Responsabile: Stefania SIDOLI

FLESSIBILITA': SEGREGAZIONE E DISCRIMINAZIONE PER LE DONNE?

Grazia Chisin Responsabile Donne UILTUCS

Il processo di ristrutturazione che ha investito il nostro Paese, anche per effetto della globalizzazione, porta alla diffusione di nuove forme di lavoro le quali invocano "nuove flessibilità del lavoro" L'occupazione femminile ed i giovani in cerca di nuova occupazione sono i soggetti più coinvolti e più condizionati in questa trasformazione.
Qualcuno interpreta la "flessibilità" come "opportunità", qualcun altro come nuova deregolamentazione del rapporto di lavoro. Se noi analizziamo alcune forme di lavoro ci accorgiamo che queste potrebbero divenire o essere utilizzate come "segregazione", come discriminazione sia in carriera che in riconoscimento retributivo della donna lavoratrice.
Allora sorge il dilemma: come gestire la flessibilità?
Favorire il lavoro a part-time o impedirlo, per evitare che le donne, utilizzatrici predestinate entrino in un segmento secondario del mercato del lavoro? Oppure favorire il lavoro a tempo determinato, é una scelta che la donna può fare perché riesce a liberarsi in determinati periodi dell'anno da altri impegni dettati dalla quotidianità del doppio ruolo? Il lavoro in "Job-sharing" risolverebbe alcune esigenze? Rimanere fra le mura domestiche con il "Tele lavoro" é l'ideale in assoluto perché permette di cucinare, custodire i bimbi e gli anziani, lavare, stirare e lavorare?
Tutti interrogativi di cui é difficile intravedere la giusta risposta che sia in grado di realizzare la dovuta sintesi tra tutte le esigenze e che favorisca la "condivisione" tra le persone di sesso diverso che compongono il nucleo famigliare.
All'interno di questo processo di riforma che é di trasformazione come culturale, vanno collocate attenzioni specifiche che dovranno essere realizzate verso le donne nell'ambito delle politiche attive per il lavoro.
Nel settore del terziario, per fare un esempio, le "flessibilità" sono da tempo utilizzate e materia di contrattazione riprese dai contratti collettivi nazionali di lavoro e governate attraverso accordi integrativi aziendali o territoriali, mentre nel settore del pubblico impiego molta difficoltà permane, dettata anche dalla poca responsabilità che gli stessi dirigenti spesso non si prendono. Bisogna passare alla fase di "riordino" ed alla fase di "opportunità di lavoro regolata".
Dovremmo seriamente sviluppare i temi dei "tempi di vita e di lavoro", facendo attenzione che questi si possano coniugare con il fatto che la donna é erogatrice ed utilizzatrice dei servizi. E che il nostro paese é caratterizzato da squilibri provenienti sia dal "fattore demografico" e "geografico".
Abbiamo iniziato a progettare le politiche attive del lavoro che, attraverso l'autonomia territoriale ed il rispetto delle peculiarità locali (vedi accordo per il lavoro del 96 ed il "pacchetto Treu"), agiscono sul mercato del lavoro. E' con questa novità che siamo chiamate a misurarci ed é attraverso queste politiche che dobbiamo individuare, insieme, il terreno più utile per garantire le opportunità occupazionali delle donne rispetto sia alle nuove professionalità sia all'innalzamento dei livelli di scolarizzazione che dell'elevazione dell'età pensionabile.
Non esiste più un unico e solo mercato del lavoro da regolare con qualche legge generale o poche leggi specifiche, magari prive di risorse. Ma é necessaria una rinnovata capacità progettuale dei soggetti sociali ed istituzionali, perché oggettivamente dobbiamo fare i conti con tanti mercati del lavoro e, in sede locale, pensare alle possibilità di sviluppo.
Possiamo esercitare e sviluppare come Organizzazioni sindacali tale progettualità attraverso la contrattazione di secondo livello, contrattazione in grado di dare risposte mirate alle esigenze del territorio.
Non esiste una formula magica, ma dobbiamo attuare una strategia che sia in grado di leggere le concrete situazioni e di scegliere, volta per volta, la soluzione che sappia tenere insieme nel tempo l'intervento contro la disoccupazione, la segregazione e la discriminazione vera e propria nello sviluppo professionale e di carriera.
Nel governare questo processo non dobbiamo dimenticare una delle cinque priorità di Essen: "un'organizzazione più flessibile del lavoro che risponda sia ai desideri dei lavoratori che alle esigenze della competitività"; se sapremmo cogliere bene e sviluppare in modo equilibrato le esigenze delle trasformazioni, avremmo fatto un passo in avanti sul terreno delle "Pari Opportunità" per tutti.

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