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responsabilità sociale delle imprese |
responsabilita' sociale delle imprese
Il
sindacato italiano e la Conferenza europea Di Lamberto Santini, Segretario Confederale UIL Vorrei in primo luogo esprimere, quale rappresentante dei sindacati italiani, il nostro apprezzamento alla CES per aver promosso e realizzato questo ciclo di iniziative che vede la responsabilità sociale delle imprese argomento focus del dibattito. E’ questo un tema da tempo alla nostra attenzione e che troppo spesso è stato considerato ed è terreno esclusivo del mondo delle imprese. Riteniamo che siano oggi maturi i tempi per formalizzare, come sindacato a livello europeo, quelle linee fondamentali su cui sviluppare il nostro concetto di CSR. E una iniziativa come questa è fondamentale per il raggiungimento di tale obiettivo. L’oggetto del mio intervento sarà nella fattispecie quello di riportare in questa sede le nostre impressioni e le reazioni alle proposte che sono state esposte alla Conferenza di Venezia sulla CSR organizzata dalla Presidenza italiana. Venezia è una città unica e la sua atmosfera garantisce sempre la miglior riuscita degli appuntamenti fissati. E così è stato anche per la Conferenza Europea sulla CSR organizzata nel corso del semestre europeo. Il fascino della laguna e l’esclusivo complesso della fondazione Cini hanno contribuito senza dubbio a valorizzare l’iniziativa con un risultato positivo in termini di immagine. La presenza di qualificati rappresentanti istituzionali europei, la Commissaria Diamantopoulou ed il Commissario Monti, ha contribuito a porre le basi per realizzare un evento di alto livello, che aveva come tema centrale il rapporto fra politiche pubbliche e CSR. In primo luogo vorrei sottolineare come gli interventi dei rappresentanti di molti paesi europei abbiano messo in luce l’evoluzione del percorso sulla CSR che in Europa sta procedendo fondamentalmente su due livelli: il primo è la quasi generale condivisione del concetto della volontarietà da parte delle imprese ad intraprendere percorsi “responsabili”. Volontarietà nella scelta quindi, da non far coincidere con formule di autoreferenzialità così come molte imprese prediligono indicare. Il secondo livello riguarda la ricerca di regole che disciplinino la trasparenza e facciano chiarezza, ponendo confini al variegato mondo della responsabilità sociale. E su questa via il sindacato italiano non può che essere d’accordo. La definizione di un quadro di riferimento comune europeo, che sarà parte integrante e sviluppo del modello Europeo, sarà l’obiettivo da perseguire. Però Venezia, per la realtà italiana, ha sostanzialmente rappresentato un'altra visione della responsabilità sociale. Venezia infatti è stata soprattutto un palcoscenico per l’ufficializzazione della già da tempo annunciata proposta del Governo Italiano. Il contributo italiano, messo a punto dal Ministro Maroni, merita perciò certamente una attenta nota critica da parte nostra in quanto a nostro avviso rappresenta una evoluzione “creativa” della CSR. Il progetto CSR - SC si sviluppa su questo binomio legando alla responsabilità sociale, il SOCIAL COMMITMENT, ovvero mirando ad utilizzare le risorse impegnate dalle imprese nelle iniziative di responsabilità sociale per finanziare aree di welfare, su indicazione del Ministero. Se per il Ministro questa poteva essere una proposta geniale, il risultato ottenuto a Venezia è stato principalmente quello di una voce fuori del coro, al punto di non suscitare alcun commento da parte degli intervenuti. Se ciò ci può essere di conforto e di buon auspicio è bene però non sottovalutare i contenuti del rischio della proposta stessa e soprattutto il metodo con cui tale proposta è stata elaborata e si intende portarla avanti. Se il tema centrale è quello di voler far ordine nel mondo della CSR attraverso un metodo elastico che abbracci e si sovrapponga anche a quanto già esistente, evidenziando e sostenendo la competitività delle pratiche, tale scopo è poi via via offuscato dalla effettiva articolazione del progetto. Il lavoro prende spunto, come dichiarato, dal Libro Verde ma di fatto omette e sorvola un fondamentale requisito: la natura stessa della CSR prevista nel Libro Verde, il coinvolgimento degli stakeholders esclusi ad oggi in tutta la elaborazione e fittiziamente introdotti nel corso delle fasi di realizzazione. Cercherò di esporre quanto proposto dal nostro Ministro: un metodo per sviluppare la cultura della Csr in Italia. Vediamo come. Un primo livello prevede, attraverso la compilazione di un set di indicatori elaborati dalla Università Bocconi chiamati Social Statement, la possibilità di iscriversi a un data base, ovvero l’istituzione di un “registro” delle imprese responsabili. Il controllo e la verifica della correttezza del Social Statement sarà delegato ad un Forum specifico. Il secondo livello, Social Commitment, offre la possibilità per una azienda di indirizzare le risorse destinate alla responsabilità sociale in un fondo comune sociale destinato a finanziare attività di welfare su indicazione del Ministero. Questo consentirà di accedere ad una serie di agevolazioni fra cui riduzioni fiscali, visibilità mediatica ecc. ovvero, a nostro avviso, ad una sussidiarietà integrativa sbagliata e strumentale. Se tutto ciò appare assai pragmatico è evidente come questa idea di responsabilità sociale sia frutto di una visione che relega la CSR al solo aspetto della convenienza. Ne svuota di fatto l’evoluzione storica dell’etica degli affari, il ruolo emancipato dell’impresa nel panorama economico, le necessarie modifiche della governance di una impresa socialmente responsabile, riducendo la responsabilità sociale ad una filantropia esentasse ed a una nuova formula di marketing i cui costi possono avere un trattamento agevolato. Non smetteremo mai di ripetere che non è questa la nostra idea di responsabilità sociale delle imprese e che, come sindacato italiano - da sempre impegnato nell’affermarsi della realizzazione delle specifiche istanze degli stakeholders - non possiamo accettare l’approccio proposto dal Governo. Le recenti vicende italiane con il deflagrare degli scandali finanziari Cirio e Parmalat, pongono con forza il tema dell’etica negli affari. E’ importante che in Italia si apra finalmente un dibattito serio sul sistema dei controlli, con un’auspicata riforma delle authorities che vada nella direzione di maggiore efficienza, indipendenza ed efficacia nella tutela dei risparmiatori e dei consumatori, ma questo non è sufficiente, se contestualmente non si affronta il cuore del problema: un sistema economico è sano se tutti gli attori che partecipano alla sfida posta dalla competitività giocano senza carte truccate, cioè se conformano la loro azione a principi etici generalmente condivisi. La responsabilità sociale praticata è una responsabilità etico-sociale; in mancanza dell’etica nessuna forma di comportamento può definirsi socialmente responsabile. Questo è il vero limite della proposta Maroni, che confondendo beneficenza con responsabilità, offre comodi alibi e tendenzialmente può produrre un effetto dannoso ai lavoratori e ai cittadini, andando ad iscrivere di diritto, previo versamento di un obolo, le imprese in un’area garantita di “rispettabilità”, magari con la certificazione inconsapevole di qualche sprovveduto stakeholder! Siamo favorevoli all’introduzione nell’ordinamento di regole da applicarsi alle società che si dichiarano socialmente responsabili. Pertanto, il ruolo che vediamo volentieri affidato alla politica è quello di definire, con il coinvolgimento degli stakeholder e delle imprese, il quadro di regole europeo condivise. Siamo altrettanto favorevoli a che la responsabilità sociale “interna”, quella che riguarda il rapporto aziende-lavoratori, – fermo restando che i suoi contenuti, metodo e sedi sono aggiuntivi alla contrattazione aziendale - sia oggetto anche di un confronto negoziale sia a livello di impresa che di comparto e, come abbiamo già indicato nel convegno promosso unitariamente sui comitati aziendali europei, sia materia di discussione dei Cae. Entrando nel merito più specifico della proposta è bene rilevare che il solo coinvolgimento degli stakeholder previsto è quello rappresentato dal Forum CSR. Questo forum, che nella sua composizione dovrebbe ricalcare la composizione del Multistakeholder Forum Europeo, avrà di fatto tutt’altra funzione: in primo luogo quello di verifica e convalida degli indicatori compilati in via autonoma dalle imprese secondo il criterio della autocertificazione. In secondo luogo quello di esaminare pareri e reclami da parte degli stakeholders. Ma allora quale sarà la sua composizione? Il sindacato sarà probabilmente chiamato a far parte di questo tavolo, ma con questi presupposti ci dovremo veramente domandare se il nostro intervento, così proposto, si possa comprendere nel processo più complesso del coinvolgimento o se semplicemente sia strumentale alla semplice convalida di quanto dichiarato autonomamente dalle imprese. E’ evidente che questa seconda ed assai probabile ipotesi, è assai lontana dal nostro punto di vista in tema di CSR. Non saremo certo noi a ricoprire il ruolo dei certificatori, ruolo già peraltro in crisi alla luce dei recenti scandali a livello mondiale. Sarà opportuno in tal senso sollecitare una profonda riorganizzazione che riguardi l’universo delle società di certificazioni, auspicando metodi e ruoli che riescano a fornire quella trasparenza necessaria per far luce nella “finanza globalizzata” che troppo spesso ha escluso nella sua logica ogni forma di etica. In conclusione voglio esprimere una forte perplessità sul credito che la proposta italiana potrà riscuotere, in primo luogo fra le imprese, soprattutto da parte di quelle imprese, da tempo seriamente impegnate nella responsabilità sociale, vedrebbero di fatto ridotto in un contributo di defiscalizzazione un percorso intrapreso con lo scopo di mutare la natura di una impresa dedita a fare solo profitto in una impresa partecipe del ruolo ricoperto nella realtà sociale, economica e culturale in cui opera. Lamberto Santini, Segretario Confederale UIL Roma, 16-17 Gennaio 2004 |