Convegno 7 settembre 2005, Camera dei Deputati
Da una ricerca, effettuata nel 2003 dall’ISTAT per conto del CNEL, risulta che per le donne lavoratrici, la nascita del primo figlio è motivo di abbandono del proprio posto di lavoro. Una rinuncia pressoché definitiva determinata dalla difficoltà, ancora una volta, di conciliare la vita personale/familiare con l’attività lavorativa.
La ricerca, effettuata su donne occupate al momento della gravidanza, ha evidenziato che la percentuale di quelle che lasciano il proprio posto di lavoro dopo la nascita del primo figlio è molto alta: il 20,1%. Interessante è analizzare la stessa percentuale da un punto di vista geografico: essa varia dal nord al sud e nello specifico abbiamo che di questo 20,1%, il 18% delle donne che lasciano, è situato al Centro Nord, l’82% al Sud. Su questo 82%% abbiamo una ulteriore percentuale allarmante: il 30% di queste, un anno e mezzo dopo il parto non hanno più una occupazione, con una percentuale di licenziamenti da parte dell’azienda che al Centro Nord é del 6,6% e del 7,5% al Sud.
Per contro, al Centro Nord si è volontariamente licenziato il 70,5% e al Sud ed Isole il 65,9.
Quale è il profilo di chi lascia il proprio posto di lavoro in presenza di un figlio?
Se analizziamo i dati dal punto di vista dell’istruzione, vediamo che il 26% delle donne che lasciano il posto dopo la nascita del proprio figlio ha la licenza media inferiore; il 18% ha un diploma di scuola superiore e il 12% è in possesso di diploma di laurea.
La differenziazione in base al titolo di studio deve farci riflettere sull’importanza della formazione come elemento di realizzazione della donna e come fattore di mantenimento della propria professione: più elevato è il titolo di studio, più si abbassa la percentuale di abbandono del lavoro. Questi dati si incrociano in maniera determinante con il settore di lavoro perché solo l’8,9% delle occupate nel pubblico lascia contro un 26,2% nel privato ed un preoccupante 15,3% nel settore autonomo.
Significativa, dunque è la sicurezza del posto: aleatoria nel lavoro autonomo, più reale nel pubblico, meno nel privato e su questi due settori anche l’orario lavorativo incide in maniera considerevolmente diversa.
Soltanto il 15,5% delle lavoratrici madri full-time lascia il proprio posto di lavoro contro il 68,6% delle lavoratrici part-time, portandoci a considerazioni di carattere economico importanti: sono infatti le lavoratrici ad orario parziale le meno favorite dalla mancanza di servizi per cui, paradossalmente, diviene assai poco vantaggioso sul piano economico continuare a lavorare e pagare somme elevate per asili nido o baby sitter.
A questo proposito, la ricerca ha evidenziato che sono ancora i nonni la risorsa più utilizzata per la cura dei minori: 6 bambini su 10, infatti, sono affidati ad essi e solo 2 su 10 frequenta un asilo nido, di cui il 6% nel Mezzogiorno, il 13% al Centro e al 15% al Nord.
La tipologia contrattuale è un altro dei fattori che incide sull’abbandono del posto di lavoro. La sicurezza di un lavoro a tempo indeterminato consente di investire anche sui sacrifici inerenti la difficoltà di conciliazione, cosa che, invece, non è consentita dalla precarietà di un contratto a termine, soprattutto ora con l’attuale riforma del mercato del lavoro che sicuramente non offre certezze a chi vuole mettere su casa e famiglia.
S’impone, dunque, una domanda: conciliare è così difficile, è impossibile?
Positivamente voglio affermare che conciliare si può e aggiungo che conciliare si deve, anche perché al giorno d’oggi le necessità di una famiglia non possono non essere sostenute dal reddito di ambedue i coniugi, soprattutto se questi hanno perlomeno un figlio.
Ma se conciliare si deve, occorre conoscere in modo dettagliato la realtà occupazionale italiana ora, anno 2005, ed individuare i nodi che maggiormente interagiscono con la problematica della conciliazione.
L’Italia è all’ultimo posto – insieme alla Grecia – nell’occupazione femminile: siamo ad un misero 42% da molto tempo e il tasso di disoccupazione cresce in modo preoccupante (10,5% contro il 6,4% degli uomini).
Tuttavia, dalla metà degli anni ’90 ad oggi (considerando anche un periodo di stasi degli ultimi due anni), l’aumento complessivo della forza lavoro è costituita dalle donne. Secondo le previsioni l’occupazione femminile nel 2006 aumenterà di 1.340.000 unità contro una crescita di occupazione maschile pari a 223.000 unità. Le occupate saranno comunque per lo più al Nord (1.000.000 circa) contro un incremento molto basso al Sud (200.000 circa).
Le donne svolgono oramai tutti i lavori ma – rispetto agli uomini – esse sono più presenti come impiegate nei servizi e sono meno numerose come operaie dei settori industriali.
Le donne fanno anche orari atipici (e sono circa un quarto delle nuove occupate) soprattutto nel commercio, nella sanità, negli alberghi e ristoranti.
Di positivo c’è che cresce la presenza nelle posizioni alte ma parimente cresce la percentuale di lavoro femminile part time o a tempo determinato.
Per contro, i dati sull’inoccupazione sono ancora troppo alti e su 14.389.000 inattivi le donne sono 9 milioni e mezzo; la leggera flessione registrata nel 2003 rispetto ai dati del 1993 (ISTAT) di circa 1 milione e mezzo, ha interessato circa 1 milione di donne; nel 2005, tuttavia l’inoccupazione ha per così dire “ripreso fiato” e le donne inattive sono risalite a 130.000 unità.
Quello che maggiormente preoccupa il Sindacato è la cosiddetta “zona grigia” di cui fanno parte uomini e donne disoccupati di lunga durata. Sono 2.450.000 di cui 1.625.000 donne per lo più nel nostro Mezzogiorno (1.043.00).
Analizzando dunque i dati, da un lato assistiamo ad una lenta ripresa dell’occupazione, seguita da una corrispondente crescita di in occupazione femminile aggravata da una pesante percentuale di donne che non rientreranno mai nel mercato perché prive di speranza, le “non disponibili” che crescono rispetto al dato del ’93 di 339.000 unità.
Dobbiamo, dunque fare i conti con una disoccupazione ancora troppo alta e che comprende anche un numero elevato di donne fuori dal mercato da oltre 5 anni: sono il 5,3% contro il 2,8% degli uomini. Il dato si radicalizza al Sud con il 12,2% contro il 6% maschile mettendo in evidenza che al Sud più della metà delle donne disoccupate sono quelle di lunga durata.
Sono percentuali che sottolineano la situazione di affanno che sta vivendo la donna nel mercato del lavoro italiano e che, sicuramente, incide in modo esponenziale sui redditi e sul potere di acquisto delle famiglie determinando un impoverimento generalizzato del Paese.
Incidono soprattutto sulla vita di migliaia di giovani che, in condizioni di precarietà, sicuramente non “mettono su famiglia” o ci pensano due volte a fare un figlio.
Difficoltà evidenti sono:
Ecco, questa - a brevi linee – è la cornice del complesso quadro di interventi che occorre mettere in piedi se vogliamo che il nostro Paese esca dalla sua posizione di stallo e rientri nella competitività più generale stabilita dai parametri di Lisbona.
Affrontare il problema dell’occupazione femminile, significa mettere le mani su quello che ormai è considerato il problema prioritario per il Paese: il risanamento economico.
Il Paese non può fare a meno del lavoro femminile in quanto fattore essenziale di crescita sociale ed economica; dunque, individuare strumenti e modalità per favorire una migliore e più numerosa presenza femminile nel MdL è l’impegno che la politica si deve dare.
Va abbattuto il trend negativo per le donne legato all’equazione + lavoro – maternità, attivando politiche vere di conciliazione che consentano a lavoratori e lavoratrici di coniugare in modo equilibrato aspettative di vita, necessità familiari, condizioni di lavoro, vita sociale.
Riportare a valore la maternità, diviene l’esigenza prioritaria di un Paese che da troppo tempo ha una denatalità preoccupante e decisamente in controtendenza con i Paesi del Nord Europa che hanno sviluppato un sistema di welfare e politiche family friendly che hanno prodotto un incremento straordinario delle nascite e livelli di assistenza (anche agli anziani) decisamente ottimali.
Ridefinire le politiche di welfare e identificare nuovi modelli di servizi pubblici e privati può rappresentare il primo passo di una società che vuole ed ha bisogno di un radicale cambiamento per uscire dalla crisi economica in cui sta versando. Si tratta di un cambiamento anche e soprattutto culturale, nel quale la parola chiave deve essere FLESSIBILITA’. Vediamo perché.
La vita della donna è essenzialmente legata alla necessità di coordinare tempi di lavoro, tragitti di percorrenza, cura di figli e anziani non autosufficienti, per poter essere partecipe attiva del processo economico e sociale del proprio territorio di riferimento.
Ecco che diviene importante la definizione di politiche dei tempi, degli orari, dei trasporti, dei servizi in un’ottica, condivisa, di conciliazione dei bisogni dei cittadini. E dico condivisa perché sono assolutamente convinta che non sia più tempo di interventi sporadici, occasionali o legati ad una progettualità che non si misura nel tempo, bensì costruiti nell’ottica della cittadinanza elevata a sistema.
Ed in questa ottica rientra anche il cambiamento cultuale dei tradizionali ruoli della donna e dell’uomo; l’abbattimento dello stereotipo femminile legato alla cura della famiglia e quello dell’uomo percettore di reddito e, in quanto tale, pressoché avulso da qualsiasi impegno di lavoro all’interno della casa.
I dati in nostro possesso ci dicono che il 77% del lavoro cosiddetto di cura è delle donne, contro un 23% degli uomini che non dedica neppure 10 minuti a tale attività.
Un tempo che definiremmo ridicolo se non fosse per le conseguenze pesanti che ricadono solo e comunque sulle spalle delle donne. Ed è qui che è necessario intervenire. Per dare alle donne prospettive vere di sviluppo di carriera, formazione continua, partecipazione alla vita sociale, possibilità di gestire il tempo per sé, occorre affrontare sistematicamente ed in modo radicale nodi importanti relativi:
Sono – come evidente – punti conflittuali che colpiscono innanzitutto quello che attualmente è l’istituto più debole: la famiglia, che risente delle carenze dello Stato e che sempre meno riesce a farvi fronte essendo cambiati i modelli familiari ed essendo cresciuto in questi anni l’impoverimento generale del Paese.
La famiglia è uno spazio affettivo in cui le energie per la cura, la solidarietà, l’apprendimento, la formazione, la socializzazione possono moltiplicarsi o dissiparsi a seconda che i diritti dei suoi componenti siano riconosciuti o meno, che i suoi bisogni di beni e servizi siano o meno soddisfatti, che siano garantite le condizioni di pari opportunità per tutti. Questa è la realtà di base su cui costruire la politica del cambiamento più favorevole alle donne e, dunque, alla società che da tale politica non può che trarre benefici.
La mancata condivisione dei compiti di cura della famiglia da parte del proprio partner diviene sofferenza per la donna e una dissipazione di risorse essenziali all’economia più generale del paese, una limitazione del diritto al lavoro, alla maternità, alla realizzazione del sogno individuale di famiglia.
Compito della politica è dare alle donne del nostro Paese le opportunità di realizzare i propri sogni, quando questi prevedano in prospettiva garanzie di un futuro più equo e più solidale per tutti.
Questo non può non prescindere da azioni positive messe in atto per dare anche alle donne le medesime opportunità che sono date agli uomini.
Ed il sindacato deve fare la sua parte: deve assumersi le proprie responsabilità in un’ottica di empowerment sociale, utilizzando gli strumenti che gli sono propri per tramutare desideri, aspettative, obiettivi delle donne in proposta progettuale.
Da parte mia non mi sottrarrò sicuramente a questo impegno che desidero, anzi, concretizzare con alcune proposte-base. Sono convinta, infatti, che la valorizzazione del ruolo femminile nella società passi per il superamento delle difficoltà legate alla conciliazione, e questo può verificarsi solo attraverso:
Sono brevi punti, indicativi però della volontà della mia Organizzazione di contribuire al processo di cambiamento che sta investendo la nostra società e del quale la donna è uno degli attori protagonisti.
Vi ringrazio.