UIL HOME CERCA NEL SITO CHI SIAMO CONTATTACI SCRIVI ALLA UIL ARCHIVIO

Mezzogiorno, risorse e Finanziaria.

La strategia per colmare  il divario Nord Sud è orientata, ormai da quasi cinque anni, al miglioramento stabile del contesto produttivo del Mezzogiorno oltre che alla compensazione degli svantaggi per chi decide di investire in quelle regioni: per perseguire tale obiettivo, la strategia è stata sin qui formata da tre grandezze finanziarie: 1) la spesa pubblica ordinaria; 2) la spesa pubblica aggiuntiva per le aree depresse; 3) la spesa dei fondi strutturali europei. Su nessuna di queste grandezze si registrano avanzamenti decisivi, né dal punto di vista della spesa né da quello dei risultati economici

L’impegno assunto dal Governo - per quanto concerne la spesa ordinaria - è di destinare al Mezzogiorno, non meno del 30 per cento di tutte le risorse ordinarie per spese in conto capitale, sostenute sia dalla pubblica amministrazione e dagli enti esterni appartenenti alla componente allargata del settore pubblico, sia dai soggetti attuatori dei progetti di infrastrutturazione.

Una percentuale che, di fatto, non è mai stata rispettata. Il rispetto del tetto del 30% di spesa ordinaria in conto capitale, invece, va garantito, sia sul fronte della competenza sia della cassa, in modo da rendere effettivamente aggiuntiva la spesa delle risorse nazionali e comunitarie necessarie per sostenere il recupero del divario tra nord e Sud.

Per quanto concerne la spesa straordinaria, l’impegno assunto dal Governo è di destinare al Mezzogiorno nuove risorse nazionali aggiuntive per interventi pubblici e incentivi in una percentuale del PIL almeno pari a quella media degli ultimi anni, cui vanno aggiunte le nuove risorse nazionali per il cofinanziamento degli interventi dei fondi strutturali.

Complessivamente, l’obiettivo assunto dal Governo è di portare la quota media di spesa in conto capitale (ordinaria ed aggiuntiva) destinata al Mezzogiorno, ad un valore medio del 45% del totale della spesa della Pubblica Amministrazione.

Questi obiettivi, finalizzati all’innalzamento stabile della spesa per investimenti nel Mezzogiorno, costituivano la vera intelaiatura dell’Accordo sulla Competitività sottoscritto nel Luglio scorso da CGIL CISL UIL e Confindustria: non si fa vera competitività, infatti, senza un impegno alla riqualificazione della spesa e per la produzione di beni pubblici capaci di migliorare insieme il contesto produttivo e la qualità della vita.

Da questi obiettivi, apparentemente condivisi dal Governo, la proposta di legge Finanziaria rimane lontana  e riduce ulteriormente di 4 mld. di euro le risorse complessive per il Mezzogiorno, e questo è un dato incontestabile.

Per questa ragione la proposta di legge Finanziaria 2004/2006, già oggetto di critica da parte di CGIL, CISL e UIL, anche relativamente alle politiche di sviluppo per il Mezzogiorno è del tutto sbagliata e dannosa.

Non solo si confermano le principali scelte strategiche che nel 2003 sono risultate inefficaci a invertire l’aggravamento del divario Nord-Sud e a impedire la stagnazione dell’economia e dell’occupazione meridionale ma, complessivamente nel triennio, si riducono anche le risorse disponibili per un ammontare di circa 4 miliardi di euro.

Inoltre, ancora una volta, si continua a giocare con le cifre: i maggiori importi si concentrano, per di più, alla fine del triennio 2004-2006; e ancora, paradossalmente, una parte delle risorse “aggiuntive”, per un importo di  2.700 milioni di €uro, è ascritta all’anno 2007.  La Finanziaria, per il Mezzogiorno, diventa quadriennale e, con tutta evidenza, virtuale!

In sostanza risorse disponibili in termini significativi risultano quelle ascrivibili al Fondo di rotazione per le politiche comunitarie che il Governo, con la nota capacità comunicativa, enfatizza come impegni propri. Peraltro, anche le risorse del fondo di rotazione risultano inadeguate a fronteggiare gli impegni di una spesa per cofinanziamento che proprio quest’anno dovrebbe crescere di dimensioni.

Inoltre va considerato che la legge Finanziaria per il 2004 riduce i trasferimenti statali a regioni, province e comuni con tagli strutturali per circa 1.800 milioni di €uro, con un’incidenza sulle complessive economie del bilancio della stato di circa un terzo.

La Finanziaria poi prevede, anche per il 2004, il blocco delle addizionali IRPEF per comuni e regioni e di quella all’IRAP per le regioni, insieme all’ennesimo rinvio dell’applicazione dell’art.119 della Costituzione, che doveva definire l’avvio del federalismo fiscale. Se ciò evita l’inasprirsi della pressione fiscale sui lavoratori e sulle imprese, determina di contro il blocco di qualsiasi forma di autonomia impositiva in contraddizione con l’esigenza di sostenere e finanziare le nuove competenze di regioni ed enti locali previste dal Titolo V della Costituzione.

Le ricadute della Finanziaria 2004 sono aggravate dal condono edilizio previsto nel maxidecreto che, oltre a violare i poteri autonomi di regioni e comuni, rendendo lecito il dubbio di incostituzionalità, scarica sugli enti locali costi superiori al gettito di un condono i cui introiti, oltretutto, non affluiranno nelle loro casse.

Da quanto sopra emerge che:

-  I tagli ai trasferimenti ai Comuni avranno effetti più rilevanti per le aree economicamente più deboli del Paese. Non solo le risorse statali, ma anche quelle di derivazione regionale potranno subire una contrazione a causa dell’”effetto cascata” dovuto alla riduzione dei trasferimenti alle amministrazioni decentrate.

Nell’impossibilità di ridurre le componenti rigide della spesa pubblica (personale e oneri per il rimborso del debito) vi è il rischio che il taglio dei trasferimenti si possa risolvere in una riduzione degli interventi nel campo sociale e in quello della tutela del territorio, che rappresentano insieme circa il 60% della spesa dei Comuni, e se tale ipotesi è valida per tutto il territorio nazionale ancor di più risulta esserlo per il Mezzogiorno.

Anche gli effetti del condono edilizio, pesanti per tutto il sistema delle autonomie, saranno più gravi per il Mezzogiorno sul piano dei costi, della devastazione dell’ambiente, della cultura della legalità.    

Il nodo infrastrutture

Tra i diversi problemi che frenano lo sviluppo del Mezzogiorno, quello che porta la maggiore responsabilità è il bassissimo livello d’infrastrutturazione, che non ha eguali anche nella nuova Europa.

Senza efficienti reti energetiche, di trasporto e di telecomunicazioni, l’attività d’impresa è condannata a scontare un divario di produttività che nessuna politica di incentivi e nessuna riforma del mercato del lavoro è in grado di contrastare.

L’inadeguatezza della dotazione infrastrutturale del Mezzogiorno, spinge le imprese italiane alla delocalizzazione all’estero e rende inefficaci le politiche per l’attrazione degli investimenti, soprattutto quelli esteri. E’ inutile lanciare l’allarme sulla concorrenza dell’EST asiatico se non si affronta in modo strutturale il tema dell’innovazione e della modernizzazione del sistema economico, innanzitutto meridionale, a partire dalle infrastrutture.

Il Mezzogiorno, secondo gli indicatori disponibili, presenta un tasso di dotazione infrastrutturale pari al 77% di quello medio nazionale.

Nello specifico rispetto al dato medio nazionale: 

  • per quelle idriche siamo al 50%;

  • per le comunicazioni siamo ai 3/5;

  • per l’energia non si raggiungono i 3/4;

per quanto riguarda l’estensione della rete ferroviaria – Ferrovie dello Stato più ferrovie in concessione – il Mezzogiorno rappresenta solo il 40,4% del totale italiano.

 Questi dati, già decisamente negativi, sono tuttavia ancor più impressionanti se si tiene conto della congestione, del degrado e dell’obsolescenza di molte delle infrastrutture esistenti.

Il peso di questo ritardo accumulato dal Mezzogiorno è tra le cause principali del divario di sviluppo del Mezzogiorno e di competitività e di conseguenza della nostra economia.

A fronte di questa criticità strutturale la crescita delle risorse pubbliche per infrastrutture si è bruscamente interrotta: da 36.906 milioni di euro, stanziati nel bilancio di previsione dello Stato del 2001,  a 32.240 nel 2002, ed a 31.094 nel 2003. Inoltre agli impegni di spesa non sempre corrisponde visibilmente l’apertura di cantieri.

Questa tendenza va invertita e le risorse vanno prioritariamente indirizzate innanzitutto verso il completamento delle opere e verso i lavori di gestione e manutenzione delle strutture esistenti.

Si rende necessario un programma di priorità che punti a ripianare il deficit pregresso di quantità e qualità delle infrastrutture fisiche (settore idrico e smaltimento rifiuti, energia elettrica, reti di trasporto, in particolare ferroviario)e ad avviare una forte accelerazione di nuovi progetti sostenuti da innovazione tecnologica.

E’ quindi sulla base di un quadro certo ed articolato nel tempo di tutte le risorse finanziarie disponibili, che si deve riaprire il confronto sui costi e sui tempi di realizzazione degli interventi infrastrutturali necessari per modernizzare il Mezzogiorno.

Il confronto deve partire dalle opere in corso di realizzazione e da quelle inserite nella legge obiettivo, definendo sulla base dei costi e dei tempi di realizzazione, un programma di investimenti prioritari “integrati e coordinati”, per il quale va garantito un effettivo e costante monitoraggio della sua attuazione e l’adozione di tutte le misure necessarie per sostenerne l’esecuzione.

L’obiettivo da perseguire deve essere quello di ridurre la marginalità del Mezzogiorno rispetto al resto del Paese e all’Europa connettendo il Mezzogiorno alle grandi reti europee a nord, sud ed est.

Rispetto alla maggiori opere in corso di realizzazione e/o di progettazione, consideriamo prioritarie:

  • l’accelerazione dei lavori previsti sull’autostrada Salerno – Reggio Calabria, la previsione di fine lavori è attualmente prevista per il 2007/2008, innanzitutto rendendo disponibile l’insieme delle risorse necessarie per il completamento;

  • il collegamento del Porto di Gioia Tauro con il corridoio tirrenico (Napoli – Roma – Firenze – Bologna – Brennero);

  • la realizzazione dell’asse ferroviario Battipaglia – Reggio Calabria – Palermo – Catania;

  • l’inclusione del corridoio adriatico;

  • l’attuazione del programma per la realizzazione e la razionalizzazione delle infrastrutture idriche nel Mezzogiorno (reti, approvvigionamento, distribuzione, riduzione degli sprechi, collettamento e depurazione);

  • il potenziamento e l’ammodernamento delle reti energetiche dell’elettricità e del gas;

  • lo sviluppo delle reti innovative di comunicazione elettronica, a partire dalla banda larga.

Ciò significa dare corpo ad una politica di sistema per il Mezzogiorno riprendere una politica di sistema, che attraverso il dialogo permanente tra Stato, Regioni, Parti economiche e sociali, ridefinisca le priorità d’intervento infrastrutturali e le modalità del loro finanziamento, e che attraverso una costante azione di monitoraggio della cantierizzazione delle opere e dei flussi di finanziamento  sia capace di sostenere e qualificare la politica delle infrastrutture, dei trasporti e della logistica al Sud come nell’intero Paese, sulla base di tre profili fondamentali: l’offerta, la domanda e l’efficacia, intese in relazione sia all’aumento della competitività del sistema produttivo sia alla crescita degli standard di vita dei cittadini. 

Agenda 2000

Per quanto riguarda i fondi comunitari di Agenda 2000, accanto ad alcuni risultati pure positivi troppo spesso si continua ad operare con una vecchia logica, al di fuori da ogni programmazione condivisa, impegnando risorse a prescindere dai risultati, innestando in troppi casi gli interventi straordinari di Agenda 2000 sui tradizionali canali ordinari facendo così venire meno quella “aggiuntività” necessaria per produrre effetti innovativi e propulsivi di una più accelerata fase di sviluppo.

Se viene meno la nuova progettazione e se si continua a raschiare il barile dei vecchi progetti, si rischia di ridurre una grande opportunità ad un mero problema di contabilizzazione di risorse comunque spese e da spendere.

Questa logica va superata mettendo al centro la qualità della spesa e non solo la quantità, innanzitutto attraverso un grande impegno di nuova progettazione in grado di rispondere, com’è giusto che sia di fronte ad un programma straordinario qual è Agenda 2000,  alle esigenze di riequilibrio territoriale che rappresenta la base degli indirizzi comunitari.

In questo senso in occasione dell’importante momento rappresentato dalla riprogrammazione delle risorse è necessario affrontare il tema del rientro delle risorse impegnate attraverso i cosiddetti progetti “ volano”, nelle disponibilità, programmatorie e procedurali, di Agenda 2000, ed è necessario ridefinire con più coerenza la nuova fase di programmazione tenendo conto dei risultati del monitoraggio e dei rilievi critici che emergono dalle relative valutazioni.

E’ inoltre necessario, superando limiti e carenze, rilanciare il partenariato sociale e istituzionale.

Programmazione negoziata

L’altro grande tema che va posto al centro dell’iniziativa riguarda il rilancio della programmazione negoziata. La necessità, cioè, di rimettere in campo un mix di politiche di settore e soprattutto territoriali  in grado di aiutare il grado di efficienza e innovazione del sistema economico meridionale. E’ questa la ragione per cui continuiamo a pensare che sia importante rilanciare tutti gli strumenti di programmazione negoziata e di concertazione territoriale. Abbiamo alle spalle risultati contradditori, realizzazioni positive ma anche un lungo elenco di occasioni mancate. Ma è indubbio che l’idea di una concertazione dal basso, di una pianificazione territoriale in ambiti ristretti, non solo ha assunto un valore politico in sé, perché ha interrotto il vecchio circuito mediato dall’ascarismo meridionale con le classi dirigenti nazionali, tipico dell’intervento straordinario, ma ha anche creato un circuito virtuoso e positivo perché legato alla domanda del territorio.

I Patti territoriali, i PIT, i Contratti d’area e di programma, i Piani di risanamento dei grandi centri urbani devono rimanere un asse strategico capace di mobilitare risorse umane e materiali e di allargare gli spazi di partecipazione delle popolazioni meridionali alle scelte di sviluppo. Per questo nella destinazione delle risorse e degli incentivi vanno privilegiati gli interventi a sostegno di una ripresa dei programmi di sviluppo locale.

Competitività, lavoro e impresa

Risorse, infrastrutture, incentivi, programmazione e una più incisiva politica del credito devono concorrere non solo a realizzare obiettivi quantitativi di crescita economica e d’incremento dell’occupazione, ma anche al superamento dell’endemica debolezza e precarietà delle imprese e del lavoro per realizzare l’obiettivo di un incremento della produttività e della competitività del Mezzogiorno.

Si tratta di superare l’arretratezza del sistema imprenditoriale ancora caratterizzato da imprese a carattere familiare, di piccole dimensioni, sottocapitalizzato e poco permeabili alle innovazioni e alla specializzazione.

Così come si tratta si contrastare la persistente precarietà del lavoro e l’irresistibile estendersi del lavoro irregolare e sommerso.

In questo quadro la valorizzazione del capitale umano rappresenta un aspetto centrale nella strategia di sviluppo del Mezzogiorno.

Si tratta di rafforzare qualitativamente l’offerta di formazione, soprattutto attraverso una razionalizzazione delle spese e quindi un migliore utilizzo del FSE, legando maggiormente l’utilizzo del FSE ai processi di sviluppo, anche attraverso la predisposizione di "Patti formativi", per dare organicità e obiettivi credibili e concertati sia sul terreno della formazione continua che in generale nella predisposizione dei piani di finalizzazione al lavoro.

In particolare va intensificata la lotta al sommerso. A questo proposito, dopo il fallimento della legge 383/01, con i suoi  quasi 4.000 “emersi”, il Governo  ha nei fatti rinunciato ad ogni politica di contrasto; anzi, sempre più interessati al lavoro nero sono settori, come l’edilizia pubblica, nei quali  sono state sempre presenti forme di controllo e di repressione. La politica dei condoni e delle sanatorie ha, al contrario,  favorito sempre più il ricorso alla evasione.

In tale contesto non è ammissibile alcun atteggiamento rinunciatario. Al contrario vanno rafforzati i controlli e va contemporaneamente perseguita con maggior convincimento, dallo Stato, dalle Regioni, dagli Enti locali, una politica che condizioni le autorizzazioni, gli appalti, gli incentivi, le provvidenze pubbliche di qualsiasi tipo al  pieno rispetto, da parte delle aziende,  di comportamenti corretti sia dal punto di vista legislativo e contributivo,  che dal punto di vista del rispetto dei contratti collettivi.

E’, quindi, rispetto all’obiettivo di un salto di competitività che azioni specifiche vanno indirizzate alle attività di ricerca e innovazione che deve realizzare il sistema imprenditoriale meridionale anche integrandosi con una più solida ricerca pubblica e universitaria. Occorrono azioni dirette alla selezione e al rafforzamento delle eccellenze nella ricerca pubblica (con la creazione di centri di competenza a rete su tutto il territorio del Mezzogiorno). Va potenziata la presenza di centri di servizio tecnologici (collegati con i sistemi produttivi locali) in grado di affiancare le imprese, soprattutto PMI, nella realizzazione di processi di R&S; va, infine, incrementata l’offerta di servizi reali per il trasferimento tecnologico.

Su questo terreno la Finanziaria non compie scelte di fondo rifugiandosi, con la cosiddetta “ tecno-Tremonti”, in un ulteriore vantaggio fiscale per le imprese destinato a non incidere, come da molte autorevoli parti è stato spiegato.

Ciò è tanto più grave se si pensa che in questi ultimi anni si è aggravata la crisi della grande impresa meridionale, pubblica e privata, dei settori tradizionali e dei distretti industriali più dinamici con relativo, preoccupante calo dell’occupazione; per questo occorre una politica industriale che inverta il declino dell’economia del paese e del Mezzogiorno.

Legalità

Va ripreso l’impegno  forte sul piano della lotta ai poteri criminali. I segnali di una forte e rinnovata pervasività delle organizzazioni criminali sono ormai evidenti a tutti: oltre che le infiltrazioni nel sistema degli appalti pubblici vanno evidenziati l’aumento del racket delle estorsioni, con le persistenti difficoltà di denuncia da parte delle vittime. e le crescenti infiltrazioni criminali nelle maglie del sistema d’impresa, come la recente cronaca della costruzione della Salerno/Reggio Calabria dimostra. In questo contesto i pericoli che derivano dall’ingegneria organizzativa della stessa legge obiettivo devono essere oggetto di una riflessione preventiva in grado di evitare che il sistema delle imprese meridionali venga reso subalterno alla logica della programmazione mafiosa dell’economia.

Roma, 4 novembre 2003

TORNA ALLA HOME