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I PERCHE' DI UN PROBLEMA: FLESSIBILITA', MA QUALE?
Stefania Sidoli Responsabile Nazionale UIL Donne
Se
osserviamo il modo con il quale stiamo andando verso il nuovo millennio,
la prima impressione é che esso sia caratterizzato da aspetti
fortemente positivi, con spazi entro i quali esercitare la libertà
femminile più numerosi e diversi che nel passato. Tuttavia,
approfondendo l'analisi con la capacità di guardare oltre gli aspetti
più fortemente visibili della presenza delle donne, inevitabilmente
viene fuori una realtà nella quale molte, anzi troppe, sono ancora le
ombre.
La fine degli anni '70 e l'inizio degli '80 segnarono la massiccia
entrata delle donne nel mercato del lavoro; gli anni 90 sono
caratterizzati, invece, da una inversione del fenomeno con sacche di
disoccupazione femminile assai preoccupanti.
In Europa lavora una donna su due, in Italia una su tre: Le italiane
lavorano in assoluto il maggior numero di ore dentro e fuori la casa,
con un aiuto da parte del proprio partner, nella maggioranza dei casi,
ancora irrisorio. Sono in assoluto quelle che fanno meno figli, aiutate
in questo da un welfare quantomeno discutibile per il modo con il quale
si sta caratterizzando e per il modo con il quale si vogliono
"costruire" le risposte ai problemi veri della famiglia
attraverso interventi prevalentemente o di carattere economico o di
supporto interno, e non attraverso servizi integrati di carattere
pubblico e privato, con un pubblico che ne svolga il compito di
programmazione e di controllo.
E' questo lo scenario in cui si inserisce il problema lavoro: che non
c'é, che é insufficiente che é marginalizzante, che é rigido, che é
sottopagato...
Si può fare qualcosa?
Se partiamo dal dato certo che il lavoro finora é stato fatto e pensato
per gli uomini e non per le donne, con un modello organizzativo ancora
esclusivamente maschile, nel quale le lavoratrici guadagnano mediamente
il 20-30% in meno dei loro colleghi uomini, é sempre più evidente la
forte dicotomia fra la donna che lavora, che vuole fare un lavoro non
marginalizzato ed emarginante, che vuole avere un proprio percorso di
carriera, e le politiche del welfare che si realizzano in via
prioritaria nella famiglia e attraverso la famiglia. Il nodo da
sciogliere é la conciliazione tra le necessità della vita familiare
con le esigenze occupazionali, privilegiando la ricerca di forme
innovative e flessibili di organizzazione del lavoro che ne facilitino
il ruolo di lavoratrice e di donna. Maggiore flessibilità
organizzativa, nuovi regimi d'orari e soggettività gestionale sembrano
essere i nuovi imperativi che comportano cambiamenti strutturali
nell'organizzazione e nella gestione delle risorse umane aziendali. Una
organizzazione che le donne vogliono più flessibile in entrata ed in
uscita e nella gestione complessiva del lavoro, con la possibilità di
svolgere attività che prevedano un orario lavorativo strutturalmente
concentrato in giornate, o ridotto, ossia part-time, per rispondere alle
esigenze nate dalla maggiore complessità del lavoro di cura e per
l'affievolirsi di quegli ammortizzatori sociali che ne avevano favorito,
alla fine degli anni '70, l'entrata nel mercato, ponendo limiti
organizzativi nella conciliabilità tra vita familiare e lavorativa.
I processi di trasformazione in atto e quelli che necessariamente - in
un futuro ormai prossimo - dovranno intervenire nel mercato e
nell'organizzazione del lavoro, contamineranno inevitabilmente tutte le
sfere inerenti l'occupazione e le variabili centrali saranno proprio la
gestione del tempo e la flessibilità, per cui verranno messi in
discussione i contenuti del lavoro, i suoi tempi, i luoghi, la sua
organizzazione interna, nonchè la soggettività e le strategie delle
lavoratrici e dei lavoratori, come anche delle disoccupate e dei
disoccupati.
L'adozione del part-time come soluzione e non come fonte di
emarginazione dal mercato del lavoro potrebbe offrire alle lavoratrici
(e, perché no, anche ai lavoratori - come già avviene in alcuni paesi
membri della Comunità) modalità di lavoro idonee alla conciliazione
tra vita lavorativa e vita sociale e familiare, migliorandone condizioni
lavorative e professionali, a patto, però, che la via del lavoro a
tempo parziale sia una scelta e non uno sbocco obbligato e favorisca per
contro una più equa distribuzione tra il tempo per sè, per la famiglia
e per la cura ed il tempo dedicato alla produzione.
Per queste ragioni, il part-time non può essere uno strumento valido
per tutte le realtà del nostro paese, anche perché se calibrato per
zone produttive omogenee e "forti" può essere lo strumento di
conciliazione tra le esigenze nuove di flessibilità delle aziende e le
vecchie e nuove flessibilità delle lavoratrici e dei lavoratori.
Infatti l'incontro tra la flessibilità richiesta dalla nuova
organizzazione del lavoro e le donne può portare a soluzioni positive
solo se lo strumento del part-time diventa parte del nuovo modello
generale di organizzazione del lavoro; se non é legato al genere ma ai
cicli di vita personali e familiari; se é ammesso anche nelle
qualifiche medio-alte (rompendo il "tetto di vetro" delle
basse qualifiche); se é legato ad una riorganizzazione e maggiore
elasticità dei servizi; se é accompagnato dalla possibilità di
formazione; se si prevedono coperture previdenziali adeguate; se é
sottoposto a negoziazione fra soggetti, soprattutto per quanto riguarda
gli orari atipici ed antisociali, e se é reversibile e soggetto a
contrattazione con forme garantite di reversibilità.
Questi sono gli estremi per impostare una grande sfida sulla concezione
della flessibilità, sfondando verso l'alto il vecchio modello
marginalizzato e residuale (e quindi femminilizzato) del part-time e
trasformandolo in flexitime. Soprattutto perché se non si è rigidi e
pregiudizialmente ostili, una ricerca di flessibilità favorevole ai
soggetti finisce con l'essere anche favorevole all'azienda, purché
naturalmente ci si muova tutti nel quadro di un comune buon senso e
purché l'impegno del sindacato in questa direzione stabilisca con
chiarezza le regole sulle quali basare il sistema di flessibilità che
vogliamo. Soprattutto se i se i temi della conciliazione fra vita
lavorativa e vita familiare, fra tempo "lavorato" e tempo
"vissuto" non saranno più "temi di donne" ma temi
legati ad una diversa qualità della relazione vita
personale/affettiva/familiare e vita lavorativa. Rompendo il circolo
vizioso della conciliazione solo per le donne, e quindi residuale e
marginale, e legando invece, per quanto riguarda le donne, l'obiettivo
di tenere insieme il tema della conciliazione con quello delle nuove
competenze, perché é su questo campo si gioca la partita a scacchi tra
donne e mercato del lavoro: un'occasione forse irripetibile, per far
diventare contrattualmente visibile il lavoro di cura, a patto di
assumerlo come bene e come onere sociale, e non come affare privato
delle donne. Se le donne perderanno questa partita, rischieranno
l'approssimarsi di uno scenario "catastrofico" non solo di
divisione fra produttori forti e produttori deboli, ma anche di
fortissime differenziazioni fra le donne. Perché il tema della
valorizzazione delle competenze femminili in un contesto anch'esso
virtualmente favorevole (perché tutto il discorso sulle competenze
trasversali, non specialistiche, è anch'esso virtualmente coerente con
le modalità femminili) se non è supportato da azioni positive sulle
flessibilità favorevoli ai soggetti, riguarderà solo le donne senza
figli e senza compiti familiari, cioè le giovani donne per un periodo
della loro vita, fino a quando anch'esse non si scontreranno con le
conseguenze di una mutata vita personale e familiare.
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