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FLESSIBILITA'...E' NECESSARIO
INTENDERCI
Ivana Dessanay Responsabile Donne UIL Piemonte
Da anni, le donne del
sindacato leggono dichiarazioni e subiscono perentorie decisioni da parte
dei politici e delle imprese sulla necessità di rendere più flessibile il
lavoro, l'occupazione, il salario, le pensioni.
Nonostante il trionfalismo di palazzo Chigi e delle parti sociali
sull'accordo per lo sviluppo e l'occupazione, definito "Patto sociale
di Natale", restano preoccupanti e seri i problemi ancora aperti senza
volontà alcune di risolversi e/o definirli.
La parola flessibilità, cioè "essere flessibile", é diventata
un "ritornello fisso", un monito presente in tutti gli interventi
pubblici da parte delle associazioni imprenditoriali, dei politici, degli
Istituti e scuole economici. Flessibilità diventa la parola chiave del
vecchio e del nuovo secolo: flessibilità per creare occupazione,
flessibilità per creare sviluppo, flessibilità per creare ricchezza. In
altri termini, i datori di lavoro pubblici e privati hanno il potere di
decidere e cambiare con libertà di scelta senza verifiche e controlli delle
parti sociali.
Infatti, per gli imprenditori, flessibilità rappresenta la soluzione più
efficace per recuperare competitività, per entrare nel mercato globale. e
quindi creare occupazione.
Per le organizzazioni sindacali flessibilità non é più un tabù da
definire nel lavoro, nella produttività, nella componente economica, quale
elemento flessibile nella contrattazione e nella concertazione. Per le
scuole economiche e per gli esperti del Governo flessibilità é un obbligo
al quale bisogna assolvere con determinazione e decisionalità per restare
nell'Unione Europea.
Malgrado le situazioni economiche e sociali richiedano urgenti correttivi,
la definizione di flessibilità é rimasta fuori dal Patto sociale per lo
sviluppo e l'occupazione del Governo, rimandando così un accordo per
rassicurare l'emergenza più sentita dalle cittadine e dai cittadini: la
speranza di un posto di lavoro certo.
Flessibilità vuole dire tutto e nulla, però resta la concezione di
accettazione e di non opporsi alle decisioni di impresa tanto che le
lavoratrici ed i lavoratori si debbono piegare, curvare con facilità anche
quando si prospetta loro un peggioramento della qualità del lavoro, un
livello salariale più basso, un'espulsione dai luoghi lavorativi. Occorre
allora - come dipendenti - essere docili, accomodanti, letteralmente
adattarsi ed essere disponibili alle scelte aziendali.
Le persone debbono flettersi fisicamente e psicologicamente alle esigenze
combinate della competizione globale, dei cicli economici nazionali e della
congiuntura delle aziende.
Il premio sociale per le cittadine ed i cittadini, diventa creare
occupazione e ricchezza permettendo così alle imprese di essere
competitive, di essere stabili economicamente e di rimanere nel mercato
globale.
Il prof. Gallino, docente di sociologia del lavoro, precisa che:
"flessibilità tanto invocata significa una maggiore discrezionalità
da parte delle direzioni aziendali nell'impiego e nella retribuzione del
personale, una minore resistenza da parte delle persone alle decisioni
presse in alto in merito a molteplici aspetti della loro condizione
lavorativa..." Basta intenderci! Diventa allora lecito aspettarsi che
il Governo si faccia carico di dare il via "ad una forte intesa sul
welfare" per tutelare il diritto di cittadinanza al lavoro per tutte e
tutti i cittadini dell'Unione europea.
Se lo "scambio" politico economico diventa l'applicazione della
parola flessibilità quale: libertà per un'impresa di licenziare senza
punibilità, di pagare salari reali più bassi, di ridurre l'orario per
ricorrere allo straordinario quando produzione e vendite diminuiscono, onde
consentire di fare parte alla competizione internazionale senza diminuire
gli utili: no, grazie, non siamo flessibili!
Se un'impresa applica la propria facoltà di trasferire i propri dipendenti
senza che questi si possano opporre; di affidare parte sempre più rilevante
della propria attività a ditte esterne per ridurre i costi e per ridurre al
minimo il numero dei dipendenti, no, grazie, non ci pieghiamo e non
accettiamo!
Occorre dunque rivedere fra le parti sociali l'applicazione del modello di
partecipazione; occorre dunque applicare i diritti al lavoro, alla salute,
all'uguaglianza per superare ogni disuguaglianza e differenza sociale.
La consapevolezza, come lavoratrici UIL, di avere diritto alla nostra
identità, di esprimere creatività e valore non coincide con una
flessibilità che ci induce ad abbassare la testa per il volere di una parte
della società: il capitale. E' necessario abitare il tempo storico; ecco
perché l'universo femminile UIL intende trasmettere le proprie esperienze
ed il proprio punto di vista per un'espressione di relazione fatta di
scambio-intreccio di idee e diversità personali. Il cambiamento sociale va
gestito insieme con il valore di impresa ed il valore sociale, partendo
soprattutto dai luoghi di lavoro.
Io donna voglio esistere e rivendicare il mio diritto all'azione poiché in
qualità di risorsa sindacale posso e devo incidere sul modello della
flessibilità. Flessibilità per ricondurre verso un reale miglioramento
della vita di uomini e donne.
Le donne UIL vogliono affrontare ed allargare il dibattito, impegnarsi per
conoscere e decidere il nostro vivere sociale.
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