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responsabilità sociale delle imprese |
responsabilita' sociale delle imprese "Il sindacato e la responsabilità sociale delle imprese" Roma 30 Maggio 2002 Dall'etica dell'impresa all'etica dei consumi di Dario Ascoli Esiste una branca della scienza della comunicazione che ha codificato alcune regole auree a cui deve sottostare unefficace e gradevole relazione; tra esse viene menzionato il numero e la frequenza delle citazioni; talvolta mi viene finanche da pensare che qualche retore opinionista da talk-show costruisca addirittura lintero suo intervento lanciando improbabili e fragili ponti tra una citazione ad effetto e laltra, spesso, decontestualizzando le medesime e rendendo puro vaniloquio quello che sarebbe voluto essere un dotto contributo. Contravvenendo ad una regola, dopo la premessa che spero mi consenta di essere dissociato nel giudizio da coloro che intendevo criticare, mi produco, con anticipo del tutto intempestivo, nella citazione di un grande delleconomia contemporanea, Amartya Sen, premio Nobel nel 1998 per leconomia: Lo sviluppo non consiste in una maggiore ricchezza di beni materiali, ma anche e soprattutto in un processo di trasformazione sociale che elimini le fonti principali di illibertà come l'ignoranza, la malattia, la mancanza di democrazia, lo sfruttamento indiscriminato delle risorse ambientali.... In questa sintetica, ma potente, affermazione si possono leggere molti elementi che, a mio avviso, devono andare, insieme ad altri, a costituire oggetto di analisi allo scopo di pervenire ad una definizione di Responsabilità Sociale di Impresa. Non già la ricchezza in beni materiali, semmai la loro equa ripartizione; non la distribuzione di dividendi, quanto piuttosto quella degli strumenti di autodeterminazione della personalità e di miglioramento della qualità della vita, in maniera omogenea su scala planetaria, il well-being, per usare un espressione anglosassone. Limpresa che, ponesse al centro delle proprie strategie di sviluppo laumento della produzione e la crescita del profitto e dei dividendi tra gli azionisti, senza preoccuparsi delle ripercussioni, ovunque esse si manifestassero, non avrebbe titolo ad autocertificarsi come etica. E qui mi preme di toccare un altro argomento, spesso ignorato: la certificazione etica. Da quando si iniziò a parlare esplicitamente di etica di impresa, con la stesura del cosiddetto Libro Verde, da parte della Commissione Europea , nel luglio 2001, fino alla più recente comunicazione del febbraio 2002 della medesima , è stata ribadita la possibilità di autocertificazione di eticità da parte dellimpresa. Solo di recente si sta andando affermando lidea che si possa e debba configurare unautorità certificatrice autonoma, indipendente e sovranazionale a cui sia deputato insindacabilmente il ruolo di rilasciare il bollino etico. Di fatto, la dichiarazione di eticità, spesso, viene esibita come spot pubblicitario, come plus attrattivo per i consumatori privilegiati dei paesi ricchi, dove prevalentemente hanno sede le sedi legali delle imprese ; raramente si fa riferimento alle condizioni lavorative e sociali di lavoratori di aziende più o meno direttamente collegate, sussidiare o subfornitrici, operanti nel terzo o quarto mondo! I problemi che si incontrano nellaffrontare la questione in termini sovranazionali sono molteplici: in primo luogo va detto che proprio le multinazionali, per la loro natura delocalizzata, sono difficilmente assoggettabili a questa o quella giurisdizione e nessun organo giudicante può comminare sanzioni al di fuori del proprio territorio senza creare incidenti internazionali; in secondo luogo, le condizioni di lavoro e ambientali nei paesi svantaggiati, spesso sono tuttuno con una precarietà dei diritti che scoraggia azioni rivendicative; quanto poi alla presenza, in quelle realtà, di rappresentanze organizzate e riconosciute, nemmeno a parlarne. In questo scenario, le Organizzazioni Sindacali dell opulento occidente devono farsi carico di individuare percorsi rivendicativi e luoghi concertativi che possano dar voce anche a quei lavoratori altrimenti condannati al silenzio dalle condizioni sociali, territoriali e di illibertà. Ciò che necessita è la costruzione di un quadro di governance globale tanto nel senso dellinglobamento delle norme di rispetto ambientale e sociale quanto in quello della campo di applicazione che non può che essere esteso allintero pianeta. Non è sufficiente, come peraltro la Commissione Europea ha già fatto, sottolineare la necessità di adozione di codici di condotta che rispettino le convenzioni fondamentali dell O.I.L. e le direttive dell OCSE; è indispensabile codificare obblighi e sanzioni che rispondano anche alle non secondarie esigenze di informativa per i consumatori e, più in generale, per lopinione pubblica. Benché io non ami ricondurre ogni argomentazione sul piano della convenienza, pure mi piace evidenziare come una battaglia per i diritti delluomo per la eticità della produzione e dellimpresa, sia foriera di vantaggi per gli stessi produttori dellemisfero ricco, e ciò per evidenti ragioni di riequilibrio di concorrenza nellofferta di forza-lavoro. Se letica non deve avere come condizione necessaria la convenienza, è pur vero che laddove questa si manifestasse sarebbe un fattore fortemente determinante. Diversa e decisamente più complessa è la situazione osservata dal punto di vista dei consumatori, rispetto agli interessi dei quali non sembra essere così immediato il vantaggio delleticità della produzione. Ad un esame superficiale si potrebbe addirittura avanzare lipotesi che il ricorso a produzioni non rispettose dei diritti dei lavoratori e dellambiente, se localizzate lontano da noi, possano favorire un prezzo al consumo più contenuto, tale da rendere accessibili beni altrimenti interdetti a molti: occhio non vede, mano non paga! A demolire questo perverso assioma occorrerebbe considerare che: Il prezzo al consumo di per sé non è lelemento unico che definisce lacquistabilità di un bene; 1. troppo spesso il bene che appare indispensabile ci viene prospettato come tale da subdole strategie di marketing ovvero da modelli culturali e organizzazioni del territorio funzionali al consumismo. 2. La presenza di zone franche dove il lavoro sfocia nello sfruttamento della schiavitù e/o dove le tutele ambientali vengono disattese, risulta essere costante tentazione a delocalizzare le produzioni verso queste stesse con conseguenze disastrose per loccupazione nei paesi opulenti. Quanto al punto 1. è evidente che un livello retributivo più alto per i produttori dei paesi ricchi renderebbe di fatto accessibile una maggiore quantità di beni e, attraverso equi prelievi fiscali, accrescerebbe la disponibilità finanziaria pubblica (statale o comunitaria che sia) per erogare servizi e welfare; retribuzioni più elevate potrebbero derivare dal riequilibrio del mercato del lavoro susseguente alla rimozione di quei fattori distorsivi derivanti dallo sfruttamento di manodopera in semischiavitù e da produzioni non rispettose dellambiente. Quanto alletica dei consumi, di cui al punto 2. , va detto che il cammino è, se possibile, ancora più arduo e non può prescindere dalladozione di strategie di marketing delletica. La fiducia dei consumatori, favorita dallatteggiamento responsabile delle imprese, può rivelarsi un fattore importante di crescita economica [...]le imprese possono [...] aiutare a prevenire e a combattere la corruzione e a proteggere loro stesse dal riciclaggio del denaro e dal finanziamento di attività criminali. (Comunicazione Commissione Europea del 2.07.2002) Leticità di impresa non può essere un costo che taluna azienda si impegni a sostenere e talaltra si ritenga invece esonerata dal fare; ne deriverebbe uno svantaggio nella concorrenza e finirebbe col ripercuotersi sui prezzi finali di beni e servizi eticamente prodotti; occorre pertanto pensare ad una certificazione obbligatoria e globalizzata, con percorsi di emersione etica guidati e favoriti anche finanziariamente da strutture tripartite costituite da rappresentanze datoriali, di lavoratori e di consumatori e con lo Stato super partes a vigilare sulla concorrenza reale tra imprese piuttosto che a porre in concorrenza tra loro regioni e territori nel nome di unattrattività che troppo spesso si traduce in maggiori profitti per le imprese e non in maggiore occupazione. Sul terzo punto è quasi superfluo soffermarsi, tali e tanti sono gli esempi di delocalizzazione selvaggia da parte delle multinazionali, in particolare della chimica e dellelettronica; e quali siano gli effetti in Europa di tali processi è drammaticamente palese. Favorevolmente possiamo salutare ladozione del cosiddetto Multi-Stakeholder Forum per promuovere la convergenza delle buone prassi, i momenti di dialogo sociale tra soggetti portatori di titolarità diverse, saremmo ancora più soddisfatti se un simile strumento fosse istituito e correntemente adottato in ambito mondiale Volendo andare a concludere, tentando di tracciare un sentiero programmatico, possiamo indicare come la via maestra passi per un coinvolgimento più diretto e consapevole delle organizzazioni dei consumatori nei processi di certificazione etica, nella sollecitazione forte affinché si superi lincertezza della autocertificazione da parte delle imprese, e quindi si proceda verso la costituzione di organi partiteci di garanzia etica che coinvolgano le rappresentanze datoriali, dei lavoratori e dei cittadini consumatori. E fin troppo evidente che la giurisdizione territoriale di competenza di questi organismi, ai quali dovrebbe quanto meno spettare il diritto di informazione, se non la prerogativa sanzionatoria, debba essere la più ampia possibile; lopportunità di accompagnare i processi di integrazione monetaria e politica a livello comunitario con la nascita di strumenti di democrazia economica di tale portata, non va ulteriormente disattesa. |