UIL: le politiche di responsabilirà sociale delle imprese
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La responsabilità
sociale delle imprese

responsabilita' sociale delle imprese

"Il sindacato e la responsabilità sociale delle imprese"

Roma 30 Maggio 2002

Intervento dell'Avv. Alessandro Azzi, Presidente Federcasse

Nel mio breve intervento vorrei provare a rispondere a tre domande:
1) perché il tema della responsabilità etico-sociale dell'impresa coinvolge noi tutti?
2) cosa ha da dire il Credito Cooperativo sul Libro Verde della Commissione Europea?
3) come si pone il Credito Cooperativo nei riguardi della responsabilità sociale?
Primo argomento e prima risposta.
Responsabilità sociale e imprese. Fino a poco tempo fa l'accostamento poteva apparire antitetico, quasi un ossimoro: se c'era impresa non c'era responsabilità sociale, o etica, e viceversa. E il discorso si amplificava ulteriormente se applicato alle banche: sin dai tempi di Aristotele la concezione comune riteneva l'esercizio del credito contrario all'etica.
Questo pensiero, oggi, appare largamente superato.
La responsabilità sociale, l'etica, attengono all'economia, non solo perché tutto ciò che è azione e relazione le riguarda, ma anche perché esse non investono semplicemente il "buon cuore" dei singoli, non sono circoscritte alla sfera privata degli individui, ma hanno un preciso valore economico, presentandosi come strumenti che consentono il buon funzionamento del mercato, evitando tensioni sociali che si potrebbero ripercuotere a danno del mercato stesso e delle imprese che vi operano.
C'è stata quindi, soprattutto in questi ultimi tempi e grazie alla positiva contaminazione con altre culture (soprattutto il mondo anglosassone) una sorta di "riconversione mentale" che ha portato le aziende ad una nuova consapevolezza: gestire un business significa gestire relazioni con diversi portatori di interessi. Risulta pertanto molto riduttivo parlare semplicemente di profittabilità, omettendo l'impegno a creare valore per la collettività, per i collaboratori, per i fornitori dell'impresa e per le stesse generazioni future.
Non a caso, nel Libro verde sulla responsabilità sociale delle imprese si riprende il messaggio fondamentale del Consiglio Europeo di Goteborg del giugno 2001, secondo il quale "nel lungo termine la crescita economica, la coesione sociale e la tutela dell'ambiente vanno di pari passo".
Se questo è vero, il discorso di oggi diventa fortemente strategico per le imprese. E le imprese, lo sappiamo bene, non sono tanto o soltanto le strutture e i capitali, ma anche e soprattutto il patrimonio di energie umane che ad un'impresa danno volto e forza. Dunque, poiché ci interessa lo sviluppo delle nostre imprese, e fattore incidente in questo sviluppo è la responsabilità sociale, ecco il motivo per cui il tema oggi alla nostra attenzione non è per nulla accademico e per nulla "poetico", ma estremamente concreto. D'altronde, sempre nel Libro Verde si legge: "L'Unione si preoccupa della responsabilità sociale delle imprese, poiché essa potrebbe recare un contributo positivo all'obiettivo strategico definito a Lisbona: divenire l'economia della conoscenza più competitiva e più dinamica del mondo, capace di una crescita economica sostenibile accompagnata da un miglioramento quantitativo e qualitativo dell'occupazione e da una maggiore coesione generale". La responsabilità sociale influenza dunque aspetti - l'occupazione, la coesione, la crescita economica - sui quali l'interesse dei lavoratori, oltre che degli imprenditori e della collettività in generale è sicuramente alto.
Il secondo punto che volevo trattare, riguarda la posizione espressa dal Credito Cooperativo sul Libro Verde. Al riguardo, abbiamo formulato quattro suggerimenti:
1) Primo suggerimento. Distinguere tra imprese profit e nonprofit. La Commissione europea dovrebbe graduare il proprio impegno a seconda dei destinatari dell'attività di diffusione della responsabilità sociale. Dovrebbe promuoverla tra le imprese profit e incentivarla, impegnandosi di più quindi, tra le imprese nonprofit.
2) Secondo suggerimento. L'Unione potrebbe utilmente contribuire a omogeneizzare i criteri essenziali di redazione e di verifica anche da parte di soggetti indipendenti. Assisteremo probabilmente ad un boom dei principali strumenti di rappresentazione della responsabilità sociale delle imprese (codici di condotta; bilanci sociali e audit sociali; etichette sociali ed ecologiche; investimenti socialmente responsabili). Occorre allora aiutare i cittadini-consumatori-investitori a discernere in termini di gestione socialmente responsabile tra ciò che è impegno sostanziale e ciò che è invece soltanto immagine. Ma come distinguere l'essere dall'apparire? Posto che le "auto-certificazioni" non bastano, propongo tre criteri:
la coerenza tra valori, scelte strategiche e prassi operative e, in particolare, la riconducibilità di queste ultime ad una politica e ad una pianificazione di responsabilità sociale dell'impresa
la trasparenza e la disponibilità a comunicare
la continuità nel tempo delle politiche e delle azioni, segnale di un impegno di lungo periodo e della volontà di miglioramento.
3) Terzo suggerimento. Incentivare gli investimenti delle micro-piccole-medie imprese nella responsabilità sociale. Tali imprese svolgono un ruolo cruciale nello sviluppo:
a) in termini di impatto sulla qualità della vita delle comunità locali;
b) in termini di influenza su un numero di occupati molto maggiore del numero di occupati delle grandi imprese (e in tendenziale aumento, stando ai dati dell'ottavo censimento generale dell'industria e dei servizi, presentato dall'Istat. Le cui prime elaborazioni evidenziano come nell'Italia dell'ultimo decennio la crescita sia avvenuta soprattutto nei piccoli comuni e ad opera delle piccole imprese. Nei centri con più di centomila abitanti gli addetti sono diminuiti del 7,2%, nei comuni fino a ventimila abitanti l'occupazione è aumentata invece del 13,3%. Inoltre, con riferimento alla dimensione media delle unità imprenditoriali, nell'industria essa è diminuita da 6,7 a 6,3 addetti, mentre è rimasta sostanzialmente stabile nel commercio (2,5 addetti) e nei servizi (3,6 addetti);
c) in termini di diffusione e quindi di impatto su porzioni di territorio molto maggiori rispetto a quello delle grandi imprese e delle multinazionali.
Alla luce di ciò, l'Unione Europea dovrebbe particolarmente incentivare gli investimenti di queste imprese nella responsabilità sociale in almeno cinque modi: sostenendo la formazione, catalogando le buone prassi, presentando schemi di rendicontazione omogenei, pensando trattamenti fiscali agevolativi degli investimenti in responsabilità sociale, coinvolgendo infine le associazioni di categoria.
4) Quarto suggerimento. Riservare più spazio al ruolo delle banche. Le banche hanno un ruolo diretto (perché assumono iniziative di responsabilità sociale) e indiretto (la tipica attività di erogazione del credito e di gestione finanziaria svolta dalle banche è una leva fondamentale di promozione/riconoscimento). L'introduzione di criteri negativi (ad excludendum) e positivi (ad includendum) nel processo di selezione del merito di credito, orienta, allora, non soltanto le scelte gestionali della banca, ma anche quelle delle imprese affidate ed educa i risparmiatori.
L'ultimo punto che mi proponevo di affrontare riguarda la responsabilità sociale così come sentita e vissuta dal Credito Cooperativo. All'interno del Credito Cooperativo. E dire all'interno è quanto mai proprio, perché non a caso le BCC si definiscono "banche a responsabilità sociale".
Perché questa definizione e in che senso?
Le Banche di Credito Cooperativo costituiscono oggi un sistema originale di 474 banche locali presenti sul territorio con quasi 3.100 sportelli. Sono banche originali per diverse ragioni: non solo sono imprese cooperative (dunque società di persone e non di capitali, regolate sul principio del voto capitario, della "porta aperta", che non hanno scopo di lucro e perseguono obiettivi di utilità sociale), ma sono in più imprese mutualistiche, dunque banche dei soci che erogano il credito prevalentemente ai soci.
In più, le BCC sono banche localistiche, in pratica le ultime banche localistiche, con un radicamento nel territorio del tutto speciale. Si pensi che, a livello nazionale, le BCC rappresentano circa il 93% delle banche locali non appartenenti a gruppi bancari presenti sul territorio nazionale. In pratica, oltre alle BCC, ci sono in Italia solamente 42 banche a carattere locale e interprovinciale, alcune delle quali partecipate, anche se non controllate, da gruppi bancari. Gruppi che mantengono i presìdi territoriali in loco, ma sicuramente spostano altrove, e concentrano, i centri decisionali. Certamente il "sistema Paese" ha bisogno dei grandi gruppi finanziari, ma ha altrettanto bisogno, non meno bisogno, di pluralismo. Lo sostiene il Governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio nella recente prefazione al volume "La solidarietà efficiente" sulla storia della nostra categoria che ci ha fatto l'onore di rivolgerci, nella quale afferma: "alle banche locali e, tra queste, alle Banche di Credito Cooperativo, spetta il compito di assecondare il riequilibrio delle passività delle imprese piccole e medie verso il capitale di rischio e forme di indebitamento a lungo termine. Esse devono saper indirizzare la clientela verso gli strumenti finanziari più idonei a sostenerne lo sviluppo nel tempo, migliorando l'analisi delle esigenze finanziarie delle imprese e offrendo servizi di finanza aziendale in collaborazione con le strutture di categoria e con intermediari specializzati". Una conferma indiretta della necessità della presenza delle banche locali cooperative nel mercato viene anche dal consolidamento di questa esperienza in Europa. Nell'area continentale, il Credito Cooperativo significa più di 4.500 banche locali con quasi 51.000 sportelli, poco meno di 38 milioni di soci e 103 milioni di clienti, circa 527 mila dipendenti e una quota di mercato che si attesta, in media, sul 17% (ma ci sono Paesi nei quali la quota sale fino al 25%).
Dicevo che le Banche di Credito Cooperativo sono praticamente le ultime banche locali. E va specificato che l'appartenenza al territorio assume nel caso delle BCC una pregnanza che è difficile riscontrare presso altri intermediari. Perché le BCC sono banche del territorio: in quanto nascono dall'iniziativa di persone del territorio che decidono di unire le energie e di cooperare per fare impresa. Sono nel territorio: lo abitano in via permanente e vi tengono non solo l'operatività, e tutta l'operatività, ma anche il potere decisionale. Lavorano per il territorio: con uno stile di banca fondato sull'attenzione alla persona, sulla conoscenza e la prossimità reale, sull'inclusione nei circuiti economici degli operatori piccoli e piccolissimi; ma anche favorendo la crescita civile del territorio.
Proprio tali caratteristiche hanno consentito il continuo sviluppo delle BCC, che a fine 2001 amministravano una raccolta diretta superiore ai 67.000 milioni di euro (con una quota di mercato del 7,2%) ed erogavano impieghi all'economia per più di 48.500 milioni di euro (con una quota di mercato del 5%). Ma soprattutto rappresentano il partner di riferimento per i piccoli operatori e le famiglie, visto che - se segmentiamo le informazioni - risulta che le BCC erogano il 18% del totale dei crediti bancari concessi alle imprese artigiane, il 17,5% del totale dei crediti alle imprese che hanno fino a 20 addetti e l'8% del totale dei crediti concessi alle famiglie. Inoltre, l'importo medio dei fidi delle Banche di Credito Cooperativo è pari a circa 37.000 euro, rispetto a 53.500 euro delle altre banche.
Per tutte queste ragioni, allora, le Banche di Credito Cooperativo si definiscono banche differenti:
perché sono espressione di auto-imprenditorialità;
perché sono palestre di democrazia economica;
perché sono autenticamente locali;
perché perseguono obiettivi di valorizzazione dell'impresa, ma non di lucro individuale;
perché fanno "finanza per lo sviluppo" e non "finanza per la finanza", dando credito - e dunque fiducia - soprattutto all'economia reale, producendo valore e ricchezza, promovendo sviluppo, creando occupazione.
Proprio per queste ragioni esistono "marcatori di differenza" quali una disciplina normativa peculiare, un proprio Fondo di Garanzia dei Depositanti. E anche uno specifico contratto di lavoro e fondo integrativo di previdenza del personale.
La responsabilità sociale è, allora, in un certo senso, inscritta nel dna e nel modello imprenditoriale delle BCC che - come si legge negli statuti - perseguono l'obiettivo di "promuovere la crescita economica, sociale e morale dei soci e delle comunità locali". Come a dire che l'impresa si fonda su un patto sociale che comprende, ma insieme supera, il patto societario.
La responsabilità sociale, insomma, non è tanto o soltanto un insieme di iniziative da censire e raccontare, quanto una strategia che diventa una politica e si concretizza in prassi.
Ma le esperienze servono. Vorrei allora anch'io raccontarne alcune interne alla realtà del Credito Cooperativo, rinviando alla presentazione del nostro Bilancio Sociale e di Missione "consolidato" - che si terrà il prossimo mese - per maggiori dettagli.
Siccome l'elenco rischia di essere lungo, scelgo un criterio di sintesi, che è quello di descrivere alcune iniziative che abbiamo svolto o stiamo svolgendo con partner esterni, espressione della società civile e di associazioni e movimenti impegnati sul fronte della responsabilità sociale. E di dare alcuni numeri.
Le Banche di Credito Cooperativo, con la collaborazione di Cittadinanzattiva, hanno accompagnato i cittadini, soprattutto le categorie cosiddette svantaggiate, nel passaggio all'Euro, individuando un "informatore Euro" in ognuno dei nostri sportelli, partecipando alle numerosissime "Feste Euro" (credo almeno un centinaio) e organizzando una miriade di eventi di informazione-formazione, che hanno coinvolto le scuole, le associazioni professionali ed imprenditoriali, la società civile. Un sondaggio di qualche mese fa evidenziava come, stranamente, il livello di alfabetizzazione sulla moneta unica risultasse più alto nei piccoli centri piuttosto che nelle grandi città. Credo non sia ardito dedurre, data la presenza capillare sul territorio delle BCC, che quel dato possa essere stato in qualche modo condizionato dall'attività svolta dalle nostre banche.
Sempre con riguardo alle attività in partnership, merita citare l'imminente lancio di un prodotto della categoria, un fondo di investimento evoluto e molto caratterizzato, volto a promuovere la finanza sostenibile (dire "finanza etica" rischia purtroppo oggi di essere banale) insieme ad un partner di primario livello nel campo della tutela dell'ambiente e la collaborazione con Banca Etica, (che si rafforzerà anche in seguito all'ingresso del Credito Cooperativo nella compagine azionaria di Etica sgr).
Ma si potrebbe parlare anche della valorizzazione della presenza femminile nei ruoli decisionali (3 presidenti; 8 vicepresidenti; 89 consiglieri d'amministrazione; 9 direttori) e delle iniziative specificamente rivolte a lavoratori in difficoltà, come quella di due nostre BCC che hanno messo a punto una forma di finanziamento a tasso agevolato (12 mesi al 3,5%) per i dipendenti di un importante gruppo industriale messi in cassa integrazione. Oppure del predisposizione di un prodotto specifico (Mutuo ad8), un mutuo agevolato nella procedura e nelle condizioni, rivolto alle famiglie che intendono adottare un bambino o una bambina all'estero e hanno necessità di sostegno finanziario.
Dicevo poi di alcuni numeri che mi sembra possano fungere da "sensori" della effettiva responsabilità sociale delle BCC:
? oltre a quelli già citati, sul frazionamento dei crediti e sull'accesso ai servizi finanziari dei piccoli operatori,
? nel 2000 sono stati erogati oltre 54 milioni di euro (105 miliardi di lire) alle comunità locali per iniziative di carattere sociale, culturale, assistenziale, sportivo, di tutela dell'ambiente, con un incremento del 10% rispetto all'anno precedente. Le sponsorizzazioni effettuate sono state 5.540 (+ 16%). E questi dati sono sottostimati perché mancano le rilevazioni su alcune realtà territoriali per noi molto significative.
? Nello stesso periodo i finanziamenti agevolati (dunque non semplicemente i crediti, ma i crediti che prevedevano alcuni benefici) alle onlus e alle cooperative sociali da parte delle BCC si sono attestati sui 26,4 milioni di euro (oltre 51 miliardi di lire), con un incremento del 74% rispetto ai dodici mesi precedenti.
Mi avvio alla conclusione con una proposta.
La responsabilità sociale è sicuramente un tema complesso. Forse anche confuso ed interpretato in modi diversi dalle diverse realtà. Vi è, allora, l'esigenza di intendersi sul significato della parole, sul senso della responsabilità sociale e sui suoi riflessi. Potrebbe allora essere utile formulare un glossario della responsabilità sociale e condividerlo.
E, per dare subito un contributo, che derivo dall'esperienza delle Banche di Credito Cooperativo, responsabilità sociale significa per noi intraprendere e gestire almeno sei azioni, che sintetizzo con sei verbi:
a) dialogare: con i propri stakeholders, in modo trasparente e continuo;
b) condizionare: lo sviluppo locale, perché la banca ha l'impegno di progettare, orientare, promuovere e accompagnare lo sviluppo del territorio;
c) favorire: l'inclusione economica e sociale dei soggetti che abitano il territorio (favorire l'inclusione ha una portata più ampia che combattere l'esclusione....);
d) gestire: il rischio valorizzando il fattore "informazione" (che per ogni banca, ma soprattutto per le BCC, è un elemento di vitale importanza);
e) intervenire: con spirito di solidarietà nel territorio, promovendo la crescita del "capitale sociale" fatto di fiducia, di coesione, di sussidiarietà;
f) dare peso: al contenuto qualitativo della relazione finanziaria, valorizzando la prossimità, la personalizzazione, l'ascolto attivo.
Adottare questa politica, e azioni con essa coerenti, siamo convinti non debba catalogarsi come buon cuore o disponibilità da parte delle imprese, ma lungimiranza e attenzione allo sviluppo durevole. Perché non può esistere uno sviluppo durevole che non sia sostenibile.

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