Responsabile: Stefania SIDOLI

OCCUPAZIONE

L'aggravarsi contemporaneo della inoccupazione e della disoccupazione femminile e il ripresentarsi, anche in realtà molto forti quali il Veneto, l'Emilia Romagna, la Toscana e le Marche, di fenomeni che consideravamo ormai ampiamente superati come quello del lavoro a domicilio, sono fonte di estrema preoccupazione da parte dei Coordinamenti Donne di Cgil, Cisl e Uil.
Infatti, nonostante qualche primo segnale di ripresa, l'andamento dell'occupazione femminile non può essere definito certamente rassicurante.
Le tendenze di fondo dell'occupazione sono strettamente legate all'evolversi del mercato del lavoro che, a sua volta, non può essere assolutamente disgiunto dall'evoluzione del contesto economico ed istituzionale del paese. E in un Paese, come il nostro, dove il tasso di disoccupazione si attesta sul 12% per gli uomini e sul 16% per le donne, con fortissime differenziazioni territoriali, non v'é dubbio che le dinamiche dello sviluppo sono particolarmente rilevanti per la creazione di nuove opportunità di lavoro.
Sviluppo ed opportunità che debbono essere espresse non solo in termini quantitativi ma anche qualitativi, con una diffusione a livello nazionale, ed una sostenibilità a livello ambientale e sociale.
Quindi, per l'occupazione, ed in particolare per l'occupazione femminile, i temi della qualità dello sviluppo sono propedeutici alla qualità del lavoro creato, ad una organizzazione più efficace della produzione e delle risorse per il soddisfacimento di bisogni crescenti e diversificati.
Negli ultimi anni la crescita economica del nostro paese, così come quella di tutti i principali paesi europei, si é attestata su un livello assai contenuto, a causa anche di una politica fiscale mirata in gran parte alla riduzione della spesa pubblica che ha notevolmente ridotto il reddito disponibile e, conseguentemente, la domanda interna, in un contesto di politica monetaria dettata da criteri di grande severità.
E' innegabile, però, che il traguardo europeo é, per il nostro Paese una grandissima occasione di trasformazione, di ammodernamento e snellimento delle istituzioni e adeguamento ai modelli europei, che va ben oltre gli obiettivi di Maastricht a cui la nostra politica monetaria é stata finora legata. E' altrettanto vero che in Europa il numero dei disoccupati si aggira attorno ai 20 milioni di persone con un tasso medio del 10,6% (12,5% per le donne e 9,3% per gli uomini), destinato a crescere ulteriormente in maniera costante per effetto della componente femminile, contro un sistema di opportunità lavorative estremamente deboli rispetto alla domanda. Il fenomeno in Italia tende a radicalizzarsi quindi é inderogabile che si pongano le condizioni per una crescita sostenibile ad elevata intensità di lavoro, puntando sulla conoscenza e sulle tecnologie, modernizzando i sistemi di lavoro (con una riorganizzazione degli orari e dei tempi di lavoro), con l'obiettivo di migliorare le condizioni di vita dei cittadini e delle cittadine.
Anche i meccanismi di creazione di ricchezza hanno avuto mutamenti assai lenti, seppure in linea con le tendenze delle economie più avanzate. Le aree di maggiore sviluppo economico sono ascrivibili al ricco sistema di piccole e piccolissime imprese, con un accrescimento - tuttavia - del ruolo del terziario anch'esso, però, fortemente frammentato. Positiva l'affermazione della cosiddetta società dell'informazione in quanto essa é destinata - in un contesto sempre più globale - a modificare radicalmente l'organizzazione e la partecipazione dei lavoratori e delle lavoratrici ai nuovi obiettivi aziendali sempre più tesi a modelli di qualità: nei servizi, nell'informatizzazione, nel marketing, nella sicurezza, nell'ambiente.
L'affermarsi del volontariato e delle organizzazioni non profit, in relazione ad una maggiore articolazione dei bisogni della persona a seguito della maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro, sta determinando progressive possibilità di sviluppo lavorativo nella complessa area dei servizi sociali e alla comunità. Dal punto di vista quantitativo, però, il terzo settore, nel nostro paese ha avuto uno sviluppo occupazionale modesto contrariamente ad esperienze positive francesi e tedesche.
Sulla base di queste considerazioni possiamo constatare che il processo di trasformazione dell'economia nel nostro paese ha sottolineato la necessità di:

• un maggior peso dell'area dei servizi privati con offerta e fornitura di nuovi servizi in rapida evoluzione;
• un crescente peso dell'area di nuovi servizi di natura sociale (mirati all'ambiente, beni culturali, ecc.)
• una crescente terziarizzazione dei processi interni alle imprese industriali, con la nascita di figure nuove legate alla qualità, alle nuove tecnologie, al sistema di relazioni industriali in un contesto sempre più globale.

Pur nelle attuali estreme difficoltà occupazionali, il dato più rilevante e caratteristico del mercato del lavoro italiano, é infatti la costante crescita, in questi ultimi 15 anni, dell'occupazione femminile. Le caratteristiche che connotavano la donna come soggetto debole sul mercato del lavoro tendono a scomparire in quanto non sono più riscontrabili differenze significative di livelli di istruzione tra uomini e donne; c'è, inoltre, da parte delle donne una maggiore predisposizione a rimanere sul mercato del lavoro, favorita da un profondo mutamento del modello culturale, dello stile di vita e dei valori delle donne in rapporto al lavoro di cura ed il lavoro in genere.
Contestuale, però, alla crescita della presenza femminile sul mercato del lavoro, é un aumento parallelo delle donne nella disoccupazione. Purtroppo non in modo omogeneo.
Mentre il primo dato é ascrivibile ad un diverso e più trasparente approccio della donna con il mercato del lavoro, il secondo é la rappresentazione di una situazione reale, ma anche - per certi versi - contraddittoria.
Infatti, a caratteristiche positive, si contrappongono fattori di criticità evidenziati da una forte competitività dell'offerta femminile, da un incremento del lavoro femminile in lavori precari, atipici e nel sommerso, da una differenziazione e segmentazione dei mercati e delle professioni femminili. La crescente diffusione del lavoro a tempo parziale e l'importanza che sta assumendo ultimamente il terziario per l'occupazione femminile, non sono sufficienti a determinare nel nostro paese un incremento del livello di partecipazione delle donne al lavoro produttivo, che continua ad essere tra i più contenuti in Europa.
Anche il gap retributivo a sfavore delle donne, é uno dei fattori di disequilibrio del mercato del lavoro femminile: nonostante la crescita a ritmi sostenuti dell'offerta, nonché un livello di istruzione simile se non a volte superiore a quello maschile, le donne continuano a trovare maggiori difficoltà di collocazione per una domanda di lavoro ancora assai tradizionale anche se il processo della terziarizzazione e l'affermarsi del non profit stanno modificando il sistema delle competenze e la qualità del lavoro. Inoltre, i livelli retributivi continuano a mantenersi inferiori a quelli maschili e l'organizzazione e la distribuzione dell'orario di lavoro non sono quelli desiderati.
A questo, dobbiamo aggiungere il diverso valore assegnato alla disoccupazione maschile e a quella femminile. Ne é chiaro esempio la norma, finora disattesa dai datori di lavoro e dal sindacato, secondo la quale nelle ristrutturazioni non poteva essere allontanata una percentuale di donne superiore a quella degli uomini. Tra le cause di questa disattenzione risiederebbe il dato che, secondo stime che non condividiamo, le donne sarebbero meno contrarie ad abbandonare il posto ed avrebbero, comunque, meno bisogno di lavorare. Con il risultato evidente che le donne, oggi, sono più soggette degli uomini al rischio di povertà. Infatti, nonostante l'esiguità delle analisi sin qui realizzate, al Nord le famiglie povere con a capo una donna sono il doppio di quelle con a capo un uomo! E nel post- ristrutturazioni, il 24% degli uomini é stato riassorbito dal mercato del lavoro contro il 12% delle donne.
La scomposizione dei dati sulla disoccupazione dimostra che attualmente due sono le esigenze da fronteggiare prioritariamente: la disoccupazione meridionale e la disoccupazione femminile. A sua volta se scomponiamo il primo dato, si evidenzia una fortissima presenza femminile. A questo bisogna aggiungere che i cosiddetti nuovi lavori - con tutte le incertezze che li accompagnano - sembrano riservati solo alle donne.
Quali potrebbero essere, allora, i fattori utili a superare lo squilibrio e, a riguardo, quale deve essere il ruolo delle politiche per l'occupazione?
Innanzitutto la risposta deve essere ricercata in un superamento da parte delle donne della attuale cultura del lavoro che le vede, il più delle volte, ancora inconsapevoli di essere vittime di discriminazioni nei propri ambiti produttivi. Anche il sindacato deve assumersi la responsabilità di non aver saputo finora comunicare e far comprendere quanto sia importante e necessaria la sua partecipazione ed il suo contributo su tutta la materia.
A tal fine, va sviluppato un modello di relazioni industriali di partecipazione sulla normativa inerente progetti di "azioni positive" atte a favorire l'inserimento e/o il reinserimento di donne nel mercato del lavoro, che non debbono interessare, come finora é avvenuto, solo le lavoratrici ed i lavoratori ai livelli più bassi, ma investire soprattutto i livelli organizzativi perché sta cambiando sia il tipo di lavoro offerto dal mercato, sia le mansioni.. E' ormai maturo il tempo che, insieme al lavoro che cambia, muti anche il concetto di mansione e di inquadramento professionale che deve essere soggetto ad aggiornamenti e adeguamenti a parametri europei e tecnologici.
Va ribadito che l'avanzamento in carriera deve essere obbligatoriamente legato ad aggiornamenti professionali costanti, ad aumenti lavorativi e di produzione. Con un profilo professionale, dunque, che non può essere disgiunto dal concetto di flessibilità degli orari. La stessa retribuzione, pertanto, deve sviluppare sempre più il concetto di "stipendio fisso di base" arricchito ed integrato da incentivi legati a premi di produzione, raggiungimento di obiettivi aziendali e creazione di valore.
Tutto ciò, a nostro avviso, si potrebbe concretizzare in un reale cambiamento culturale e di lavoro affrontando il modello di struttura contrattuale per quanto riguarda gli inquadramenti professionali. Infatti, le classificazioni di inquadramento e di livello di carriera sono legate ancora a vecchie professionalità e a mansioni superate. Occorre ridisegnare i profili professionali e i contenuti di responsabilità aggiornandoli a capacità di lavoro più moderne legate alla tecnologia e a nuove professioni. Questo, fra l'altro, potrebbe essere uno dei percorsi utili per superare le discriminazioni salariali cui le lavoratrici italiane sono ancora sottoposte.
Anche alcuni mutamenti a livello istituzionale possono essere utili strumenti per un mercato del lavoro femminile che cambia. Primo fra tutti il decentramento dei meccanismi istituzionali di regolazione del mercato del lavoro (Decreto legislativo 469/97), e la costituzione a livello locale di meccanismi per rendere effettivi sul territorio l'integrazione fra i servizi per l'impiego, le politiche attive del lavoro e le politiche formative.
Infine, per affrontare concretamente la disoccupazione femminile nel Mezzogiorno, le Organizzazioni sindacali potrebbero effettuare un intervento specifico all'interno dei patti territoriali e dei contratti d'area in modo da garantire - non solo in linea di principio ma nei fatti - le pari opportunità tra uomo e donna: la proposta di quote di occupazione da riservare alle donne potrebbe rappresentare una provocazione ma potrebbe altresì essere uno strumento per raggiungere questo obiettivo.

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