Responsabile: Stefania SIDOLI

La donna (lavoratrice, figlia, madre e moglie) nella città d'oggi

di Stefania Sidoli - Responsabile Donne UIL

Bologna 30 marzo 1999

Perché le donne nella loro molteplicità di ruoli e perché la città?
Perché é nella città che si passa dalla analisi teorica sulla tipologia delle politiche sociali e sul loro impatto sulla condizione della famiglia all'impatto della famiglia (e all'interno di questa, della donna) con le modalità attraverso le quali le politiche sociali vengono tradotte in atti e scelte precise da parte delle amministrazioni locali interessate, nel quadro dell'assenza di una politica della famiglia così definita in modo esplicito, con la conseguente frammentazione in una pluralità di referenti istituzionali e di livelli di governo.
Se é vero, come sostiene Chiara Saraceno, che il soggetto "famiglia" (con la sua divisione dei compiti e delle responsabilità lungo le linee di genere e di generazione) rappresenta il partner specifico del welfare italiano, é altrettanto vero che le obbligazioni familiari, nelle quali assolutamente esplicita appare la specificità di genere, sono sostenute più attraverso la mancanza di alternative che attraverso una sistematica politica di incentivazione, sottraendo così al mercato il soddisfacimento di una serie di bisogni facendolo, però, ricadere (soprattutto quando si tratta di bisogno di cura) in modo particolare sulle donne.
Mentre, quindi, la richiesta di politiche pubbliche (o ancora di una programmazione, un coordinamento e un controllo pubblici) verso la famiglia sembra in realtà più diretta a riattivare obblighi familiari , peraltro - in modo più o meno esplicito - già esistenti, che non a costruire un vero e proprio sistema di politiche attive a sostegno della famiglia, sia i cambiamenti intervenuti nel mercato del lavoro che le modificazioni succedutesi nel lavoro domestico e familiare conservano inalterate due caratteristiche: L'attribuzione praticamente esclusiva del lavoro familiare alle donne, la responsabilità esclusiva della donna nel tenere conto delle possibili interferenze e conflitti fra lavoro nel mercato e lavoro nella famiglia.
Lo schema della doppia presenza (di per sé positivo perché frutto del passaggio delle donne da una cultura della famiglia ad una cultura del lavoro visto dalle donne come presupposto per la costruzione della propria identità, in quanto fondamento per la propria emancipazione non solo economica ma anche, e soprattutto, psicologica; strumento attraverso il quale creare le condizioni per concretizzare in famiglia e sul posto di lavoro la cultura della parità, strumento fondamentale per rivendicare diritti in altre sfere del quotidiano) cozza da un lato con il ridimensionamento dei servizi sociali in quando tali e, dall'altro, con il permanere della tradizionale divisione dei ruoli.
Numeri certamente datati, ma non per questo meno significativi, ci dicono che la lavoratrice madre occupata lavora sei ore e mezza fuori casa e sette ore ed un quarto nella famiglia. La sua doppia presenza si traduce, quindi, in tredici ore e mezza di lavoro quotidiano. L'uomo dedica a case e figli mediamente un'ora ed arriva ad un impegno quotidiano ben più leggero, poco più di nove ore, che ci siano o meno figli all'interno del nucleo familiare.
Se per qualche ragione l'uomo se ne va, il lavoro domestico della sua compagna - anche in presenza di figli - scende a cinque ore al giorno. Non si sono, quindi, realizzate le condizioni che pure Laura Balbo aveva ritenuto possibili alla fine degli anni '7', quando aveva analizzato il percorso di vita e di lavoro delle donne, da un lato per poter contare su servizi sociali in costante espansione, non - come spesso purtroppo ancora si intende - espressione di una somma di privilegi distorti riservati alle donne, bensì chiave di volta attraverso cui far funzionare una società moderna. E, dall'altro, per un cambiamento progressivo dei ruoli tradizionali, che ipotizzasse anche per l'uomo l'avvio di una doppia presenza.
Dopo più di vent'anni da quelle, drammaticamente, sbagliate previsioni, constatiamo che le donne italiane continuano ad avere praticamente solo sulle loro spalle il lavoro domestico e si sono conquistate livelli elevatissimi di diseguaglianza.
Le politiche di conciliazione fra scelte professionali e ruoli familiari (che, teoricamente, dovrebbero riguardare entrambi i genitori) sono utilizzate, laddove esistono e la loro diffusione appare ancora straordinariamente limitata, in realtà solo dalle donne, proprio perché appare ancora ben lontano dall'essere superato lo squilibrio esistente nell'assunzione delle responsabilità tra madri e padri in rapporto alla crescita ed all'educazione dei figli ed al lavoro di cura che esse comportano; e le diverse propensioni da parte dei cosiddetti nuovi padri nei confronti dei bambini si esprimono quasi sempre in relazione agli aspetti più piacevoli della cura dei figli, in particolare nei momenti di gioco.
I servizi sociali attuati sul territorio dovrebbero quindi rappresentare gli strumenti attraverso i quali la donna esercita la possibilità (il diritto?) di rendere compatibili, nel migliore dei modi possibili, professione e lavoro di cura, nella consapevolezza che questo aspetto spesso e volentieri riguarda non solo il proprio nucleo familiare, ma anche quello originario suo e del marito.
Come sono oggi gli strumenti sui quali la donna può contare?
Nel cercare la risposta vorrei partire da quanto affermato - secondo me con vere buone ragioni - da Marzio Barbagli, secondo il quale la causa del calo delle nascite é da attribuire non tanto al boom del lavoro femminile quanto alle condizioni che lo hanno accompagnato (e cioè la mancata democratizzazione della famiglia e la situazione insoddisfacente dei servizi).
L'organizzazione della scuola di base, basata in modo assolutamente sporadico sul tempo pieno, rafforza l'idea che le madri debbano essere disponibili alla cura dei propri figli per gran parte del tempo quotidiano. L'ambivalenza nei confronti dei servizi per l'infanzia e il ruolo più o meno esplicitamente affidato loro di supplenza nei confronti di una madre in qualche misura assente, caratterizzano non solo la politica dei nidi, ma di tutte le forme di estensione "innovativa" dei servizi educativi tradizionali. Portando spesso ad avanzare proposte che - anche se con grande diplomazia - hanno l'obiettivo di riportare le madri a casa ad accudire i figli.
Accanto alla ricerca sul modo con cui é possibile connettere la questione dei servizi per l'infanzia con l'esigenza di conciliare - in condizioni di normalità - lavoro remunerato e responsabilità familiari, si sta affermando l'orientamento volto a far iniziare la frequentazione della scuola dell'infanzia verso il compimento dell'anno e per un orario non troppo prolungato, mettendo contemporaneamente in discussione la possibilità per molte lavoratrici di utilizzarlo ed il diritto del bambino ad un nido formativo ed educativo, non semplice baby-parking. Sottolineando, poi, l'alto costo di questa tipologia di servizi con l'invito implicito alle lavoratrici ad assumersi integralmente il carico di un loro problema al quale loro debbono trovare adeguata soluzione.
Ad una lettura ambigua si prestano anche le cosiddette nuove tipologie sperimentali che hanno (e non credo sia casuale) la loro centralità dentro la casa e non fuori da essa. Ora, se teniamo conto del costo assolutamente elevato degli asili nido, del fatto che la carenza dei servizi sociali per l'infanzia determina costi nettamente superiori a quelli degli altri paesi (indagine CNR del 1994), non solo in Italia fare figli appare sempre più essere cosa da ricchi, ma la maternità in Italia si presenta sempre più come un diritto negato da un'organizzazione sociale sorda e da una cultura oramai datata, incapace di confrontarsi davvero con il forte ingresso delle donne nel mondo del lavoro.
Ecco perché, quindi, é doppiamente inaccettabile l'affermazione secondo la quale le italiane che dedicano tanto tempo e cura al lavoro domestico, che continuano ad esprimere un forte attaccamento all'idea di famiglia, sono per libera scelta le campionesse mondiali della denatalità.
Ma le modificazioni del "sistema famiglia", la scomparsa della famiglia "allargata" in senso tradizionale, hanno fatto sì che un altro problema vero al quale dare soluzione sia il progressivo affermarsi di anziani totalmente o parzialmente non autosufficienti, che non trovano (perché soli o perché entrambi anziani e quindi deboli nel proprio nucleo familiare) le risorse necessarie a far fronte alla solitudine ed alla propria crescente fragilità.
Certamente la risposta a questo problema non può e non deve stare (nei limiti dell'umana possibilità) nella istituzionalizzazione; va approfondita, sperimentata, diffusa l'esperienza di quei paesi che stanno definendo misure tali da consentire agli anziani disabili di rimanere il più possibile a casa propria tramite politiche sociali e urbanistiche e la collaborazione tra queste e le reti parentali e/o amicali.
In Italia i "pilastri" su cui si fonda la politica per gli anziani non autosufficienti sono da un lato le R.S.A. e, dall'altro, l'assistenza domiciliare e l'assegno di cura.
L'ancora scarsa diffusione di strutture e servizi per l'accoglienza ed assistenza di anziani non autosufficienti (nonostante da tempo il Ministero della Sanità ne solleciti adeguata realizzazione) é segno non solo di una inadeguata assunzione di responsabilità da parte delle Amministrazioni regionali e delle Aziende USL, ma di una pressoché totale attribuzione di responsabilità alle famiglie ed alla rete parentale. Questo aspetto é particolarmente grave proprio per le donne: come sottolinea giustamente Chiara Valentini, le donne oggi sono più soggette a rischio di povertà di quanto non lo siano gli uomini ed il vivere sole comporta un rischio doppio. La percentuale più alta di povertà si ritrova fra le donne che oltre che sole, sono anche anziane.
E' questa una categoria molto più numerosa di quella maschile, considerato che le donne hanno una vita media più lunga e con risorse di gran lunga inferiori. Le donne anziane, infatti, se non hanno beni propri, devono scontare il fatto di avere avuto vite lavorative più precarie di quelle maschili, caratterizzate non solo da stipendi più bassi, ma da interruzioni per maternità o per lavoro di cura. Ed é proprio la pensione lo strumento attraverso il quale misurare questa debolezza sul mercato del lavoro: un'indagine svolta nel 1996 a Roma e provincia sul Fondo pensioni dei lavoratori dipendenti, ci dice che la pensione media maschile é di un milione 380 mila lire al mese, mentre quella femminile é di 784 mila lire mensili, cioè poco più della metà.
Credo che ogni commento a questo dato sia assolutamente superfluo!
Se però lo colleghiamo al dato citato sopra del rischio di povertà per chi vive sola, la fatto che questo rischio riguarda anche donne lavoratrici in un'età compresa tra i 30 ed i 50 anni, all'aumento del fenomeno delle madri sole (le donne capo famiglia rappresentano l'80% delle famiglie con un solo genitore), ecco che comincia a delinearsi con chiarezza l'identità delle donne che maggiormente dovrebbero poter contare su un quadro efficiente ed efficace di politiche sociali, ma anche il percorso che - oggi più di ieri - le donne devono compiere nel mondo del lavoro, anche proprio a causa della risposta insufficiente data da quello che una volta si definiva sistema di sicurezza sociale.
Credo infatti sia evidente a tutti ed a tutte la dicotomia esistente fra la donna che lavora, che vuole fare un lavoro non marginalizzato ed emarginante, che vuole aver un proprio percorso di carriera, e le politiche che si realizzano in via prioritaria nella famiglia e attraverso la famiglia.
A questo si deve aggiungere il permanere di una organizzazione del lavoro rigida che impedisce il necessario compromesso fra le donne impegnate in una tripla presenza (sul posto di lavoro, nel proprio nucleo familiare, nel nucleo familiare d'origine o in quello del coniuge per prestare assistenza agli anziani).
Flessibilità é la formula ideale che - secondo una visione ottimistica - rappresenterebbe il punto di incontro fra il bisogno delle lavoratrici (ma io credo anche dei lavoratori) di orari meno rigidi e quello delle imprese di mutare i cicli di lavorazione e di sfruttare in modo più elastico gli impianti, rispondendo così anche alla mondializzazione del mercato.
In realtà, anche se molti parlano dell'affermarsi di un nuovo lavoro "mobile, creativo e quindi femminile", le cose vanno in modo assolutamente diverso! La tendenza più diffusa fra le aziende é quella di richiedere una flessibilità temporale caratterizzata dall'espansione del lavoro a turni e dall'aumento delle fasce orarie durante le quali esso si svolge, il che ha davvero ben poco a che vedere con le esigenze espresse dalle famiglie e, quindi, dalle donne.
Lo stesso part-time, lungi dall'avere uno sfondamento verso l'alto, rompendo lo schematismo che lo vede come lavoro marginalizzato e residuale, rimane atipico e marginalizzante, inesistente nelle qualifiche medio-alte, senza alcuna possibilità di utilizzare possibili percorsi formativi, con forme di reversibilità ancora insufficientemente contrattate.
La prospettiva, reale, quindi, é non solo quella di trovarci di fronte ad una scissione netta tra produttori forti (maschi adulti con piena disponibilità di specializzazione e tempo) e soggetti deboli (donne e giovani), ma soprattutto di aver una differenziazione fortissima fra le donne.
Perché il tema della valorizzazione delle competenze femminili, se non é supportato da azioni positive sulle flessibilità favorevoli ai soggetti, riguarderà solo le donne senza figli e senza compiti familiari, ossia le giovani donne per un periodo della loro vita, fino a quando cioè anch'esse non si scontreranno con le conseguenze di una mutata vita personale e familiare.
Questo quadro ci aiuta, io credo, da un lato a dare una adeguata chiave di lettura alle motivazioni del bassissimo tasso di natalità del nostro paese, della scelta di avere un figlio solo o di non averne affatto (sentita il più delle volte come una rinuncia, non certo come una conquista), dall'altro a leggere la ripresa massiccia del lavoro a domicilio sia di tipo tradizionale (é uno dei vari aspetti di quel lavoro sommerso che, secondo il CENSIS, nel 1997 riguardava ben quattro milioni di lavoratori, di cui due milioni e 140 mila donne, ufficialmente casalinghe) sia di tipo "innovativo" (sempre più banche, assicurazioni, aziende industriali e del terziario installeranno terminali nelle case di impiegate ed impiegati per meglio utilizzare gli orari delle reti informatiche e, contemporaneamente, ridurre i costi di gestione). E se per ora il telelavoro riguarda una quota limitata di occupate, già sentiamo frequentemente esaltare l'opportunità offerta alle lavoratrici di esercitare l'attività nelle proprie abitazioni, seguendo i propri ritmi e le proprie esigenze! Diciamo la verità, con un arretramento ben forte rispetto all'autonomia che le donne si erano conquistate con il lavoro esterno!
Tutto questo mentre continua ad essere disattesa a L-. 142/90 relativamente agli orari delle città e quindi alla definizione di un coordinamento fra gli orari dei negozi, dei servizi, degli uffici pubblici, favorendo sia chi eroga i servizi sia chi ne deve usufruire, coniugando così le esigenze soggettive con quelle produttive e migliorando la distribuzione del tempo che si dedica al lavoro, alla famiglia, a sé stessi. Favorendo, in buona sostanza, le donne, che rappresentano la maggioranza degli utenti ma anche degli addetti, visto che nella più parte dei casi si tratta di lavori che - per tradizione e generale convincimento - richiedono competenze che altro non sono se non la versione professionale di quello che le donne da sempre fanno all'interno della famiglia.
E' possibile intervenire per modificare le cose? Certamente sì, e non v'é dubbio che le politiche sociali possono giocare un ruolo centrale nel creare le condizioni del cambiamento. Purché abbiano ben chiaro l'obiettivo di far sì che i temi della conciliazione tra vita lavorativa e vita familiare, tra "tempo lavorato" e tempo "vissuto" non siano più "problemi di donne" ma questioni legate ad una diversa qualità della relazione vita personale/affettiva/familiare e vita lavorativa, assumendo il lavoro di cura come bene e come onere sociale, e non come questione personale di ogni singola donna.
Come peraltro é esperienza consolidata in altri paesi europei: pensiamo ad esempio all'esperienza della Svezia e degli altri paesi scandinavi, dove l'intervento dello Stato per risolvere i conflitti della doppia presenza femminile (accompagnata, certamente, da una maggiore condivisione maschile del lavoro domestico!) ha, fra l'altro, favorito l'aumento delle nascite ed un consistente aumento dei due figli per donna.
La stessa Inghilterra, reduce dall'esperienza neoliberista della Thatcher, dove certamente non si é potuto contare su favorevoli condizioni economiche, ha visto un seppur lieve aumento della natalità che ha riportato il tasso inglese molto vicino, appunto, ai fatidici due figli per donna.
Molto diversa, invece, mi pare la situazione italiana: l'orientamento a fare dei servizi per l'infanzia un servizio se non pubblico, quantomeno programmato, coordinato e controllato dal pubblico, ma più semplicemente di interesse pubblico. L'insufficiente diffusione dei servizi per gli anziani; l'utilizzazione dell'assistenza domiciliare (ancora troppo spesso peraltro insoddisfacente per qualità, quantità, tipologia) per anziani non autosufficienti, portatori di handicap, malati terminali, soggetti affetti da malattie degenerative quali il morbo di Alzheimer senza che sia prevista un'analisi preventiva della situazione economica, lavorativa, organizzativa e psicologica presente nei nuclei familiari coinvolti ed un suo monitoraggio costante al fine di evitare che il ricorso all'assistenza domiciliare si traduca per le famiglie (ed in particolare per le donne che ne hanno in assoluto il maggior onere) in un sovraccarico insostenibile di lavoro e di responsabilità. Il ricorso sempre più diffuso all'assegno familiare, che nonostante l'uso di una terminologia neutra rispetto al genere, di fatto contribuisce a cristallizzare la divisione del lavoro familiare, dando per scontato che la sua gestione tocchi ad una persona - genere = donna. Questi sono tutti aspetti che mi fanno ritenere che si stia andando - anche se implicitamente - lungo un percorso che vede l'affermazione del valore sociale del lavoro familiare o di cura concretizzarsi prevalentemente da un lato attraverso il riconoscimento della funzione sociale ed economica del lavoro della casalinga, e dall'altro con il riconoscimento per le casalinghe di una qualche forma di contributi previdenziali. Dando - fra l'altro - sempre di più ai servizi alla persona la connotazione di possibile risposta individuale ad un oggettivo bisogno della collettività: sembra una sottolineatura, significa invece una differenza sostanziale nella definizione del possibile futuro per le donne. Che finirebbero o con il dover scegliere il ritorno a casa (e magari il ricorso al lavoro a domicilio), o col vedere totalmente negato il fatto che ogni donna é comunque "anche" una casalinga.
Se questa é la scelta (peraltro legittima, anche se francamente non condivisibile dal mio punto di vista), se si sta affermando la convinzione che l'impegno per il riconoscimento del valore che il contributo delle donne dà al mondo del lavoro é commisurato al fatto che quell'impegno sia rivolto verso donne che hanno sfondato il famoso "tetto di cristallo" o che sono nelle condizioni di poterlo fare, mentre per le migliaia e migliaia che - per situazioni soggettive ed oggettive - quel tetto non riusciranno mai a vederlo neanche da lontano, é auspicabile un ritorno all'interno della famiglia per privilegiare quel ruolo rispetto ad altri da svolgere magari in modo parziale o all'interno della casa stessa, allora credo che sia più "politicamente corretto" rendere esplicito questo orientamento. Se infatti é assolutamente giusta un'iniziativa come quella di oggi, nella quale le famiglie, e all'interno delle famiglie le donne, interrogano le politiche sociali, a questo punto mi sembra essere almeno altrettanto importante che le politche sociali decidano di interrogare le donne - tutte le donne, non solo le migliori o le più fortunate - per capire oggi che cosa vogliono fare e, soprattutto, chi vogliono essere.

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