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Politiche sociali

POLITICHE PER LA FAMIGLIA

Politiche Familiari e Potenziale Sociale
Intervento di Nirvana Nisi, Segretaria Confederale UIL

CNEL 22 giugno 2005

Quella che ci è stata consegnata, e di cui oggi qui si discute, è una ricerca corposa per la quale una prima lettura, qual è quella che sono riuscita a fare, non è probabilmente sufficiente.

Mi riservo dunque, anche con i lavori di oggi, di chiarire meglio quella che mi è sembrata la tesi di fondo che mi sembra di non poter condividere.

Per primo quella di una distinzione netta tra politiche sociali, dirette all’individuo, e politiche per la famiglia, e una maggiore compiutezza delle seconde rispetto alle prime, tanto da dover riposizionare tutti  o gran parte degli interventi in materia sociale  sul parametro familiare invece che su quello individuale.

Dico subito che non vedo tale distinzione, ma piuttosto il continuum di una politica nell’altra (come d’altra parte rilevato anche nella ricerca tanto da parlare più giustamente di politiche socio-familiari), ma mettendo ad un estremo le politiche sociali e all’altro quelle familiari, io dico, a differenza della ricerca, che una politica socio-familiare non può che partire dall’individuo per arrivare alla famiglia, che quindi considero prevalente il diritto e la libertà dell’individuo al diritto del soggetto relazionale, anche perché l’individuo viene prima delle relazioni che eventualmente, ma non sempre, può stringere.

Questo non significa che non dò valore alle relazioni, semplicemente che vengono dopo.

Dico ancora che tra i due modelli, quello nordico e quello mediterraneo, io sono per il primo, dal quale in Italia siamo ben lontani.

Vedo cioè nella debolezza delle politiche sociali pubbliche nella risposta ai diritti di cittadinanza la ragione di molte delle difficoltà in cui si dibatte la famiglia italiana.

Il fatto che il modello mediterraneo, per cui lo Stato si affianca alla famiglia come ausiliario quando la famiglia da sola non ce la fa e non come un vero e proprio sostegno,  sia carente, dipende più dal fatto che sono evasi i diritti di cittadinanza che non dalla residualità delle politiche familiari.

Mi ha molto colpito l’indice sul grado di familiarità delle politiche (Igf) riscontrato nelle 8 regioni in cui è stato oggetto di indagine, 46,7/100. E mi chiedo: se i diritti di cittadinanza avessero avuto una risposta completa questo indice quale sarebbe? Secondo me aumenterebbe di molto.

Io considero la famiglia come uno spazio affettivo le cui energie per la cura, la solidarietà, l’apprendimento, la formazione, la socializzazione, possono moltiplicarsi o dissiparsi a seconda che i diritti dei suoi componenti vengono riconosciuti o meno, che i suoi bisogni in beni e servizi siano o meno soddisfatti, che siano garantite le condizioni di pari opportunità per tutti.

E questa non è delega allo Stato, questa è libertà di scelta, libertà dal bisogno, è tempo per costruire relazioni interfamiliari, intrafamiliari e a beneficio della collettività, se si vuole, è tempo per aumentare il ben-essere, per costruire progetti di vita.

Mi ha colpito, ma non mi ha stupito, il dato che all’interno della famiglia le donne sono le meno interessate o attivate verso la politica e il sindacato.

Non è un problema di maggiore o minore fiducia verso questo tipo di organizzazioni, le più esterne della socialità, rispetto agli uomini; io credo sia il tempo preso dalle cure familiari in più rispetto agli uomini e la mancanza di servizi che lascia poco spazio non solo per l’interesse a partiti e sindacati ma a tante altre espressioni del vivere sociale.

Di più. Sappiamo che in Italia un gran numero di donne abbandona il lavoro dopo la nascita del 1° figlio.

Nel 2001 il tasso di attività femminile tra le donne senza figli era del 65.9%, tra le donne con figli scende al 54.4%.

E’ una dissipazione di risorse dal punto di vista economico (il tasso delle donne occupate in Italia è uno dei più bassi in Europa), e una limitazione insopportabile del diritto al lavoro, alla maternità, alla costruzione in piena libertà di una famiglia.

Le politiche sociali devono permettere ad ognuno di dare corso al proprio progetto di vita che può essere la costruzione di una famiglia, o anche non esserlo, senza che per questo il giudizio di merito cambi.

Dunque io non credo che compito della politica sia quello di “riconoscere e promuovere lo sviluppo della famiglia e valorizzarla in quanto tale come soggetto titolare di diritti e doveri di cittadinanza”.

Compito della politica è prioritariamente quello di dare a ognuno la libertà e la possibilità di costruzione di una famiglia.

Al concetto di sussidiarietà verticale istituzioni-famiglia-individuo, io preferisco quello di istituzioni-individuo-famiglia.

Si dice nelle conclusioni della ricerca che deve essere la famiglia in relazione diretta con le istituzioni perché in caso di bisogno la famiglia è il soggetto che per primo è chiamato ad attivarsi, però sappiamo anche che nella famiglia c’è un unico soggetto addetto alla presa in carico, e che questo soggetto è per lo più la donna.

La recente indagine ISTAT (1° giugno 2005) sulla conciliazione lavoro-vita privata dice che il 77% del tempo dedicato dalla coppia al lavoro familiare è assorbito dalle donne.

Per le donne lavoratrici il tempo libero è residuale e il lavoro familiare è centrale, esattamente il contrario di quanto avviene per l’uomo. E ancora, i tempi degli uomini non variano in funzione della fase del ciclo di vita della famiglia e del numero dei figli; quello delle donne sì. Il 23% degli uomini non dedica neanche 10 minuti al lavoro familiare.

Mediamente, rispetto al precedente rapporto di 15 anni fa, il tempo dedicato dagli uomini al lavoro familiare è aumentato di 16 minuti, e quello dedicato alla cura dei bambini di 28 minuti.

E’ questo il soggetto famiglia che si dovrebbe valorizzare per la costruzione di politiche familiari o non piuttosto l’individuo donna o l’individuo figlio/a cui lo Stato e le sue articolazioni devono riconoscere il diritto alla non compressione dei propri desideri, di lavoro, di maternità,  e appunto di conciliazione, per mancanza di interventi e servizi adeguati?

Perdonatemi lo spunto polemico vetero-femminista, ma la realtà delle cose è anche questa. Per cui più che di promozione dell’associazionismo familiare bisognerebbe proporre un’associazionismo delle donne con famiglia, o di giovani, donne e uomini, che non possono costituire una famiglia pur volendolo per mancanza di interventi necessari di tipo economico e sociale.

Ma molto opportunamente la 328 ha previsto tra gli attori sociali della programmazione regionale e locale le associazioni dei cittadini e degli utenti che tutto ricomprende: singoli, famiglie, libere espressioni dell’associazionismo.

E io non penso, a differenza delle tesi della ricerca, che dare titoli in più all’uno o all’altro dei soggetti contribuisca in modo decisivo alla soluzione dei problemi che abbiamo di fronte.

Come sindacato, unitariamente, stiamo conducendo con grande impegno la battaglia per l’applicazione della L. 328, convinti come siamo che sia prioritario, nello stato attuale, garantire un sistema integrato di interventi e servizi e l’esercizio effettivo della partecipazione.

Alla base di tutto c’è l’urgenza di determinare i Livelli essenziali di assistenza tra cui i provvedimenti contro la povertà e il Fondo per la non autosufficienza.

Che lo stato di povertà o il rischio di povertà sia condizione prevalente nelle famiglie numerose e che aumenti all’aumentare dei componenti il nucleo familiare è un dato incontrovertibile sul quale le risposte pubbliche sono tardive e inefficaci.

Dopo l’interruzione della sperimentazione del reddito minimo di inserimento e il fallimento del Reddito di ultima istanza ancora non si intravede che cosa intenda fare lo Stato per sostenere le pur lodevoli iniziative in alcune regioni e concorrere in modo decisivo alla soluzione del problema.

Così il Fondo per la non autosufficienza, sulla cui urgenza e sulla cui attivazione c’è stata anche una convergenza tra maggioranza e opposizione, e che vede significative iniziative in alcune regioni, non c’è decisione alcuna da parte dello Stato, che lascia a se stessi, e alle famiglie quando ci sono, quasi 2 milioni di cittadini in condizione di grave bisogno.

Non c’è dubbio che solo la fiscalità generale potrà risolvere il problema del finanziamento di questi due provvedimenti, considerando i 1820 euro di deduzione annua massima per le badanti (che nessuna famiglia o persona non autosufficiente peraltro riuscirà a godere per intero) una misura ridicola di fronte all’intensità del bisogno cui dovrebbe far fronte.

Altra cosa sarebbe stata il varo dei provvedimenti sia pure con la gradualità necessaria per la messa a regime, come sempre sostenuto dal sindacato.

Ma coraggio e senso di responsabilità non sembrano allignare ai piani alti del governo anche in questo 2005 così ricco di segnali preoccupanti.

Dunque, Livelli essenziali di assistenza.

L’obiettivo è l’esercizio effettivo dei diritti di cittadinanza, le pari opportunità, il sostegno reale alle libertà individuali e all’assunzione di compiti e responsabilità.

Un altro punto importante della L. 328 è quello relativo all’integrazione delle politiche sociali con le politiche sanitarie, dell’istruzione, formative, di avviamento e reinserimento al lavoro, perché i problemi delle persone e delle famiglie non si risolvono solo dando servizi sociali di sostegno efficaci.

Insomma è chiaro per tutti, nella situazione attuale soprattutto, che se non si investe in politiche di sviluppo, in istruzione, in formazione, in sostegni adeguati alla disoccupazione e inoccupazione, in politiche della casa, non c’è volontà di costruzione di una famiglia che tenga. 

Se il tasso di disoccupazione sembra diminuire, in realtà bisogna conteggiare in questo la fascia di giovani, soprattutto donne, che non tenta neanche più di cercare un lavoro tanto è sfiduciata, e la fascia sempre più estesa dei lavoratori precari.

Precari non da uno, due anni, da intendersi come primo ingresso al lavoro, ma, come dice anche un sondaggio Eurispes, un precario su tre lo è da 5-10 anni. Due terzi dei precari non ha mai avuto un contratto che non fosse atipico e questo vale per oltre il 60% di quelli che hanno tra 26 e 39 anni.

Un contratto che per il 75% vale meno di mille euro al mese. Abbastanza per sopravvivere, impossibile per procurarsi un tetto ai livelli di esplosione del mercato degli affitti e alla mancanza di una  politica seria di edilizia popolare,  figurarsi per un progetto di vita che comprenda la costruzione di una famiglia con maternità/paternità connessa.

Tra i lavoratori precari, titola il giornale che riporta il sondaggio, solo il 6% si  sposa e ha figli.

E allo torniamo al punto, mettere al centro delle politiche sociali la famiglia che già c’è, o non piuttosto i diritti di tutti a poter impostare un progetto di futuro?

Dunque per prima cosa, a mio avviso, applicare la 328 e lavorare per una effettiva integrazione delle politiche che concorrono al ben-essere, integrazione che non può essere solo un richiamo generico, come debolmente fa la 328, ma che deve basarsi su progetti effettivi, su procedure concordate, rendendo possibile e forte la partecipazione degli attori coinvolti.

E attivando, questa è stata finora la proposta dei sindacati, degli

Osservatori regionali delle politiche sociali attraverso i quali tutti i soggetti coinvolti nella programmazione possono verificare l’aderenza degli interventi programmati alle scelte partecipate della programmazione integrata a tutti i livelli, e promuovere politiche correttive nel caso in cui i risultati siano discordanti con le attese.

Un’attività questa senz’altro di tipo progettuale e concertativo  qual’è quella che voi proponete per il Laboratorio regionale per la famiglia (Laref) da istituire in base a un accordo quadro tra Stato e Regioni.

Questa proposta è senz’altro funzionale all’assunto della centralità delle politiche familiari, ma questo aspetto verrebbe ricompreso all’interno dell’attività dell’Osservatorio che certo, così come la programmazione partecipata, non può non considerare alcuni aspetti della specificità familiare nella progettazione degli interventi.

Così, per quel che riguarda l’Autorità comunitaria che si propone a garanzia dell’osservanza di regole prefissate, mi chiedo cosa potrebbe fare di più della rete dei soggetti attori delle politiche sociali, che pure sono espressione piena della comunità locale, quando la partecipazione alla programmazione e all’attività di controllo dell’Osservatorio fosse pienamente assicurata.

O meglio, vorrei prima sperimentare se la rete dei soggetti, messa in grado di lavorare, possa assolvere o meno a questa funzione.

Fatte dunque le dovute differenze di impostazione, accanto ai diritti di cittadinanza ci deve essere un grande spazio anche per le politiche di sostegno specifico alla famiglia di cui non sottovalutiamo affatto l’importanza come istituto importante dello sviluppo economico e sociale del paese.

Le politiche fiscali dovrebbero rappresentare senz’altro un esenziale strumento redistributivo. Da questo punto di vista la famiglia è al centro dell’attenzione della UIL, e non da oggi.

E a questo riguardo, la prima questione che si pone è quella del coordinamento delle politiche sociali integrate e delle politiche fiscali per garantire efficienza ed equità sostanziale di accesso agli strumenti di sostegno, sia di natura sociale che di natura economica.

In particolare bisogna garantire che gli interventi vadano soprattutto a favore di chi effettivamente non ha capacità contributiva e non di chi è più abile a occultare i redditi che possiede.

Da questo punto di vista il fenomeno dell’evasione, così largamente esteso nel nostro sistema economico, rappresenta un forte  inquinamento nei meccanismi di accesso.

Meccanismi che devono essere meglio presidiati, da un lato attraverso una politica dei controlli più efficace e incisiva, dall’altro attraverso una manutenzione dell’Isee che tenga conto dell’esperienza maturata  e delle indicazioni che pervengono anche dagli enti territoriali, finalizzate a meglio individuare le posizioni reddituali dei soggetti che richiedono prestazioni sociali.

La UIL ha a suo tempo sollecitato con una lettera al Ministro dell’Economia la necessità di una revisione dell’Isee anche per sollecitarne i meccanismi applicativi ai primi due moduli della riforma fiscale.

Una riforma questa, su cui come UIL abbiamo espresso  ampie riserve e contrarietà per vari motivi, tra cui quello che la strutturazione a due aliquote su cui si sarebbero poi concentrate tutte le risorse non avrebbe consentito una specifica politica fiscale per la famiglia.

Gli effetti redistributivi conseguenti al primo modulo 2003 e al secondo del 2005 lo hanno dimostrato. L’applicazione del primo modulo ha infatti accentuato le contraddizioni già insite nel sistema.

Da alcuni approfondimenti svolti dalla UIL nell’ambito di uno studio sulle politiche fiscali nell’esperienza italiana ed in quella dei principali paesi europei, è risultato che il sistema delle deduzioni crescenti al crescere del reddito individuale comporta, a parità di reddito familiare un ulteriore ampliamento della forbice già esistente tra famiglie monoreddito e famiglie bireddito.

Il maggior divario si evidenzia prevalentemente a livello dei redditi medio bassi (fra i 15.000 e i  35.000 euro).

Una incoerenza con gli scopi ed i principi contenuti nella legge di riforma che avrebbe dovuto essere risolta, come quella dell’aggravio del TFR e della no tax area per i pensionati, con il secondo modulo che, invece, non solo non ha risolto le “code” del primo ma ha anche prodotto effetti redistributivi per nulla equi.

A trarne i maggiori benefici fiscali sono stati infatti i redditi più alti. Inoltre, il dato che emerge con chiarezza è che i maggiori benefici del secondo modulo non conseguono ad un intervento mirato nei confronti della famiglia in sé, ma derivano dalla manovra sulle aliquote e sugli scaglioni di reddito.

E ancora, la riforma del 2005 lascia sostanzialmente immutata la situazione fra famiglie monoreddito e bireddito. Né risolve il problema degli incapienti,  problema che per la sua dimensione e per gli effetti sperequativi che comporta non può continuare ad essere ignorato.

Per riconoscere la centralità della famiglia al fine di diminuirne il carico fiscale bisogna quindi superare l’attuale sistema impositivo su base individuale ed imboccare quello della tassazione sui redditi familiari, anche in via opzionale. 

Metodi di tassazione dei redditi familiari, come lo splitting, il quoziente familiare e il quoziente coniugale, sono previsti dalle legislazioni di vari paesi europei.

Naturalmente la scelta del metodo è strettamente connessa con gli obiettivi che si intendono perseguire; per esempio il quoziente è quello che meglio tiene conto della diversa composizione e numerosità della famiglia e consente una equiparazione nel trattamento fiscale tra famiglia monoreddito e bireddito.

Ma è del tutto evidente che la tassazione del reddito familiare “per parti” non è compatibile con l’appiattimento a regime delle aliquote previste dalla legge delega per la riforma fiscale né con il sistema delle deduzioni realizzato attraverso le riforme del 2003 e del 2005, dalle quali il carattere individuale della tassazione risulta rafforzato rispetto alla scelta dell’unità impositiva rappresentata dalla famiglia.

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