UIL: le politiche di responsabilirà sociale delle imprese
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La responsabilità
sociale delle imprese

responsabilita' sociale delle imprese

"Il sindacato e la responsabilità sociale delle imprese"

Roma 30 Maggio 2002

Convegno: Etica e organizzazione: il valore del bilancio sociale
Roma 27 Marzo 2003

Sindacato e responsabilità sociale dell'impresa
di Edgardo Maria Iozia, Segretario Nazionale UIL Credito e Assicurazioni

E’ una grande opportunità per il Sindacato poter partecipare a questo convegno, per ascoltare le opinioni dei rappresentanti del mondo accademico, del mondo delle imprese, dei play maker della responsabilità sociale e ringrazio l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum e l’AISL che mi hanno rivolto l’invito a partecipare.
Il rilancio del tema della Responsabilità sociale ad opera della Commissione Europea, con il libro verde del Luglio 2001 e la raccomandazione del Luglio 2002, è stato accolto con crescente interesse nel nostro Paese.

Lo stesso Governo Italiano, nel corso della Conferenza Europea promossa dalla Presidenza Danese ad Elsinore, lo scorso novembre, ha annunciato che il tema della responsabilità sociale è stato inserito tra le cinque priorità della Presidenza Italiana
Un focus importante, dunque, che coincide anche con la moltiplicazione dei bilanci sociali da parte di molte aziende.
Queste iniziative sono viste con favore dal Sindacato, perché costituiscono un primo, importante, passo nell’avvio di un processo di trasparenza e si diffonde la consapevolezza che i soggetti interessati all’attività di un’impresa siano, oltre gli azionisti, anche tutti gli altri che direttamente o indirettamente hanno una relazione con l’Azienda.
Efficacemente la lingua inglese chiarifica il passaggio: da una relazione con gli "shareholders" ad una relazione con gli "stakeholders".

Fin qui le cose positive.

Ma se alziamo lo sguardo oltre le Alpi e compariamo "che cosa" e soprattutto "come" il mondo europeo interpreta ed agisce il tema, misuriamo la distanza e soprattutto la differenza di qualità della comunicazione.
Abbiamo fatto una ricerca sui bilanci sociali ed etico sociali pubblicati e solo pochissimi adottano un modello di accountability internazionale.
Potremmo chiedere anche ai relatori del successivo panel quali metodologie hanno adottato, quali partner hanno coinvolto nella definizione del loro bilancio sociale.

Questo per noi del Sindacato è un punto dirimente.

Codici di condotta, bilanci sociali, codici etici in Italia sono praticamente sempre, salvo al momento qualche rara eccezione come il caso Merloni o Artsana, adottati unilateralmente dalle imprese, senza nessun coinvolgimento preventivo degli stakeholders e nessuno strumento "indipendente" di certificazione.
Per indipendente intendiamo un soggetto terzo che non abbia alcuna relazione con l’impresa e che sottometta le sue metodologie di certificazione alla valutazione degli stakeholders dell’impresa. Non ci risulta che il Sindacato, in rappresentanza dei lavoratori, sia stato interessato dai certificatori, almeno finora, a tale scopo.
La pratica auto-referenziale non ci pare sufficiente, anzi, a dir la verità la guardiamo con sospetto.

E’ facile citare i casi Enron, Worldcom, Vivendi ma anche, per rimanere in casa nostra, il caso dell’?Eni, con un codice ambientale premiato pochi giorni prima della chiusura di Priolo, per segnalare come il modello di auto-certificazione e spesso di auto-compiacimento, possa incorrere in "incidenti di precorso" gravissimi per l’immagine e la credibilità dell’impresa.
Che cosa pensa il Sindacato Italiano, in concreto, sul tema della responsabilità sociale e dei bilanci sociali che ne sono la rappresentazione, lo strumento di comunicazione?

Innanzi tutto distinguiamo una responsabilità sociale "interna" ed una "esterna".

Considerando che la formula che la Commissione Europea ha suggerito riguarda la decisione, assunta su base volontaria dalle Aziende di impegnarsi con comportamenti positivi ed attivi che vanno oltre il rispetto delle leggi, dei contratti di lavoro e delle convenzioni internazionali adottate dai governi nazionali, domandiamo: in che modo le imprese che si dichiarano socialmente responsabili intendono concludere questo nuovo contratto sociale?
In Italia, almeno fino ad oggi, la relazione tra capitale e lavoro si è concentrata su modelli di diritto. Le parti sociali, cioè, hanno regolato convenzionalmente le loro relazioni in base a rapporti di forza, concludendo accordi collettivi su base nazionale e rinviando alcuni temi, quali il salario di produttività, alla contrattazione aziendale.
Il rispetto dei contratti è sufficiente per un’impresa per definirsi socialmente responsabile?

Noi riteniamo di No.

I minimi contrattuali, economici e normativi, da molti interpretati come massimi, sono la risultante di equilibri complessi e rappresentano la "media mediata" degli interessi dei diversi interlocutori sociali.

Cosa ben diversa è la responsabilità sociale "interna".

Un’impresa socialmente responsabile è quella che trasferisce il suo obiettivo dal perseguimento del massimo profitto a quello del massimo valore.
Una visione a lungo termine che sottende un forte e convinto impegno verso i collaboratori a creare un nuovo ambiente per una moltiplicazione di opportunità di crescita professionale, adottando rigorosi comportamenti non discriminatori, migliorando progressivamente le condizioni igienico-ambientali e le misure di sicurezza sul lavoro, promovendo reali forme di partecipazione, non solo finanziaria, riconoscendo e rispettando i diritti sindacali.

Credo che non sia un caso che nell’European Award per la responsabilità sociale, che proprio oggi sarà consegnato dalla Commissione Europea, non compaia nessuna impresa italiana tra quelle che hanno superato il vaglio di una commissione internazionale e inserite nella lista ristretta degli 11 campioni europei.
Partecipo, in rappresentanza della Confederazione Europea dei Sindacati al Multistakeholders Forum, promosso dalla Commissione Europea.
Pur tra le comprensibili difficoltà in cui versa il dialogo sociale europeo, su alcuni punti c’è convergenza e chiarezza.
La responsabilità sociale di un’impresa è a 360°. Il contratto sociale dell’impresa è rivolto a tutti coloro che hanno un interesse rilevante in gioco, sia direttamente sia indirettamente: esso va stipulato, con metodi e misure che possono anche essere diversi, con il coinvolgimento degli stakeholders, va verificato e certificato da Istituzioni indipendenti.

Senza questi presupposti, pur in presenza di comportamenti positivi in qualche campo, non si può parlare di Impresa socialmente responsabile.

Con un notevole ritardo rispetto ad altri Paesi, anche in Italia si sta cercando di mettere a punto uno standard per i sistemi di gestione per la responsabilità sociale d’impresa e per la redazione dei bilanci sociali.
Il Governo, in collaborazione con l’Università Bocconi, sta lavorando su questo progetto con la Confindustria e con altre Associazioni imprenditoriali.
Università, ONG, Associazioni ambientaliste, Associazioni dei consumatori, Sindacati, stanno sviluppando progetti di ricerca e progettazione di standards.

Ognuno per conto suo!
L’Europa nelle sue esperienze migliori, quali la Danimarca, l’Olanda, il Regno Unito, ha affrontato il tema della responsabilità sociale, partendo da una discussione che fin dall’inizio ha coinvolto tutte le rappresentanze degli stakeholders.

In Italia, invece, abbiamo saltato tutte le "dolorose" pratiche del confronto preventivo, ma, come siamo tutti allenatori della nazionale di calcio, allo stesso modo ci riteniamo gli unici veri ed autentici interpreti della responsabilità sociale. Forse anche nel Sindacato.
In un dibattito al convegno di Elsinore ho chiesto al rappresentante dell’Unice, non illuminatissima associazione degli imprenditori europei, ho chiesto, in contrasto con le sue tesi, se ritenesse possibile per un’impresa socialmente responsabile prescindere da una reale condivisione di valori ed obiettivi con i dipendenti: anche l’Unice ha dovuto pubblicamente ammettere che, obiettivamente, non era possibile.

In Italia questo deve ancora maturare.

I giornali di oggi annunciano le dimissioni da un grande gruppo bancario del Direttore Generale, connesse alla vendita "spregiudicata" di prodotti finanziari non adeguati al profilo degli investitori e le cui caratteristiche non erano state chiaramente illustrate.
Questo gruppo è controllato da una Fondazione, cioè da un Ente i cui scopi etici e sociali sono costitutivi.
Ma in situazioni analoghe, penso ai bond argentini, alle obbligazioni Cirio, solo per restare ai fatti più recenti italiani, ci si è comportati allo stesso modo?
L’Abi, la scorsa settimana, ha chiesto ai sindacati del credito una collaborazione per diffondere tra i dipendenti comportamenti deontologici e professionali corretti.
Come se le continue pressioni commerciali, il raggiungimento dei budget, l’istigazione a vendere a qualsiasi costo, non provenissero dalla filiera decisionale, magari sostenute da premi individuali che in qualche caso sono arrivati a triplicare lo stipendio contrattuale!
Non è stata forse la visione "mordi e fuggi", in un sistema creditizio in cui la valutazione del personale è incentrata quasi esclusivamente sul raggiungimento degli obiettivi commerciali a far precipitare la reputazione degli Istituti Bancari italiani?
In conclusione, il Sindacato Italiano è molto interessato allo sviluppo del tema della responsabilità sociale, sia come rappresentante del principale stakleholder, i lavoratori, sia come parte costituente ed essenziale dell’impresa verso il mondo esterno.

Ci dobbiamo mettere d’accordo, però, sugli obiettivi e sul metodo.

Gli standard internazionali come SA8000, AA1000, quelli in preparazione in Italia, come il Q-RES ed altri indicano un metodo che condividiamo.
Coinvolgimento degli stakeholders nella definizione della visione etica d’impresa e nella compilazione dei codici etici e delle rendicontazioni sociali. Condivisione del programma etico-sociale che comprenda anche lo sviluppo della formazione etica; la verifica della sua attuazione, la trasparenza e la certificazione esterna.
Le imprese, ovviamente possono accettare o no di modificare la loro governance da un modello unilaterale, la rappresentanza esclusiva di una categoria di stakeholders, cioè gli azionisti, ad una governance allargata che comprenda gli altri stakeholders.
A nostro giudizio, il mancato coinvolgimento, lo "standing alone", pregiudica la possibilità da parte dei loro lavoratori di avere l’effettiva percezione di partecipare ad un progetto più alto. Si sentiranno destinatari magari di una buona campagna di marketing interno ed esterno, ma non compresi in un nuovo processo sociale.

Non si sentiranno di appartenere ad un’impresa socialmente responsabile.
E saranno proprio le lavoratrici ed i lavoratori i più rigorosi osservatori e giudici di queste imprese.

E con loro il Sindacato.

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