Responsabile: Stefania SIDOLI

LA FLESSIBILITA’ IN CAMPANIA

Luciana Del Fico Responsabile Donne UIL Campania

Mettiamo in chiaro una cosa - afferma Angela - se la flessibilità è la condizione per un giovane o una giovane per poter entrare nel mondo del lavoro, la si accetta, ma poi, alla lunga, col passare del tempo, stanca, si perde la qualità della vita.”
Angela ha 30 anni, lavora alla FMA di Pratola Serra (AV) da circa 6 anni, é entrata come operaia ed é diventata impiegata da 2 anni. Qualche mese fa si é laureata in Giurisprudenza. La FMA è l’Azienda di Avellino che produce motori, controllata dalla FIAT AUTO, dove si applica l’accordo di flessibilità per l’utilizzo degli impianti per sei giorni alla settimana su tre turni di lavoro.
Iniziando a lavorare a 20 anni in regime di flessibilità, come si verifica in FMA, - continua Angela - lo si accetta meglio. Infatti è tale il desiderio per un giovane di trovare lavoro che, pur di guadagnare un salario, si accettano turni a “scorrimento”, turni di notte anche per lunghi periodi, ma, ripeto, é la qualità della vita “fuori” che viene a mancare”.
Anche per noi in OMNITEL a Pozzuoli - interviene Rosanna di 26 anni - va bene la flessibilità in entrata : infatti si entra con contratti a tempo determinato e/o a part-time. Il lavoro é a turni che variano per molti . Certo il più “duro” é il call-center, lì ci sono giovani che dopo due anni di lavoro accusano una “pesantezza” rispetto a questo tipo di impiego, vorrebbero avere la possibilità di cambiare postazione con quella di altre aree aziendali anche momentaneamente, ma ciò non è permesso a tutti, non essendo previsto contrattualmente”.
Io invece vorrei avere la possibilità di godermi di più il mio figlioletto - si inserisce Maddalena, 28 anni, separata, madre di un bimbo di 4 anni e operaia in un’Azienda della Provincia di Napoli, appartenente ad un Gruppo multinazionale - da noi siamo riusciti ad ottenere che le madri di bambini fino a tre anni di età, fanno sempre il turno di mattina, ma a me questo comunque non basta, vorrei avere la possibilità di poter gestire una flessibilità che mi permetta di stare di più con mio figlio almeno finchè é piccolo.”
Queste testimonianze di giovani donne impiegate in aziende metalmeccaniche della Campania ci presentano alcuni aspetti delle nuove e vecchie realtà lavorative e dei bisogni delle lavoratrici della nostra Regione.
Il Sindacato si é candidato con entusiasmo a firmare accordi di flessibilità con le Associazioni datoriali che garantissero l’ingresso nel mondo del lavoro a tanti giovani disoccupati che altrimenti sarebbero rimasti iscritti alle liste in cerca di prima occupazione.
E la tendenza del futuro è ancora in questa direzione : infatti con i nuovi insediamenti nel campo della telefonia mobile con la nascita dei “call-center”, si continuerà con forme di contratti di lavoro di flexi-time di vario tipo.
E’ consequenziale passare da qui ai Contratti d’Area, che hanno visto il sindacato proporre giustamente e stipulare accordi di flessibilità per agevolare lo sviluppo del Mezzogiorno. Ma al di la’ del significato di creare le opportunità di lavoro al Sud ed in Campania, é arrivato il momento di pensare se é giusto o meno mettere eventuali regole per la stipulazione degli accordi che trattano di flessibilità.
Le brevi e crude osservazioni delle lavoratrici e le brevi considerazioni che seguono possono servire per aprire un dibattito tra chi, per il ruolo che svolge, si trova spesso a dover mediare gli interessi di gruppi opposti di persone.
Infatti nelle nuove generazioni é presente, insieme alla voglia di lavorare, una disponibilità maggiore ad accettare lavori flessibili, anche saltuari, a tempo parziale (o a giorni o a periodi alternati e quindi comodi per poter gestire i “propri” interessi culturali o altro), e a queste “nuove” esigenze possiamo aggiungere la constatazione che oggi i giovani restano in famiglia fino almeno ai 30 anni (spesso ci sono alle spalle genitori con doppio reddito e le esigenze di spesa si limitano alla soddisfazione dei loro bisogni primari : abbigliamento, hobbies e qualche vacanza).
E’ necessario quindi che la UIL apra un confronto per capire queste nuove realtà e ascolti anche la voce dei giovani e delle donne che spesso restano “ghettizzati” in ruoli secondari perché lavoratori “a metà”. Avviare un dibattito che porti anche, se necessario, a mettere dei limiti temporali a questo tipo di accordi, venendo incontro e cercando di capire le esigenze concrete di una donna che lavora e vuole diventare madre, senza per questo sentirsene in colpa; ascoltare anche la voce dei giovani che possono dare spunti nuovi e di arricchimento alla risoluzione dei problemi, senza volerli forzatamente inglobare a priori in stereotipi previsti da chi deve mediare le esigenze dei datori di lavoro e dei lavoratori.
Dobbiamo riuscire tutti insieme a superare quella che a mio avviso potrebbe diventare una contraddizione all’interno della UIL : una grande Confederazione, infatti, che si definisce “Il Sindacato dei Cittadini” non può porsi a tutela dei diritti di donne e uomini, i cittadini di una società cosiddetta “civile” che ricerca quindi il meglio di sé in termini di qualità della vita e di crescita in senso ampio e nobile del termine e contemporaneamente, nella sua funzione di soggetto contrattuale, potrebbe creare anche condizioni che portano alla “perdita” di questi valori.
La nostra sfida per l’ingresso nel terzo millennio dovrà essere proprio quella di ricercare le soluzioni a queste contraddizioni e costruire le condizioni per una Società che dia lavoro a tutti, anche a part-time, anche flessibile e a costo di alcune rinunce, ma dove il ruolo della negoziazione assuma sempre maggiore importanza e dove, conciliando gli interessi imprenditoriali con quelli di coloro che sono tutelati dal Sindacato, ci sia una crescita qualitativa anche per la UIL partendo del supporto che le culture e i saperi delle donne, unitamente alla volontà ed alla fantasia dei giovani, possono offrirci.

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