile che, tanto le imprese quanto le forze politiche, affrontino il tema della
rendicontazione sociale non solo in maniera strumentale ma interiorizzandolo.: "la
posta in gioco è troppo elevata"·
E' auspicabile che il settore non profit,
che nel futuro dovrà pagare in trasparenza e accountability le eventuali agevolazioni
(fiscali, ecc.), adottino, non per legge, ma per comportamenti etici un bilancio di
missione.
·E' auspicabile che le strutture politiche
e o-sindacali si facciano portavoce non di nuove norme (ne abbiamo già abbastanza) ma
promotrici culturali in tema di responsabilità sociale, per le strutture profit, e di
legittimazione sociale, per le strutture non profit.
Prof. Luciano Hinna
* Università degli Studi di Roma "Tor
Vergata"
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