L'aggravarsi contemporaneo della
inoccupazione e della disoccupazione femminile e il ripresentarsi, anche in
realtà molto forti quali il Veneto, l'Emilia Romagna, la Toscana e le
Marche, di fenomeni che consideravamo ormai ampiamente superati come quello
del lavoro a domicilio, sono fonte di estrema preoccupazione da parte dei
Coordinamenti Donne di Cgil, Cisl e Uil.
Infatti, nonostante qualche primo segnale di ripresa, l'andamento
dell'occupazione femminile non può essere definito certamente rassicurante.
Le tendenze di fondo dell'occupazione sono strettamente legate all'evolversi
del mercato del lavoro che, a sua volta, non può essere assolutamente
disgiunto dall'evoluzione del contesto economico ed istituzionale del paese.
E in un Paese, come il nostro, dove il tasso di disoccupazione si attesta
sul 12% per gli uomini e sul 16% per le donne, con fortissime
differenziazioni territoriali, non v'é dubbio che le dinamiche dello
sviluppo sono particolarmente rilevanti per la creazione di nuove
opportunità di lavoro.
Sviluppo ed opportunità che debbono essere espresse non solo in termini
quantitativi ma anche qualitativi, con una diffusione a livello nazionale,
ed una sostenibilità a livello ambientale e sociale.
Quindi, per l'occupazione, ed in particolare per l'occupazione femminile, i
temi della qualità dello sviluppo sono propedeutici alla qualità del
lavoro creato, ad una organizzazione più efficace della produzione e delle
risorse per il soddisfacimento di bisogni crescenti e diversificati.
Negli ultimi anni la crescita economica del nostro paese, così come quella
di tutti i principali paesi europei, si é attestata su un livello assai
contenuto, a causa anche di una politica fiscale mirata in gran parte alla
riduzione della spesa pubblica che ha notevolmente ridotto il reddito
disponibile e, conseguentemente, la domanda interna, in un contesto di
politica monetaria dettata da criteri di grande severità.
E' innegabile, però, che il traguardo europeo é, per il nostro Paese una
grandissima occasione di trasformazione, di ammodernamento e snellimento
delle istituzioni e adeguamento ai modelli europei, che va ben oltre gli
obiettivi di Maastricht a cui la nostra politica monetaria é stata finora
legata. E' altrettanto vero che in Europa il numero dei disoccupati si
aggira attorno ai 20 milioni di persone con un tasso medio del 10,6% (12,5%
per le donne e 9,3% per gli uomini), destinato a crescere ulteriormente in
maniera costante per effetto della componente femminile, contro un sistema
di opportunità lavorative estremamente deboli rispetto alla domanda. Il
fenomeno in Italia tende a radicalizzarsi quindi é inderogabile che si
pongano le condizioni per una crescita sostenibile ad elevata intensità di
lavoro, puntando sulla conoscenza e sulle tecnologie, modernizzando i
sistemi di lavoro (con una riorganizzazione degli orari e dei tempi di
lavoro), con l'obiettivo di migliorare le condizioni di vita dei cittadini e
delle cittadine.
Anche i meccanismi di creazione di ricchezza hanno avuto mutamenti assai
lenti, seppure in linea con le tendenze delle economie più avanzate. Le
aree di maggiore sviluppo economico sono ascrivibili al ricco sistema di
piccole e piccolissime imprese, con un accrescimento - tuttavia - del ruolo
del terziario anch'esso, però, fortemente frammentato. Positiva
l'affermazione della cosiddetta società dell'informazione in quanto essa é
destinata - in un contesto sempre più globale - a modificare radicalmente
l'organizzazione e la partecipazione dei lavoratori e delle lavoratrici ai
nuovi obiettivi aziendali sempre più tesi a modelli di qualità: nei
servizi, nell'informatizzazione, nel marketing, nella sicurezza,
nell'ambiente.
L'affermarsi del volontariato e delle organizzazioni non profit, in
relazione ad una maggiore articolazione dei bisogni della persona a seguito
della maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro, sta
determinando progressive possibilità di sviluppo lavorativo nella complessa
area dei servizi sociali e alla comunità. Dal punto di vista quantitativo,
però, il terzo settore, nel nostro paese ha avuto uno sviluppo
occupazionale modesto contrariamente ad esperienze positive francesi e
tedesche.
Sulla base di queste considerazioni possiamo constatare che il processo di
trasformazione dell'economia nel nostro paese ha sottolineato la necessità
di:
un maggior peso dell'area dei
servizi privati con offerta e fornitura di nuovi servizi in rapida
evoluzione;
un crescente peso dell'area di nuovi servizi di natura sociale (mirati
all'ambiente, beni culturali, ecc.)
una crescente terziarizzazione dei processi interni alle imprese
industriali, con la nascita di figure nuove legate alla qualità, alle
nuove tecnologie, al sistema di relazioni industriali in un contesto
sempre più globale.
Pur nelle attuali estreme difficoltà
occupazionali, il dato più rilevante e caratteristico del mercato del
lavoro italiano, é infatti la costante crescita, in questi ultimi 15 anni,
dell'occupazione femminile. Le caratteristiche che connotavano la donna come
soggetto debole sul mercato del lavoro tendono a scomparire in quanto non
sono più riscontrabili differenze significative di livelli di istruzione
tra uomini e donne; c'è, inoltre, da parte delle donne una maggiore
predisposizione a rimanere sul mercato del lavoro, favorita da un profondo
mutamento del modello culturale, dello stile di vita e dei valori delle
donne in rapporto al lavoro di cura ed il lavoro in genere.
Contestuale, però, alla crescita della presenza femminile sul mercato del
lavoro, é un aumento parallelo delle donne nella disoccupazione. Purtroppo
non in modo omogeneo.
Mentre il primo dato é ascrivibile ad un diverso e più trasparente
approccio della donna con il mercato del lavoro, il secondo é la
rappresentazione di una situazione reale, ma anche - per certi versi -
contraddittoria.
Infatti, a caratteristiche positive, si contrappongono fattori di criticità
evidenziati da una forte competitività dell'offerta femminile, da un
incremento del lavoro femminile in lavori precari, atipici e nel sommerso,
da una differenziazione e segmentazione dei mercati e delle professioni
femminili. La crescente diffusione del lavoro a tempo parziale e
l'importanza che sta assumendo ultimamente il terziario per l'occupazione
femminile, non sono sufficienti a determinare nel nostro paese un incremento
del livello di partecipazione delle donne al lavoro produttivo, che continua
ad essere tra i più contenuti in Europa.
Anche il gap retributivo a sfavore delle donne, é uno dei fattori di
disequilibrio del mercato del lavoro femminile: nonostante la crescita a
ritmi sostenuti dell'offerta, nonché un livello di istruzione simile se non
a volte superiore a quello maschile, le donne continuano a trovare maggiori
difficoltà di collocazione per una domanda di lavoro ancora assai
tradizionale anche se il processo della terziarizzazione e l'affermarsi del
non profit stanno modificando il sistema delle competenze e la qualità del
lavoro. Inoltre, i livelli retributivi continuano a mantenersi inferiori a
quelli maschili e l'organizzazione e la distribuzione dell'orario di lavoro
non sono quelli desiderati.
A questo, dobbiamo aggiungere il diverso valore assegnato alla
disoccupazione maschile e a quella femminile. Ne é chiaro esempio la norma,
finora disattesa dai datori di lavoro e dal sindacato, secondo la quale
nelle ristrutturazioni non poteva essere allontanata una percentuale di
donne superiore a quella degli uomini. Tra le cause di questa disattenzione
risiederebbe il dato che, secondo stime che non condividiamo, le donne
sarebbero meno contrarie ad abbandonare il posto ed avrebbero, comunque,
meno bisogno di lavorare. Con il risultato evidente che le donne, oggi, sono
più soggette degli uomini al rischio di povertà. Infatti, nonostante
l'esiguità delle analisi sin qui realizzate, al Nord le famiglie povere con
a capo una donna sono il doppio di quelle con a capo un uomo! E nel post-
ristrutturazioni, il 24% degli uomini é stato riassorbito dal mercato del
lavoro contro il 12% delle donne.
La scomposizione dei dati sulla disoccupazione dimostra che attualmente due
sono le esigenze da fronteggiare prioritariamente: la disoccupazione
meridionale e la disoccupazione femminile. A sua volta se scomponiamo il
primo dato, si evidenzia una fortissima presenza femminile. A questo bisogna
aggiungere che i cosiddetti nuovi lavori - con tutte le incertezze che li
accompagnano - sembrano riservati solo alle donne.
Quali potrebbero essere, allora, i fattori utili a superare lo squilibrio e,
a riguardo, quale deve essere il ruolo delle politiche per l'occupazione?
Innanzitutto la risposta deve essere ricercata in un superamento da parte
delle donne della attuale cultura del lavoro che le vede, il più delle
volte, ancora inconsapevoli di essere vittime di discriminazioni nei propri
ambiti produttivi. Anche il sindacato deve assumersi la responsabilità di
non aver saputo finora comunicare e far comprendere quanto sia importante e
necessaria la sua partecipazione ed il suo contributo su tutta la materia.
A tal fine, va sviluppato un modello di relazioni industriali di
partecipazione sulla normativa inerente progetti di "azioni
positive" atte a favorire l'inserimento e/o il reinserimento di donne
nel mercato del lavoro, che non debbono interessare, come finora é
avvenuto, solo le lavoratrici ed i lavoratori ai livelli più bassi, ma
investire soprattutto i livelli organizzativi perché sta cambiando sia il
tipo di lavoro offerto dal mercato, sia le mansioni.. E' ormai maturo il
tempo che, insieme al lavoro che cambia, muti anche il concetto di mansione
e di inquadramento professionale che deve essere soggetto ad aggiornamenti e
adeguamenti a parametri europei e tecnologici.
Va ribadito che l'avanzamento in carriera deve essere obbligatoriamente
legato ad aggiornamenti professionali costanti, ad aumenti lavorativi e di
produzione. Con un profilo professionale, dunque, che non può essere
disgiunto dal concetto di flessibilità degli orari. La stessa retribuzione,
pertanto, deve sviluppare sempre più il concetto di "stipendio fisso
di base" arricchito ed integrato da incentivi legati a premi di
produzione, raggiungimento di obiettivi aziendali e creazione di valore.
Tutto ciò, a nostro avviso, si potrebbe concretizzare in un reale
cambiamento culturale e di lavoro affrontando il modello di struttura
contrattuale per quanto riguarda gli inquadramenti professionali. Infatti,
le classificazioni di inquadramento e di livello di carriera sono legate
ancora a vecchie professionalità e a mansioni superate. Occorre ridisegnare
i profili professionali e i contenuti di responsabilità aggiornandoli a
capacità di lavoro più moderne legate alla tecnologia e a nuove
professioni. Questo, fra l'altro, potrebbe essere uno dei percorsi utili per
superare le discriminazioni salariali cui le lavoratrici italiane sono
ancora sottoposte.
Anche alcuni mutamenti a livello istituzionale possono essere utili
strumenti per un mercato del lavoro femminile che cambia. Primo fra tutti il
decentramento dei meccanismi istituzionali di regolazione del mercato del
lavoro (Decreto legislativo 469/97), e la costituzione a livello locale di
meccanismi per rendere effettivi sul territorio l'integrazione fra i servizi
per l'impiego, le politiche attive del lavoro e le politiche formative.
Infine, per affrontare concretamente la disoccupazione femminile nel
Mezzogiorno, le Organizzazioni sindacali potrebbero effettuare un intervento
specifico all'interno dei patti territoriali e dei contratti d'area in modo
da garantire - non solo in linea di principio ma nei fatti - le pari
opportunità tra uomo e donna: la proposta di quote di occupazione da
riservare alle donne potrebbe rappresentare una provocazione ma
potrebbe altresì essere uno strumento per raggiungere questo obiettivo.