Politiche contrattuali e settoriali
Segretario CONFEDERALE:
Lamberto SANTINI e-mail demeconomica@uil.i

La responsabilità sociale delle imprese,
filantropismo o rispetto di regole condivise?

Incontro promosso, nell’ambito della manifestazione CIVITAS, da:
Amnesty International, Azione Aiuto, Arci, Banca Etica, Cittadinanzattiva, CTM Altromercato, Greenpeace, Legambiente, Libera, Mani Tese, Transfair, Unimondo

Questo il tema affrontato nell’incontro che si è sviluppato attraverso un folto programma di interventi volti a focalizzare, come esposto nella relazione introduttiva di Umberto Musumeci, la "nostra idea di responsabilità sociale".

Il dibattito, simpaticamente coordinato da Sabina Siniscalchi, ha posto la responsabilità sociale delle imprese al centro di osservazioni che, proprio per le diverse ed assortite visuali di origine , sono risultate dei validi contributi per la costruzione di una reale e coerente politica da adottare su questi temi.

L’incontro ha fornito anche l’occasione di presentare la" Campagna per la Responsabilità Sociale delle Imprese". Tale campagna si prefigge in primo luogo di promuovere regole a livello sia italiano che comunitario che vincolino le imprese ad adottare comportamenti socialmente responsabili nello svolgimento delle loro operazioni internazionali oltre ad una serie di interessanti interventi.

Riteniamo utile pubblicare, di seguito, il testo integrale del documento presentato nel corso dell’iniziativa.

All’incontro sono stati invitati a partecipare anche i rappresentati dei sindacati confederali. Hanno preso parte al dibattito Giorgio Santini per la Cisl e Maria Sacchettoni per la UIL.

La Uil è da tempo impegnata su questi temi attraverso un ampio approccio che mira a realizzare iniziative atte a rendere la responsabilità sociale delle imprese un effettivo valore aggiunto per impresa e società evitando, attraverso la partecipazione degli stakeholders, che temi così importanti per il loro impatto sociale possano, mal gestiti, essere ricondotti a mere formule di immagine o a sporadiche, se pur lodevoli, iniziative riconducibili nell’ambito della carità.

La "responsabilità sociale" è la visione globale della politica di una impresa nel suo impatto a 360 gradi con la società. Facili confusioni con iniziative filanropiche non possono che svuotare dei principi fondamentali il percorso delineato fin qui dagli studi che hanno contribuito a rendere la responsabilità sociale delle imprese una vera e propria disciplina.

Il sindacato, primario e storico stakeholder, può svolgere un ruolo determinante sia per quanto riguarda la responsabilità sociale "interna" sia per quella "esterna" attraverso l’intensificazione dei rapporti con il territorio al fine di affrontare temi centrali quali la sicurezza sul lavoro e l’emersione dell’economia sommersa.

Sostegno per la rendicontazione socio ambientale che pone, se affrontata con metodo e coinvolgimento reale degli stakeholders e certificata all’esterno, la necessità per un’azienda di analizzare con coerenza la propria scelta responsabile.

Contrarietà per tutte le formule di autovalutazione ed autoreferenzialità in primo luogo in difesa della "reputazione" della stessa "responsabilità sociale".

Per quanto riguarda la proposta del Ministro Maroni di inserire queste tematiche fra i sei punti previsti dal Governo nel programma da affrontare durante il semestre di presidenza italiana, nel corso del dibattito sono emerse alcune perplessità sia per quanto riguarda l’approccio utilizzato dal programma esposto dal ministro, che non ha visto per ora il coinvolgimento degli stakeholders, sia per quanto riguarda la fase Social Commitment da ricondurre esclusivamente in una più ampia area di riforma del welfare, attraverso la privatizzazione di alcuni interventi, che non possono essere assimilati e confusi con le politiche di responsabilità sociale.

E’ infine intervenuto il parlamentare europeo on. Massimo Carraro, il quale ha ampiamente relazionato la posizione assunta dal Parlamento Europeo in più interventi. Tale visione individua la necessità di predisporre un quadro regolamentare che di sia di base e supporto alla volontarietà e alla autoregolamentazione, una sorta di doppio livello che contribuisca a non trasformare la responsabilità sociale in semplici fatti di filantropismo. Ciò appare, al momento, in antitesi con quando enunciato nel Libro Verde della Commissione Europea ma il dibattito aperto a più livelli potrebbe tendere ad armonizzare le due posizioni.

A proposito di Responsabilità Sociale e Sviluppo Sostenibile: Filantropismo o Sviluppo di Regole Condivise?

Padova, 3 Maggio 2003

La Responsabilità sociale di impresa (CSR) è un argomento molto dibattuto. Le imprese, sempre più globalizzate, sono di fatto molto poco regolamentate nelle loro strategie mondiali dalle legislazioni nazionali. Problemi sociali di importanza colossale sono molto spesso collegati alla nuova divisione mondiale del lavoro e ai metodi correnti di produzione per l'esportazione. L'estrema mobilità delle imprese del settore manifatturiero ha creato una durissima concorrenza a livello mondiale che in molte nazioni produce una "corsa verso il basso" per quanto riguarda diritti dei lavoratori, salari, orari e condizioni di lavoro. Fenomeni come il lavoro infantile e in schiavitù non sono in diminuzione e si annidano in molti settori.

Tutti gli stati si sono dotati (in maniera peraltro variegata) della legislazione necessaria per garantire i diritti dei cittadini lavoratori. In molti stati, come l'Italia, questa legislazione si è sviluppata particolarmente durante gli ultimi due secoli ed è divenuta molto complessa. Pochissimo esiste invece per quanto riguarda la tutela dei lavoratori delle imprese che operano all'estero. La ragione è che per molto tempo gli stati non si sono sentiti responsabili per quello che avveniva fuori dai propri confini. Il processo di globalizzazione sempre crescente ha però reso sempre più stretti i legami tra le diverse zone del mondo fino a raggiungere un livello di integrazione elevatissimo: adesso le decisioni che influenzano la vita di molte persone vengono comunemente prese molto lontano, in altre nazioni. Da quando la casa madre è in grado di decidere la politica delle sussidiarie locali o comunque trarne vantaggio, la legislazione legata rigidamente ai confini statali ha iniziato a mostrare tutta la sua insufficienza. È sorto quindi il problema di come sanzionare quelle decisioni dei privati che producono dei danni in altri paesi, soprattutto quando l'azione legale nello stato che ha subito il danno non è percorribile, come spesso succede.

Spesso le multinazionali che controllano il sistema produttivo mondiale hanno responsabilità dirette o indirette sulle condizioni di vita e di lavoro delle popolazioni influenzate dalla loro produzione. Raramente le imprese vengono chiamate a rispondere dei loro atti negli stati in cui si verificano i problemi: spesso in queste nazioni esistono legislazioni molto deboli, accesso alla giustizia difficoltoso e costoso, controlli inefficaci o assenti, magistratura e classe politica deboli o corrotte, e vengono scelte dalle aziende proprio per questi motivi. In Sud Africa, ad esempio, la legge impedisce ai dipendenti di citare in giudizio il loro datore di lavoro. A livello internazionale le multinazionali approfittano della loro natura evanescente, della loro esistenza in molte nazioni contemporaneamente per argomentare che non esistono da nessuna parte se non nello stato colpito, dove difficilmente viene perseguita. D'altra parte sanzionare le multinazionali nei loro paesi di origine pone gravi problemi di sovranità degli stati, in quanto dare giurisdizione sull'operato di un'impresa all'estero allo stato di provenienza è spesso ritenuta una pratica coloniale.

Se il controllo delle multinazionali e di tutte le loro sussidiarie è molto complesso, ancora più difficile è controllare i loro fornitori e licenziatari che sono ancora più distanti dalla sfera di influenza della casa madre. Fino a che livello della catena di produzione è lecito assegnare la responsabilità alla casa madre?

Di fronte a queste sfide molti Governi e molti organismi internazionali si sono attivati per cercare di dare delle risposte. I risultati non sono sempre in linea con le attese, ma lo spazio giuridico per prevenire abusi da parte delle grandi imprese si sta lentamente allargando.

A livello internazionale non esistono leggi vincolanti per le multinazionali, tutti gli attori hanno scelto l'approccio chiamato soft law, cioè un insieme di regole vincolanti moralmente ma non legalmente, a volte supportate da un sistema di incentivi. Questo è dovuto a varie cause: 1- l'assenza di un sistema legale internazionale che si possa occupare di queste questioni superando i confini della sovranità degli stati; 2- la diffusa convinzione che queste questioni possano essere risolte all'interno del mercato senza un intervento normativo esterno; 3- le pressioni che le grandi imprese riescono a esercitare sui vari ambiti, primi tra tutti la Commissione Europea e il governo degli Stati Uniti; 4- la divisione del sindacato a livello mondiale che difficilmente riesce a definire posizioni comuni da avanzare nei vari ambiti

Ruolo del consumatore

Recentemente, nuovi soggetti si sono affacciati sulla scena, il consumatore e il risparmiatore organizzato. A partire dalla questione dell'apartheid in Sud Africa, i consumatori e i piccoli risparmiatori hanno scoperto in maniera sempre più cosciente e organizzata l’efficacia del potere che hanno di indirizzare il mercato, e quindi anche della responsabilità di usarlo. Associazioni di consumatori sono state create non solo o non tanto per difendere i diritti dei consumatori ma per contribuire alla risoluzione dei problemi mondiali, in particolare di quanto compete al comportamento delle grandi imprese.

Raggruppamenti di investitori si stanno organizzando per far pesare il loro voto nelle assemblee degli azionisti delle grandi corporation, anche in Italia, al fine di cambiare in meglio le strategie aziendali riguardanti gli aspetti sociali e ambientali.

Lo studio e l’analisi delle prime esperienze concrete di questa nuova "coscienza di classe" ha offerto un grosso contributo allo sviluppo della legislazione e dei marchi sociali esistenti.

A quali standard fa riferimento la responsabilità sociale delle aziende

Sta avanzando la richiesta che le aziende assumano un livello di responsabilità superiore, in relazione alle conseguenze che i propri comportamenti hanno sul piano economico, sociale e ambientale lungo tutta la catena di creazione del valore.

Le principali categorie di riferimento sono le seguenti:

  1. Diritti umani.
  2. Diritti dei lavoratori.
  3. Protezione e salvaguardia dell'ambiente.
  4. Protezione dei consumatori. Correttezza della pubblicità e dell'informazione. Qualità e sicurezza  del prodotto.
  5. Salute dei cittadini
  6. Lotta alla corruzione.
  7. Concorrenza
  8. Fiscalità
  9. Scienza e tecnologia
  10. Sovranità nazionale e rispetto delle comunità locali. Rapporti di buon vicinato azienda/territorio.
  11. Apparato di sicurezza e di controllo
  12. Norme disciplinari

L'evoluzione della problematica nella comunità civile internazionale, alcuni documenti di riferimento

Oggi più che mai le aziende sono obbligate non solo dalla Dichiarazione Universale, ma anche dai due Patti Internazionali più importanti (quello sui Diritti civili e politici e quello sui Diritti economici, sociali e culturali) e le 183 Convenzioni oltre alla Dichiarazione del 1998 sui Diritti fondamentali e Principi del Lavoro dell’I.L.O. (Ufficio Internazionale del Lavoro), a rispondere dei loro comportamenti. Alcune sono già chiamate a farlo nei tribunali (per esempio negli USA e in UK), altre sono chiamate sempre più a rispondere ai consumatori di come si comportano non solo nel loro paese, ma anche all’estero o di come si comportano i loro fornitori o licenziatari. Nel tempo si sono aggiunti altri documenti e standard internazionali come le Linee guida per le multinazionali dell’OCSE, aggiornate nel 2000, il Global Compact, la certificazione SA 8000.

Si è anche sviluppata negli ultimi anni la elaborazione di alcuni documenti da parte delle Nazioni Unite, come "Human Rights Principles and Responsibilities for Transnational Corporations and Other Business Enterprises" nel quale per la prima volta si affronta il tema della responsabilità sociale delle imprese, sul piano del diritto internazionale e vengono riprese alcune delle argomentazioni contenute nel documento della Sotto commissione per la Promozione e la Protezione dei diritti umani dell'ECOSOC dal titolo "La globalizzazione ed il suo impatto sul pieno godimento dei diritti umani" del 15 giugno 2000.

Sappiamo inoltre - da ricerche effettuate- che i consumatori sembrano disposti a pagare un prezzo ragionevolmente maggiore per avere un prodotto che non sia il risultato di sfruttamento e schiavitù.

Il miglior valore aggiunto diventa allora non tanto e non solo l’innovazione o la creatività (tanto meno il prezzo che non è mai stato da solo un elemento di successo per le aziende) ma la sicurezza di poter dimostrare che il prodotto è stato fatto per le persone e non contro le persone.

Come sostiene il Premio Nobel per l’Economia Amartya Sen, l’etica fa bene all’economia e l’economia fa bene all’etica. Ma l'etica non può essere una categoria riduttiva come ad esempio "non rubare o pagare le tasse", è tutt’altro: è lavorare essendo certi che nessuna delle persone che entrano in contatto con la propria azienda per qualunque motivo (dipendenti, fornitori, clienti, consumatori, azionisti, gente delle comunità locali, etc.) possa essere in qualche modo danneggiata nei suoi diritti fondamentali.

Non è quindi solo un problema di mancanza o incertezza dei riferimenti legislativi –pure essenziali- ma un problema che riguarda i comportamenti dei singoli, persone o organizzazioni. Negli ultimi anni è stato evidente il fallimento del mondo economico nel rispettare le leggi o - dove esse non erano chiare- nel corrispondere alle elementari prassi di correttezza e responsabilità.

Mentre non è in discussione la responsabilità primaria dei Governi nel predisporre infrastrutture, strumenti legislativi ed amministrativi che permettano ed obblighino il mondo economico a comportarsi con responsabilità, è sempre più forte la domanda che proviene da molti strati della comunità civile internazionale per una maggiore assunzione di doveri - rivolta alla costruzione di una società più equa e sostenibile- da parte di aziende e attori del mondo degli affari.

A livello europeo

Per quanto riguarda la posizione dell’Europa, si sta procedendo su strade parallele.

Da una parte il Parlamento (con la Risoluzione Howitt del 1999, la Risoluzione A5-0159/2002 del 2002 e una serie di altri pronunciamenti), nel richiedere una assunzione di specifiche responsabilità al mondo economico ed alle aziende in particolare quando si trovano ad operare nei PVS, ha affermato che questa responsabilità va accompagnata da una serie di misure regolatorie e burocratiche che ne permettano l’implementazione ed il monitoraggio.

Dall’altra, la Commissione Europea ha elaborato e presentato il suo Libro Verde, in cui lo stesso concetto di Responsabilità Sociale (CSR) sembra non tener conto delle recenti evoluzioni del dibattito sul tema, soprattutto sui concetti di "sostenibilità" e di "impatto sulla società". Il documento fra l’altro trascura quasi completamente il tema di come "implementare" la CSR nella pratica delle imprese. Il Libro Verde definisce la CSR come qualcosa a cui le aziende aderiscono volontariamente per contribuire ad una società migliore ed a un ambiente più pulito. Fra l’altro, il Libro verde sembra dare per scontato che la responsabilità sociale si applichi solo alle grandi aziende o solo a quelle quotate in borsa, mentre va riaffermato che tutte le aziende – grandi medie e piccole- sono soggette a queste regole minime.

Poco dopo questa risoluzione del Parlamento Europeo, nel 2002 la Commissione Europea pubblica il suo Libro Bianco: questo documento chiarisce come la Commissione non intenda imporre comportamenti responsabili alle imprese europee. La Commissione rifiuta decisamente qualunque ipotesi di creare una regolamentazione che vada oltre il puro volontarismo, comprese la possibilità di istituire l'obbligo di rapporti sociali e ambientali periodici o una certificazione sociale obbligatoria. Al contrario, l'enfasi è sul ruolo della Commissione nell'aiutare a aumentare la consapevolezza dell'importanza commerciale ("business case") della CSR, nel creare metodi per diffondere le pratiche migliori, per formare i manager alla CSR e nell'introdurre la dimensione etica nelle proprie politiche. Lo strumento scelto è il Multi-Stakeholder Forum on Corporate Social Reponsibility che raccoglie 40 rappresentati della Commissione Europea, del mondo degli affari, dei sindacati, dei gruppi di consumatori e delle ONG. Questo Forum, istituito nell’Ottobre 2002, dirigerà gli sforzi dell'Unione Europea per diffondere la consapevolezza dei vantaggi commerciali della CSR tra tutte le imprese; cercherà il modo migliore per raggiungere una convergenza tra i numerosi codici di condotta; rafforzerà la ricerca sulla CSR; cercherà di usare il Fondo Sociale Europeo per promuovere la formazione sulla CSR; approverà principi guida sugli schemi di certificazione etica volontaria. La Commissione controllerà l'operato del Forum nel 2004 e per quella data è previsto un pronunciamento finale sulla materia.

I giudizi dei sindacati e delle ONG sul Libro Bianco della Commissione Europea sono stati molto critici in quanto esso costituisce un chiaro passo indietro della discussione su come migliorare le pratiche delle multinazionali: tutto viene affidato al mercato e alla consapevolezza delle imprese che migliorare le pratiche sociali e ambientali porta giovamento al loro business. Il commissario europeo agli Affari Sociali, la greca Anna Diamontopoulos ha comunque lasciato una porta aperta ad iniziative successive: commentando il voto del Parlamento Europeo del Maggio 2002 ha affermato che "al momento presente questo può avvenire su base volontaria, ma sufficienti iniziative devono essere prese in maniera che possiamo vedere dei risultati simili a quelli che ci aspetteremmo da una legislazione".

In ogni caso l’opinione prevalente nella comunità civile europea è che la CSR non può essere un semplice fatto di filantropismo o di buone intenzioni, e che non si può separare la responsabilità di guidare un’azienda con profitto dalla responsabilità di assicurare la protezione della salute dei lavoratori, della loro sicurezza, e di proteggere il contesto sociale e ambientale circostante. Inoltre, la CSR non può essere solo un fatto di adesione volontaria, ma esiste indipendentemente, è legata ad una serie di altri elementi che parimenti influiscono sull’organizzazione economica..

Occorre anche tenere presente che Francia, Danimarca, Gran Bretagna, Olanda, hanno previsto degli obblighi di legge per le aziende, grandi e piccole, su vari aspetti della responsabilità sociale: in alcuni paesi esse godono già di vantaggi (es.: crediti all'esportazione) quando possono dimostrare con i fatti di rispondere a certi requisiti.

Cosa succede in Italia

Nel 1997 il "Centro Nuovo Modello di Sviluppo" e "Mani Tese" lanciarono la campagna "Acquisti Trasparenti" con lo scopo di ottenere una legge che da una parte favorisse il rispetto dei diritti dei lavoratori all'estero e dall'altra garantisse ai consumatori italiani il diritto di sapere quali condizioni di lavoro ci sono dietro quello che acquistano. Presto anche AIFO, Amnesty International e CTM diventarono copromotori della campagna che successivamente fu "adottata" dalla Rete di Lilliput. In tre anni raggiunse centinaia di altri gruppi e associazioni sparsi in tutt'Italia.

La campagna partiva dalla convinzione che i consumatori opportunamente informati possono influenzare profondamente il comportamento delle aziende. Da questo scaturivano tre richieste:

  1. le aziende dovrebbero pubblicare annualmente un "bilancio sociale" contenente la lista degli stabilimenti e dei fornitori ed alcuni indicatori delle condizioni sociali della produzione, come salari e orari di lavoro. Questo metterebbe tutta l'azione delle imprese sotto i riflettori dell'opinione pubblica, rendendo molto più semplice la raccolta delle informazioni.

  2. lo stato italiano dovrebbe creare un'autorità di vigilanza indipendente con il compito di vigilare sulla qualità sociale della produzione, rendere pubblici i bilanci sociali, svolgere l'attività di controllo anche su segnalazione di terzi, informare i consumatori degli abusi riscontrati.

  3. di dovrebbe introdurre un marchio sulla qualità del Lavoro, attribuito da parte dell'Autorità alle aziende che ne facciano richiesta e sottopongano la loro produzione ad un controllo preventivo. Il consumatore troverebbe nel marchio uno strumento semplice per scegliere i prodotti, le aziende troverebbero uno strumento per premiare il loro impegno.

Tra le attività realizzate dalla campagna, la raccolta di 160.000 firme su una petizione al Parlamento, l'invio di 35.000 cartoline a Camera e Senato (praticamente 100 al giorno per un anno dal dicembre 1999 al dicembre 2000), una manifestazione di centinaia di bambini delle scuole elementari davanti a Montecitorio nell'Aprile del 2000.

Purtroppo non si arrivò, com’è noto, alla approvazione della legge –peraltro passata attraverso elaborazioni e modifiche successive che ne avevano ridotto il valore- a causa dello scioglimento delle Camere del 2000. Eppure noi riteniamo che una legge in proposito sia ancora e sempre più indispensabile.

Qualcuno potrebbe sostenere che per un'azienda che opera in Italia non sia necessario affrontare la tematica della responsabilità sociale. Ma tutti sappiamo che il nostro paese non è esente da tanti problemi, come quello del lavoro minorile (ISTAT 2002: 2000 aziende su 17.000 ispezionate avevano bambini in età irregolare), quello della sicurezza sul lavoro (quanti incidenti mortali evitabili!), quello della integrazione dei lavoratori stranieri (con le conseguenti ricadute sul piano della stabilità e della coesione sociale e la necessità di evitare conflitti e discriminazioni razziali), quello del lavoro irregolare e del lavoro precario. Ancora, il problema dell'ambiente ( i cittadini vogliono essere sempre più protetti, ed ognuno di noi è di volta in volta imprenditore o cittadino, turista, commerciante, agricoltore o utilizzatore di aree pubbliche), quello della delocalizzazione dei processi produttivi, e quello della produzione e del commercio delle armi.

E di responsabilità sociale dovrebbero iniziare ad occuparsi –come alcune stanno già facendo- anche le piccole e medie imprese(PMI). Infatti il problema non riguarda solo le grandi aziende.

In Italia il tessuto delle PMI è estremamente forte, e per il suo legame con il territorio la PMI dovrebbe essere la più portata a dialogare con la gente attorno ad essa. Talvolta essa è anche capace di coinvolgere (formalmente o informalmente) i lavoratori più sensibili ai cambiamenti sociali nella gestione dell'impresa Secondo una indagine recente dell'Unione Europea, il 50% delle PMI è già impegnato in attività sociali, che dimostrano il loro legame con il territorio.

La responsabilità sociale d’impresa secondo i principi e i valori della società civile

Un meccanismo giuridico è comunque ritenuto indilazionabile: esiste la fondata preoccupazione che - in mancanza di adeguata previsione legislativa in molti paesi- i comportamenti irregolari delle aziende non possano essere sanzionati o corretti; e tuttavia spesso anche in presenza di leggi, le vittime di abusi e violazioni potrebbero non avere un facile accesso alla tutela dei loro diritti.

Nei PVS, ciò è particolarmente ricorrente e drammatico. Ecco perché andrebbero anche rimossi gli ostacoli legali al regime di "Foreign direct liability" così, in presenza di un comportamento illegale di una azienda collegata o figlia di una con sede europea, la vittima dovrebbe essere in grado di citare in giudizio la società madre usando la giurisdizione del paese in cui la società ha sede legale. Ciò che non succede adesso, poiché le società figlie o collegate possono comportarsi all’estero –specie nei PVS- secondo criteri tollerati dai regimi locali ma che sarebbero perseguiti spesso anche penalmente dalle leggi europee.

Ciò che si chiede e che le imprese europee si comportino all’estero con la stessa correttezza con cui si comportano in Europa. Riconoscimenti dovrebbero essere concessi a chi si comporta responsabilmente.

Il concetto di responsabilità deve ovviamente pervadere tutti i livelli aziendali, tutta la catena di creazione del valore. Dovrebbe riguardare quindi fornitori, clienti, subfornitori, licenziatari, consumatori. Dovrebbe inoltre poter essere discusso anche nella sua applicazione con i partner sociali, lavoratori, comunità locali, organizzazioni del territorio, autorità. Deve tener conto delle elaborazioni e dei contributi avanzati su molteplici livelli e da molteplici attori (ONU, OCSE; ILO, Sindacati nazionale e internazionali, associazioni, ONG) allo scopo di portare progressivi miglioramenti alle condizioni di vita e di lavoro di milioni di persone nel mondo coinvolte nella produzione di beni o di servizi per le imprese europee. Si tratta ovviamente di un processo di informazione ed elaborazione continua, con scambi e approfondimenti di contributi particolarmente utili.

Cosa chiediamo al Governo italiano

Da quanto si vede nei comportamenti concreti, la responsabilità sociale delle imprese non è certo in cima alle priorità dell'attuale governo. Nonostante questo il tema appare ogni tanto negli interventi di ministri, sottosegretari e dirigenti di ministeri ed è stato scelto tra i temi da trattare durante il semestre di presidenza italiana dell’Unione Europea. Si sa che il tema è sotto studio sia al Ministero delle Attività produttive che a quello del Lavoro, anche se i dettagli dei due progetti non sono ancora conosciuti.

Al Ministero delle attività produttive si sta studiando la maniera di trasformare le linee guida OCSE e il relativo Punto di Contatto Nazionale in una certificazione. È stato redatto un documento (che non conosciamo) che è stato inviato al CIME dell’OCSE per avere un parere e un via libera

Al Ministero del Lavoro si sta lavorando per affrontare l'argomento durante il semestre italiano di presidenza dell'Unione. Anche in questo caso i dettagli non sono conosciuti, ma il ministro Maroni è intervenuto sull'argomento il 22 Novembre 2002 in un convegno sulla CSR organizzato dalla presidenza danese a Helsingbor. In questa occasione ha annunciato che si terrà una riunione del Multistakeholder Forum a Venezia e –sempre a Venezia- l’Italia organizzerà il 10/11 Novembre un Convegno sugli sviluppi del tema della CSR. Ha inoltre annunciato l’assegnazione di un premio durante una cerimonia che si svolgerà a Roma dal 3 al 6 Dicembre 2003 alle aziende europee meritevoli di segnalazione "per il supporto alle persone disabili". L'approccio che viene seguito è quindi in linea con quello della Commissione Europea, nel quale tutto è basato sul volontarismo. Il progetto è in corso di preparazione da parte del ministero, dell'Università Bocconi e della Confindustria. Certamente verrà richiesto alle imprese di finanziare specifici interventi di natura sociale secondo le priorità stabilite dal governo, in linea con quanto proposto anche per la cooperazione internazionale.

Noi riteniamo che il Governo debba attivarsi fattivamente per una serie di obbiettivi considerati di estrema importanza. Nell’ambito della sua partecipazione alla Commissione Europea e al Consiglio Europeo, e soprattutto nella sua veste di Presidente di turno dell’Europa queste le nostre richieste al Governo italiano:

  • Si adoperi perché il Consiglio, accogliendo l'invito del Parlamento Europeo, elabori un codice di condotta europeo per le imprese europee che operano all'estero, che contenga tutti i più importanti trattati internazionali in tema di lavoro, diritti umani e protezione dell’ambiente. L'elaborazione dovrà coinvolgere i paesi in via di sviluppo che saranno coperti da questo codice di condotta. Questo codice di condotta dovrà dare particolare attenzione ai lavoratori dei catena di fornitura, dei settori informali, delle zone franche per l'esportazione, delle regioni in cui sono presenti conflitti sociali violenti o grave depauperamento dell’ambiente.
  • Si adoperi perché la Commissione crei il "Marchio Sociale" e la "Piattaforma Europea di controllo", proposti dal Parlamento Europeo, in stretta collaborazione con parti sociali, ONG e associazioni, da rilasciare sulla base di criteri precisi e di controlli esterni e indipendenti.
  • Si adoperi perché la Commissione proponga un sistemi di incentivi sia fiscali che finanziari per le aziende che possano dimostrare inequivocabilmente di rispettare gli standard internazionali.
  • Accogliendo l'invito del Parlamento Europeo e la sua affermazione che "iniziative volontarie e vincolanti non si escludono a vicenda", si adoperi perché il Consiglio e la Commissione sviluppino una base giuridica per una struttura multilaterale europea per la disciplina delle attività delle imprese europee all'estero.
  • Si adoperi perché la Commissione introduca le problematiche relative al rispetto delle norme internazionali in materia di lavoro, ambiente e diritti umani nell'elaborazione del diritto europeo delle società, che preveda l’obbligatorietà del Rapporto Sociale accanto a quello economico e finanziario.
  • Si adoperi perché la Commissione obblighi le imprese private che operano nei paesi in via di sviluppo su mandato dell'Unione Europea o usufruendo di finanziamenti europei ad agire in accordo col Trattato Europeo in materia di rispetto dei diritti umani fondamentali e dell’ambiente, pena l'esclusione da ulteriori finanziamenti europei.
  • Metta a disposizione risorse per aiutare i governi dei paesi in via di sviluppo a incorporare i trattati internazionali in materia di lavoro e ambiente nelle loro legislazioni nazionali e a implementare politiche per l'effettivo rispetto di questi trattati; inoltre, modifichi la disciplina degli acquisti pubblici da parte dei Governi riceventi aiuto, svincolandoli dall’obbligo di acquisto di beni e servizi italiani e imponendo standard operativi di responsabilità sociale alle imprese italiane fornitrici.
  • Inserisca il tema dei diritti umani e della protezione dell’ambiente tra le priorità dell'aiuto italiano allo sviluppo, con particolare accento sul costo dei farmaci e sulla legislazione OGM.
  • Garantisca ai cittadini e ai consumatori il diritto di avere informazioni, obbligando le imprese a fornire rapporti pubblici periodici sulla loro struttura produttiva e sulle conseguenze sociali ed ambientali della loro produzione.
  • Nell'attesa che le iniziative legislative a livello europeo siano attuate, si impegni a costruire un codice di condotta guida ad adesione volontaria per le imprese italiane, costruito sulla base dei principi contenuti nei maggiori trattati e convenzioni internazionali in materia di ambiente, diritti umani e lavoro, e formulato coinvolgendo tutti i portatori di interesse. Il codice dovrà essere dotato di un meccanismo di controllo indipendente e sufficiente a garantire l'effettiva attuazione del codice da parte delle imprese.
  • Conceda incentivi fiscali e finanziari alle imprese che aderiscono al codice e si sottopongono alle relative verifiche. Gli incentivi concessi alle altre imprese siano progressivamente ridotti.
  • Istituisca un Centro per la promozione della responsabilità sociale di azienda che, tramite il coinvolgimento attivo di imprenditori, sindacati, ONG e associazioni, svolga ricerche, campagne di informazione al pubblico, raccolta e divulgazione di dati su questi argomenti collaborando anche con il Punto di Contatto Nazionale previsto dalle linee guida dell'OCSE.
  • In sede di acquisti e appalti, si adoperi perché venga vengano obbligate le aziende appaltatrici a darsi e rispettare dei codici di condotta (e che possano dimostrare inequivocabilmente di osservare comportamenti di responsabilità sociale nelle proprie operazioni), e siano scelti prodotti socialmente ed ecologicamente responsabili, stabilendo i criteri per la loro individuazione, ad esempio la certificazione SA8000. Promuovere analoghe iniziative presso le amministrazioni locali e presso cittadini tramite campagne di informazione e sgravi fiscali.
  • Obblighi le aziende a partecipazione statale a richiedere da subito uno dei marchi sociali esistenti, assicurando rispetto scrupoloso del relativo codice di condotta e una puntuale informazione al pubblico.
  • Il nostro paese nell’ambito del semestre di presidenza europea, si troverà a dover gestire il lancio del Piano di Azione Europeo e dei meeting internazionali FLEGs (Forest Law Enforcement and governance) e in particolare del processo AFLEG per l’Africa, processo che ci riguarda da vicino in quanto il nostro paese è un importantissimo importatore di legno tropicale africano. Il continuo flusso di legno illegale o di conflict timber verso il nostro paese dimostra come gli accordi volontari siano insufficienti. Ci sono diverse misure in grado di contrastare il taglio ed il commercio di legno illegale:
  1. contrastare il conflict timber (legno direttamente legato a conflitti armati e alla destabilizzazione regionale – azione urgente)
  2. contrastare il legno illegale (provvedimenti con effetti a medio termine)
  3. sostenere la buona gestione forestale (soluzione di lungo periodo)
  • Sostenere con gli altri Paesi Europei e nell’ambito del G8 la necessità di una regolamentazione più stringente del commercio di diamanti tramite il Procedimento Kimberley, che va corretto e irrobustito perché si ottengano statistiche veritiere e affidabili, si effettui un monitoraggio stringente cercando di superare l’opposizione di Cina, Russia e Israele, si mettano a punto procedure efficaci che blocchino qualunque tipo di aggiramento della procedura, ed esperti qualificati ed attendibili possano effettuare dei controlli.
  • Adoperarsi perché le aziende europee individuate dal Rapporto del Panel del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in quanto in violazione delle Linee guida dell’OCSE siano deferite ai rispettivi NCP’s nazionali per le dovute ricerche a perché le stesse aziende rispondano sulle violazioni ad esse attribuite dal Panel di esperti dell’ONU.

Per finire…

L’obbiettivo finale di questa campagna è fare in modo che la produzione estera controllata direttamente o indirettamente dalle aziende italiane o europee e la commercializzazione italiana/europea di prodotti provenienti da paesi in via di sviluppo avvengano nel pieno rispetto dei diritti fondamentali della persona e della comunità circostante, e garantiscano il rispetto e le protezione dell’ambiente.

Ecco perché è necessario che il maggior numero possibile di associazioni, enti, organizzazioni, trovino le condizioni minime per mettersi insieme e sviluppare un'azione comune che abbia come obbiettivo di base la Presidenza italiana dell'UE e il WTO di Cancun. Successivi – auspicabili e, crediamo, necessari- ampliamenti nel tempo o nella tematica potranno senz'altro essere discussi e realizzati.

Il Comitato promotore della Campagna è composto da Amnesty International, ARCI, Azione Aiuto, Banca Etica, Cittadinanzattiva, CTM-Altromercato, Greenpeace, Legambiente, Libera, Mani Tese, Transfair, Unimondo. I promotori fanno appello a tutte le associazioni ed organizzazioni piccole o grandi perché si associno anch’esse in questo sforzo di sensibilizzazione della comunità civile, di quella politica, di quella degli affari.

Padova 3 maggio 2003

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