UIL: politiche di responsabilità sociale delle imprese | Novità nel sito
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RESPONSABILITA' SOCIALE DELLE IMPRESE

Un’Europa più forte per la pace, lo sviluppo sostenibile, la solidarietà

di Lamberto Santini, Segretario Confederale UIL

In questo mio intervento non voglio limitarmi a portare il saluto della UIL e i consueti auguri di successo agli amici del Sindacato KESK dei lavoratori del Pubblico Impiego della Turchia.

L’occasione è per me importante per conoscere le vostre idee, i vostri problemi, le vostre ansie per il futuro ma anche per farvi conoscere le nostre, per condividere con voi un pensiero forte di pessimismo della ragione ma di ottimismo della volontà, di consapevolezza dei limiti della nostra azione, ma di grande determinazione a non cedere alle forze che vorrebbero precipitare l’orologio della storia indietro di cento anni.

Svolgerò il mio intervento, spero nel tempo assegnatomi, su tre piani:

- le nuove sfide poste dall’economia globale,

- il nostro modello sociale e

- l’Europa che noi vogliamo.

Il primo tema è comune. La globalizzazione investe ormai ogni angolo della Terra. La crescita smisurata del capitale finanziario, abbinata alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, ha reso ormai obsoleti tutti i modelli e tutte le categorie economiche dello scorso secolo. Gli Stati nazionali sono ormai impotenti a governare le dinamiche economiche determinate dai poteri delle multinazionali, che giorno dopo giorno rendono sempre più inefficaci le teorie classiche, decretando la fortuna o la miseria di un Paese in base alla loro convenienza. Le delocalizzazioni stanno investendo non solo i Paesi più industrializzati, ma ormai interessano anche Paesi che fino a ieri erano naturali destinatari di outsourcing di processi produttivi. Se fino a ieri era conveniente l’India, oggi ci si sposta in Vietnam o nelle Filippine. La risposta debole e incerta che si è levata dai Paesi investiti da questo tsunami della concorrenza globale è stata quella di cercare di competere sui costi, in particolare quello del lavoro e delle tutele sociali, ammaliati da uno spirito animale che viene tradotto in una parola miracolosa: competitività!

Si sono spese tonnellate di inchiostro per motivare la necessità di misurare la capacità di un Paese a stare sui mercati internazionali attraverso i parametri della competitività. Parametri che declinano sempre la stessa litania: - spesa sociale, - costo del lavoro, +precarietà,+insicurezza,+ denaro pubblico alle imprese, = competitività! Un’economia a servizio di pochi e a danno di tutti.

Le grandi Istituzioni economiche internazionali, dominate dall’influenza delle multinazionali, sostengono questa idolatria. Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, Organizzazione Mondiale del Commercio, Organizzazione per lo Sviluppo e la Cooperazione Economica, si sono rivelati come i migliori e più forti strumenti di propaganda della logica del capitalismo selvaggio, contribuendo a crisi di proporzioni enormi quali quelle dell’Argentina, dei Paesi Asiatici e del Messico, per citare i più recenti.

Il pessimismo della ragione, dicevo, è quello che ci fa constatare la debolezza e l’impotenza dei governi democratici a sostenere l’urto politico ed economico di tale potenza. Non voglio aprire ulteriori campi di riflessione, ma voglio fare solo un brevissimo cenno alle recenti guerre che hanno infiammato i confini di questa bella Turchia.  Se, infatti, pensiamo che la lotta al terrorismo internazionale, piaga di questi anni, si possa combattere solo con bombardamenti a tappeto, lasciando sul campo centinaia di migliaia di vittime e magari un esercito a guardia dei pozzi petroliferi, allora vuol dire che questo è il mondo che meritiamo!!

Oltre venti anni di fascismo in Italia ci hanno insegnato molto e non a caso la nostra Costituzione, all’articolo 11, ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.

Non siamo contro la globalizzazione, ma quella che stiamo vedendo non ci piace davvero.

Negli ultimi 40 anni il reddito pro-capite dei Paesi sottosviluppati è passato da 212 a 267 dollari, in quelli del primo mondo da 11.400 a oltre 32.000. Ogni giorno in Africa muoiono 30.000 bambini perché manca un dollaro a testa per i vaccini. L’aspettativa di vita non va oltre i 40 anni. Questa è la globalizzazione oggi. Pensata da pochi per pochi.

Vorremmo vedere gli Stati collaborare strettamente fra loro per portare igiene, servizi sanitari, istruzione, sviluppo sociale ed economico dove non c’è. Vorremmo vedere rispettate le diversità e il pluralismo culturale e religioso. Vorremmo vedere sempre il primato della politica sull’economia. Vorremmo vedere Istituzioni Internazionali governate democraticamente, non in base alle azioni che ogni singolo Stato detiene per condizionarne le politiche. Vorremmo uscire da una logica di Potenze vincitrici che sottomettono l’Onu ai propri interessi. Questo è l’ottimismo della volontà, che non ci abbandonerà mai nella nostra lotta per un mondo più giusto.

L’Italia.

Il modello sociale italiano che si inserisce nel più ampio modello sociale europeo, ha subito negli ultimi anni duri colpi. Pensioni, sanità, scuola, servizi sociali, salari, occupazione, sono stati duramente attaccati da politiche dissennate e demagogiche. Da tre anni non si rinnovano i contratti dei dipendenti pubblici. La protesta dilaga in tutte le categorie: medici, insegnanti, ministeriali, trasporto pubblico e privato. L’industria è in gravi difficoltà e perde migliaia di posti di lavoro ogni anno. Il turismo e il commercio sono in crisi profonda. Le banche italiane non riescono a sostenere la concorrenza internazionale e due importanti Istituti sono diventati prede da conquistare da parte di banche estere. Il mezzogiorno d’Italia è abbandonato ed è ripresa l’emigrazione interna verso le regioni più ricche del nord.  Manca il lavoro, mancano le infrastrutture, le reti di comunicazione sono inadeguate, la criminalità organizzata è sempre più arrogante e padrona del territorio. Il Sindacato Italiano ha scelto di celebrare il primo maggio a Scampia, un piccolo paese dell’entroterra napoletano, che ha visto nei tempi recenti una serie impressionante di omicidi tra bande della camorra. A Scampia per riaffermare la legalità, la presenza del mondo del lavoro per offrire una speranza a quelle popolazioni e una testimonianza di forte protesta per l’assenza dello Stato.

Ma l’Italia non è solo questo. L’Italia è forte di donne e uomini, di lavoratrici e lavoratori che quotidianamente s’impegnano nel duro lavoro delle fabbriche e degli uffici. Di pensionate e pensionati che affrontano le ristrettezze economiche, i problemi di tutti i giorni, con grande dignità. Di disoccupate e disoccupati che cercano ostinatamente una occasione, una opportunità. C’è un Italia sana, paziente, lavoratrice, che manda avanti il Paese, le famiglie, la società con una grande determinazione nel voler cambiare questo stato di cose. Il Sindacato italiano è con loro. Ogni giorno per affrontare i piccoli e i grandi problemi. Per lottare contro il declino del Paese.

Chiediamo ai governi nazionali e locali, chiediamo agli imprenditori, chiediamo ai commercianti, chiediamo agli uomini della finanza un impegno straordinario per risollevare il Paese dandogli una speranza per il futuro. Non ci stancheremo di chiedere e di lottare.

L’Europa.

Nel 1957 a Roma i sei Paesi fondatori: Germania, Francia, Belgio, Lussemburgo, Olanda e Italia, diedero vita alle fondamenta di quella che oggi si chiama Unione Europea. Saremo sempre riconoscenti a quelle persone che realizzarono una visione: Schumann, Adenauer, De Gasperi, De Gaulle, Spaak, Spinelli. Una visione di pace, di duratura cooperazione, di sentire comune. Costruttori del nuovo. Figli delle divisioni e dei nazionalismi che portarono alla catastrofe della seconda guerra mondiale, seppero “vedere”un futuro diverso, costruendo le fondamenta di una società nuova. Una società fondata sul rispetto reciproco, sullo sviluppo democratico, rinunciando ognuno ad un pezzo di sovranità nazionale per metterla al servizio di un ideale alto di Comunità, garante della pace, della sicurezza, aperta all’ingresso di altre Nazioni. Oggi siamo 25 Paesi liberi che hanno scelto di stare insieme. Fra pochi mesi se ne aggiungeranno altri due.

La Turchia sarà la ventottesima stella dell’Unione e noi ne sosteniamo l’ingresso non appena possibile.

Il mosaico non sarà ancora completo. Altri Paesi, altri popoli bussano alla nostra porta. E noi lavoriamo fin da ora per completare l’opera dei padri fondatori.

I lavoratori, i sindacati hanno nel loro dna i valori della solidarietà internazionale, della pace, della concordia tra i popoli.

Le classi sociali meno fortunate, conoscono bene il senso dell’amicizia e della fratellanza. Dividere il pane con il compagno di lavoro, la fatica, il sudore; condividere il peso dell’arroganza di chi comanda senza umanità, di chi da sempre ha utilizzato e sfruttato il nostro lavoro è la nostra scuola di vita. Una scuola di sofferenze e disagi, di difficoltà e problemi, di conti che non tornano mai per mandare avanti la famiglia, dare un futuro ai nostri figli. Una scuola piena di dignità, densa di valori umani. La scuola della gente semplice, comune, che è unita dagli stessi sentimenti di anelito verso la giustizia sociale, la pace, la solidarietà. Questa è la grande nostra forza che nessuno potrà mai toglierci!

Ma non è ancora questa l’Europa che sogniamo.

Gli egoismi nazionali, gli integralismi, le paure del diverso, dello straniero, continuano a frenare le potenzialità che l’Unione ha in sé. Riemergono fremiti razzisti, fascisti; violenze contro chiese, moschee e sinagoghe. Le spinte antieuropee variamente colorate si stanno facendo strada in Paesi insospettabili come la Francia e l’Olanda, che ha recentemente scoperto di non esser quel paradiso tollerante e civile in cui credeva. Le Istituzioni europee sembrano impreparate e sorde al malessere diffuso. I governi nazionali scaricano le loro incapacità politiche e amministrative sull’Europa. Sono passati pochi mesi dalla solenne firma del trattato costituzionale e, dopo il successo del referendum spagnolo, il futuro dell’Unione appare oscuro e inquieto se la Francia, come dicono i sondaggi, dovesse negare il via libera al nuovo, indispensabile, passo. Mai come ora tutto sembra essere rimesso in discussione, con pesanti ripercussioni politiche ed economiche. La trasformazione, il cambiamento, l’incertezza possono portare ad avere comportamenti irrazionali e autolesionisti. Si legano incredibilmente le ragioni dell’estrema destra nazionalista con quelle demagogiche e populiste della sinistra irresponsabile che postula  un’idea velleitaria dell’Europa.

Ci auguriamo che prevalga nei nostri amici francesi la ragione e la consapevolezza e che, seppure a piccoli passi, l’idea dell’Europa continui ad affermarsi.

Un’Europa laboratorio di nuove idee di sviluppo rispettoso delle persone e dell’ambiente. Un’Europa che sappia coniugare la difesa integrale del suo modello di coesione sociale con la capacità di creare ricchezza per i suoi popoli e anche per gli altri.

Un’Europa che esporti la pace con le armi della cooperazione solidale e della politica.

Un’Europa che accolga e non respinga.

Un’Europa in cui tutti vorrebbero vivere volentieri.

Questa è l’Europa che vogliamo.

Questa è l’Europa che vogliamo costruire insieme a voi.

Vi aspettiamo a braccia aperte!

Ankara, 12 maggio 2005

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